Pizzaballa: «Il futuro del mondo assomiglia sempre più a Gerusalemme»


«Che cosa permette
a una persona di continuare a prendersi cura del futuro quando non ne ha alcuna garanzia? Che cosa ci consente di impegnarci quando il risultato rimane incerto?». Domande cruciali che, se ci pensiamo bene, riguardano ciascuno di noi nelle diverse situazioni che si trova a vivere. Un genitore può porsi tali interrogativi davanti al futuro di un figlio, chi ha un compito o una responsabilità può porseli, anche in modo drammatico, di fronte all’incertezza del tempo presente e a quanto accade ogni giorno nel proprio microcosmo o nel macrocosmo. Queste domande le ha poste venerdì pomeriggio il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa nel discorso tenuto in piazza Maggiore a Bologna parlando a circa 800 giovani, provenienti da ogni parte del mondo, che hanno terminato i master alla Bologna Business School, in occasione del Graduation Day.

Il patriarca di Gerusalemme Pizzaballa durante il suo intervento al Graduation Day della Bologna Business School

Si tratta di giovani che sono pronti a entrare come manager in aziende e istituzioni assumendo ruoli di responsabilità che richiedono la capacità di scegliere e di decidere. Ed è senz’altro inusuale che a parlare a loro sia stato invitato il cardinale Pizzaballa, testimone diretto della difficilissima situazione che sta vivendo la Terra Santa. Il pensiero corre inevitabilmente alle immagini di distruzione, di guerra e di odio che da là ci arrivano ogni giorno attraverso i media. Il suo è stato un intervento di grande spessore. Vi invitiamo a leggerlo con attenzione (sotto trovate il testo integrale del discorso). Non ha dato risposte accomodanti e non si è dilungato in analisi di tipo geopolitico o strategico che può fare chi guarda le cose dall’esterno. È una testimonianza che arriva dal cuore di Gerusalemme dove «persone, popoli, culture e religioni diverse convivono le une accanto alle altre». Ha aggiunto Pizzaballa: «Come custodire la propria identità e, nello stesso tempo, riconoscere pienamente quella degli altri? Il futuro del mondo assomiglia sempre più a Gerusalemme». I destini sono intrecciati molto più di quanto possa apparire. In questo mondo segnato dall’incertezza e da equilibri che sembrano impossibili Pizzaballa dice: «Non ho garanzie sul futuro della Terra Santa. Ma ho legami che mi rendono corresponsabile del suo futuro. Quei legami hanno dei volti. Danno forma alla storia di comunità alle quali appartengo, di persone con cui condivido preoccupazioni e speranze. La loro vita entra nelle mie decisioni. Da questa appartenenza nasce una ragione per continuare, anche nei momenti in cui non riesco a intravedere una soluzione. La libertà prende una direzione e, prendendola, assume dei legami.Questo può fare paura – ha sottolineato il patriarca di Gerusalemme -. Legarsi significa diventare vulnerabili: quello che accade a una persona, a una comunità, a qualcosa in cui crediamo, può farci soffrire. Eppure, è proprio attraverso quei legami che molte cose acquistano valore. Il desiderio di tenere sempre aperta ogni possibilità rischia di lasciare la vita in sospeso, come se la scelta decisiva dovesse avvenire soltanto quando saremo certi di non perdere nulla. Una certezza del genere, nelle cose importanti, difficilmente ci viene concessa».

Questa è la sfida a cui siamo chiamati anche noi, ogni giorno.


Il discorso del cardinale Pierbattista Pizzaballa

Bologna, 18 settembre 2026

Grazie per avermi invitato a condividere questo giorno. Una graduazione rende visibile una storia, la vostra, lo studio, la fatica, gli incontri, la fiducia di chi vi ha accompagnati. Oggi quella storia per voi si apre a possibilità nuove ed è bello che questo avvenga tra persone di nazionalità diverse che hanno imparato insieme e che porteranno quanto hanno ricevuto in luoghi e situazioni differenti. Oggi voi festeggiate un risultato importante che avete raggiunto con impegno e che merita di essere riconosciuto.

