Una «Magnifica humanitas» tutta da leggere
Lunedì 25 maggio è stata pubblicata la prima enciclica di Papa Leone XIV intitolata «Magnifica humanitas» e dedicata alla «custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale». Già queste parole dicono molto: non è un documento sull’intelligenza artificiale, l’obiettivo è ben più importante. Il Papa sottolinea che prima di preoccuparci di quanto sia umana l’IA, dobbiamo preoccuparci di quanto umani siamo noi, di custodire l’umano, questa realtà così magnifica e così fragile. In altri termini, più problematici, la questione non è se le macchine «pensino», ma quanto gli esseri umani stiano smettendo di pensare. In questi giorni, come è normale che sia, i giornali hanno dedicato molti commenti all’enciclica, ma il rischio è che tra qualche settimana non se parli più in un tempo in cui tutto viene «consumato» molto velocemente.
Noi perciò vogliamo anzitutto invitare ad andare alla fonte, a leggere il testo di «Magnifica humanitas» che è disponibile anche online a questo link oltre all’edizione cartacea. E dopo l’estate come Fondazione San Benedetto vi preannunciamo già che promuoveremo un incontro pubblico per approfondire i contenuti di «Magnifica humanitas». Oggi insieme all’enciclica vogliamo proporvi la lettura del commento di padre Antonio Spadaro pubblicato su Repubblica (a questo link trovate l’articolo). Tra i tanti pubblicati è sintetico e completo al tempo stesso. La mossa decisiva dell’enciclica, scrive Spadaro, «non è dove il lettore se la aspetta. Non è nella denuncia dei monopoli tecnologici, né nella richiesta di regolazione degli algoritmi, né nella condanna dei sistemi d’arma autonomi: tutte cose che il documento fa, e fa molto bene. È in una domanda che nessun white paper della Silicon Valley e nessun regolamento europeo avrebbero mai formulato: che cosa amiamo davvero?».
La San Benedetto sostiene l’acquisto per la Poliambulanza di un nuovo sistema radiografico per la cura dei tumori al seno
La Fondazione San Benedetto è capofila di un progetto per dotare la Breast Unit Radioterapia della Poliambulanza di Brescia di un Sistema radiografico intraoperatorio. Si tratta di un sistema indispensabile per garantire una maggiore efficacia e la corretta riuscita degli interventi per l’asportazione dei tumori al seno. Consente infatti di verificare già direttamente in sala operatoria durante l’intervento, con l’acquisizione di immagini radiografiche ad alta definizione, l’avvenuta rimozione di eventuali marcatori tumorali, unitamente alla pulizia dei margini di resezione e alla chiara visibilità delle calcificazioni. In questo modo si evita il trasferimento dei campioni operatori asportati, con una conseguente riduzione dei tempi di attesa per la paziente e per il personale sanitario. E nel caso si riscontrasse la non completa asportazione della lesione, si potrà procedere alla radicalizzazione immediata, senza sottoporre la paziente a ulteriori interventi.
Il costo per l’acquisto del sistema è di 100 mila euro. La Fondazione San Benedetto contribuisce direttamente con una propria significativa donazione. Invitiamo tutti a fare altrettanto. Ogni donazione, anche piccola, è utile per la realizzazione di un progetto importante per la salute e la cura delle donne colpite da tumore al seno.
Le donazioni possono essere fatte con bonifico bancario a favore di Fondazione Poliambulanza – IBAN IT 77 Y 03069 11237 100000017588
Nella causale vanno specificati: Sistema radiografico promosso da Fond. S. Benedetto, il codice fiscale e la mail del donatore.
Le donazioni da parte di persone fisiche e di enti soggetti all’IRES sono deducibili nel limite del 10% del reddito dichiarato e comunque nella misura massima di 70 mila euro annui.Invitiamo infine, come abbiamo già proposto anche negli ultimi anni, in occasione della presentazione delle dichiarazioni dei redditi a destinare il 5 per mille a favore delle attività di ricerca scientifica della Fondazione Poliambulanza. Anche quest’anno è possibile farlo indicando il codice fiscale 98120050178 nell’apposito spazio dedicato al 5 per mille (Ricerca Scientifica). È una scelta semplice, che non comporta costi aggiuntivi per il contribuente e non determina maggiori imposte dovute, come indicato dall’Agenzia delle Entrate. Crediamo sia un modo fattivo per sostenere un sistema di cura vicino alle persone nel nostro territorio. Secondo i dati relativi alle dichiarazioni 2025 resi noti proprio nei giorni scorsi dall’Agenzia delle Entrate la Poliambulanza a livello bresciano è risultata al terzo posto come destinataria del 5 per mille fra i soggetti indicati dai contribuenti beneficiando di quasi 139 mila euro.
