L’Europa? Un bene per tutti da non dare per scontato
Data 6 Giugno 2026
L’Europa è sotto attacco e la minaccia viene anzitutto dall’interno delle nostre stesse società. E in cosa consiste questo attacco? Nel ritenere che l’Europa costruita con un duro lavoro e con compromessi difficilisulle macerie della seconda guerra mondiale sia qualcosa di scontato, che va avanti per inerzia con le sue burocrazie e di cui adesso tanti pensano che potremmo fare a meno, mentre invece si tratta di un risultato straordinario che non ha confronti al mondo. La provocazione è di Anne Applebaum, giornalista e saggista, nata e cresciuta negli Stati Uniti da una famiglia ebraica emigrata dalla Bielorussia. Oggi è naturalizzata polacca. Conosce a fondo soprattutto i paesi dell’Europa dell’est e la Russia. Per il suo saggio sul sistema dei Gulag sovietici le è stato assegnato il Premio Pulitzer.
Anne Applebaum
Lo scorso 13 maggio a Vienna ha tenuto un discorso molto interessante sull’Europa di cui con la newsletter di oggi vogliamo invitarvi a leggerne alcuni passaggi salienti (sotto trovate il testo). Ve li riproponiamo come spunto di riflessione per comprendere che cosa c’è oggi in gioco quando si parla di Europa, andando oltre gli schematismi superficiali di una politica fatta a colpi di slogan o di post sui social. La civiltà europea, sottolinea Applebaum, non è «uno sfondo per gli influencer di Instagram» e «l’eredità culturale europea è qualcosa di più di una collezione museale». È ciò che «permette alle persone libere di leggere Dante in modo diverso, di discutere apertamente di Shakespeare, di frequentare le chiese e le cattedrali che scelgono, di criticare i propri governanti senza timore e di cambiare governo senza spargimento di sangue». E proprio in queste ore iniziando il suo viaggio in Spagna il Papa ha invitato a «favorire il processo di unione europea, non in contrapposizione ad altre potenze, ma come dono per l’intera famiglia umana». Un dono da riscoprire e di cui essere consapevoli.
Dal 26 al 29 giugno tre incontri alla festa di San Pietro
Da venerdì 26 a lunedì 29 giugno in Castello a Brescia presso il convento dei Carmelitani Scalzi ci sarà la festa di San Pietro che quest’anno ha come titolo “È il Signore”. Di seguito trovate il programma. Segnaliamo in particolare gli incontri, aperti a tutti e a cui invitiamo a partecipare, che si terranno nella chiesa di San Pietro in oliveto.
Venerdì 26 giugno alle 18.15: “Carlo Acutis, santità e giovinezza”, incontro con l’avv. Gianfranco Amato
Sabato 27 giugno alle 18.15: “La sua figura”, incontro con don Pigi Bannamoderato da Chiara Parma e padre Lorenzo Olivato e introduzione musicale di Maria Alberti. Don Banna insegna teologia all’Università Cattolica di Milano e alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale
Domenica 28 giugno alle 17.15: “Perché Gesù è così importante?”, incontro con il professor Rocco Buttiglioneche dialogherà con Laura Ferrarie fra Emanuele Palmieri. Questo incontro è promosso in collaborazione con la Fondazione San Benedetto.
«L’Europa è la prova che antichi rivali possono vivere fianco a fianco in pace»
di Anne Applebaum
Pubblichiamo alcuni passaggi salienti dell’intervento che Anne Applebaum, giornalista e saggista, ha tenuto il 13 maggio all’Erste Foundation di Vienna. Il testo del discorso integrale è disponibile a questo link
Dal 1945 in poi, diverse generazioni di europei hanno lavorato duramente per impedire un’altra tragedia come la Seconda guerra mondiale. Hanno scritto libri di storia e innalzato monumenti. Hanno organizzato eventi come questo. Come potete vedere, lo fanno ancora.
