«Cercano qualcosa», parola di Leone

Al termine del viaggio di Papa Leone in Francia, Matteo Matzuzzi nei giorni scorsi ha scritto sul Foglio: «“Cercano qualcosa”. Di tutte le risposte date dal Papa ai giornalisti che l’hanno seguito nel viaggio di quattro giorni in Francia, questa frase è stata la meno ripresa. Si riferiva al popolo di Francia che ha affollato strade, piazze, santuari e cattedrali in quattro giorni che hanno segnato la storia del pur giovane pontificato leonino. Ampio spazio hanno avuto sui media, come è comprensibile, le riflessioni sulla guerra che è sempre una inutile strage, sulle fake news al tempo dell’intelligenza artificiale, sull’estremismo di destra che condiziona il voto e il vivere quotidiano degli europei (e non solo). Ma è in quel “cercano qualcosa” che si può capire, forse, il messaggio più potente di quanto vissuto tra Parigi, Lourdes e Metz. Leone XIV si riferiva in particolare agli ottantamila ragazzi che venerdì sera, allo stadio di Saint-Denis, hanno cantato a cappella il Salve Regina».

Nella nostra newsletter oggi partiamo da qui perché, che si sia credenti o non credenti, senz’altro interroga vedere la risposta impressionante che ha avuto la visita del Papa in Francia, in un paese in cui più intenso e radicato è stato il processo di secolarizzazione.
In particolare di questo viaggio vogliamo riproporre il discorso, che forse molti avranno già letto ma che merita di essere ripreso, fatto lunedì da Leone XIV a Metz ricordando Robert Schuman, uno dei padri fondatori dell’Europa. Un discorso nel quale ha parlato anche di San Benedetto sottolineando come senza la sua «coltivazione» «la civiltà europea così come la conosciamo non esisterebbe». 

Le parole del Papa non sono un ricordo dell’Europa che fu, ma entrano direttamente nel merito delle sfide di oggi con un forte messaggio ai giovani a non avere paura del futuro. Sono un invito a non abbandonare la costruzione dell’Europa anche quando alcuni risultati sembrano deludere le aspettative. «La pretesa moderna di “avere tutto, subito” – ha detto Leone – non corrisponde alla storia e alla cultura europee che, al contrario, insegnano il valore del tempo e della pazienza».

L’incontro del Papa con i giovani allo Stade de France

Insieme al discorso del Papa, per approfondire il tema dell’Europa vi invitiamo a leggere l’intervista al filosofo Rocco Buttiglione pubblicata da Avvenire. Sotto trovate il testo del discorso e l’intervista. In un tempo in cui tutto viene dimenticato o rapidamente rimosso ripercorrere da quale storia sia nato il processo di costruzione europea è fondamentale per guardare con consapevolezza al presente senza lasciarsi trascinare dalle correnti delle ideologie o della propaganda.

La risurrezione, un mistero teologico e scientifico, incontro a Brescia il 6 ottobre 

Martedì 6 ottobre alle 17.45 a Brescia, alla Libreria Paoline in via Gabriele Rosa 57, siete tutti invitati alla presentazione del libro di Giacomo Canobbio «Sulla risurrezione – Un mistero teologico e scientifico» (editrice Morcelliana). Dialogheranno sul tema il vescovo di Brescia mons. Pierantonio Tremolada,  Giovanni Bazoli, presidente emerito di Intesa Sanpaolo, e mons. Giacomo Canobbio, docente emerito di Teologia sistematica alla Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale. L’incontro è promosso da Fondazione San Benedetto, Morcelliana e Paoline. Il dibattito sarà moderato dal direttore editoriale di Morcelliana Ilario Bertoletti.


INCONTRO “ALLE RADICI DELL’EUROPA PER LA PACE E L’UNITÀ”  

Discorso del Santo Padre Leone XIV


Centro Congressi “Robert Schuman” di Metz – 28 settembre 2026

Sono molto felice di trovarmi qui, in questa città storica, crocevia nel cuore del continente, per un incontro dal titolo evocativo: Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità. Vi ringrazio per le gentili parole che mi sono state appena rivolte.

