Oltre la rabbia dei burattini diretti via social, chi insegna la fatica di costruire?
Questa settimana siamo stati accompagnati dalle immagini degli scontri e delle devastazioni di cui sono stati protagonisti ragazzi, tra cui molti poco più che adolescenti, in diverse città a cominciare da Milano. Una settimana fa mentre scrivevamo dei due minorenni della minicar che a Roma se ne andavano in giro a colpire i passanti come in un gioco demenziale, nelle stesse ore via social centinaia di ragazzini venivano convocati all’assalto di vetrine e negozi in un’esplosione di violenza e di rabbia collettiva. Naturalmente non entriamo qui nelle questioni di ordine pubblico che per contrastare il dilagare della violenza esigono anche adeguate azioni di repressione. E senz’altro interroga anche il fatto che la presunta mente delle convocazioni via social sarebbe un giovane, peraltro residente nel Bresciano, plurilaureato con master, non insomma un emarginato proveniente da qualche periferia degradata.
Ci interessa invece, e non certo da oggi, il tema dei giovani e della manipolazione di cui sono oggetto. In questi giorni abbiamo letto tanti commenti. Tra questi ve ne proponiamo due che si distolgono dalle diverse narrazioni ideologiche cercando di guardare oltre gli aspetti immediati ed emotivi della questione con una preoccupazione costruttiva. Il primo è dello psicanalista Massimo Recalcati su Repubblica, il secondo è di Luciano Violante che ha rilasciato un’intervista al Quotidiano Nazionale. Vi invitiamo a leggerli con attenzione (li trovate sotto). Insieme vi segnaliamo anche altri tre brevi spunti che ci sembrano interessanti:
- Elena Ugolini su Avvenire: C’è un clima che, invece di favorire quel desiderio di bene, lo contrasta, lo soffoca, fino a farlo diventare il contrario, fino a far credere che per poter essere protagonisti, occorre distruggere, occorre avere un nemico al quale fare del male.(…) Distruggere richiede pochi istanti; costruire richiede tempo, responsabilità, pazienza. Se un ragazzo non riconosce più il valore di quella fatica, non basta chiedersi quale punizione meriti. Dobbiamo anche domandarci chi gli abbia mostrato la bellezza e la dignità del costruire. (…) Non possiamo accettare che intere generazioni vengano trascinate in una spirale di contrapposizione, nella quale la violenza viene giustificata in nome di presunte battaglie sociali. Su questo occorre una riflessione seria, serissima, perché, in nome di un futuro da dare ai giovani, rischiamo di minarlo veramente alle radici.
- Antonio Socci su Libero: Sarebbe poi importante che la Chiesa svolgesse la su missione fra i giovani. Nella Torino dell’industrializzazione del XIX secolo c’era un don Giovanni Bosco che aggregò ed educò cristianamente centinaia di ragazzi emarginati delle periferie. Nella tempesta del ’68 ci fu don Luigi Giussani che strappò migliaia di giovani all’inganno delle ideologie violente e al suicidio del nichilismo e della droga.
- Alberto Pellai su Avvenire: Dopo aver tenuto i ragazzi incollati allo schermo per anni, a fare le cose che avrebbero dovuto fare nel mondo reale (ovvero giocare e socializzare), ora il mondo online – che ha preso un forte controllo delle loro vite – comincia a dare loro i comandi. “Vai in piazza e spacca tutto”: e loro come soldati obbedienti, escono di casa e spaccano tutto. L’altro giorno, nei loro smartphones è arrivato il messaggio: “Non andare a scuola, perché è troppo pericoloso”. Complice la paura di noi adulti, quel giorno in tanti non sono andati a scuola. A che cosa stiamo assistendo? A un totale ribaltamento del concetto di villaggio educante: quello del mondo reale era fatto da persone che ci mettevano la faccia e si prendevano responsabilità oggettive verso i minori della propria comunità di appartenenza. Nel mondo virtuale, invece, c’è qualcuno di cui non conosciamo nome e volto che come un burattinaio dirige i nostri figli più fragili e più digitalizzati come farebbe un burattinaio che ne tiene in mano i fili e ne condiziona i movimenti.
