La newsletter di questa settimana è l’ultima prima della pausa estiva e la dedichiamo, come già negli anni scorsi, ad alcune proposte di lettura per le vacanze. Prima però di suggerirvi alcuni libri che riteniamo interessanti, vogliamo ricordare Giacomo Scanzi, un amico della Fondazione San Benedetto, che ci ha lasciato pochi giorni fa dopo una breve malattia che non gli ha dato scampo. Di lui ricordiamo soprattutto la grande amicizia e la simpatia intelligente con cui in tanti anni di incontri e di frequentazioni ha sempre guardato ai nostri tentativi e alle nostre iniziative. Si tratta di un’amicizia e di una stima nate ben prima che diventasse direttore del Giornale di Brescia quando, da semplice cronista, aveva scritto con grande attenzione e proprietà di contenuti (cosa del tutto inusuale) di alcune nostre iniziative. Un’attenzione che è poi proseguita in modo più intenso quando ha assunto la guida del quotidiano. Ricordiamo in particolare i diversi incontri promossi dalla nostra fondazione nei quali era intervenuto come relatore. Tra questi soprattutto quello in occasione della beatificazione di Paolo VInel 2014, insieme all’ex direttore del FoglioGiuliano Ferrara, nell’aula magna dell’Università Cattolica.
L’incontro su Paolo VI del 3 ottobre 2014 con Giuliano Ferrara, Graziano Tarantini e Giacomo Scanzi (foto Giornale di Brescia)
Un rapporto che non è mai venuto meno anche una volta lasciata l’attività giornalistica. In anni più recenti dalla comune passione per la letteratura era nata la collaborazione con il Mese letterario. Nell’ultima edizione, la primavera scorsa, si era così deciso insieme di dedicare una serata alla presentazione della sua rilettura dell’Odissea di Nikos Kazantzakis, lo scrittore e poeta greco da lui molto amato. Una rilettura alla quale aveva lavorato senza sosta per molti mesi nel suo eremitaggio in Val Camonica. È un libro che vi invitiamo a leggere, è stato pubblicato da Marcianum Press. Purtroppo l’aggravarsi della malattia non aveva consentito a Scanzi di essere presente alla serata del Mese letterario. Aveva però voluto che fosse letto un suo messaggio che oggi suona ancora più vero: “Il viaggio dell’Ulisse di Kazantzakis – scriveva – è il viaggio del ritorno, non a Itaca, ma alla terra o, se si preferisce, al Cielo. È un inno alla morte, lo sbocco di ogni desiderio, la misura di ogni presunzione. E la più terribile delle presunzioni umane, è ritenersi Dio. Evviva la morte dunque, che salva l’uomo dall’illusione di essere Dio. Quando ho iniziato questo lavoro ho immaginato un testo per una lettura collettiva, quasi teatrale.Questo mi piacerebbe fosse questa serata. Una grande lettura di popolo”. A Giacomo va dunque tutta la nostra gratitudine, e ai suoi familiari, alla moglie e ai figli, la nostra vicinanza in questo momento di profondo dolore.
Veniamo adesso alle nostre proposte di libri per l’estate. Anzitutto invitiamo a leggere «Magnifica humanitas», la prima enciclica di Leone XIV dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. È pubblicata dalla Libreria Editrice Vaticana. Vi preannunciamo anche che in autunno la San Benedetto promuoverà un incontro pubblico sull’enciclica con relatori di primissimo piano e le riflessioni che emergeranno in quell’occasione saranno la guida per le future attività della nostra fondazione.
Il secondo libro è «Parlare di Dio» (edizioni Nottetempo) del filosofo coreano Byung-Chul Han, una delle personalità più interessanti del dibattito contemporaneo. In un dialogo con gli scritti di Simone Weil, vuole «dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, al di là dell’immanenza dell’informazione e della comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece una gioiosa presenza dell’essere. Di questo libro ha parlato recentemente anche Alessandro D’Avenia in un bellissimo articolo sul Corriere (in fondo trovate il link per leggerlo).