Il titolo proposto si ispira senza dubbio alla figura del Venerabile Robert Schuman, cui oggi vogliamo rendere un omaggio particolare, in questo centro che porta il suo nome, e soprattutto qui, nella Mosella, regione dove lungamente ha vissuto, dove riposa e della quale è stato per molti anni rappresentante all’Assemblea Nazionale. È da questa regione, con le sue vicissitudini nel XIX e nel XX secolo, che ha tratto ispirazione per contribuire a plasmare l’Europa di oggi e di domani attraverso la sua celeberrima Dichiarazione del 9 maggio 1950. Questo testo segna allo stesso tempo il punto di partenza e di arrivo del suo impegno per la riconciliazione e l’unità del continente europeo, che ha segnato tutta la sua vita.

Oggi vogliamo intraprendere, con il pensiero, un viaggio che comincia dalle radici dell’Europa per arrivare al suo presente e guardare verso il futuro. Ci chiediamo in che modo Robert Schuman sia stato plasmato dalla storia di questa terra, della quale era figlio, e come abbia contribuito in modo fondamentale a plasmare l’Europa moderna, fino a esserne considerato un “Padre fondatore”.

È sempre difficile dare una definizione d’Europa, sia per il presente che per il passato. L’Europa, infatti, ha gradualmente preso coscienza di sé nelle epoche storiche della civiltà ellenistica, dell’Impero romano, e poi della diffusione del cristianesimo, integrando, nel corso del tempo, nuove culture come, tra le altre, quelle germaniche e slave, fino a comprendere regioni sempre più vaste.

L’Europa va intesa, quindi, come una realtà culturale e storica ancor prima d’essere una realtà geografica. Nel corso dei secoli, ha assunto nuovi confini e nuove definizioni, attraversando periodi di crescita, profonde crisi e nuove rinascite. Una costante che si può notare nel suo lungo e turbolento percorso storico risiede nel fatto che l’Europa si è sviluppata ed è progredita quando è stata capace di elaborare gli aspetti positivi del suo passato, e riproponendoli in forme nuove e creative grazie all’incontro con l’altro. La civiltà europea è infatti anche frutto di incontri secolari, anche se non sempre facili. Basta pensare alla presenza della cultura araba nella penisola iberica, o alla proiezione del “Vecchio Continente” nel “Nuovo Mondo”, che ha generato, talvolta dolorosamente, nuove sintesi sul continente americano.

Per capire questa lunga storia, tuttavia, non si può tacere di un altro Padre dell’Europa: san Benedetto, che il santo Papa Paolo VI proclamò patrono d’Europa nel 1964, definendolo «messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà». L’aiuto ai poveri, ai malati, agli anziani; l’educazione dei bambini e le università; gli ospedali e la medicina; l’architettura e l’ingegneria; lo sviluppo delle scienze; il diritto e l’organizzazione delle città e degli stessi Stati: tanti ambiti, in Europa, sono stati profondamente influenzati da san Benedetto e dai suoi monaci! Senza questa coltivazione monastica, la civiltà europea così come la conosciamo non esisterebbe. Qui, a Metz, grazie all’opera, tra gli altri, di san Crodegango, si respirava uno spirito benedettino di fraternità, comunione e condivisione. È da qui che il canto gregoriano si è diffuso nei territori carolingi, portando armonia e bellezza in tutto il continente.

Non si può quindi parlare dell’Europa senza menzionare il cristianesimo. Robert Schuman ne era ben consapevole quando affermava: «Il cristianesimo ha insegnato l’uguaglianza di natura di tutti gli uomini, figli dello stesso Dio, redenti dallo stesso Cristo, senza distinzione di razza, colore, classe o professione. Ha fatto riconoscere la dignità del lavoro e l’obbligo, per tutti, di impegnarvisi. Ha riconosciuto il primato dei valori interiori che, soli, nobilitano l’uomo. La legge universale dell’amore e della carità ha fatto di ogni uomo il nostro prossimo, ed è su di essa che da allora si basano le relazioni sociali nel mondo cristiano».

