L’Europa? Un bene per tutti da non dare per scontato
Data 6 Giugno 2026
L’Europa è sotto attacco e la minaccia viene anzitutto dall’interno delle nostre stesse società. E in cosa consiste questo attacco? Nel ritenere che l’Europa costruita con un duro lavoro e con compromessi difficilisulle macerie della seconda guerra mondiale sia qualcosa di scontato, che va avanti per inerzia con le sue burocrazie e di cui adesso tanti pensano che potremmo fare a meno, mentre invece si tratta di un risultato straordinario che non ha confronti al mondo. La provocazione è di Anne Applebaum, giornalista e saggista, nata e cresciuta negli Stati Uniti da una famiglia ebraica emigrata dalla Bielorussia. Oggi è naturalizzata polacca. Conosce a fondo soprattutto i paesi dell’Europa dell’est e la Russia. Per il suo saggio sul sistema dei Gulag sovietici le è stato assegnato il Premio Pulitzer.
Anne Applebaum
Lo scorso 13 maggio a Vienna ha tenuto un discorso molto interessante sull’Europa di cui con la newsletter di oggi vogliamo invitarvi a leggerne alcuni passaggi salienti (sotto trovate il testo). Ve li riproponiamo come spunto di riflessione per comprendere che cosa c’è oggi in gioco quando si parla di Europa, andando oltre gli schematismi superficiali di una politica fatta a colpi di slogan o di post sui social. La civiltà europea, sottolinea Applebaum, non è «uno sfondo per gli influencer di Instagram» e «l’eredità culturale europea è qualcosa di più di una collezione museale». È ciò che «permette alle persone libere di leggere Dante in modo diverso, di discutere apertamente di Shakespeare, di frequentare le chiese e le cattedrali che scelgono, di criticare i propri governanti senza timore e di cambiare governo senza spargimento di sangue». E proprio in queste ore iniziando il suo viaggio in Spagna il Papa ha invitato a «favorire il processo di unione europea, non in contrapposizione ad altre potenze, ma come dono per l’intera famiglia umana». Un dono da riscoprire e di cui essere consapevoli.
Dal 26 al 29 giugno tre incontri alla festa di San Pietro
Da venerdì 26 a lunedì 29 giugno in Castello a Brescia presso il convento dei Carmelitani Scalzi ci sarà la festa di San Pietro che quest’anno ha come titolo “È il Signore”. Di seguito trovate il programma. Segnaliamo in particolare gli incontri, aperti a tutti e a cui invitiamo a partecipare, che si terranno nella chiesa di San Pietro in oliveto.
Venerdì 26 giugno alle 18.15: “Carlo Acutis, santità e giovinezza”, incontro con l’avv. Gianfranco Amato
Sabato 27 giugno alle 18.15: “La sua figura”, incontro con don Pigi Bannamoderato da Chiara Parma e padre Lorenzo Olivato e introduzione musicale di Maria Alberti. Don Banna insegna teologia all’Università Cattolica di Milano e alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale
Domenica 28 giugno alle 17.15: “Perché Gesù è così importante?”, incontro con il professor Rocco Buttiglioneche dialogherà con Laura Ferrarie fra Emanuele Palmieri. Questo incontro è promosso in collaborazione con la Fondazione San Benedetto.
«L’Europa è la prova che antichi rivali possono vivere fianco a fianco in pace»
di Anne Applebaum
Pubblichiamo alcuni passaggi salienti dell’intervento che Anne Applebaum, giornalista e saggista, ha tenuto il 13 maggio all’Erste Foundation di Vienna. Il testo del discorso integrale è disponibile a questo link
Dal 1945 in poi, diverse generazioni di europei hanno lavorato duramente per impedire un’altra tragedia come la Seconda guerra mondiale. Hanno scritto libri di storia e innalzato monumenti. Hanno organizzato eventi come questo. Come potete vedere, lo fanno ancora.