Un sistema sanitario alla prova, il 12 novembre a Brescia presentazione del rapporto sulla sanità
Giovedì 12 novembre alle 18 a Brescia, nella sala congressi dell’Ordine dei Medici in via Lamarmora 167, su iniziativa della Fondazione San Benedetto e della Fondazione per la Sussidiarietà è in programma l’incontro sul tema «Un sistema sanitario alla prova». Verrà presentato il rapporto «Sussidiarietà e… salute» curato dalla Fondazione della Sussidiarietà con la collaborazione di docenti e ricercatori di alcune delle maggiori università e centri di ricerca italiani e da poco pubblicato. Si tratta di un’indagine a tutto campo, sulla base di numerosi contributi, della situazione attuale della sanità italiana, dei suoi problemi e delle possibili linee di riforma necessarie per salvaguardarne universalismo ed equità.
Di seguito trovate il programma dell’incontro. La partecipazione è aperta a tutti sino ad esaurimento posti. È gradita la registrazione a questo link.Nella vita di padre Scalfi una testimonianza che parla a noi oggi
Venerdì sera a Brescia nella chiesa di San Cristo, promosso dalla Fondazione San Benedetto si è svolto l’incontro di presentazione del libro «Salutami mamma e tutti» (editore La Casa di Matriona) che raccoglie le lettere ai familiari di padre Romano Scalfi, fondatore del Centro Studi Russia Cristiana. Buona la partecipazione. Un incontro molto bello e interessante che ha permesso di conoscere da vicino la personalità e le radici di una figura straordinaria come quella di padre Scalfi, a dieci anni dalla sua morte, grazie alle testimonianze di Marta Carletti, curatrice del libro, e di Adriano Dell’Asta, presidente dell’Associazione Russia Cristiana, sollecitati dalle domande di Luigi Geninazzi, storico inviato di Avvenire nell’Europa dell’Est e in Russia.
Non sono mancati spunti per comprendere meglio la situazione attuale e, in particolare, la deriva nazionalista che caratterizza la Russia di oggi e di cui padre Scalfi aveva già colto i segnali oltre mezzo secolo fa. Il video dell’incontro sarà disponibile nei prossimi giorni sul nostro sito e sul nostro canale YouTube @FSBenedetto.
Noi cattivi maestri e la violenza diffusa
di Massimo Recalcati – da la Repubblica – 19 ottobre 2026
Sarebbe molto di più di un errore grossolano confondere le manifestazioni di piazza degli studenti per difendere i loro diritti con gli atti vandalici che hanno devastato Milano e altre città; sarebbe del tutto ingiusto verso i nostri figli che coraggiosamente protestano per un mondo che non lascia loro alcun avvenire; sarebbe semplicemente un gesto di malafede intellettuale. Restano tuttavia nei nostri occhi insieme alla grande partecipazione popolare alle manifestazioni pacifiche degli studenti e dei sindacati, la barbara devastazione delle nostre città. Non bisogna, infatti, sottovalutare il fenomeno di questa violenza erratica che in Italia come in Francia genera caos e confonde del tutto illegittimamente il conflitto politico con l’aggressione violenta alla dimensione democratica del nostro ordinamento civile.
Ma sono i giovani ad essere i veri colpevoli di questa confusione? Da dove viene la violenza fuori legge che esplode ogni volta che si tengono legittimi raduni di piazza? Io credo che vi sia una profonda responsabilità delle vecchie generazioni e dei loro maestri. So di scrivere qualcosa che per il mondo della sinistra non risulta politicamente corretto, ma, per fare un solo esempio, io credo che continuare a confondere il governo di centro-destra – legittimamente eletto dal popolo italiano – con un governo fascista o neofascista facendo di conseguenza appello alla mobilitazione antifascista contro il ritorno dello spettro fascista sia un modo per alimentare la violenza e per spostare il conflitto politico sui binari tremendamente pericolosi di uno scontro frontale senza mediazioni possibili. È qualcosa che da sempre divide e non unisce il nostro Paese. È quello che Pasolini definiva come il fascismo degli antifascisti. I valori della Costituzione non appartengono ad una sola parte politica. Togliere la parola nel nome dell’antifascismo resta un gesto profondamente fascista.
