«Lo abbiamo fatto per divertimento, ci annoiavamo». Hanno confessato così i due minorenni che a Roma a bordo di una minicar sono stati protagonisti nelle ultime settimane di sei aggressioni a pedoni, ciclisti, persone in monopattino. Hanno agito «senza mostrare pentimento, senza dare l’impressione di avere piena coscienza della gravità di ciò che avevano fatto», riferiscono i verbali della confessione. Osserva Concita De Gregorio su Repubblica: «resto con la sensazione che sia qui il nodo del guasto, quello che non sappiamo dei giovanissimi, eppure non so metterlo a fuoco fino in fondo. Non hanno piena coscienza. Come se il mondo fosse un videogioco, un film d’azione, come se non esistesse la responsabilità: le conseguenze delle cose. Zero, nessuna conseguenza, nemmeno il timore di essere scoperti. Hanno parcheggiato la minicar sotto casa. Il giorno dopo sono tornati a scuola».
Questa vicenda insieme a tutti gli elementi sconcertanti che porta con sé fa venire a galla l’urgenza di ritrovare un vero rapporto con la realtà della vita, delle persone, delle cose, di diventare coscienti di ciò che siamo, di uscire dal grande «videogioco» in cui si rischia di restare intrappolati. Una questione da cui nessuno può chiamarsi fuori, che riguarda tutti, tanto i ragazzi quanto gli adulti. Proprio in questi giorni lo scrittore Marco Lodoli, che per molti anni ha insegnato lettere nelle scuole professionali della periferia romana, sull’Osservatore Romano parlando del Deserto dei Tartari di Dino Buzzati sottolinea che «tutti gli adolescenti hanno abitato per qualche tempo, tanto o poco, nella Fortezza Bastiani, davanti al deserto dei Tartari, affascinati e spaventati dalla stasi assoluta, dal rifiuto di partecipare alla giostra del mondo» in attesa della «grande occasione, del momento glorioso in cui la vita si presenterà squillando e tambureggiando sotto forma di un grande amore, di un viaggio avventuroso, di una scelta inevitabile ed eroica». Ma la storia del sottotenente Drogo, il protagonista del romanzo di Buzzati, svela la trappola e mostra «il pericolo di vivere solo come spettatori, affacciati a una finestra immobile o nel buio perenne sotto qualche palcoscenico», rilanciando – scrive Lodoli – «la volontà di esistere, di crearsi una vita vera, magari confusa, traballante, ma comunque incamminata lungo una strada reale». Su questa strada reale si muove anche il nostro tentativo come Fondazione San Benedetto con un’attenzione concreta a sostenere i giovani nel loro percorso di educazione e di formazione. Esclusivamente da questa passione è nato per esempio il Mese letterario. Anni fa la professoressa Tat’jana Kasatkina dell’Accademia russa delle scienze, fra le massime studiose di Dostoevskij, in uno degli incontri di cui era nostra ospite se ne era uscita con questo invito ai giovani: «Se proprio volete trovare lo sballo leggete Dostoevskij, non cercate altro». Parole eloquenti che dicono a quale livello di ambizione si colloca tutto quanto facciamo. Non ci interessano proposte al ribasso, specie quando si tratta dei giovani. In questo quadro rientra anche la nuova iniziativa che prevede ogni anno un programma di dieci borse di studio a favore di studenti meritevoli provenienti da famiglie in difficoltà economica iscritti a istituti tecnici o professionali paritari cattolici nelle province di Brescia, Bergamo e Milano. L’iniziativa raccoglie l’appello lanciato un anno fa da Papa Leone alla rete degli istituti scolastici cattolici perché sia garantito l’accesso ai più poveri, sostenendo famiglie fragili e promuovendo borse di studio e politiche inclusive. A questo link trovate tutti i dettagli del nuovo programma di borse di studio.