Hanno anche riorganizzato le loro società. Mentre gli austriaci ricostruivano Vienna, mentre altri europei rimettevano in piedi Parigi e Berlino, non si limitavano a ripristinare lo stato precedente delle cose: circondati dalle macerie, decisero di costruire qualcosa di radicalmente nuovo, un insieme di istituzioni pensate per promuovere la democrazia liberale, lo stato di diritto, la cooperazione tra gli stati, l’integrazione economica e, infine, un mercato unico per gli scambi commerciali. Queste istituzioni erano concepite sia per favorire prosperità e benessere sia per impedire il ritorno delle ambizioni imperiali e genocidarie che avevano inflitto danni così profondi a questa città e a tante altre. Invece di tornare al vecchio sistema di rivalità, protezionismo ed eserciti in guerra, gli europei crearono l’Unione europea e una serie di altre organizzazioni che li collegavano tra loro e con il mondo attraverso legami di commercio, scambi, viaggi e diplomazia.
L’Europa emersa da questo processo rappresenta un risultato straordinario – un risultato senza precedenti, di fatto; senza alcun vero parallelo altrove nel mondo.Grazie agli sforzi di quella generazione del Dopoguerra, l’Europa è più sicura, più ricca e più pacifica di quanto non sia mai stata nella sua storia. I paesi europei sono anche più sovrani. Grazie a ottant’anni di deterrenza collettiva, gli europei hanno potuto sviluppare le proprie culture nazionali all’interno di un quadro di pace, anziché di guerra perpetua. Grazie all’Unione europea, gli europei possono preservare la propria arte, letteratura e architettura.Grazie a una rete di trattati e accordi, gli europei hanno anche costruito democrazie che tutelano la libertà individuale e i diritti dei cittadini.
Questo successo ha però un rovescio della medaglia. Poiché queste istituzioni hanno funzionato così bene, le persone hanno cominciato a immaginarle non come il frutto di un lavoro duro e di compromessi difficili, ma come qualcosa di naturale, semplici “burocrazie” sorte da sole.Poiché avevamo vissuto quegli ottant’anni di pace, molti hanno iniziato a dare per scontate le leggi e le norme che la garantiscono. Se siete venuti stasera perché temete che queste istituzioni siano ora in pericolo, avete ragione. Perché in questo momento, proprio adesso, sono davvero sotto attacco. La minaccia viene, prima di tutto, dall’interno delle nostre stesse società. In tutta Europa e nell’America del nord, testi scartati, concetti dimenticati e teorie appena menzionate vengono riesumati da persone che non ricordano più perché furono screditati tre generazioni fa.
Molti hanno per esempio riesumato vecchi atteggiamentinei confronti della democrazia parlamentare, ripetendo lo stesso disprezzo per le elezioni che gli autocrati del Novecento un tempo esprimevano. Lenin liquidò i Parlamenti come nient’altro che “democrazia borghese”. Hitler definì la democrazia parlamentare “uno dei sintomi più gravi della decadenza umana”. Quando sentite politici europei parlare di “degenerazione” della democrazia o di “debolezza” del liberalismo, ricordate che queste stesse parole furono usate anche negli anni Trenta, da gruppi che si definivano sia di sinistra sia di destra. Alcuni stanno anche riscoprendo vecchie tattiche politiche, per esempio l’idea che la politica debba puntare non a creare consenso ma a costruire una distinzione esistenziale, potenzialmente violenta, tra “amici” e “nemici”. Forse non sanno nemmeno che questa idea viene dal filosofo tedesco Carl Schmitt, popolare nel Terzo Reich, che liquidò la politica liberale come una finzione.
Non sono queste le uniche idee tornate in circolazione. Il nazionalismo etnico – la convinzione che le nazioni siano migliori se sono in qualche modo più pure, comunque si definisca la purezza – è di nuovo tra noi. Lo è anche la teocrazia, o la teologia del dominio: la credenza che le uniche buone società siano quelle governate dalla chiesa. Lo è anche una visione più antica della sovranità, una concezione dello stato che concentra tutto il potere in un sovrano o in un partito al potere che è, per definizione, al riparo da ogni critica, anche quando vìola i diritti dei propri sudditi. Il declassamento dei diritti umani a qualcosa di sentimentale e di debole è in realtà un’idea molto antica. La sostituzione del giornalismo e del fact checking con la propaganda – anche questo lo abbiamo già vissuto, così come i tentativi di controllare e manipolare l’accesso all’informazione. Allo stesso modo, non dobbiamo andare molto indietro nella storia per scoprire che la creazione di capri espiatori – gruppi minoritari a cui imputare perdite economiche o tensioni sociali – è una tattica politica già ampiamente collaudata.