Proprio da questo risultato però nasce anche una domanda con la quale vorrei iniziare il mio breve discorso. Che cosa desideriamo costruire? Che cosa desiderate costruire con ciò che avete imparato? 

Io vengo da Gerusalemme. E quando penso alla parola costruire che accompagna naturalmente un giorno come questo porto con me anche l’immagine di ciò che è stato distrutto.

Penso alle case e alle vite spezzate, alla sofferenza che attraversa tutta la Terra Santa. Penso soprattutto a quanto tempo occorrerà perché, insieme agli edifici, possa essere ricostruita la fiducia. Una casa si può ricostruire nello stesso luogo, perché torni ad essere una casa però chi la abita deve poter credere che vi sarà un domani, che i propri figli avranno una possibilità, che la vita non sarà nuovamente cancellata. La distruzione raggiunge anche questa capacità di immaginare.

Il peso continua a gravare sulle persone anche quando il rumore delle armi si allontana. È qui che nasce la domanda che vorrei condividere con voi:

che cosa permette a una persona di continuare a prendersi cura del futuro anche quando non ne ha alcuna garanzia? È una domanda che ci riguarda tutti.

Le nostre condizioni di vita sono molto diverse, veniamo da mondi diversi e abbiamo anche storie personali molto diverse, la mia, la vostra, quella di tutti. L’incertezza vostra, di chi ad esempio comincia un percorso professionale, e quella di chi cerca di sopravvivere a una guerra hanno un peso incomparabile. Eppure quella domanda tocca una condizione comune: dobbiamo avere il coraggio di scegliere pur senza conoscere fino in fondo l’esito delle nostre scelte. Possiamo preparaci con serietà, prevedere, ridurre alcuni rischi, rimane però uno spazio che nessuna competenza può colmare interamente. È dentro quello spazio che prendono forma le nostre responsabilità. Io non posso decidere il risultato delle mie scelte, però devo prendere la responsabilità di fare le scelte che riguardano anche la vita altrui.

Parlo di Gerusalemme perché nella sua vicenda si riflettono domande che riguardano ogni vita. In quella città, persone di popoli, culture e religioni diversi vivono le une accanto alle altre. Ciascuno porta una storia, desidera essere riconosciuto, teme di perdere ciò che gli è caro e tutti devono fare i conti con la presenza degli altri, con le loro attese e con le loro ragioni. In questo senso Gerusalemme è uno specchio di ciò che viviamo, una sorta di paradigma delle dinamiche che coinvolgono il mondo intero. Il futuro del mondo assomiglia sempre più a Gerusalemme.

Mostra con particolare intensità una sfida che riguarda sempre più le nostre società. Imparare a vivere insieme tra persone che hanno tradizioni, fedi e visioni di vita differenti. 

Come custodire la propria identità e, nello stesso tempo, riconoscere pienamente quella degli altri? Come costruire fiducia quando le differenze ci fanno paura?

Sono domande che incontrerete anche voi nel lavoro, nelle relazioni e nelle comunità di cui farete parte. Per questo parlare di Gerusalemme significa anche interrogarci sul mondo che costruiremo insieme e sulla parte di responsabilità che ciascuno di noi può assumersi. 

Che cosa vale la pena costruire dunque? Vorrei partire dal terreno sul quale ogni costruzione umana deve poggiare: la verità. In Terra Santa ho imparato quanto sia difficile riconoscere ciò che mette in discussione le nostre ragioni. La nostra storia, il dolore che abbiamo vissuto, possono rendere difficile riconoscere la sofferenza degli altri. Cercare la verità richiede la libertà di cambiare giudizio e di lasciarsi correggere anche da chi ha meno autorità di noi. La complessità della situazione in Terra Santa non permette giudizi sbrigativi. Occorre conoscere la storia, ascoltare le persone, verificare i fatti, ma questo non significa che tutte le versioni abbiano lo stesso valore.