Il 23 ottobre a Brescia la presentazione del libro di padre Romano Scalfi che fondò Russia Cristiana
Venerdì 23 ottobre alle 18, nella chiesa di San Cristo a Brescia, in via Giovanni Piamarta 9, la Fondazione San Benedetto invita all’incontro di presentazione del libro di padre Romano Scalfi «Salutami mamma e tutti – Lettere alla famiglia 1937 – 1972» (Editore La Casa di Matriona). Interveranno Marta Carletti Dell’Asta, curatrice del libro, Adriano Dell’Asta, presidente dell’Associazione Russia Cristiana e già professore di lingua e letteratura russa alla Cattolica di Brescia, e Luigi Geninazzi, giornalista, già inviato speciale di Avvenire e testimone delle rivoluzioni democratiche nell’Europa dell’Est dalla nascita di Solidarność in poi.
Padre Scalfi ha fondato nel 1957 a Milano il Centro Studi Russia Cristiana, con l’intento di far conoscere la tradizione letteraria, artistica e religiosa della Russia e di dar voce al samizdat (autoeditoria clandestina) facendosi portavoce della difesa dei diritti umani e religiosi. Durante il periodo sovietico più che un movimento anticomunista, il samizdat era un movimento per la formazione dell’uomo. Non era guidato da una organizzazione centrale: chiunque avesse qualcosa da dire lo stampava su un ciclostile. Alcuni testi, fra cui anche esemplari di grande letteratura, furono così diffusi in migliaia di copie. Dalla fine degli anni ’50 padre Scalfi iniziò una serie di missioni clandestine in Unione Sovietica e nei paesi satelliti portando decine di migliaia di Vangeli nascosti nelle fodere delle valigie. Nel 1970 viene dichiarato persona non grata dal regime comunista. Potrà tornare in Russia solo dopo la caduta del Muro. Padre Scalfi nato a Tione di Trento nel 1923, è morto a Seriate il 25 dicembre 2016. A dieci anni dalla sua scomparsa il libro raccoglie le sue lettere ai familiari dal 1937 al 1972 aiutando a ricostruire gli aspetti personali della sua vicenda umana. Si vede un adolescente diventare uomo attraverso lutti, guerra, povertà, malattie e la scoperta della vocazione missionaria.
Senza coscienza della gravità
di Concita De Gregorio
da La Repubblica – 15 ottobre 2026
«Senza mostrare pentimento, senza dare l’impressione di avere piena coscienza della gravità di ciò che avevano fatto». Rileggo questo passaggio dei verbali della confessione dei due ragazzini, 16 e 17 anni, che a Roma a bordo di una minicar nera hanno spinto a terra e aggredito sei persone. Per le lesioni provocate alla settima, l’attore Davide Iacopini, l’ipotesi di reato è tentato omicidio. Iacopini era in monopattino quando lo hanno intenzionalmente fatto cadere: ha battuto la testa, è stato operato due volte, è tuttora in terapia intensiva.
«Senza dare l’impressione di avere piena coscienza della gravità di ciò che avevano fatto». Leggo ancora e resto con la sensazione che sia qui il nodo del guasto, quello che non capiamo dei giovanissimi, eppure non so metterlo a fuoco fino in fondo. Non hanno piena coscienza. Non si rendono conto, eppure dovrebbero: sono grandi, non sono bambini, vanno a scuola, hanno famiglie che si occupano dei loro bisogni.
Dov’è il guasto? Nella generazione precedente, che ha fallito il passaggio di consegne? Nell’eccesso di disponibilità, nella saturazione dei bisogni? Nella rabbia, nell’indolenza, dove? Hanno detto di averlo fatto per divertimento. Era il compleanno di uno di loro, festeggiavano così. De-vertere, volgere altrove: divertirsi significa distogliere la mente. Dalle fatiche quotidiane, per esempio. Quali fatiche? Faticheranno i genitori, leggo che il padre di uno dei ragazzi è un carabiniere, immagino che lavorino tutti, forse anche i nonni ancora giovani. Ma un sedicenne, che fatica fa? La fatica di vivere, certo. Come tutti, come in ogni epoca.
Qui, però, c’è quella frase che disegna un tempo diverso: non avere coscienza. Come se il mondo fosse un videogioco, un film d’azione, come se non esistesse la responsabilità: le conseguenze delle cose. Zero, nessuna conseguenza, nemmeno il timore di essere scoperti. Hanno parcheggiato la minicar sotto casa. Il giorno dopo sono tornati a scuola. È tutto troppo, è tutto troppo poco.
