Oggi vogliamo parlare di due giovani ventenni, vogliamo soffermarci su quanto le loro storie, apparentemente segnate da un destino opposto, ci suggeriscono. La prima è una storia di successo, quella di Kimi Antonelli, nuovo campione di Formula 1, il pilota più giovane ad aver mai conquistato il titolo mondiale. Se non ci fermiamo alla superficie di una riuscita importante, nell’exploit di Kimi scopriamo anzitutto un adulto come Toto Wolff, il manager della Mercedes che lo ha fatto crescere. Scrive Massimo Gramellini sul Corriere: «Per fare un giovane come Antonelli serve un adulto come Wolff. Uno capace di “vederti” quando sei ancora sconosciuto anche a te stesso, di investire su di te. Dopo l’esordio da incubo di Kimi, due anni fa a Monza, chiunque altro lo avrebbe tolto dai circuiti e riaccompagnato alle giostre. Wolff invece ha continuato a credergli e a crederci. Non ha negato o giustificato i suoi errori, ma non glieli ha neanche scagliati addosso per farlo sentire un fallito. Gli ha semplicemente insegnato ad accettarli per quello che erano: non un baratro, ma un trampolino. Se vogliamo crescere degli Antonelli, abbiamo bisogno dei Wolff, che non “risolvono problemi”, ma mostrano il verso in cui affrontarli. Ne abbiamo bisogno in famiglia, a scuola, in ufficio, nella politica e nell’imprenditoria. Persone adulte, in grado di trasmettere ai giovani soltanto due cose, però decisive: le radici e le ali».
La seconda è la storia di un tragico fallimento: giovedì, dopo una breve agonia in ospedale, a Brescia è morta una ragazza di vent’anni, di cui non conosciamo il nome, che a fine ottobre aveva tentato il suicidio nel carcere di Verziano dove era detenuta da pochi giorni. In una lettera al Giornale di Brescia, Massimo Lanzini, giornalista nonché impegnato nel volontariato in carcere, scrive: «Questa storia ci lascia nel cuore molte più domande – e infinitamente più profonde della inutile manciata di risposte che spesso ci portiamo in tasca. Questo succede ogni volta che ci troviamo di fronte al gesto disperato di una persona e all’abisso delle sue fragilità. E succede ancora di più quando questo accade dentro un carcere, che è luogo nel quale una persona viene “presa in custodia” dallo Stato. Cioè da tutti noi».