Le responsabilità vanno riconosciute e le ingiustizie chiamate per nome. La verità riguarda anche le nostre parole. Nella nostra terra parole come pace, dialogo, dignità sono state ripetute tante volte, mentre invece la vita sembrava smentirle. La fiducia si consuma anche quando ciò che diciamo resta lontano da ciò che facciamo.

Ridare credibilità alle parole richiede impegni mantenuti e comportamenti coerenti, richiede anche di accettare che qualcuno ci chieda conto di ciò che abbiamo detto. E anche di ciò che non abbiamo detto quando doveva essere detto. Il rapporto con la verità ci porta inevitabilmente al rapporto con l’altro. A Gerusalemme questa relazione ha una concretezza quotidiana: le lingue, le preghiere, le memorie abitano uno spazio piccolo e densissimo. Ogni comunità custodisce qualcosa di prezioso. La difficoltà comincia quando l’amore per ciò che è proprio diventa incapace di riconoscere ciò che appartiene agli altri.

Ma i nostri destini sono intrecciati. In Terra Santa nessuno può costruire una prospettiva durevole prescindendo dalla presenza dell’altro. Israeliani e palestinesi continueranno ad avere bisogno di un futuro in quella terra. Il futuro di ciascun popolo dipende anche dalla sicurezza, dalla libertà e dalla dignità dell’altro.

Questo pone una domanda esigente a ogni progetto anche per voi: nel futuro che immaginiamo, chi trova posto? La domanda riguarda la qualità di ciò che realizziamo. Possiamo costruire qualcosa di efficiente, ottenere risultati, accrescere le nostre possibilità senza chiederci come vivranno le persone dentro ciò che abbiamo costruito. Un’opera umana diventa abitabile quando le persone possono riconoscervi un posto, una dignità, uno spazio nel quale contribuire con ciò che sono. Qui si misura anche il nostro rapporto con il potere.

Il potere non si misura da ciò che possiamo ottenere per noi stessi ma dalle possibilità che apriamo o chiudiamo per gli altri. La responsabilità cresce insieme a quella capacità, e incontra un limite preciso: una persona conserva il proprio valore anche quando non ci è utile, quando rallenta il nostro passo, quando le sue ragioni ci costringono a rivedere un progetto. Riconoscerlo può avere un costo, è proprio allora che comprendiamo quanto sia reale il rispetto che diciamo di avere per la dignità umana. 

Anche il percorso che avete condiviso a Bologna vi ha messo in contatto con persone formate da storie e culture differenti. Un’esperienza del genere, la collaborazione, richiede più della conoscenza di una lingua comune. Occorre comprendere cosa una parola significhi per l’altro, quali attese porti con sé, dove cominci una sua difficoltà. È un lavoro paziente che appartiene alla costruzione di ogni realtà comune. Il lavoro occupa uno spazio importante della nostra vita e contribuisce a darle forma. Attraverso di esso provvediamo ai nostri bisogni, mettiamo alla prova le capacità, partecipiamo a un’opera comune. Anche la fatica acquista senso quando possiamo riconoscere a cosa serve e per chi. Un lavoro nel quale possiamo esprimerci e crescere è un bene umano che merita di essere custodito.

In Terra Santa aiutare una persona a riprendere un’attività significa anche restituirle autonomia, la possibilità di contribuire alla vita della propria famiglia, la fiducia di avere ancora qualcosa da offrire. Il lavoro ci lega agli altri e dà concretezza alla nostra speranza nel mondo. Che cosa ci si aspetta allora da chi assume un ruolo?