Un altro Padre fondatore dell’Europa contemporanea, Alcide De Gasperi, gli fa eco mettendo l’accento sul «retaggio comune europeo», cioè «quella morale unitaria che esalta la figura e la responsabilità della persona umana col suo fermento di fraternità evangelica, col suo culto del diritto ereditato dagli antichi, col suo culto della bellezza affinatosi attraverso i secoli, con la sua volontà di verità e di giustizia acuita da un’esperienza millenaria».

Anziché essere un criterio confessionale esclusivo, il riferimento al debito della cultura europea verso il cristianesimo permette di comprendere meglio quanto l’apertura al trascendente sia sempre una dimensione costitutiva della persona umana e una fonte viva di civilizzazione.

A questo proposito, l’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea riveste grande importanza. Incoraggia «un dialogo aperto, trasparente e regolare» con le Chiese, sempre nel rispetto e senza pregiudicare «lo status del quale godono» negli Stati membri. La laicità che regola la vita degli Stati non implica solo il carattere non confessionale delle istituzioni civili, ma presuppone una vera collaborazione tra le parti, così come il rispetto, da parte delle autorità statali e comunitarie, dell’autonomia delle Chiese e la promozione della loro libertà di organizzazione, di espressione e di culto.

Si tratta di risalire alla fonte dei valori che costituiscono il fondamento della convivenza civile, cioè «i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e dello Stato di diritto» (Trattato sull’Unione Europea, Preambolo).

Nel contesto multiculturale di oggi, l’affermazione dell’universalità di questi valori, essenziale per la sua sopravvivenza, passa anche attraverso una riscoperta delle proprie radici e attraverso l’apertura al dialogo con l’altro.

Si tratta di una necessità sociale e politica per riscoprire il ruolo centrale della persona umana e dare un’effettiva consistenza a parole come libertà, democrazia, pace e unità. A tal fine, risulta prezioso l’invito di Papa Francesco ad apprezzare la complessità della realtà europea in tutta la ricchezza delle sue tradizioni e sensibilità, sottolineando «la sfida di un’armonia costruttiva, libera da egemonie».

Questo doppio movimento, di riscoperta e dialogo, permetterà anche di ritrovare un giusto equilibrio tra i diritti stessi, così come tra i diritti e i doveri perché – come ricordava sempre  Papa Francesco – «al concetto di diritto non sembra più associato quello altrettanto essenziale e complementare di dovere, così che si finisce per affermare i diritti del singolo senza tenere conto che ogni essere umano è legato a un contesto sociale, in cui i suoi diritti e doveri sono connessi a quelli degli altri e al bene comune della società stessa».

L’Europa contemporanea, infatti, si trova di fronte a una nuova tappa della sua lunga storia di incontri, con l’arrivo sul continente di tanti uomini e donne in fuga da teatri di guerra e persecuzione, o in cerca di una vita migliore lontano dalla povertà e dalla miseria.

Come ho detto durante la mia recente visita alle isole Canarie, in Spagna: «La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra» (Incontro con le realtà di accoglienza dei migranti).

Tutto questo non sarebbe però ancora sufficiente: accogliere una persona significa integrarla come nella propria famiglia, offrendole la possibilità di sviluppare i suoi talenti, le sue capacità e sensibilità, ma anche di entrare nello spirito della casa che la accoglie. Bisogna cogliere la portata storica di ciò che sta accadendo, vale a dire un incontro senza precedenti tra popoli e culture che chiama a una riscoperta creativa delle nostre radici e, allo stesso tempo, a un ascolto attento dell’altro. L’universalità dei valori fondanti dell’Europa ci assicura che questo dialogo è possibile e che potrà dare una base solida alle nostre società, permettendo di operare in modo più efficace per la pace e per un mondo riconciliato.