Hanno anche riorganizzato le loro società. Mentre gli austriaci ricostruivano Vienna, mentre altri europei rimettevano in piedi Parigi e Berlino, non si limitavano a ripristinare lo stato precedente delle cose: circondati dalle macerie, decisero di costruire qualcosa di radicalmente nuovo, un insieme di istituzioni pensate per promuovere la democrazia liberale, lo stato di diritto, la cooperazione tra gli stati, l’integrazione economica e, infine, un mercato unico per gli scambi commerciali. Queste istituzioni erano concepite sia per favorire prosperità e benessere sia per impedire il ritorno delle ambizioni imperiali e genocidarie che avevano inflitto danni così profondi a questa città e a tante altre. Invece di tornare al vecchio sistema di rivalità, protezionismo ed eserciti in guerra, gli europei crearono l’Unione europea e una serie di altre organizzazioni che li collegavano tra loro e con il mondo attraverso legami di commercio, scambi, viaggi e diplomazia.
L’Europa emersa da questo processo rappresenta un risultato straordinario – un risultato senza precedenti, di fatto; senza alcun vero parallelo altrove nel mondo.Grazie agli sforzi di quella generazione del Dopoguerra, l’Europa è più sicura, più ricca e più pacifica di quanto non sia mai stata nella sua storia. I paesi europei sono anche più sovrani. Grazie a ottant’anni di deterrenza collettiva, gli europei hanno potuto sviluppare le proprie culture nazionali all’interno di un quadro di pace, anziché di guerra perpetua. Grazie all’Unione europea, gli europei possono preservare la propria arte, letteratura e architettura.Grazie a una rete di trattati e accordi, gli europei hanno anche costruito democrazie che tutelano la libertà individuale e i diritti dei cittadini.
Questo successo ha però un rovescio della medaglia. Poiché queste istituzioni hanno funzionato così bene, le persone hanno cominciato a immaginarle non come il frutto di un lavoro duro e di compromessi difficili, ma come qualcosa di naturale, semplici “burocrazie” sorte da sole.Poiché avevamo vissuto quegli ottant’anni di pace, molti hanno iniziato a dare per scontate le leggi e le norme che la garantiscono. Se siete venuti stasera perché temete che queste istituzioni siano ora in pericolo, avete ragione. Perché in questo momento, proprio adesso, sono davvero sotto attacco. La minaccia viene, prima di tutto, dall’interno delle nostre stesse società. In tutta Europa e nell’America del nord, testi scartati, concetti dimenticati e teorie appena menzionate vengono riesumati da persone che non ricordano più perché furono screditati tre generazioni fa.
Molti hanno per esempio riesumato vecchi atteggiamentinei confronti della democrazia parlamentare, ripetendo lo stesso disprezzo per le elezioni che gli autocrati del Novecento un tempo esprimevano. Lenin liquidò i Parlamenti come nient’altro che “democrazia borghese”. Hitler definì la democrazia parlamentare “uno dei sintomi più gravi della decadenza umana”. Quando sentite politici europei parlare di “degenerazione” della democrazia o di “debolezza” del liberalismo, ricordate che queste stesse parole furono usate anche negli anni Trenta, da gruppi che si definivano sia di sinistra sia di destra. Alcuni stanno anche riscoprendo vecchie tattiche politiche, per esempio l’idea che la politica debba puntare non a creare consenso ma a costruire una distinzione esistenziale, potenzialmente violenta, tra “amici” e “nemici”. Forse non sanno nemmeno che questa idea viene dal filosofo tedesco Carl Schmitt, popolare nel Terzo Reich, che liquidò la politica liberale come una finzione.