Molti di voi guideranno aziende, progetti, istituzioni, vi sarà chiesto di prendere decisioni in condizione di incertezza e sotto pressione. Da chi assume un ruolo ci si aspetta anzitutto competenza, che conosca ciò che gli è affidato e che se ne occupi seriamente. Poi capacità di giudizio, che sappia ascoltare, scegliere una direzione e decidere anche quando le informazioni sono incomplete, e che risponda delle proprie scelte spiegandone le ragioni, verificandone le conseguenze, correggendole quando occorre. Le persone si attendono inoltre di poter contare su chi esercita una responsabilità, che sia presente anche nelle difficoltà, che la sua parola abbia un peso e che dia un contributo anche agli altri. Questo riguarda anche me: guidare una comunità comporta tenere insieme la direzione del cammino e la vita concreta delle persone, permettendo che crescano nella libertà e nella responsabilità.

Un ruolo ci affida dunque qualcosa che va oltre la nostra affermazione personale, anche per voi questo è valido e varrà sempre di più. Il suo senso si misura anche da ciò che rende possibile per gli altri e da ciò che sapremo lasciare a chi verrà dopo di noi. 

Torno allora alla domanda iniziale. Che cosa ci consente, dunque, di impegnarci quando il risultato rimane incerto? In Terra Santa ne facciamo esperienza, non sappiamo come andrà, cosa sarà. Posso rispondere soltanto a partire dalla mia esperienza.

Non ho garanzie sul futuro della Terra Santa. Ma ho legami che mi rendono corresponsabile del suo futuro. Quei legami hanno dei volti. Danno forma alla storia di comunità alle quali appartengo, di persone con cui condivido preoccupazioni e speranze. La loro vita entra nelle mie decisioni. Quando penso a ciò che è possibile fare, penso anche a loro. Da questa appartenenza nasce una ragione per continuare, anche nei momenti in cui non riesco a intravedere una soluzione.

Mi sembra che qui tocchiamo qualcosa di essenziale per ogni vita. A un certo punto, tra le molte cose che potremmo fare, alcune diventano nostre perché accettiamo di risponderne. Una relazione, un lavoro, un’opera chiedono tempo e fedeltà. La libertà prende una direzione e, prendendola, assume dei legami.

Questo, soprattutto per voi giovani, può fare paura perché legarsi significa diventare vulnerabili: quello che accade a una persona, a una comunità, a qualcosa in cui crediamo, può farci soffrire. Eppure, è proprio attraverso quei legami che molte cose acquistano valore. Il desiderio di tenere sempre aperta ogni possibilità rischia di lasciare la vita in sospeso, come se la scelta decisiva dovesse avvenire soltanto quando saremo certi di non perdere nulla. Una certezza del genere, nelle cose importanti, difficilmente ci viene concessa. Chi comincia un’amicizia, chi educa, chi intraprende qualcosa insieme ad altri affida una parte di sé a una storia che resta aperta. Anche la gioia nasce da questa disponibilità: dall’esperienza di essere coinvolti in qualcosa che merita il nostro tempo e che non si esaurisce in noi.

Riconoscere il valore di un legame domanda anche intelligenza e libertà. Ci sono progetti da correggere, strade da abbandonare, decisioni da ripensare. La fedeltà alle persone può richiederci di cambiare profondamente il modo in cui abbiamo cercato di servirle. Occorre poter distinguere ciò di cui siamo responsabili dall’attaccamento alla soluzione che avevamo immaginato.

E qui collocherei la speranza. Nella mia esperienza di credente, essa nasce dalla relazione con Dio e prende forma nella vicinanza alle persone.

Mi sostiene la convinzione che la vita di ciascuno abbia un valore che nessuna violenza può cancellare.

Questa convinzione ha conseguenze molto concrete. Una persona che merita cura oggi, un bambino che ha bisogno di imparare oggi, una relazione interrotta che deve poter attendere da noi un primo gesto oggi. Sto parlando a persone che provengono da esperienze diverse, a chi ha una fede religiosa e a chi non crede, ai laureati e alle famiglie che li hanno accompagnati fin qui. La fede cristiana orienta il mio modo di guardare la vita. Altri possono trovare in convinzioni diverse le ragioni del proprio impegno. Possiamo riconoscerci perciò in alcune attese molto concrete che, pur non escludendole, vanno oltre le nostre appartenenze e convinzioni. Chi oggi si laurea desidera mettere a frutto ciò che ha imparato e trovare la propria strada. Chi gli è stato vicino in questi anni spera di vederlo costruire una vita buona, trovare un lavoro, essere amato, affrontare le difficoltà senza restare solo. Da qui nasce una responsabilità che possiamo condividere, il rispetto, la fiducia e le possibilità che desideriamo per noi e per le persone che amiamo, sono importanti anche per gli altri. È su questo desiderio, su questo terreno che voglio incontrarvi e condividere con voi ciò che ho imparato a Gerusalemme. 