È proprio questa lucidità che ha ispirato uomini come Schuman a superare l’opposizione tra le identità culturali e a dare vita alle istituzioni europee, al termine della terribile tragedia della Seconda Guerra Mondiale, che ha mostrato quanto grande sia il male compiuto dall’uomo quando pensa di non incontrare ostacoli nell’esercizio del suo potere.

Robert Schuman, che ha conosciuto confini in continua evoluzione, ha contribuito a gettare le basi di un’Europa consapevole dell’urgenza di abbattere i muri che la laceravano. La sua formazione cristiana gli ha trasmesso il valore dell’uguaglianza, senza distinzione di razza o classe sociale, e gli ha insegnato la dignità del lavoro. La successione di diverse sovranità nazionali gli ha impresso l’importanza del diritto internazionale e il valore della parola data. Cresciuto in un contesto in cui l’orgoglio e lo spirito di vendetta sembravano prevalere, Schuman si è impegnato per la pace e la fratellanza tra i popoli che, dopo essersi a lungo combattuti, riconoscevano finalmente di aver bisogno l’uno dell’altro.

Quali sono dunque gli insegnamenti di Robert Schuman per l’Europa e il mondo di oggi? Innanzitutto, un profondo desiderio di pace. Purtroppo oggi la guerra è riapparsa, anche in Europa: una nuova «inutile strage», che ogni giorno causa innumerevoli vittime civili. E ancora oggi, come nel 1950, le parole contenute nella Dichiarazione Schuman rimangono attuali: «Il contributo che un’Europa organizzata e vivente può dare alla civiltà è indispensabile per mantenere relazioni pacifiche». È necessario impegnarsi in un dialogo paziente, mostrare coraggio nella negoziazione ed essere pronti a sacrificare alcune posizioni per il bene superiore della pace.

Certamente la ricerca della pace in Europa, così come nel resto del mondo, non deve essere confusa con un ingenuo irenismo. Al contrario, le parole di Schuman sono quanto mai attuali: «La pace mondiale non può essere salvaguardata senza sforzi creativi proporzionati ai pericoli che la minacciano». Tuttavia, bisogna guardarsi dall’illusione del riarmo. «Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui» ( Messaggio per la LIX Giornata Mondiale della Pace, 1 gennaio 2026). Favorire la pace è un’opera attiva. Oggi bisogna chiedersi se stiamo realmente facendo “sforzi creativi” per promuovere la pace mondiale, o se stiamo semplicemente cercando di “arginare l’emorragia della guerra” e prepararci meglio a quelle che presumiamo debbano ancora venire.

L’Europa secondo Schuman è un continente dove si preferisce dialogare piuttosto che affrontarsi con le armi; dove si mettono in comune le risorse per fare in modo che «ogni guerra […] diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile».

L’Europa secondo Schuman si basa sul rispetto del diritto internazionale che, a differenza dei diritti nazionali, non può essere imposto con la forza da uno Stato, ma si fonda sul principio universalmente riconosciuto secondo cui pacta sunt servanda. Questo principio è gelosamente conservato dalla legislazione particolare di questa regione, che copre anche i rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica sulla base del Concordato del 1801 tra la Santa Sede e la Francia, ancora in vigore.

Il diritto internazionale e il multilateralismo sottolineano l’eguaglianza effettiva degli Stati nelle loro relazioni reciproche e costituiscono il miglior antidoto alla volontà di dominio, che è all’origine di ogni conflitto. Oggi, le relazioni umane e tra gli Stati si fanno sempre più barbare. Il valore della parola data è disprezzato; ci si vanta piuttosto della menzogna e dell’inganno. L’Europa può porre fine a questa spirale grazie al rispetto per l’altro che ha saputo coltivare e preservare, poiché ha ampiamente dimostrato negli ultimi ottant’anni che è possibile far valere opinioni, rivendicazioni e interessi divergenti, incontrandosi invece di scontrarsi.