Queste sono idee europee, e vengono dalla storia europea.Ma sono anche rinforzate dall’esterno dell’Europa. Le ascoltiamo, per esempio, dai russi, nella propaganda che usano per giustificare tutta una serie di attacchi militari, cibernetici e ibridi contro l’Europa. La guerra della Russia contro l’Ucraina viene talvolta descritta – anche di recente dal vicepresidente americano – come se fosse nient’altro che una disputa territoriale, una scaramuccia su linee tracciate su una mappa. Ma quando la Russia nega che l’Ucraina sia una nazione reale; quando la Russia costruisce campi di concentramento nei territori ucraini occupati; quando la Russia mette al bando la lingua ucraina e arresta sistematicamente sindaci, insegnanti, giornalisti e sacerdoti, allora la Russia sta anche attaccando l’Europa nata dopo il 1945, l’Europa i cui confini non devono essere modificati con la forza. La Russia ha invaso l’Ucraina non solo per distruggerla, ma anche per dimostrare che i trattati sono privi di significato, le alleanze sono fragili e la forza bruta decide ancora il destino delle nazioni. Conducendo una guerra imperialista di conquista, la Russia mira a sovvertire l’ordine post imperiale europeo. (…)
Dove ci lascia tutto questo, noi qui in Europa? Da un lato, ci troviamo di fronte a un regime russo riarmatosi e radicalizzatosi, che già usa sabotaggi, propaganda e minacce militari per influenzare la politica europea. Dall’altro, ci troviamo di fronte a un movimento radicalizzato all’interno dell’Amministrazione americana che definisce le nostre società come un nemico civile.Per ragioni diverse, entrambi favoriscono un’Europa più debole e più frammentata. Entrambi vogliono un’Europa meno capace di agire in modo autonomo nel mondo. I russi vogliono un’Europa che non sappia difendersi militarmente. Gli americani vogliono un’Europa totalmente dipendente dalla tecnologia americana, e quindi esposta al controllo politico americano.
Di fronte a questa sfida, gli europei possono, naturalmente, arrendersi.Noi – e parlo qui come cittadina polacca – possiamo lasciare che i negoziatori americani continuino a prolungare la guerra in Ucraina, a pianificare affari con la Russia invece di una pace che gioverebbe all’Europa. Possiamo guardare dalla finestra mentre americani e russi amplificano insieme movimenti politici e leader antieuropei. Possiamo cedere alle varie tentazioni e alle varie lusinghe. Possiamo lasciare che l’Europa torni a essere un continente di nazioni in guerra, facilmente manipolate da potenze esterne: Russia, Stati Uniti e naturalmente anche Cina. Possiamo lasciare che le società dei social media con sede nella Silicon Valley e a Shanghai decidano cosa gli europei leggono e vedono, attraverso algoritmi opachi e manipolatori che soltanto loro controllano. Possiamo permettere che una vittoria russa in Ucraina metta in pericolo non solo i paesi confinanti con la Russia, ma tutti noi. Ricordiamo: Putin ha detto che ovunque un soldato russo metta piede, quello è territorio russo. Ma i soldati russi in passato non hanno messo piede solo a Varsavia e a Riga, bensì anche a Berlino, e anzi a Vienna. Oggi la guerra ibrida estende l’influenza russa all’Egeo e al Mediterraneo, fino alla regione del Sahel africano. Possiamo arrenderci e lasciare che si estenda anche al Baltico e all’Atlantico.
Oppure possiamo scegliere qualcosa di diverso.
