«Vent’anni sembran pochi», ma… Due storie emblematiche
Andrebbe però aggiunto che per fare un giovane come Antonelli serve un adulto come Wolff, il manager della Mercedes. Uno capace di «vederti» quando sei ancora sconosciuto anche a te stesso, di investire su di te e poi di metterti un bolide sotto il sedere, anziché parcheggiarti in garage a scoppiare nell’attesa, fino a sgonfiarti. Un adulto che ti protegga senza soffocarti, ti sgridi senza umiliarti, ti sproni senza angosciarti. Dopo l’esordio da incubo di Kimi, due anni fa a Monza, chiunque altro lo avrebbe tolto dai circuiti e riaccompagnato alle giostre. Wolff invece ha continuato a credergli e a crederci. Non ha negato o giustificato i suoi errori, ma non glieli ha neanche scagliati addosso per farlo sentire un fallito. Gli ha semplicemente insegnato ad accettarli per quello che erano: non un baratro, ma un trampolino.
Se vogliamo crescere degli Antonelli, abbiamo bisogno dei Wolff, che non «risolvono problemi» come il quasi omonimo (con una f sola) di Pulp Fiction, ma mostrano il verso in cui affrontarli. Ne abbiamo bisogno in famiglia, a scuola, in ufficio, nella politica e nell’imprenditoria. Persone adulte e risolte, in grado di trasmettere ai giovani soltanto due cose, però decisive: le radici e le ali.
La differenza tra la pena giusta e l’inferno
Riprendiamo di seguito lo scambio di lettere pubblicato sul Giornale di Brescia il 6 novembre tra il direttore Giorgio Bardaglio e Massimo Lanzini, direttore del mensile «ZONA 508», dopo la morte di una giovane ventenne che aveva tentato il suicidio nel carcere bresciano di Verziano.
Caro Massimo, oggi non ho risposte ma soltanto domande e uno strazio che fatica persino a trovare voce, perciò una lettera la scrivo lo e vorrei che a rispondere fossi tu, che sei stato capo redattore al nostro Giornale e conosci bene anche la realtà del carcere, prestandovi da anni opera di volontariato, Faccio una premessa: l’argomento non è dei più popolari, tutt’altro. Come si fa però a stare in silenzio, a fare finta di nulla, leggendo di una ragazza di appena vent’anni che in carcere si è tolta la vita. Convegni, assemblee, studi, pagine di giornale, eventi, petizioni… Ci si ritrova sempre al punto e a capo. Cosa possiamo fare allora Massimo, da cittadini, da lettori e lettrici, per cambiare le cose davvero, affinché la pena sia giusta, ma non un inferno?
Giorgio Bardaglio
Caro Giorgio, direttore, hai ragione: non possiamo rimanere in silenzio. Anche se la storia di una ragazza che a vent’anni si toglie la vita lascia tutti senza voce. E ci lascia nel cuore molte più domande – e infinitamente più profonde della inutile manciata di risposte che spesso ci portiamo in tasca. Questo succede ogni volta che ci troviamo di fronte al gesto disperato di una persona e all’abisso delle sue fragilità. E succede ancora di più quando questo accade dentro un carcere, che è luogo nel quale una persona viene «presa in custodia» dallo Stato. Cioè da tutti noi. Dietro le sbarre quel gesto disperato ha lasciato un segno profondo. Lo ha lasciato tra le compagne della sezione femminile di Verziano, che nei giorni del suo ingresso in carcere hanno accolto questa ragazzina spaventata come farebbe una mamma. E lo ha lasciato fra i tatuati di Canton Mombello, che in sezione accennano alla cosa con parole scarne e occhi sfuggenti. Pensando a chi negli anni, dentro una cella, è saltato nello stesso abisso. Il carcere racchiude – rinchiude una umanità fragile. Che ha spesso sbagliato. Che non sempre trova da sola la strada per cambiare direzione. Che a volte sa che sta pagando per una sentenza giusta e altre sente su di sé il peso di una ingiustizia. Una umanità fragile eppure una umanità piena. Con gli stessi affetti, le stesse delusioni e le stesse speranze che viviamo noi fuori. Il desiderio di rivedere i propri cari, la domanda di un lavoro, il progetto di un futuro più chiaro. Gli occhi di quegli stessi tatuati si inumidiscono – proprio come i nostri – quando ad esempio raccontano del recente incontro col figlio che non vedevano da mesi o da anni. Per quella umanità – mi chiedi, ci chiediamo – noi cittadini cosa possiamo fare? Si dice che problemi complessi non accettino soluzioni semplicistiche, ed è così. Eppure qualcosa in campo c’è. Basta pensare ai mille enti e alle mille realtà di volontariato impegnati anche a Brescia dietro le sbarre (Carcere e territorio, Volca, Caritas, Uisp… ma ne dimentico sicuramente). Basta pensare alle tante aziende e alle cooperative che fuori dal carcere affiancano chi esce nella non semplice ricerca di una casa e di un lavoro. Tante eppure mai abbastanza. Ognuno può dare una mano. Ma forse il passo più importante che ciascuno di noi può compiere è – prima di ogni altra cosa – un cambio di mente e di cuore: sapere che la chiave di quelle carceri le ha in mano lo Stato, che cioè le abbiamo in mano noi. Tutti noi. Sapere che la cosa ci riguarda. Come cittadini e come persone. E che invece di buttar via la chiave dopo aver chiuso le sbarre dovremmo guardare a quella umanità faticosa e affaticata che abbiamo preso in custodia come a una umanità piena. La stessa umanità piena e fragile della ragazza di Verziano il cui gesto oggi ci lascia più domande che risposte, ma di fronte al quale – come dici tu – non possiamo stare in silenzio.
Massimo Lanzini
Direttore del mensile «ZONA 508» edito dall’Associazione Carcere e Territorio
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