Schuman ci ricorda che bisogna sempre dimostrare realismo e coraggio: «L’Europa – affermava – non si farà in un colpo solo, né in una costruzione complessiva: si farà attraverso realizzazioni concrete che creano prima di tutto una solidarietà di fatto». Non bisogna mai perdere fiducia nella nostra capacità di progredire, anche se i passi compiuti sono a volte piccoli e quasi impercettibili. La pretesa moderna di “avere tutto, subito” non corrisponde alla storia e alla cultura europee che, al contrario, insegnano il valore del tempo e della pazienza. È con piccoli passi che si può dare vita a questa solidarietà concreta, che implica che nessuno si senta abbandonato o dimenticato.

Condividendo queste riflessioni, penso prima di tutto ai giovani, chiamati a costruire l’Europa di oggi e di domani. Come già osservava Schuman: «Che questa idea di un’Europa riconciliata, unita e forte diventi d’ora in poi il motto per le giovani generazioni, desiderose di servire un’umanità finalmente liberata dall’odio e dalla paura, che reimpara, dopo troppo tempo di divisioni, la fratellanza cristiana».

Ai giovani dico: abbiate il coraggio di vivere in modo responsabile la missione di costruire la pace, nel vostro cuore, nelle vostre relazioni, nella vostra famiglia, nelle scuole e nelle università, nella vita delle vostre città, dei vostri paesi e di tutta l’Europa.

Non sottomettetevi alla logica della violenza e dell’oppressione.

Amate la vita in ogni momento e non abbiate paura del futuro!

Non abbiate paura di formare una famiglia, di generare figli, di difendere la dignità di ogni persona, dal primo istante nel seno della madre fino all’ultimo respiro.

Non abbiate paura di lavorare instancabilmente al servizio del bene delle vostre comunità, anche attraverso l’impegno politico.

Siate costruttori di comunità!

E con voi, l’Europa, saldamente radicata, continuerà a fiorire e a ispirare il mondo intero.

Che Dio vi sostenga in queste decisioni e che benedica e protegga tutta l’Europa!


Buttiglione: «Le radici cristiane d’Europa antidoto alla xenofobia»

Ci sono tre caratteristiche ad accomunare Robert Schuman – al quale il Papa renderà omaggio, recandosi nella sua Metz, in Lorena, nell’ultimo giorno del suo viaggio in Francia – a Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi, gli altri padri fondatori dell’Europa unita: «La lingua tedesca, la fede cattolica e l’essere cittadini di frontiera. Frontiera che loro vissero come un ponte, un luogo di dialogo e fratellanza, capovolgendo la prospettiva hitleriana di supremazia», spiega Rocco Buttiglione – filosofo, docente universitario, amico di Giovanni Paolo II e studioso del suo pensiero, nonché ex ministro per le Politiche comunitarie e per i Beni e le attività culturali – anche alla luce della sua ben nota dimestichezza con la lingua tedesca. Di padre lorenese e madre del Lussemburgo, Schuman era nato cittadino tedesco, studiò da tedesco e completò gli studi in Germania, ma divenne cittadino francese quando l’Alsazia-Lorena, nel 1919, dopo la Grande Guerra, fu restituita alla Francia col Trattato di Versailles. Curiosamente anche Adenauer, nato a Colonia, nella Renania, si definiva uomo di frontiera. E anche De Gasperi nel 1911 fu per una fase della sua vita austriaco, eletto alla Camera dei deputati del Reichsrat per il collegio Val di Fiemme-Trento.
«Andrebbe ricordato il famoso motto latino Bella gerunt alii, tu felix Austria nube (“Le guerre le facciano gli altri, tu, Austria felice, sposati”) che caratterizzò la strategia degli Asburgo volta a utilizzare il matrimonio combinato per allargare la loro potenza. Il beato Carlo I, ultimo imperatore d’Austria, suggellò questo mito asburgico facendo dell’impero austro-ungarico una forma di unità fra popoli liberi. Con Hitler invece questo mito, in parte fondato in parte no, fu riconvertito a fini di dominio, con gli effetti disastrosi che conosciamo».