Possiamo reagire – non a parole, ma costruendo. Possiamo cominciare, come hanno iniziato a fare francesi e taiwanesi, a collaborare alla costruzione di tecnologie alternative adatte non solo all’Europa ma all’intero mondo democratico. Invece di attingere informazioni da piattaforme progettate per dividerci e sfruttarci, potremmo fondare – e finanziare – nuove aziende. Possiamo cambiare le regole che le governano. La trasparenza può sostituire l’opacità. I fruitori delle piattaforme social potrebbero essere proprietari dei propri dati e decidere cosa farne. Potrebbero influenzare direttamente gli algoritmi che determinano ciò che vedono. I legislatori delle democrazie potrebbero creare gli strumenti tecnici e giuridici per dare alle persone maggiore controllo e più scelte, o per ritenere le aziende responsabili quando i loro algoritmi promuovono terrorismo, razzismo o pornografia infantile. Scienziati civici potrebbero collaborare con le piattaforme per comprenderne meglio l’impatto, così come in passato i cittadini-scienziati hanno lavorato con le aziende alimentari per garantire una migliore igiene o con le compagnie petrolifere per prevenire i danni ambientali.
Soprattutto, dobbiamo valorizzare i nostri successi. L’Europa rimane un’oasi di sicurezza, stabilità e stato di diritto. Abbiamo tribunali indipendenti, che si sforzano di non essere meri portavoce di chi detiene il potere. Manteniamo fede alla parola data. Rispettiamo i contratti. Il nostro continente rispetta e ammira la scienza, legge la storia, si prende cura della cultura e tiene presenti gli insegnamenti del passato. Dobbiamo usare tutto questo per diventare un polo di attrazione per investimenti, innovazione e persone portatrici di nuove idee. La nostra stessa prevedibilità è un vantaggio in un mondo di potenze imprevedibili. Per capitalizzare i nostri numerosi punti di forza, dobbiamo cambiare alcune politiche e alcune priorità. Dobbiamo investire di più nelle nuove aziende europee di difesa tecnologica che stanno nascendo ora, talvolta ispirate dagli straordinari progressi tecnologici degli ucraini, e talvolta lavorando direttamente con loro. Dobbiamo investire in piattaforme social europee e in un’intelligenza artificiale europea, con valori europei incorporati. Abbiamo bisogno che i nostri dati vengano conservati su questo lato dell’Atlantico. Abbiamo bisogno di un’unione dei mercati dei capitali affinché il pieno potenziale economico dell’Europa possa essere raggiunto. Dobbiamo pensare come la più potente zona economica del mondo – che è ciò che siamo – e agire di conseguenza. Dobbiamo fare tutto questo per proteggere la nostra sovranità, affinché le decisioni sull’Europa vengano prese in Europa. (…)
Infine, dovremmo avere una risposta agli appelli nostalgici alla civiltà occidentale che ora ascoltiamo dai politici e dagli ideologi americani, così come da molti europei. Teniamo al passato – io tengo profondamente al passato – ma voglio che ne ricordiamo di più. Sì, gli europei hanno costruito cattedrali splendide ed eterne, e piazze come questa. Ma la civiltà europea non è solo uno sfondo per gli influencer di Instagram. Ricordiamo anche le altre cose che l’Europa ha costruito.Dopo secoli di guerre di religione, dittatura e genocidio, gli europei hanno inventato le idee che stanno alla base della democrazia liberale. Una definizione più vera della civiltà europea o occidentale include non solo gli archi, ma lo stato di diritto, la separazione dei poteri, l’indipendenza della magistratura, la libertà di parola, l’uguaglianza davanti alla legge e il principio che i governi siano responsabili di fronte ai cittadini. Queste cose non sono meno parte dell’eredità europea della sua letteratura o della sua architettura. Anzi, sono ciò che rende l’eredità culturale europea qualcosa di più di una collezione museale. Sono ciò che permette alle persone libere di leggere Dante in modo diverso, di discutere apertamente di Shakespeare, di frequentare le chiese e le cattedrali che scelgono, di criticare i propri governanti senza timore e di cambiare governo senza spargimento di sangue.
Non si può celebrare la civiltà europea attaccando al tempo stesso l’ordine giuridico e politico qui inventato, né cercando apertamente di minare le istituzioni che tutelano il pluralismo e il dissenso. Chi lo fa difende il guscio di quella civiltà, non la sua sostanza. Vi lascio con questo pensiero: ogni giorno, gli Stati Uniti si alienano potenziali visitatori, investitori e ricercatori. Ogni giorno, la Russia uccide persone innocenti in una guerra coloniale sanguinosa e insensata. E ogni giorno, l’Europa offre la prova che antichi rivali possono vivere fianco a fianco in pace, perseguendo la prosperità.