Poi due romanzi. Il primo è «La valle dell’Eden» (Bompiani), capolavoro della maturità di John Steinbeck. Una grande saga nella quale si intrecciano le storie di due famiglie californiane, gli Hamilton e i Trask, dalla guerra civile alla prima guerra mondiale. Pubblicato negli Stati Uniti nel 1952, è il romanzo in cui Steinbeck ha creato i suoi personaggi più affascinantie ha esplorato più a fondo i suoi temi ricorrenti: il mistero dell’identità, l’ineffabilità dell’amore e le conseguenze tragiche della mancanza d’affetto. Il secondo romanzo è di un giovane scrittore italiano, Alessandro Rivali. «Il mio nome nel vento» (Mondadori) è il racconto di una grande epopea famigliare, un viaggio frutto di una ricostruzionebasata su documenti della famiglia di Rivali, a cui si ispira da vicino quella immaginaria dei Moncalvi, protagonista del libro. Una vicenda appassionante che si snoda attraverso un periodo di storia cruento e cruciale, che va dalla guerra civile spagnola alla resistenza.
È una biografia invece il libro di Chiara Curti «Gaudí vivo» (Edizioni Ares) da poco pubblicata nel centenario della morte del grande architetto della Sagrada Familia di Barcellona. Il libro non spiega tutte le sue opere, ma cerca di comprendere la mentalità che lo animava e il modo in cui le realizzava. Il punto di partenza sono i gesti quotidiani: come parlava con gli operai, accoglieva i visitatori, correggeva un modello, chiedeva un’elemosina, osservava una pianta, pregava, camminava verso il cantiere. Da questi atti emerge un’intelligenza radicata nella realtà, nutrita da fede, lavoro manuale, osservazione e da una vita quasi monastica. La sua preoccupazione non era terminare le opere, ma indagare l’uomo e il suo destino. Il libro ha una prefazione dell’astrofisico Marco Bersanelli e la postfazione di Jordi Faulí, architetto direttore della Sagrada Família.
Infine segnaliamo il libro del patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa «Tornarono a Gerusalemme con grande gioia» (Libreria Editrice Vaticana). È una riflessione di notevole rilevanza sui cristiani nel Medioriente di oggi, segnato da conflitti, guerre e continue tensioni. In queste pagine, che uniscono acume nel discernimento, una significativa competenza biblica e una spiritualità di inequivocabile profondità, l’autore indica anche una proposta concreta per i cristiani di ogni tempo e luogo. Prendendo spunto dal libro dell’Apocalisse, Pizzaballa argomenta perché, anche di fronte al male subito, il cristiano non si deve chiudere in sé stesso, bensì restare aperto all’incontro con l’altro. Pagine quanto mai attuali ed eloquenti per ogni lettore.
L’appuntamento con la nostra newsletter «Fissiamo il pensiero» torna domenica 6 settembre. Buone vacanze a tutti!
Di che sogno sei?
di Alessandro D’Avenia
dal Corriere della Sera – 22 giugno 2026
Qualche giorno fa ero al concerto di Cesare Cremonini che ho potuto salutare prima che diventasse un supereroe da palco. Mi ha detto che non sono stati i traumi a renderlo un artista ma i sogni, che l’hanno salvato dai traumi alimentando sempre la musica. Ma per cosa usiamo il plurale metaforico «sogni»? Nella vita c’è tanta gioia quanta creazione, la creazione viene dall’ispirazione, l’ispirazione dall’immaginazione, che non è fuga ma immersione nello spessore della realtà: quando un bambino vede un cavallo in una scopa è uno scienziato che scopre la gravità in una mela o un poeta che trova l’infinito in una siepe. L’immaginazione non è fantasia ma attenzione innamorata, capacità di stare di fronte alle cose per portarle a compimento. Ogni vocazione è infatti uno sguardo unico sul mondo: nella luce Einstein trova la relatività e Monet un modo nuovo di dipingere. Per raccontare quale stupore sei venuto al mondo? Di che «sogno» sei? Domande che ogni educatore dovrebbe incarnare, perché l’energia creativa nasce dalla catena attenzione-immaginazione-ispirazione che, come i sogni, genera il nuovo a partire da dati di realtà vissuti in modo unico da ognuno di noi.