Il Deserto dei Tartari e il pericolo di vivere solo come spettatori
di Marco Lodoli
da L’Osservatore Romano – 15 ottobre 2026
Tutti gli adolescenti hanno abitato per qualche tempo, tanto o poco, nella Fortezza Bastiani, davanti al deserto dei Tartari, affascinati e spaventati dalla stasi assoluta, dal rifiuto di partecipare alla giostra del mondo. Il libro di Dino Buzzati, pubblicato nel 1940, è uno di quei libri capaci di riprodurre con immagini indimenticabili uno stato d’animo tipico della giovinezza, ossia l’attesa della grande occasione, del momento glorioso in cui la vita si presenterà squillando e tambureggiando sotto forma di un grande amore, di un viaggio avventuroso, di una scelta inevitabile ed eroica. Ma il tempo scorre e non accade nulla, l’attesa logora, le stagioni e gli anni scivolano via come sabbia asciutta nella clessidra, e il ragazzo continua ad aspettare, sente di meritare un destino meraviglioso, ma non fa nulla affinché questo destino si manifesti.
È un lungo momento attonito, stupito, sospeso: e in questa sfiorita e malinconica vigilia capita che qualcuno — un professore, uno zio, un amico — regali a quel ragazzo, a ogni ragazzo, il romanzo di Dino Buzzati, e tutto diventa più chiaro, la trappola è svelata e la paura di sciupare la propria esistenza, proprio come fa il sottotenente Drogo, smuove le ruote del tempo e rilancia la volontà di esistere, di crearsi una vita vera, magari confusa, traballante, ma comunque incamminata lungo una strada reale. Drogo ha vissuto invano, sperando che i Tartari si presentassero in quel deserto sconfinato davanti alla Fortezza Bastiani. Un deserto che è metafora del nulla seducente e ipnotico, il nulla unico orizzonte dell’esistenza del sottotenente Drogo.
Alla fine i Tartari arriveranno, almeno il luccicare di armi e corazze in quel deserto sembra raccontare la loro avanzata, ma per Drogo è tardi: la morte arriverà prima delle orde nemiche. È quasi una beffa, uno scherzo maligno: una vita vuota, consumata sull’orlo di una possibilità immaginaria, e quando il mondo sembra finalmente venire incontro a chi lo ha atteso con tanta fede, o con tanta desolata pigrizia, la morte più banale si fa avanti e pretende la sua vittima.
Il deserto dei Tartari scuote ogni adolescente, lo libera da un certo torpore, dalla fiducia immotivata che qualcosa di bello e di buono prima o poi accadrà. Ebbene: può non accadere nulla, si può perdere la vita aspettando un treno che non passerà mai. È un libro che fa paura e che immediatamente produce una spinta vitale, perché non si può vivere e morire come Drogo, inutilmente, alla fine anche coraggiosamente, ma senza alcun ricordo felice o infelice.
Da questo capolavoro della letteratura mondiale, Valerio Zurlini ha tratto il suo ultimo film, cambiando poco o nulla di quanto è scritto nel libro, obbedendo quasi pedissequamente alle parole di Buzzati. Forse proprio per questa fedeltà assoluta, ci ricordiamo più il romanzo che il film. Quella fortezza, con i suoi smisurati cortili interni, i saloni per la cena e per le vuote conversazioni, gli spalti da cui ammirare l’infinito nulla, e le regole fisse e incomprensibili della vita militare, in questo caso della non-vita, tacchi che battono, mani che scattano alla visiera del cappello, rispetto assoluto verso ridicole gerarchie, tutto è già nella testa di chi ha letto Buzzati, sono luoghi e situazioni simboliche che già stavano in noi.
Il film non aggiunge moltissimo, però può essere utile agli insegnanti di lettere e di filosofia per mostrare ai loro studenti il pericolo di vivere solo come spettatori, affacciati a una finestra immobile o nel buio perenne sotto qualche palcoscenico, davanti al deserto che nuovi Tartari hanno preparato. Triste è fallire, ma molto più triste è non partecipare alla vita, essere solo un individuo in fila alla cassa, con il carrello riempito da chissà chi. «Ho fallito, la prossima volta fallirò meglio», scriveva Beckett. Ecco, meglio provarci mille volte ancora che marcire tristemente nella Fortezza Bastiani.