Non sono queste le uniche idee tornate in circolazione. Il nazionalismo etnico – la convinzione che le nazioni siano migliori se sono in qualche modo più pure, comunque si definisca la purezza – è di nuovo tra noi. Lo è anche la teocrazia, o la teologia del dominio: la credenza che le uniche buone società siano quelle governate dalla chiesa. Lo è anche una visione più antica della sovranità, una concezione dello stato che concentra tutto il potere in un sovrano o in un partito al potere che è, per definizione, al riparo da ogni critica, anche quando vìola i diritti dei propri sudditi. Il declassamento dei diritti umani a qualcosa di sentimentale e di debole è in realtà un’idea molto antica. La sostituzione del giornalismo e del fact checking con la propaganda – anche questo lo abbiamo già vissuto, così come i tentativi di controllare e manipolare l’accesso all’informazione. Allo stesso modo, non dobbiamo andare molto indietro nella storia per scoprire che la creazione di capri espiatori – gruppi minoritari a cui imputare perdite economiche o tensioni sociali – è una tattica politica già ampiamente collaudata.
Queste sono idee europee, e vengono dalla storia europea.Ma sono anche rinforzate dall’esterno dell’Europa. Le ascoltiamo, per esempio, dai russi, nella propaganda che usano per giustificare tutta una serie di attacchi militari, cibernetici e ibridi contro l’Europa. La guerra della Russia contro l’Ucraina viene talvolta descritta – anche di recente dal vicepresidente americano – come se fosse nient’altro che una disputa territoriale, una scaramuccia su linee tracciate su una mappa. Ma quando la Russia nega che l’Ucraina sia una nazione reale; quando la Russia costruisce campi di concentramento nei territori ucraini occupati; quando la Russia mette al bando la lingua ucraina e arresta sistematicamente sindaci, insegnanti, giornalisti e sacerdoti, allora la Russia sta anche attaccando l’Europa nata dopo il 1945, l’Europa i cui confini non devono essere modificati con la forza. La Russia ha invaso l’Ucraina non solo per distruggerla, ma anche per dimostrare che i trattati sono privi di significato, le alleanze sono fragili e la forza bruta decide ancora il destino delle nazioni. Conducendo una guerra imperialista di conquista, la Russia mira a sovvertire l’ordine post imperiale europeo. (…)
Dove ci lascia tutto questo, noi qui in Europa? Da un lato, ci troviamo di fronte a un regime russo riarmatosi e radicalizzatosi, che già usa sabotaggi, propaganda e minacce militari per influenzare la politica europea. Dall’altro, ci troviamo di fronte a un movimento radicalizzato all’interno dell’Amministrazione americana che definisce le nostre società come un nemico civile.Per ragioni diverse, entrambi favoriscono un’Europa più debole e più frammentata. Entrambi vogliono un’Europa meno capace di agire in modo autonomo nel mondo. I russi vogliono un’Europa che non sappia difendersi militarmente. Gli americani vogliono un’Europa totalmente dipendente dalla tecnologia americana, e quindi esposta al controllo politico americano.
Di fronte a questa sfida, gli europei possono, naturalmente, arrendersi.Noi – e parlo qui come cittadina polacca – possiamo lasciare che i negoziatori americani continuino a prolungare la guerra in Ucraina, a pianificare affari con la Russia invece di una pace che gioverebbe all’Europa. Possiamo guardare dalla finestra mentre americani e russi amplificano insieme movimenti politici e leader antieuropei. Possiamo cedere alle varie tentazioni e alle varie lusinghe. Possiamo lasciare che l’Europa torni a essere un continente di nazioni in guerra, facilmente manipolate da potenze esterne: Russia, Stati Uniti e naturalmente anche Cina. Possiamo lasciare che le società dei social media con sede nella Silicon Valley e a Shanghai decidano cosa gli europei leggono e vedono, attraverso algoritmi opachi e manipolatori che soltanto loro controllano. Possiamo permettere che una vittoria russa in Ucraina metta in pericolo non solo i paesi confinanti con la Russia, ma tutti noi. Ricordiamo: Putin ha detto che ovunque un soldato russo metta piede, quello è territorio russo. Ma i soldati russi in passato non hanno messo piede solo a Varsavia e a Riga, bensì anche a Berlino, e anzi a Vienna. Oggi la guerra ibrida estende l’influenza russa all’Egeo e al Mediterraneo, fino alla regione del Sahel africano. Possiamo arrenderci e lasciare che si estenda anche al Baltico e all’Atlantico.