Si tratta di educare le nuove generazioni ad una cultura politica che esclude il ricorso al diritto della violenza. Lo abbiamo saputo fare o abbiamo contribuito a congelare il nostro Paese in una divisione irrimediabile tra fascisti e antifascisti in lotta perpetua tra loro? Si tratta ormai di un’onda lunga, lunghissima. Per un verso la vandalizzazione di Milano e di una libreria come la Feltrinelli che ha contribuito in modo decisivo a fare la cultura della sinistra italiana nel nostro Paese, rivela la sua natura pre-politica o semplicemente teppistica. Ma il ragionamento deve costringersi a farsi più ampio e provare a cogliere, per esempio, il nesso tra questa violenza e il fanatismo che sta imperversando nel nostro Paese come se fossero due facce della stessa medaglia anti-democratica.
Nel corso di questi anni abbiamo sentito a Milano nei cortei Pro-pal non solo sostenere la giusta causa palestinese, ma inneggiare ad Hamas e ad Hezbollah chiedendo in modo esplicito la distruzione dello Stato di Israele. È possibile non vedere che esiste un nesso palese tra quella violenza e quella che devasta le nostre città? A non cogliere che esiste un ponte d’odio tra coloro che ritengono che il 7 ottobre sia un giorno che celebra la resistenza palestinese e la violenza incappucciata che abbiamo visto sfidare le istituzioni per le strade di Milano?
Accanto alla legittima e commovente protesta dei nostri figli per avere un futuro più giusto non vediamo che è in corso un fenomeno generalizzato di regressione ideologica di cui la classe politica e i loro intellettuali hanno evidenti responsabilità? Tempo fa pubblicai un articolo su questo giornale dove, dopo avere sostenuto, come ho sempre fatto, la causa del popolo palestinese e condannato il massacro di Gaza, ponevo una domanda sul perché i terroristi di Hamas non rilasciassero gli ostaggi. Nei giorni successivi una violenza inaudita si è scatenata sui social contro di me e i miei affetti più cari augurando loro stupri e morti violente e accusandomi di complicità con il genocidio. Siamo così sicuri che questo clima di odio diffuso non c’entri nulla con il dilagare della violenza di piazza di questi giorni? Non è forse proprio la cultura dell’odio ad armare sempre le mani dei più violenti?
Violante: «Proteste nichiliste. Bisogna liberarsi dall’utopia permissiva e dall’utopia punitiva»
di Raffaele Marmo – da QN – 20 ottobre 2026
Presidente Violante, che cosa non stiamo capendo delle violenze nelle piazze italiane ed europee?
«Bisogna liberarsi dall’utopia permissiva e dall’utopia punitiva – esordisce Luciano Violante, ex presidente della Camera, ex magistrato, autorevole punto di riferimento della sinistra sul fronte della politica della sicurezza – Da una parte l’idea che queste violenze possano essere giustificate perché frutto di marginalità, disagio sociale, carovita. Dall’altra l’idea di quelli che dicono: bisogna punire e basta. È chiaro che vanno punite, non c’è dubbio. Però non basta punire: bisogna capirne le ragioni».
Le piazze esprimono tutte lo stesso fenomeno?
«Sono movimenti diversi. In Francia, da quello che si è potuto leggere, si tratta di un movimento coordinato. A Milano è stata una cosa diversa: gruppi di venti, trenta, quaranta ragazzi che si sono autoconvocati e sono partiti all’attacco dei negozi. Un meccanismo diretto alla devastazione, al saccheggio, non alla protesta. Il tema principale è il saccheggio; la protesta sembra sia diventata un accessorio, ammesso che ci sia».
Che cosa c’è al fondo di queste esplosioni?
