In questi giorni ha fatto discutere la decisione del gip di Milano che ha respinto la richiesta di convalidare la detenzione in carcere di Youssef Siher, il trentenne considerato la mente del cosiddetto Movimento 17 ottobre. Va precisato che non si tratta di un’assoluzione e che le indagini vanno comunque avanti. Semplicemente per il giudice mancavano i presupposti per convalidare il fermo chiesto dalla procura. Al di là del caso particolare, vogliamo tornare su questa vicenda perché rivela qualcosa di sostanziale sulla nostra democrazia e sulla distanza siderale che c’è tra lo stato di diritto e l’ideologia della violenza. Qualcosa che magari sfugge o viene dimenticato nel gioco continuo delle contrapposizioni e nel chiasso delle opposte propagande. Su questo tema vi invitiamo perciò a leggere la lettera di Letizia Moratti pubblicata dal Foglio. Spiega bene in cosa consista la superiorità di una democrazia autentica. Scrive: «Proprio lo stato rappresentato come un nemico da combattere e abbattere ha garantito a Siher un giudice indipendente. Gli ha garantito il diritto alla difesa. Gli ha garantito la presunzione di innocenza. Ha sottoposto l’azione della propria Procura al controllo di un’altra autorità giudiziaria. E quando quel giudice ha ritenuto che non vi fossero i presupposti per convalidare il fermo, lo stato ha aperto la porta della sua cella. È difficile – continua – immaginare una dimostrazione più limpida della forza della democrazia e, al contempo, il fallimento meschino dell’ideologia rivoluzionaria e della deriva autoritaria propugnata da Siher. La democrazia autentica non si misura da come tratta chi la applaude. Si misura da come tratta chi la contesta. Persino chi la disprezza. Persino chi vorrebbe sovvertirla con la violenza». Moratti poi aggiunge: «La violenza divide il mondo tra amici e nemici. La democrazia riconosce diritti. La violenza pretende di imporre la propria verità. La democrazia accetta che un giudice possa dire no persino allo stato. La violenza cerca colpevoli. La giustizia cerca responsabilità provate. Questo non significa essere deboli. Al contrario».
Davide Simone Cavallo è un giovane universitario milanese di 22 anni. Lo scorso ottobre è stato aggredito da un gruppo di cinque ragazzi che gli volevano rubare 50 euro e poi accoltellato riportando lesioni permanenti che gli hanno compromesso l’uso delle gambe. Un grave fatto di cronaca come altri che purtroppo si ripetono nei quali giovani e giovanissimi sono protagonisti e vittime di aggressioni, risse, accoltellamenti, ecc. Un’esplosione di violenza. In questo caso però la vera notizia è un’altra. Non sono il male e la violenza di cui un giovane è stato vittima. Non è neppure la legittima richiesta di giustizia. È la decisione di Davide di perdonare i suoi aggressori e la scelta di abbracciare due di loro durante il processo. In una lettera ripresa da alcuni quotidiani ha voluto dar conto di questo. Le sue sono parole che non hanno bisogno di commenti o di spiegazioni. Scrive: «Non odio. Dovrei farlo, credo, sarebbe logico, ma non mi riesce. L’odio non è logico, e manco io. A volte penso che il mio cuore ha già perdonato un po’ quello che mi è stato fatto, perché so come si sentono i responsabili, o almeno mi piace pensarlo, quanto probabilmente ne soffrano, quanto è facile fare cazzate immense quando ci si perde. AMARE mi ha spinto dove sono. Se non amassi le mie gambe, anche dopo quanto gli è successo, non sarei riuscito a muoverle. Se non amassi il mondo, che, posso capire, può sembrare un posto orribile, non ci sarei mai voluto tornare. Per quanto riguarda i ragazzi responsabili, mi auguro facciate qualcosa di costruttivo di questo periodo, so che è difficile, ma non abbiamo altra scelta. Abbiate pietà di voi stessi, non lasciatevi definire da quello che è successo. Non siete perduti». Altri stralci della lettera li trovate sul nostro sito.
Elena Ugolini, già insegnante e preside ed ex sottosegretaria all’Istruzione, ha detto: «La lettera di Davide Simone Cavallo andrebbe letta in tutte le nostre classi. È incredibile che tutto il dolore che ha dovuto sopportare e sta sopportando si possa trasformare nell’apertura di bene e di speranza che testimonia con le sue parole. È una lettera che lascia senza parole. Non perché non parli della rabbia, del dolore, della ferita subita. Ma perché dentro quella rabbia Davide riesce a non lasciarsi divorare dall’odio. Riesce persino a guardare ai ragazzi che gli hanno cambiato la vita e a dire loro: non siete perduti. Questo non cancella nulla della gravità di ciò che è accaduto. Non attenua la responsabilità di chi ha colpito. Ma ci costringe a guardare più a fondo. Davide ci ricorda che la gratitudine e l’amore alla vita restano più grandi del male subito».