Oppure possiamo scegliere qualcosa di diverso.
Possiamo reagire – non a parole, ma costruendo. Possiamo cominciare, come hanno iniziato a fare francesi e taiwanesi, a collaborare alla costruzione di tecnologie alternative adatte non solo all’Europa ma all’intero mondo democratico. Invece di attingere informazioni da piattaforme progettate per dividerci e sfruttarci, potremmo fondare – e finanziare – nuove aziende. Possiamo cambiare le regole che le governano. La trasparenza può sostituire l’opacità. I fruitori delle piattaforme social potrebbero essere proprietari dei propri dati e decidere cosa farne. Potrebbero influenzare direttamente gli algoritmi che determinano ciò che vedono. I legislatori delle democrazie potrebbero creare gli strumenti tecnici e giuridici per dare alle persone maggiore controllo e più scelte, o per ritenere le aziende responsabili quando i loro algoritmi promuovono terrorismo, razzismo o pornografia infantile. Scienziati civici potrebbero collaborare con le piattaforme per comprenderne meglio l’impatto, così come in passato i cittadini-scienziati hanno lavorato con le aziende alimentari per garantire una migliore igiene o con le compagnie petrolifere per prevenire i danni ambientali.
Soprattutto, dobbiamo valorizzare i nostri successi. L’Europa rimane un’oasi di sicurezza, stabilità e stato di diritto. Abbiamo tribunali indipendenti, che si sforzano di non essere meri portavoce di chi detiene il potere. Manteniamo fede alla parola data. Rispettiamo i contratti. Il nostro continente rispetta e ammira la scienza, legge la storia, si prende cura della cultura e tiene presenti gli insegnamenti del passato. Dobbiamo usare tutto questo per diventare un polo di attrazione per investimenti, innovazione e persone portatrici di nuove idee. La nostra stessa prevedibilità è un vantaggio in un mondo di potenze imprevedibili. Per capitalizzare i nostri numerosi punti di forza, dobbiamo cambiare alcune politiche e alcune priorità. Dobbiamo investire di più nelle nuove aziende europee di difesa tecnologica che stanno nascendo ora, talvolta ispirate dagli straordinari progressi tecnologici degli ucraini, e talvolta lavorando direttamente con loro. Dobbiamo investire in piattaforme social europee e in un’intelligenza artificiale europea, con valori europei incorporati. Abbiamo bisogno che i nostri dati vengano conservati su questo lato dell’Atlantico. Abbiamo bisogno di un’unione dei mercati dei capitali affinché il pieno potenziale economico dell’Europa possa essere raggiunto. Dobbiamo pensare come la più potente zona economica del mondo – che è ciò che siamo – e agire di conseguenza. Dobbiamo fare tutto questo per proteggere la nostra sovranità, affinché le decisioni sull’Europa vengano prese in Europa. (…)
Infine, dovremmo avere una risposta agli appelli nostalgici alla civiltà occidentale che ora ascoltiamo dai politici e dagli ideologi americani, così come da molti europei. Teniamo al passato – io tengo profondamente al passato – ma voglio che ne ricordiamo di più. Sì, gli europei hanno costruito cattedrali splendide ed eterne, e piazze come questa. Ma la civiltà europea non è solo uno sfondo per gli influencer di Instagram. Ricordiamo anche le altre cose che l’Europa ha costruito.Dopo secoli di guerre di religione, dittatura e genocidio, gli europei hanno inventato le idee che stanno alla base della democrazia liberale. Una definizione più vera della civiltà europea o occidentale include non solo gli archi, ma lo stato di diritto, la separazione dei poteri, l’indipendenza della magistratura, la libertà di parola, l’uguaglianza davanti alla legge e il principio che i governi siano responsabili di fronte ai cittadini. Queste cose non sono meno parte dell’eredità europea della sua letteratura o della sua architettura. Anzi, sono ciò che rende l’eredità culturale europea qualcosa di più di una collezione museale. Sono ciò che permette alle persone libere di leggere Dante in modo diverso, di discutere apertamente di Shakespeare, di frequentare le chiese e le cattedrali che scelgono, di criticare i propri governanti senza timore e di cambiare governo senza spargimento di sangue.