Quindi se la distruzione dell’Europa fu teorizzata e attuata in lingua tedesca, il progetto unitario mosse i suoi primi passi in parallelo utilizzando la stessa lingua.
«C’entra anche qui la lingua tedesca, perché fu il politico e filosofo austriaco Richard von Coudenhove-Kalergi a scrivere nel 1923 il libro Paneuropaall’origine di un filone di pensiero – con l’adesione fra gli altri di Albert Einstein, Thomas Mann, Sigmund Freud e sul versante politico di tutti e tre i padri fondatori – che teorizzava con largo anticipo l’unificazione europea. Fu lui, fra l’altro, a proporre l’Inno alla gioia quale inno europeo e a prospettare un primo ambito di politica comune per il carbone e l’acciaio».

Fu la “dichiarazione Schuman” nel 1950 a dare il via questa prima forma di collaborazione europea. Perché proprio il carbone e l’acciaio?
«Schuman scriveva che “l’unione delle nazioni europee esige l’eliminazione del contrasto secolare tra la Francia e la Germania”. Il carbone e l’acciaio da materie prime dell’industria bellica venivano riconvertite per un’idea di pace. Fu questa la sua grande intuizione».
E perché il cristianesimo è stato un fattore unificante per l’Europa?
«Il battesimo e i matrimoni misti misero in relazione in Francia i Goti e i Franchi; in Spagna i Visigoti e gli Ispani; in Germania i Sassoni e i Bavari, o pensiamo anche ai Longobardi, ai Franchi e ai Latini dell’ Adelchi del Manzoni. I tre padri fondatori De Gasperi, Adenauer e Schuman furono espressione di queste culture di frontiera, fusione di popoli diversi. Nasce così un popolo nuovo europeo portatore di un’idea comune di pace universale mutuata dal cristianesimo. Nasce un’idea di unità politica e anche di difesa comune».
E su questa De Gasperi, ormai anziano, dopo l’unità sul carbone e l’acciaio voluta da Schuman, portò avanti la sua ultima battaglia, ma fu sconfitto proprio dalla contrarietà francese.
«La Francia impegnata nella guerra in Vietnam non sapeva se l’Europa l’avrebbe spalleggiata. Ma contro la difesa comune europea si saldarono altri fattori: la contrarietà degli Stati Uniti, che nella Nato preferivano avere i singoli Stati e non un’Europa unita, e la contrarietà dei comunisti».
Ora, con l’ascesa dell’Afd, la Germania sembra diventata l’epicentro della crisi europea, dopo esser stata portatrice di una cultura unificante.
«Viene usato un cristianesimo “ariano” che non esiste per accantonare quella grande prospettiva per l’Europa – che si manifestò con Giovanni Paolo II, portata avanti da Helmuth Kohl – che con il crollo del comunismo poteva respirare “a due polmoni”. Ma avrebbe dovuto riconoscere le sue radici cristiane che avrebbero aiutato a non cadere oggi in una deriva xenofoba e anti-islamica. Basti pensare a come è stata gestita da noi l’emergenza albanese. C’è stata una grande accoglienza e una piena integrazione, era quello il modello da seguire».
Il Papa, rivolto ai parlamentari del Partito popolare europeo, il 25 aprile, ha sottolineato il contributo dei Padri fondatori che considerarono i principi cristiani un fattore comune e unificante, dopo il disastro della Seconda guerra mondiale. Come per De Gasperi anche per Schuman la causa di beatificazione procede.
«La fase diocesana si è chiusa, mi pare, senza ombre. Sarebbe bello che questa visita possa far presagire un passo in avanti decisivo».