Oggi nella nostra newsletter ci occupiamo di un tema di cui normalmente non si parla mai: la risurrezione dei morti. È un tema confinato alla recita delle formule del Credo durante la messa. Eppure la risurrezione di Gesù e, di conseguenza, degli esseri umani, è uno dei contenuti portanti e fondamentali delle fede cristiana. Al tempo stesso però è una questione che interpella tutti, credenti e non, fin da quando san Paolo fece il suo discorso all’Areopago di Atene deriso da quasi tutti. Lo scrittore spagnolo Javier Cercas, non credente, nel suo libro «Il folle di Dio alla fine del mondo» ha scritto: «E se la resurrezione della carne e la vita eterna fossero la massima forma di insurrezione alla portata degli uomini, la ribellione superlativa? E se in questo consistesse la vittoria suprema di Cristo, nell’aver postulato che non siamo qui per accettare la morte ma per sollevarci contro la morte? E se l’impossibile fosse realtà?». Attorno a questo tema martedì scorso a Brescia si è sviluppato l’incontro, molto partecipato, promosso da Morcelliana, Fondazione San Benedetto e Libreria Paoline, in occasione dell’uscita del libro di monsignor Giacomo Canobbio «Sulla risurrezione, un mistero teologico e scientifico» (ed. Morcelliana). Invitandovi a leggere il libro, già di per sé coraggioso nell’affrontare una questione decisiva come la risurrezione, di questo incontro vogliamo riproporvi alcuni passaggi salienti degli interventi dei tre relatori (li trovate sotto). Oltre a monsignor Canobbio c’erano il presidente emerito di Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli e il vescovo di Brescia Pierantonio Tremolada. Quella che arriva dal libro è anche una provocazione che la teologia pone alla scienza, sollecitandola in un dialogo serrato a uscire da uno schematismo che la riduce solo a ciò che può essere constatato empiricamente. Se si osserva invece il procedere della scienza, questa è spinta ad andare sempre oltre lo stretto perimetro di ciò che è immediatamente constatabile. Abituati a non riflettere sulla morte, come se questa riguardasse soltanto gli altri, diventando quindi oggetto di una grande rimozione, troviamo irrealistico porre il tema della risurrezione. E se questo fosse invece l’atto più realistico che possiamo fare? Su questo tema della risurrezione torneremo comunque presto. Vi anticipiamo infatti che venerdì 27 novembre alle 18 la Fondazione San Benedetto presenterà a Brescia il libro del filosofo Massimo Borghesi «Esiste un pensiero cattolico?» dedicato in ampia parte proprio alla questione della risurrezione. Quindi intanto Save the Date, seguiranno dettagli.

Il 23 ottobre a Brescia la presentazione del libro di padre Romano Scalfi

Venerdì 23 ottobre alle 18, nella chiesa di San Cristo a Brescia, in via Giovanni Piamarta 9, la Fondazione San Benedetto invita all’incontro di presentazione del libro di padre Romano Scalfi «Salutami mamma e tutti – Lettere alla famiglia 1937 – 1972» (Editore La Casa di Matriona). Interveranno Marta Carletti Dell’Asta, curatrice del libro, Adriano Dell’Asta, presidente dell’Associazione Russia Cristiana, e Luigi Geninazzi, giornalista.
Padre Scalfi ha fondato nel 1957 a Milano il Centro Studi Russia Cristiana, con l’intento di far conoscere la tradizione letteraria, artistica e religiosa della Russia e di dar voce al samizdat (autoeditoria clandestina) facendosi portavoce della difesa dei diritti religiosi e umani. Nato a Tione di Trento nel 1923, è morto a Seriate il 25 dicembre 2016. A dieci anni dalla sua scomparsa il libro raccoglie le sue lettere ai familiari dal 1937 al 1972 aiutando a ricostruire gli aspetti personali della sua vicenda umana. Si vede un adolescente diventare uomo attraverso lutti, guerra, povertà, malattie, la scoperta della vocazione missionaria.


Dialogo sulla risurrezione

Trascrizione dei passaggi salienti degli interventi dell’incontro tenuto il 6 ottobre 2026 a Brescia. Il video integrale del dibattito è disponibile a questo link.