Cercare in sé stessi, non nell’algoritmo
di Antonio Spadaro – da La Repubblica – 26 maggio 2026
La mossa decisiva della Magnifica Humanitas — la prima enciclica di Leone XIV, firmata il 15 maggio 2026 — non è dove il lettore se la aspetta. Non è nella denuncia dei monopoli tecnologici, né nella richiesta di regolazione degli algoritmi, né nella condanna dei sistemi d’arma autonomi: tutte cose che il documento fa, e fa molto bene. È in una domanda che nessun white paper della Silicon Valley e nessun regolamento europeo avrebbero mai formulato: che cosa amiamo davvero? Il Papa cita Agostino — «due amori fecero due città» — e sposta l’intero dibattito sull’intelligenza artificiale sul terreno del desiderio, della direzione interiore delle scelte, di ciò che una civiltà considera degno di essere perseguito prima ancora di decidere come perseguirlo.
La pubblicazione avviene a centotrentacinque anni dalla Rerum novarum di Leone XIII, l’enciclica che nel 1891 mise la questione operaia al centro della riflessione della Chiesa. Oggi il nuovo Leone reclama lo stesso ruolo per la questione algoritmica. Come il primo intervenne sulla dignità del lavoro di fronte allo sconvolgimento della fabbrica, così Prevost interviene sulla dignità della persona di fronte allo sconvolgimento dei dati. Ma il salto vero è metodologico: come Francesco con la Laudato si’ aveva proiettato la questione ecologica dentro la Dottrina sociale della Chiesa, allo stesso modo Leone agisce per l’intelligenza artificiale, ponendola come nuovo centro di gravità — una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della dottrina sociale e ne esige un ripensamento. Non un’appendice: il capitolo che riscrive tutti gli altri.
L’architettura del testo poggia su due figure bibliche che funzionano come modelli politici. Babele: lingua unica, sapere totalizzante, potere centralizzato che si edifica sull’uniformità. Leone ne fa la diagnosi di quella che chiama «sindrome di Babele» — la pretesa di tradurre tutto, compreso il mistero irriducibile della persona, in dati e prestazioni. All’opposto, Neemia: l’ebreo in esilio che torna nella Gerusalemme distrutta non impone un piano dall’alto, osserva le rovine, convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro. La città rinasce per responsabilità condivisa. La scelta non è tra tecnologia sì e tecnologia no, ma tra due logiche di potere: concentrarlo o distribuirlo, omologare o comporre. Le innovazioni dottrinali sono concrete. La destinazione universale dei beni — applicata dalla tradizione cattolica alla terra — viene estesa ai brevetti, agli algoritmi, ai dati. Il Papa applica all’economia degli algoritmi la stessa logica che la Chiesa applica da secoli al latifondo: quando quei beni restano in poche mani, la disuguaglianza si struttura. La sussidiarietà, che proteggeva i corpi intermedi dallo Stato, viene ribaltata: nell’ecosistema digitale chi assorbe competenze non è il governo ma sono le piattaforme, che definiscono accesso, visibilità, relazioni. Leone nomina i «nuovi monopoli dell’IA» e un’asimmetria epistemica, economica e politica incompatibile con il bene comune. Il verbo che sceglie — «disarmare» l’intelligenza artificiale — sposta il discorso dalla compliance alla struttura del potere globale. Certo, la metafora di Babele presuppone un progetto unitario, mentre la rivoluzione digitale è policentrica; la destinazione universale dei dati è un principio potente, e la sua traduzione in governance resta da costruire. Il punto in cui l’enciclica diventa particolarmente incisiva è quando legge l’intelligenza artificiale come questione che riguarda la struttura stessa dell’intelligenza umana — la sua capacità di conoscere, di desiderare, di sbagliare, di ricominciare. Il paradigma tecnocratico non è solo un errore di governance: è una deformazione dell’immaginario, la sostituzione silenziosa della sapienza con l’efficienza, della relazione con la prestazione, del giudizio con il calcolo.
Da qui le pagine sulla simulazione della relazione: quando la parola viene simulata non costruisce un legame, ma una «parvenza» — e il danno non è che qualcuno scambi la macchina per una persona, ma che perda il desiderio stesso di cercare l’altro. Sul limite: ciò che appare come fragilità viene oggi letto come difetto da correggere, e l’enciclica obietta che l’umano non fiorisce malgrado il limite ma attraverso il limite — posizione che sfida frontalmente il transumanesimo. Sull’errore: per un algoritmo è qualcosa da eliminare; per un essere umano può essere l’inizio di una trasformazione radicale. Il futuro di una persona non è calcolabile. Viene in mente il verso dichiarativo di Emily Dickinson: Io abito la possibilità.
L’enciclica propone spazi deliberati di vuoto in cui il pensiero maturi senza la stampella del calcolo. Non è luddismo. È la constatazione che un’attenzione permanentemente mediata dall’algoritmo finisce per atrofizzarsi, e che proteggere la capacità di pensare in proprio è diventata una questione politica. La Magnifica Humanitas si chiude con il Magnificat di Maria e con Tolkien: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo, ma fare il possibile per la salvezza degli anni in cui viviamo». Che un’enciclica sull’intelligenza artificiale trovi la sua parola definitiva in un inno del I secolo e in un romanzo del Novecento dice molto sulla visione di Leone XIV. La risposta alla sfida tecnologica non è un algoritmo migliore. È una diversa qualità dello sguardo sulla qualità umana del progresso, che racconto e poesia custodiscono infallibilmente. E il Papa agostinianamente chiede al suo lettore: «Che cosa ami davvero?».