Oggi nella nostra newsletter ci occupiamo di un tema di cui normalmente non si parla mai: la risurrezione dei morti. È un tema confinato alla recita delle formule del Credo durante la messa. Eppure la risurrezione di Gesù e, di conseguenza, degli esseri umani, è uno dei contenuti portanti e fondamentali delle fede cristiana. Al tempo stesso però è una questione che interpella tutti, credenti e non, fin da quando san Paolo fece il suo discorso all’Areopago di Atene deriso da quasi tutti. Lo scrittore spagnolo Javier Cercas, non credente, nel suo libro «Il folle di Dio alla fine del mondo» ha scritto: «E se la resurrezione della carne e la vita eterna fossero la massima forma di insurrezione alla portata degli uomini, la ribellione superlativa? E se in questo consistesse la vittoria suprema di Cristo, nell’aver postulato che non siamo qui per accettare la morte ma per sollevarci contro la morte? E se l’impossibile fosse realtà?». Attorno a questo tema martedì scorso a Brescia si è sviluppato l’incontro, molto partecipato, promosso da Morcelliana, Fondazione San Benedetto e Libreria Paoline, in occasione dell’uscita del libro di monsignor Giacomo Canobbio «Sulla risurrezione, un mistero teologico e scientifico» (ed. Morcelliana). Invitandovi a leggere il libro, già di per sé coraggioso nell’affrontare una questione decisiva come la risurrezione, di questo incontro vogliamo riproporvi sul nostro sito alcuni passaggi salienti degli interventi dei tre relatori. Oltre a monsignor Canobbio c’erano il presidente emerito di Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli e il vescovo di Brescia Pierantonio Tremolada. Quella che arriva dal libro è anche una provocazione che la teologia pone alla scienza, sollecitandola in un dialogo serrato a uscire da uno schematismo che la riduce solo a ciò che può essere constatato empiricamente. Se si osserva invece il procedere della scienza, questa è spinta ad andare sempre oltre lo stretto perimetro di ciò che è immediatamente constatabile. Abituati a non riflettere sulla morte, come se questa riguardasse soltanto gli altri, diventando quindi oggetto di una grande rimozione, troviamo irrealistico porre il tema della risurrezione. E se questo fosse invece l’atto più realistico che possiamo fare? Su questo tema della risurrezione torneremo comunque presto. Vi anticipiamo infatti che venerdì 27 novembre alle 18 la Fondazione San Benedetto presenterà a Brescia il libro del filosofo Massimo Borghesi «Esiste un pensiero cattolico?» dedicato in ampia parte proprio alla questione della risurrezione. Quindi intanto Save the Date, seguiranno dettagli.
Al termine del viaggio di Papa Leone in Francia, Matteo Matzuzzi nei giorni scorsi ha scritto sul Foglio: «“Cercano qualcosa”. Di tutte le risposte date dal Papa ai giornalisti che l’hanno seguito nel viaggio di quattro giorni in Francia, questa frase è stata la meno ripresa. Si riferiva al popolo di Francia che ha affollato strade, piazze, santuari e cattedrali in quattro giorni che hanno segnato la storia del pur giovane pontificato leonino. Ampio spazio hanno avuto sui media, come è comprensibile, le riflessioni sulla guerra che è sempre una inutile strage, sulle fake news al tempo dell’intelligenza artificiale, sull’estremismo di destra che condiziona il voto e il vivere quotidiano degli europei (e non solo). Ma è in quel “cercano qualcosa” che si può capire, forse, il messaggio più potente di quanto vissuto tra Parigi, Lourdes e Metz. Leone XIV si riferiva in particolare agli ottantamila ragazzi che venerdì sera, allo stadio di Saint-Denis, hanno cantato a cappella il Salve Regina».
Nella nostra newsletter oggi partiamo da qui perché, che si sia credenti o non credenti, senz’altro interroga vedere la risposta impressionante che ha avuto la visita del Papa in Francia, in un paese in cui più intenso e radicato è stato il processo di secolarizzazione. In particolare di questo viaggio vogliamo riproporre il discorso, che forse molti avranno già letto ma che merita di essere ripreso, fatto lunedì da Leone XIV a Metz ricordando Robert Schuman, uno dei padri fondatori dell’Europa. Un discorso nel quale ha parlato anche di San Benedetto sottolineando come senza la sua «coltivazione» «la civiltà europea così come la conosciamo non esisterebbe».