Giovanni Bazoli – presidente emerito di Intesa Sanpaolo 

Quello della risurrezione è un tema decisivo, ineludibile. Il suo annuncio offre ai non credenti a prima vista molti argomenti per stroncare e addirittura in alcuni casi per dileggiare la fede. La risurrezione infatti appare come un evento contraddetto dall’esperienza comune a tutti gli uomini, talmente straordinario anche per la tradizione ebraica del tempo da risultare incredibile. Tra gli enunciati cristiani sembra il più inverosimile. Per contro è uno dei contenuti essenziali della fede cristiana. San Paolo afferma che se Cristo non è risorto, vuota è la nostra predicazione, vuota anche la nostra fede, senza aggiungere che la vita eterna è l’aspirazione massima di ogni uomo. Scrive don Giacomo che la teologia deve considerare a fondo le ragioni delle difficoltà e dello scetticismo che incontrano molti a credere nella resurrezione di Gesù e ancor più nella resurrezione degli altri esseri umani. Anche perché queste difficoltà non sono solo dei non credenti, ma sono avvertite pure dai credenti come risulta dall’indagine sulla fede degli italiani riportata nel libro, secondo cui solo un terzo dei cattolici praticanti dichiara di credere nella risurrezione dei morti. E il libro prende proprio le mosse da questo paradosso. L’annuncio della risurrezione che dovrebbe aiutare, incoraggiare gli esseri umani a non rassegnarsi alla ineluttabilità della morte, stenta invece a essere creduto. Constata l’autore che il dato di fatto prevale sull’annuncio. Il libro dunque è scritto non solo per convincere i non credenti ma anche per aiutare i credenti a superare le difficoltà che si oppongono all’accettazione della fede nella risurrezione.
Il libro è una difesa approfondita della verità della risurrezione. Ma nell’epilogo c’è qualcosa di più di una difesa. L’autore illustra infatti due passaggi che aprono uno spiraglio, sono sue parole, all’accettazione della fede nella risurrezione. Il primo scaturisce dalla possibilità che un contributo a tale riguardo possa venire dall’indagine scientifica sulla natura della materia. Vorrei invece soffermarmi sul secondo spiraglio indicato da don Giacomo, perché è quello che mi convince pienamente. È l’affermazione del rapporto esistente nell’esperienza umana, tra la risurrezione e il desiderio che è definito – mi piace moltissimo – struttura fondamentale dell’esperienza umana. Certamente il desiderio di non essere inghiottiti definitivamente dalla morte non è garanzia che si avveri quello che si desidera. Ma secondo la fede ebraico-cristiana, la vita eterna, e non la morte, è disposta da Dio per gli esseri umani. Il desiderio definito naturale non può essere vano. Scrive San Tommaso nella Summa Teologica: «La morte non può essere l’ultima parola sulla vita, perché negherebbe la propensione nativa di tutti gli enti a raggiungere il fine inscritto nella loro natura». La risurrezione risponde all’attesa fondamentale dei viventi, perché è il compimento dell’attesa di pienezza della vita. Il mondo della resurrezione costituisce il compimento del mondo attuale. Tutto ciò che in questo mondo si è vissuto assumerà i contorni della pienezza. L’azione risuscitatrice di Dio nei confronti degli esseri umani risponde al desiderio di questi di non essere inghiottiti definitivamente dalla morte e non semplicemente mediante il permanere dell’anima, bensì nella totalità della loro persona che implica il corpo nonché le relazioni affettive che hanno permesso di vivere.