Purtroppo a volte la catena si interrompe, magari proprio nell’età fatta per «sognare». Questo consegna i ragazzi al potere e ai traumi, senza difese. Che cosa uccide i sogni?
Una risposta l’ho trovata nelle parole di un altro musicista e amico, Max Pezzali, in una recente intervista al Corriere, in cui racconta l’origine di Hanno ucciso l’uomo ragno: «All’epoca la Marvel, la casa editrice dei fumetti dei supereroi, non era quella dei film kolossal… si rivolgeva a noi un po’ sfigatelli. Da bambino per me andare in edicola era un evento. Poi la Marvel cominciò a gestire male il suo patrimonio: calarono la qualità delle storie e della carta. Stavamo scrivendo la canzone e non trovavo il testo. Mi venne quell’idea, che Marvel stesse rovinando l’Uomo Ragno: una metafora del tempo, del mondo degli adulti che ruba i sogni ai ragazzi».
Come fare a non farseli rubare? A quasi 50 anni posso continuare a sognare perché mi sento sognato. Se sei sognato, puoi sognare: se c’è un amore che ti vuole esistente allora puoi amare la vita. Questo fondamento permette, nonostante i propri limiti e la durezza del vivere, di aprirsi alla realtà, mentre per chi non sente voluto, la realtà diventa pericolosa e da controllare. Ci si adatta a copioni da seguire: bisogni da soddisfare e non sogni da realizzare. Come accedere a questo livello di vita gioiosa in cui ci si sente voluti?
Nel suo recente libro «Parlare di Dio» il filosofo Byung-Chul Han, dialogando con gli scritti di Simone Weil, vuole «dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, al di là dell’immanenza dell’informazione e della comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece una gioiosa presenza dell’essere». Sognare non è fuggire dalla realtà ma vivere la gioia di essere qui grazie a una trascendenza. Per il filosofo Dio non è morto, lo è forse la nostra capacità di percepire chi non ha mai smesso di rivelarsi, come se qualcuno molto raffreddato affermasse che un profumo non esiste. L’organo di percezione è l’attenzione. Per spiegarlo cita le parole di Simone Weil relative a un mito eschimese sull’origine della luce: «Il corvo che nella notte eterna non riusciva a trovare cibo desiderò la luce e la terra si illuminò. Se c’è veramente desiderio, se l’oggetto del desiderio è davvero la luce, il desiderio di luce produrrà la luce. C’è veramente desiderio quando si compie uno sforzo di attenzione». Il filosofo commenta così le parole di Weil: «Il desiderio è Eros. Oggi viviamo in un’epoca senza Eros. Il desiderio cede il passo al bisogno, che al contrario del desiderio non necessita di un’attenzione profonda. Ma lo spirito è desiderio. L’epoca del bisogno è quindi un’epoca senza spirito».
Dio non è morto ma non può essere percepito se non al suo livello, lo spirito, che è desiderio frutto di profonda attenzione. Non è un caso che la dipendenza dai social destrutturi proprio l’attenzione e quindi il desiderio, e che i ragazzi diventino quindi più fragili psicologicamente.
Per questo proteggerli fino a una certa età è solo buon senso. In fondo «la mala» e «la pubblicità» che, secondo gli 883, avevano forse ucciso l’Uomo ragno erano immagini calzanti per indicare chi ruba i sogni (desiderio) o distruggendoli o riducendoli a bisogni.
Ritornando a Cremonini, durante il concerto ha cantato «San Luca» con l’amico Luca Carboni, una bellissima canzone-preghiera ambientata salendo al santuario della Madonna di San Luca sui colli bolognesi, gli stessi dove Cesare, adolescente, andava in giro con la vespa che mette «le ali sotto ai piedi» e «ti toglie i problemi». In questa canzone invece i problemi sono tutti lì, ma qualcosa ti solleva, ti accompagna, proprio grazie a uno «sforzo di attenzione»: «Proprio oggi che era uscito il sole./ Mentre gli altri se ne vanno al mare/ Voglio stare da solo/ Così magari mi trovo, sì/ Quando non c’è qualcuno che mi aiuta/ Vado a correre fino a San Luca/ Così magari mi trovo/ In qualche sentiero nuovo lì/ Dove la luce si fa camminare/ Come tra i portici in un temporale/ Ti fa prendere il volo/ E non ti senti più solo qui».