Le parole del Papa non sono un ricordo dell’Europa che fu, ma entrano direttamente nel merito delle sfide di oggi con un forte messaggio ai giovani a non avere paura del futuro. Sono un invito a non abbandonare la costruzione dell’Europa anche quando alcuni risultati sembrano deludere le aspettative. «La pretesa moderna di “avere tutto, subito” – ha detto Leone – non corrisponde alla storia e alla cultura europee che, al contrario, insegnano il valore del tempo e della pazienza».
Insieme al discorso del Papa, per approfondire il tema dell’Europa vi invitiamo a leggere l’intervista al filosofo Rocco Buttiglione pubblicata da Avvenire. In un tempo in cui tutto viene dimenticato o rapidamente rimosso ripercorrere da quale storia sia nato il processo di costruzione europea è fondamentale per guardare con consapevolezza al presente senza lasciarsi trascinare dalle correnti delle ideologie o della propaganda.
«Incontrarsi per crescere». È questo il titolo di una serie di appuntamenti che la Fondazione San Benedetto intende promuovere nei prossimi mesi. Oltre agli incontri pubblici su temi al centro del dibattito contemporaneo o a iniziative consolidate come il Mese letterario, vogliamo favorire occasioni di incontro con persone interessanti che ci portino anzitutto la loro storia, la testimonianza di una vita, prima di venirci a spiegare come va il mondo o la loro analisi dei problemi (cose senz’altro utili ma secondarie). Siamo infatti profondamente persuasi che la crescita umana avviene sempre attraverso l’incontro con l’altro che in qualche modo sollecita, attrae, mette in moto le persone. Qualche giorno fa Papa Leone ha detto che occorre «fare in modo che i rapporti sociali abbiano spessore reale e profondità personale». Un compito che facciamo nostro in un momento in cui – ha precisato il Papa – «da una parte lo sviluppo tecnologico, la diffusione dei mass media e dei social media, il sempre crescente ricorso all’intelligenza artificiale aprono nuove possibilità, abbattendo barriere e distanze; dall’altra, le relazioni tendono a diventare sempre meno personali, più virtuali, e si rischia di abituarsi a delegare agli algoritmi decisioni che spettano solo alla coscienza umana».
«Incontrarsi per crescere» non è solo il titolo di un ciclo di incontri (di cui prossimamente vi daremo date e luoghi), ma descrive anche il nostro modo di essere attraverso tutte le iniziative che proponiamo. Una di queste è la Scuola di comunità che da tre anni si svolge nella nostra sede. Da lunedì 28 settembre dalle 18.30 alle 19.30 riprendono gli incontri quindicinali. Leggeremo insieme il libro di don Luigi Giussani «All’origine della pretesa cristiana» mettendolo a confronto con la nostra esperienza nelle diverse circostanze in cui ci troviamo a vivere. Gli incontri sono aperti a tutti, si richiede solo la costanza nella partecipazione. L’appuntamento è nella sede della San Benedetto a Brescia, Borgo Wührer 119 (secondo piano).
«Incontrarsi per crescere» vuol dire anche ritrovarsi per vedere insieme un film. La scorsa primavera è successo con «Andrej Rublëv», il capolavoro del regista russo Andrej Tarkovskij. A sessant’anni dalla sua uscita oggi vi proponiamo la lettura di un articolo di Jean-Pierre Sonnet pubblicato sull’Osservatore Romano (in fondo trovate il link per leggerlo) e dedicato a questa straordinaria opera cinematografica. Basti pensare che Christopher Nolan nella preparazione della sua «Odissea» ha organizzato una proiezione speciale di «Andrej Rublëv» per il cast e la troupe del suo film proprio per far comprendere cosa sia la creazione artistica. Nei prossimi mesi proporremo altri film da vedere insieme, che possano essere significativi per il percorso che stiamo facendo. Un’altra occasione per incontrarsi, vedere qualcosa di bello e interessante, e condividere spunti e riflessioni.
Gestisci Consenso
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.