«Molte volte c’è un problema: la casa in Spagna, la corruzione in Albania, le difficoltà della vita a Milano. Ma al fondo c’è una mancanza di futuro. Ho visto recentemente uno spot, credo fosse di Starlink, in cui lo scrittore e divulgatore scientifico Arthur C. Clarke negli anni Cinquanta diceva: “Tra pochi anni saremo connessi con tutto il mondo, potremo parlare da Washington a Pechino come se fossimo vicini di casa. Il nostro futuro sarà meraviglioso”. Questa frase mi ha molto colpito. Qualcuno può dire oggi che il nostro futuro sarà meraviglioso? E allora ai ragazzi che cosa diciamo? Quando parliamo di futuro parliamo di loro, non di noi. Non stiamo lavorando per un futuro, non dico meraviglioso, ma accettabile. Gestiamo i problemi che via via si presentano, in modo ripetitivo e schiacciato sul presente, senza una visione».
E quando una visione viene proposta?
«Penso a Trump, a Putin, a Xi, a questi vari autocrati: non è un futuro positivo. È un futuro di potenza, di oppressione e di guerra come strumento di risoluzione dei conflitti e anche come strumento per fare business. Il tema è: quale futuro possiamo offrire?».
Il vuoto di prospettive alimenta una deriva nichilista?
«Ha colto il punto. Dobbiamo impegnarci a costruire un futuro, a offrirlo. Chi va a scuola oggi deve sapere che domani potrà avere un futuro, come è accaduto alla mia generazione. Se non facciamo questo discorso è difficile, al di là della punizione, che ci vuole, rispondere a questi problemi per evitare che si ripetano».
Il paragone con gli anni Settanta aiuta a capire?
«Non c’entra niente. Allora c’era un movimento che si basava su un’ideologia generale e puntava, dal suo punto di vista, a costruire un sistema diverso. Il terrorismo di destra, invece, ostacolava l’evoluzione del sistema che era in corso. C’era una visione di futuro: sbagliata, ma c’era. Qui il sistema non interessa. Non c’è una visione di futuro perché noi non gliela diamo».
Che cosa le chiedono i giovani che incontra?
«Parlo frequentemente nelle scuole e poi rispondo alle domande che i ragazzi mi mandano per email. Uno mi ha chiesto: “Che cosa mi dà la scuola perché domani possa costruire un futuro?” Non è una domanda da poco. La scuola deve dare l’idea che costruisce un futuro. Se l’insegnante per primo dice che non lo dà e i genitori pensano alla sopravvivenza del ragazzo, siamo in una crisi profonda».
Si è spezzato anche il rapporto tra lavoro e realizzazione personale?
«Un altro ragazzo mi ha detto: “Il lavoro mi interessa soltanto perché mi dà i soldi per vivere”. lo avevo parlato del lavoro come forma di qualificazione, di realizzazione di se stessi. La risposta è stata: “Non mi realizzo attraverso il lavoro, mi realizzo attraverso cose diverse”. È un salto generazionale. Per la mia generazione, ma anche per quelle successive, il lavoro era il terreno sul quale realizzavi te stesso e la scuola era l’ascensore sociale».
Come si restituisce concretezza alla promessa di un futuro?
«Con il mio centro di ricerca stiamo individuando le professioni del futuro. Abbiamo individuato quaranta professioni nuove per l’energia nucleare e chiesto al ministro dell’Istruzione di inserire corsi sull’energia negli istituti tecnici: ha aderito. Oggi sono oltre cento gli istituti che insegnano l’energia. Stiamo lavorando anche sui satelliti e sullo spazio. In Italia ci sono posti di lavoro vacanti per mancanza di competenze. Questa cosa va messa al centro: mancano competenze e dobbiamo costruirle perché i ragazzi abbiano un futuro».
La politica sembra dividersi tra chi vuole usare la protesta e chi vuole reprimerla. Su questo terreno distingue maggioranza e opposizione?
«Su questo terreno non vedo differenze, tanto in Francia quanto in Italia e in altri Paesi. Le classi dirigenti, politiche, industriali e intellettuali, nel loro senso complessivo, non stanno offrendo una prospettiva di futuro. Non soltanto quelle politiche».
Nemmeno gli intellettuali stanno ponendo il problema?
«Non mi sembra che lo stiano facendo. È un ragionamento scomodo, impegnativo. È più facile dire: o li puniamo o li giustifichiamo, piuttosto che chiedersi come evitare che domani ci sia un’altra esplosione di violenza».