Il cammino-luce ricorda il desiderio di cui parlava Weil con il mito del corvo: proprio in quella fame di luce, in quel vuoto si apre la dimensione spirituale, dove non ci sente più soli, perché è lì che abita il divino in noi, la nostra dimensione eterna, il sentirsi legati alla vita tutta senza doverselo meritare, il sentirsi sognati e quindi poter sognare.
Per avere «sognatori con i piedi per terra» occorre coltivare lo spirito, cioè tendere le orecchie alle rivelazioni dell’essere. L’educazione richiede esercizi spirituali. Meditare, stare in silenzio, camminare, fissare l’attenzione sono modi di abitare il vuoto e scoprire che non è terribile come ci fa credere la cultura del «pienessere», ma è capacità di ricevere la vita, alla maniera unica di ciascuno: un cercare che non è trovare ma farsi trovare. Per questo diciamo «mi manchi» a qualcuno di cui ci siamo innamorati, eppure più che l’altro abbiamo scoperto il vuoto e la paura che ne abbiamo. E Dio, la dimensione trascendente, ci mancherà sempre, perché abita proprio lì, nella nostra «mancanza», non come un oggetto del desiderio che riempirà un vuoto incolmabile ma come soggetto del desiderio, che ci rende capaci di creare come coloro che hanno sogni e non solo bisogni, che amano la vita più di quanto temano la morte, perché «la quantità di genio creatore di un’epoca è proporzionale alla quantità di attenzione estrema, e quindi di autentica religione, esistente in quell’epoca» (Simone Weil in Byung-Chul Han, Parlare di Dio).
E autentica è solo la religione che genera vita e mai morte.
Riaprono le scuole, comincia un nuovo anno che per centinaia di migliaia di bambini e ragazzi costituisce una tappa fondamentale nel loro percorso di crescita umana e quindi di educazione. Ci auguriamo, anzitutto per loro, che sia davvero così e che l’orizzonte con cui si guarda alla scuola non sia primariamente quello di una formazione funzionale ai cosiddetti sbocchi lavorativi oppure all’acquisizione di una serie di competenze o di capacità professionali, senz’altro importanti ma secondari. Se non si favorisce la crescita della persona nel suo insieme, le competenze serviranno a ben poco. È come se fossimo di fronte a un soggetto che ha sviluppato solo alcuni muscoli mentre il resto del corpo è rimasto atrofizzato. La Fondazione San Benedetto è nata ventuno anni fa come un luogo di amicizia che mettesse al centro della propria azione la questione dell’educazione come sfida più importante e decisiva per le persone e per l’intera società. Un piccolo contributo per contrastare l’atrofizzazione umana che riguarda tutti, giovani e adulti. Così è stato in tutti in questi anni attraverso tantissime iniziative a cominciare dalle molte borse di studio assegnate a giovani meritevoli per aiutarli a completare il loro percorso di studi. Diversi sono stati anche gli incontri a carattere formativo o di tipo didattico. L’attenzione all’educazione infatti non è mai astratta o di principio, ma si declina sempre dentro la serietà e la passione con cui si affrontano discipline o tematiche anche particolari o di tipo tecnico. Lo stesso Mese letterario è nato in questo contesto diventando negli anni, anzitutto attraverso il passaparola, un’occasione formidabile per incontrare la bellezza della grande letteratura come bene prezioso per la propria vita. E per tanti ha significato anche scoprire o riscoprire il gusto della lettura. Nelle ultime due estati si è inoltre tenuta a Brescia, in collaborazione con la nostra fondazione, la Summer School dell’associazione «Il rischio educativo», un’opportunità di formazione unica rivolta in primis agli insegnanti con l’intervento di un panel di relatori di assoluto livello.