Mons. Pierantonio Tremolada – vescovo di Brescia 

Ci sono tre passaggi in questo libro che corrispondono ai tre capitoli e che rispondono a tre domande. La prima è che cos’è la risurrezione? Risorgeremo e cosa vuol dire che risorgeremo? La seconda è quando risorgeremo? La terza è come saremo quando saremo risorti? Perché tutto questo non risulti teorico vi confesso che da quando ho perso i miei genitori, mia mamma a 90 anni e mio papà a 95, nell’arco di un mese e mezzo, mi sono detto «ma dove sono?». Ho le loro fotografie sulla mia scrivania, ogni mattina prego per loro «l’eterno riposo dona loro Signore, splenda ad essi la luce perpetua». Vi siete mai chiesti cosa chiediamo quando diciamo per i nostri morti «l’eterno riposo dona loro Signore»? Il riposo va inteso nel senso più bello del termine. Quando noi ci riposiamo cosa succede? Siamo consolati, siamo nel nostro ambiente, finalmente sono a casa, posso riposare. La risurrezione secondo me va guardata così, ed è in questa direzione che, per quello che io ho capito, si spinge la Sacra Scrittura, soprattutto i Vangeli. La risurrezione è la pienezza della vita. Gesù nel Vangelo di Giovanni dice: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». Davanti a queste parole vien da rispondere: «Ma no, non ce l’abbiamo la vita, perché moriamo!»Ricordate quando Marta, una delle due sorelle di Lazzaro, morto da alcuni giorni, va incontro a Gesù e gli dice: «Perché non sei venuto prima? Potevi salvarlo». Se andiamo a leggere il capitolo undicesimo del Vangelo di Giovanni, ci accorgiamo che invece Gesù ha aspettato che il suo amico morisse. Ha aspettato! Gesù intenzionalmente non è andato perché il suo ultimo atto prima della Passione sarà tirar fuori dal sepolcro il suo amico Lazzaro. «Questo sarà il segno che darò, di ciò che succederà poi a me, che succederà a tutti, cioè la prova che la morte non ha l’ultima parola sulla vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà e chiunque vive credendo in me non morirà mai». E che cos’è questa vita? Esattamente a questo livello si collocano le domande che don Giacomo ha affrontato nel suo testo. Se noi, nonostante la nostra morte, o a dispetto della nostra morte, non moriremo, che vuol dire questa cosa? Mio papà e la mia mamma dove sono in questo momento? Stanno vivendo ancora? Certamente sì, perché questo ce l’ha detto il Signore, non solo ce l’ha detto, si è anche presentato, è apparso risorto, si è fatto incontrare. Allora, o queste cose sono delle invenzioni (ma è un po’ difficile immaginare che questa gente si inventasse qualcosa del genere per continuare la sua causa e avere un posto importante nella storia partendo dalla sperduta Galilea), oppure se l’hanno incontrato vivo, allora che vita è quella? Nel Vangelo leggiamo che il Cristo risolto si fa presente a porte chiuse. Ma che tipo di corpo è quello allora? Luca racconta che Gesù chiede da mangiare, gli danno del pesce, lo mangia davanti a loro, allora è lui, ma non è più lui. Che tipo di corpo è questo? E allora ecco qui una seconda domanda, ma i morti risorti che corpo avranno? I miei genitori in questo momento hanno un corpo, però li abbiamo messi nella tomba, il corpo se n’è andato. Cos’è il corpo? È il fisico? Noi abbiamo un corpo, e questo che sto toccando è un corpo? Per un verso sì, per un verso no. Perché alla fine il corpo non vale per se stesso nel senso che è una dimensione della nostra soggettività che ci consente di entrare in relazione con il mondo. Quando dico corpo non dico prima di tutto i muscoli, i nervi, dico i cinque sensi, dico gli occhi che mi permettono di vedere, dico la bocca che mi permette di parlare… I miei genitori, negli anni che hanno vissuto, hanno attivato il proprio corpo. Quante persone hanno visto, quante cose hanno sentito, quante parole hanno pronunciato. E tutto questo scomparirà, se ne andrà? No, non andrà. Quando dici che il corpo continuerà a esistere, anche se sarà diverso, vuol dire che tutto quello che tu hai vissuto attraverso il tuo corpo non si perderà. Anche questo è suggestivo. Ci riconosceremo? Io riconoscerò i miei genitori quando anch’io farò il passaggio? Certo, li riconoscerai. Perché avranno lo stesso corpo, avranno ancora la stessa faccia? Non avranno più la faccia come prima. Cosa avranno? Avranno ciò a cui la faccia, il volto rimandava. Cioè avranno la possibilità di essere riconosciuti per quello che erano, per quello che hanno fatto, per quello che hanno detto. Ricorderò tutto questo, ma lo ricorderò in una forma diversa, perfetta. 

