Lunedì 25 maggio è stata pubblicata la prima enciclica di Papa Leone XIV intitolata «Magnifica humanitas» e dedicata alla «custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale». Già queste parole dicono molto: non è un documento sull’intelligenza artificiale, l’obiettivo è ben più importante. Il Papa sottolinea che prima di preoccuparci di quanto sia umana l’IA, dobbiamo preoccuparci di quanto umani siamo noi, di custodire l’umano, questa realtà così magnifica e così fragile. In altri termini, più problematici, la questione non è se le macchine «pensino», ma quanto gli esseri umani stiano smettendo di pensare. In questi giorni, come è normale che sia, i giornali hanno dedicato molti commenti all’enciclica, ma il rischio è che tra qualche settimana non se parli più in un tempo in cui tutto viene «consumato» molto velocemente. Noi perciò vogliamo anzitutto invitare ad andare alla fonte, a leggere il testo di «Magnifica humanitas» che è disponibile anche online oltre all’edizione cartacea. E dopo l’estate come Fondazione San Benedetto vi preannunciamo già che promuoveremo un incontro pubblico per approfondire i contenuti di «Magnifica humanitas». Oggi insieme all’enciclica vogliamo proporvi la lettura del commento di padre Antonio Spadaro pubblicato su Repubblica. Tra i tanti pubblicati è sintetico e completo al tempo stesso. La mossa decisiva dell’enciclica, scrive Spadaro, «non è dove il lettore se la aspetta. Non è nella denuncia dei monopoli tecnologici, né nella richiesta di regolazione degli algoritmi, né nella condanna dei sistemi d’arma autonomi: tutte cose che il documento fa, e fa molto bene. È in una domanda che nessun white paper della Silicon Valley e nessun regolamento europeo avrebbero mai formulato: che cosa amiamo davvero?».