Riprendiamo da oggi l’appuntamento settimanale con la nostra newsletter «Fissiamo il pensiero» e ripartiamo dal Meeting per l’amicizia fra i popoli che si è svolto a Rimini a fine agosto. Il motivo è presto detto: il Meeting nasce dalla stessa storia di cui come Fondazione San Benedetto, nel nostro piccolo, siamo parte. Quello che siamo, facciamo e proponiamo durante l’anno riflette infatti la stessa passione e le stesse preoccupazioni che si sono viste a Rimini. Il Meeting è anzitutto un grande luogo di incontro che nel panorama attuale non ha pari. Come ha detto Papa Leone durante la sua visita, non è «una sorta di enclave», al contrario «è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini». Cosa non da poco in un tempo in cui la capacità di incontrarsi e di entrare in relazione con l’altro sembra sempre più a rischio. A questo link trovate il testo del discorso del Papa che vi invitiamo a leggere con attenzione. Dell’aria nuova che si è respirata al Meeting sembra essersi accorto questa volta anche il sistema mediatico. In genere giornali e tv hanno sempre trattato il Meeting alla stregua di un festival parapolitico occupandosi solo dei vari leader politici o ministri presenti a Rimini e trascurando tutto il resto, cioè la parte più interessante. Quest’anno almeno qualcuno ha provato a uscire dai soliti schemi e a raccontare veramente il Meeting. A raccontare le storie di cui attraverso incontri e mostre è uno straordinario crocevia. Probabilmente a tale cambio di prospettiva ha contribuito la presenza del Papa che ha costretto a non accontentarsi delle solite versioni preconfezionate. Su questo vi invitiamo a leggere l’articolo di Lucio Brunelli, già vaticanista del Tg2 e poi direttore di Tv2000, pubblicato dal quotidiano online ilsussidiario.net. Scrive: «Rischiamo pure l’ingenuità, ma sembra che qualcosa di questo cuore sia arrivato, quest’anno, anche ad un pubblico più grande del popolo del Meeting. Molta gente, d’altra parte, non vede più i tg e non compra più i giornali perché è stanca di una politica ridotta a propaganda e di una cronaca che non è solo nera, ma tenebrosa. C’è fame di storie vere, belle, positive. Di umanità autentica. Chissà se l’esperienza riminese incoraggerà i grandi media a proseguire su questa strada nuova, stretta ma suggestiva. Quella che Italo Calvino tratteggiava nelle Città invisibili, quando scriveva che l’unica alternativa a non lasciarsi assimilare dal vuoto infernale del nostro tempo è riconoscere “chi e cosa inferno non è” e farlo durare e dargli spazio». Da qui ricomincia il nostro percorso.
La narrazione come desiderio e capacità di raccontare storie è uno dei caratteri singolari che identificano la nostra umanità. Una peculiarità che non potrà mai essere sostituita o rimpiazzata da un flusso di dati o di informazioni, che sarà sempre più generato dall’intelligenza artificiale. Un flusso da cui già oggi siamo continuamente subissati e che spesso appare più simile a una grande operazione di distrazione di massa che ci impedisce di cogliere i veri connotati della realtà. Proprio al tema della narrazione è stata dedicata la Summer School promossa dall’associazione «Il Rischio educativo» in collaborazione con la Fondazione San Benedetto e il Mese letterario, che si è svolta a Brescia dal 7 al 9 luglio. Sono state tre giornate molto intense per il centinaio di partecipanti, in larga parte insegnanti, provenienti da varie città. Ci si è soffermati sulle diverse tipologie di narrazione, da quella storica a quella scientifica, da quella letteraria o artistica a quella biblica. Nelle varie declinazioni ritornava però sempre come nota di sottofondo la dimensione narrativa non come una tecnica, ma come la forma attraverso la quale la vita può esprimersi nella sua pienezza ed essere condivisa e tramandata. Questo è stato possibile grazie all’aiuto di relatori che si sono coinvolti nel lavoro con passione e intelligenza facendo toccare con mano l’esperienza della narrazione: il filosofo Sergio Belardinelli, Stas’ Gawronski, gli storici Mariapina Dragonetti e Andrea Caspani, l’astrofisico Marco Bersanelli, Giulio Maspero (sacerdote con un passato da fisico che oggi insegna alla Pontificia Università Santa Croce), Giuseppe Frangi che ha guidato la visita alla Collezione di arte contemporanea Paolo VI a Concesio.
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