Rimane un’ultima domanda, che considero forse la più importante: mentre cerchiamo di costruire il nostro futuro, chi stiamo diventando? Ogni decisione lascia qualcosa dentro di noi. Il modo in cui usiamo una possibilità, trattiamo una persona, reagiamo a una contraddizione, forma lentamente il nostro carattere. Ci abituiamo a un certo linguaggio, a una certa misura delle cose, e quelle abitudini preparano le decisioni successive. La persona che diventiamo si definisce anche attraverso ciò che consideriamo normale.

In Terra Santa questa domanda riguarda in modo doloroso il rapporto tra la sofferenza e l’odio. La violenza può restringere tutto l’orizzonte, fino a farci leggere ogni incontro attraverso ciò che abbiamo subito. Custodire la libertà significa anche raccontare la verità di una storia dolorosa senza trasmettere odio.

Si può piangere i propri morti senza desiderare la morte altrui. Quanto sia difficile, lo comprendiamo quando quei morti hanno nomi e volti che conosciamo. Davanti a chi ha subito violenza, questa possibilità va custodita con rispetto, accompagnando anche i silenzi e la fatica. Nessuno può decidere dall’esterno il tempo di quel cammino. Ma continuare a credere che esso sia possibile significa riconoscere alla persona una libertà che il male subito tenta di sottrarle, significa volere che il suo futuro rimanga aperto mentre la giustizia continua a chiedere verità e responsabilità.

Per questo la vita ha bisogno di luoghi nei quali possiamo esistere interamente anche con ciò che non riesce: gli affetti, l’amicizia, il tempo del silenzio, la gratuità di un incontro custodiscono questa ampiezza. Ci ricordano anche che il nostro valore precede la prova delle nostre capacità e ci permettono di tornare alle responsabilità con maggiore libertà perché sappiamo di poter essere amati anche quando non abbiamo un risultato da presentare.

Oggi celebriamo una preparazione, la vostra, e l’apertura di nuove possibilità, il desiderio di realizzare qualcosa, di dare forma alle proprie idee, di contribuire alla vita comune. Tutto questo merita fiducia. Ci sono opere che attendono intelligenza e iniziativa, problemi che chiedono soluzioni, possibilità che diventano visibili solo quando qualcuno comincerà a lavorarci.

Venendo da Gerusalemme portò con me la consapevolezza della fragilità di ogni costruzione, ma porto anche la convinzione che dentro quella fragilità la nostra azione abbia un valore reale. Una relazione custodita, uno spazio nel quale persone diverse possono incontrarsi, una possibilità restituita a chi l’aveva perduta, cambiano già la vita di qualcuno e da quella vita possono nascere cose che oggi non possiamo né sappiamo immaginare. 

Torno alla domanda iniziale. Che cosa vale la pena costruire? Penso a qualcosa di cui altri possano vivere, nel quale trovino spazio per la propria libertà e dal quale possano ripartire. Qualcosa che avremo curato con serietà e che un giorno sapremo affidare anche a mani diverse dalle nostre.

È questa una delle forme più vere della speranza: prendersi cura di un futuro che sarà anche di altri, e cominciare a renderlo abitabile fin d’ora.

Nel mondo che vi attende ci sarà bisogno di persone capaci di mettere la propria competenza al servizio di una vita più umana per tutti. Vi chiedo perciò di non smettere mai di chiedervi che cosa vale davvero la pena costruire.