Non si può celebrare la civiltà europea attaccando al tempo stesso l’ordine giuridico e politico qui inventato, né cercando apertamente di minare le istituzioni che tutelano il pluralismo e il dissenso. Chi lo fa difende il guscio di quella civiltà, non la sua sostanza. Vi lascio con questo pensiero: ogni giorno, gli Stati Uniti si alienano potenziali visitatori, investitori e ricercatori. Ogni giorno, la Russia uccide persone innocenti in una guerra coloniale sanguinosa e insensata. E ogni giorno, l’Europa offre la prova che antichi rivali possono vivere fianco a fianco in pace, perseguendo la prosperità.
La newsletter di questa settimana è l’ultima prima della pausa estiva e la dedichiamo, come già negli anni scorsi, ad alcune proposte di lettura per le vacanze. Prima però di suggerirvi alcuni libri che riteniamo interessanti, vogliamo ricordare Giacomo Scanzi, un amico della Fondazione San Benedetto, che ci ha lasciato pochi giorni fa dopo una breve malattia che non gli ha dato scampo. Di lui ricordiamo soprattutto la grande amicizia e la simpatia intelligente con cui in tanti anni di incontri e di frequentazioni ha sempre guardato ai nostri tentativi e alle nostre iniziative. Si tratta di un’amicizia e di una stima nate ben prima che diventasse direttore del Giornale di Brescia quando, da semplice cronista, aveva scritto con grande attenzione e proprietà di contenuti (cosa del tutto inusuale) di alcune nostre iniziative. Un’attenzione che è poi proseguita in modo più intenso quando ha assunto la guida del quotidiano. Ricordiamo in particolare i diversi incontri promossi dalla nostra fondazione nei quali era intervenuto come relatore. Tra questi soprattutto quello in occasione della beatificazione di Paolo VI nel 2014, insieme all’ex direttore del Foglio Giuliano Ferrara, nell’aula magna dell’Università Cattolica. Un rapporto che non è mai venuto meno anche una volta lasciata l’attività giornalistica. In anni più recenti dalla comune passione per la letteratura era nata la collaborazione con il Mese letterario. Nell’ultima edizione, la primavera scorsa, si era così deciso insieme di dedicare una serata alla presentazione della sua rilettura dell’Odissea di Nikos Kazantzakis, lo scrittore e poeta greco da lui molto amato. Una rilettura alla quale aveva lavorato senza sosta per molti mesi nel suo eremitaggio in Val Camonica. È un libro che vi invitiamo a leggere, è stato pubblicato da Marcianum Press. Purtroppo l’aggravarsi della malattia non aveva consentito a Scanzi di essere presente alla serata del Mese letterario. Aveva però voluto che fosse letto un suo messaggio che oggi suona ancora più vero: “Il viaggio dell’Ulisse di Kazantzakis – scriveva – è il viaggio del ritorno, non a Itaca, ma alla terra o, se si preferisce, al Cielo. È un inno alla morte, lo sbocco di ogni desiderio, la misura di ogni presunzione. E la più terribile delle presunzioni umane, è ritenersi Dio. Evviva la morte dunque, che salva l’uomo dall’illusione di essere Dio. Quando ho iniziato questo lavoro ho immaginato un testo per una lettura collettiva, quasi teatrale. Questo mi piacerebbe fosse questa serata. Una grande lettura di popolo”. A Giacomo va dunque tutta la nostra gratitudine, e ai suoi familiari, alla moglie e ai figli, la nostra vicinanza in questo momento di profondo dolore.