Mons. Giacomo Canobbio – teologo, autore del libro 

Perché ho deciso di scrivere questo libro? Probabilmente è giunto all’orecchio di tanti quanto lo scrittore spagnolo Javier Cercas ha scritto nel suo libro dopo il viaggio in Mongolia con Papa Francesco. Sull’aereo lui ha domandato al Papa che cosa potesse dire lui ateo alla madre rimasta vedova che desiderava sapere se una volta morta potrà reincontrare suo marito. E Papa Francesco risponde a Cercas che sicuramente sarà così. Cercas in una pagina del suo libro, riferendosi alla resurrezione della carne e alla vita eterna, scrive: «Ma non sarà questa la vera rivoluzione?». Mi aveva colpito questa affermazione. Perché mi aveva colpito? Perché ascoltando abitualmente le persone mi sono accorto della fatica che fanno ad accettare un dato fondamentale della fede cristiana che dal Nuovo Testamento arriva fino a noi. Il dato è quello che ogni domenica a messa confessiamo dicendo: «credo la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà».
Perché le persone fanno così fatica? Perché, come ricordava il professor Bazoli citando un passaggio del libro, il dato di fatto, la constatazione della morte, incide sulla coscienza delle persone molto più di quanto l’affermazione di fede possa fare.
Nella mia testa i nostri padri, quelli che sono venuti prima di noi, non erano tonti. Se hanno pensato alla risurrezione dovevano avere delle ragioni. Quelle ragioni resistono alla critica che viene dal sapere scientifico. Ma il sapere della fede è un sapere o è una fantasia? Noi tendenzialmente riteniamo che il sapere sia quello scientifico, perché il sapere scientifico ci porta delle prove, anche se questo è il modo più diffuso di pensare la scienza. Se si leggono i libri degli scienziati, di quelli che studiano effettivamente, non dei divulgatori scientifici, ci si accorge che gli scienziati stessi non sono così sicuri che le loro affermazioni corrispondano alla constatazione che noi, popolo, facciamo ogni giorno. Noi riteniamo che la materia sia qualche cosa che tocchiamo, che pesa, che vediamo. I fisici dicono che la materia non è questa. Ciò che costituisce la materia sono i bosoni, i fotoni, i neutroni, eccetera, eccetera. Cose che noi non vediamo. È interessante, noi pensiamo di aver trovato gli elementi costitutivi della materia, ma man mano si procede ci si accorge che questi elementi costitutivi scoperti oggi aprono ad altre scoperte. E allora mi è venuta l’idea, fatto salvo che la fede sa, quindi la fede conosce la realtà, perché non provare a provocare gli scienziati? Noi diciamo credo la risurrezione della carne, credo la risurrezione dei morti. Voi provate a immaginare, dico agli scienziati, voi che studiate la materia, che si trasforma continuamente, che constatate che quello che avevate scoperto ieri è soltanto un prodromo a nuove scoperte, provate a immaginare se le affermazioni della fede, fatto salvo che esprimono un modo di sapere, possano trovare almeno ipoteticamente un riscontro. Ecco questo era l’obiettivo che mi prefiggevo. Ripeto partendo dalla consapevolezza che la fede è un sapere, che quelli che sono venuti prima di noi non erano tonti, che il sapere scientifico non è in contraddizione con il sapere della fede. Può aiutare il sapere scientifico a sapere meglio quello che la fede sa. Questo è l’orizzonte dentro il quale il libro è nato. È indiscutibilmente un’ipotesi. Va al di là degli schemi secondo i quali abitualmente si pensa il rapporto tra il sapere scientifico e il sapere teologico. In contrasto, in parallelo o in aiuto reciproco. Sembrerebbe che sia soltanto la scienza a provocare la fede o la teologia. Proviamo a invertire la prospettiva. Perché la teologia non potrebbe provocare la scienza ad aprire nuovi orizzonti di scoperta?