La narrazione come desiderio e capacità di raccontare storie è uno dei caratteri singolari che identificano la nostra umanità. Una peculiarità che non potrà mai essere sostituita o rimpiazzata da un flusso di dati o di informazioni, che sarà sempre più generato dall’intelligenza artificiale. Un flusso da cui già oggi siamo continuamente subissati e che spesso appare più simile a una grande operazione di distrazione di massa che ci impedisce di cogliere i veri connotati della realtà. Proprio al tema della narrazione è stata dedicata la Summer School promossa dall’associazione «Il Rischio educativo» in collaborazione con la Fondazione San Benedetto e il Mese letterario, che si è svolta a Brescia dal 7 al 9 luglio. Sono state tre giornate molto intense per il centinaio di partecipanti, in larga parte insegnanti, provenienti da varie città. Ci si è soffermati sulle diverse tipologie di narrazione, da quella storica a quella scientifica, da quella letteraria o artistica a quella biblica. Nelle varie declinazioni ritornava però sempre come nota di sottofondo la dimensione narrativa non come una tecnica, ma come la forma attraverso la quale la vita può esprimersi nella sua pienezza ed essere condivisa e tramandata. Questo è stato possibile grazie all’aiuto di relatori che si sono coinvolti nel lavoro con passione e intelligenza facendo toccare con mano l’esperienza della narrazione: il filosofo Sergio Belardinelli, Stas’ Gawronski, gli storici Mariapina Dragonetti e Andrea Caspani, l’astrofisico Marco Bersanelli, Giulio Maspero (sacerdote con un passato da fisico che oggi insegna alla Pontificia Università Santa Croce), Giuseppe Frangi che ha guidato la visita alla Collezione di arte contemporanea Paolo VI a Concesio.
Con la newsletter di oggi vogliamo anzitutto rendervi partecipi di quanto è avvenuto a Brescia la scorsa settimana nell’ambito della festa di San Pietro promossa in Castello dai padri Carmelitani Scalzi. Siamo grati al priore padre Roberto Magni per aver voluto alcune iniziative, alle quali volentieri abbiamo offerto la nostra collaborazione come fondazione. Iniziative che hanno sorpreso le numerose persone presenti per la verità e la bellezza che hanno trasmesso. Ci riferiamo in particolare ai due incontri di sabato e domenica scorsi con don Pigi Banna e con il professor Rocco Buttiglione (due testimonianze in dialogo con alcuni giovani costellate di racconti e di esempi) e allo spettacolo teatrale ispirato alla vicenda dell’Innominato dai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni e messo in scena in modo magistrale da un gruppo di giovani di Desenzano riuniti attorno a don Gabriele Vrech nella compagnia teatrale «Profumo di Cielo». Al termine dello spettacolo don Gabriele ha invitato sul palco Buttiglione che aveva assistito alla rappresentazione tra il pubblico. Un momento commovente in cui un uomo di grande cultura ha reso omaggio al lavoro dei ragazzi valorizzando soprattutto la serietà con cui si sono messi in gioco di fronte alle pagine del Manzoni lasciandosi provocare da esse. Un esempio concreto di come la letteratura può diventare occasione di incontri veri che aprono a un’esperienza umana piena di fascino e di senso, come è accaduto tante volte anche al Mese letterario. Alla fine in tanti, fra cui diversi giovani, si sono fermati a parlare con Buttiglione colpiti da quanto aveva detto o semplicemente per stringergli la mano o chiedergli un autografo. Cosa ci dice tutto questo? Soltanto di quanta fame ci sia di incontri veri con persone, con testimoni che con la loro vita diventano maestri e compagni di strada come è avvenuto in questo caso con don Pigi, col professor Buttiglione e con don Gabriele. E di questo si può solo essere grati.
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