11 Aprile

«Abbiamo perso di vista che cosa sia l’essere umano»

Della settimana appena trascorsa ci restano due immagini. La prima è quella, del tutto inedita, della terra fotografata dal lato nascosto della luna durante la missione Artemis II che ha toccato il punto più lontano mai raggiunto in un viaggio umano nello spazio. Un’immagine che lascia stupefatti e porta a interrogarsi sulla nostra posizione nel cosmo, nel macrocosmo dello spazio e nel microcosmo delle nostre esistenze. Nello stesso tempo fa anche pensare a quanto notava Hannah Arendt dopo il lancio nello spazio nel 1957 del primo satellite da parte dell’Unione Sovietica. Allora si salutò la cosa con una reazione di sollievo per «il primo passo verso la liberazione degli uomini dalla prigione terrestre». Portò a galla «un desiderio di sfuggire alla condizione umana» che si nasconde, per esempio, anche «nella speranza», oggi da più parti perseguita, «di protrarre la durata della vita umana al di là del limite dei cento anni». «Quest’uomo del futuro – scriveva la Arendt -, che gli scienziati pensano di produrre nel giro di un secolo, sembra posseduto da una sorta di ribellione contro l’esistenza umana come gli è stata data, un dono gratuito proveniente da non so dove, che desidera scambiare, se possibile, con qualcosa che lui stesso abbia fatto». 

La seconda immagine è quella della guerra che sta infiammando il Medio Oriente (senza dimenticare i tanti altri conflitti in corso) e che in questi giorni ha visto dilagare senza freni la logica delle minacce e della violenza contro ogni razionalità. Una situazione che ora pare temporaneamente congelata nella speranza che possa evolversi davvero in un percorso di pace come ha ripetutamente chiesto papa Leone, pressoché unica voce nel silenzio di tutti i leader dei paesi non coinvolti nel conflitto. In questo scenario ci ha colpito la lettura dell’intervista che ha rilasciato al quotidiano La Stampa il vescovo norvegese Erik Varden. «Abbiamo perso di vista che cosa sia l’essere umano», dice. Su quest’intervista vi invitiamo a leggere il commento di Renato Farina pubblicato sul quotidiano online ilsussidiario.net. Scrive: «Varden non nega il male. Sa che “il diritto del più forte è sempre esistito e resterà la norma”. Non fa sconti: il mondo è ferito, la storia è una contesa. Ma rifiuta la resa: “Non dobbiamo rassegnarci alla Terza guerra mondiale”. E soprattutto sposta lo sguardo. Non l’ossessione per la notte, ma la fedeltà alla luce.“L’uomo è fatto per la libertà. La libertà conduce alla fioritura”. Non è una frase da convegno: è una constatazione. E aggiunge, con una precisione quasi brutale: “Per essere liberi, c’è bisogno di persone che mostrino cosa sia la libertà”. Non manuali, ma testimoni. Non programmi, ma vite».

12 Gennaio

Il barlume della speranza e lo spirito del tempo

Riprende da oggi il nostro appuntamento settimanale con la newsletter domenicale «Fissiamo il pensiero». È il primo del 2025, un anno che coincide con i vent’anni di presenza della Fondazione San Benedetto. Iniziamo questo nuovo tratto di strada ringraziando tutti coloro che ci seguono, con la speranza di poter continuare a offrire ogni settimana un piccolo contributo utile a ciascuno e alla vita comune attraverso la proposta di spunti di lettura. Non un flusso continuo di informazioni e di opinioni, ma semplicemente la segnalazione di un articolo o di un testo su cui fissare l’attenzione e il pensiero, oltre che delle iniziative che la fondazione promuoverà nel corso dell’anno.
Questa settimana vi suggeriamo la lettura dell’intervista al Foglio di Erik Varden, 50 anni, vescovo cattolico in Norvegia. «Avere speranza come cristiani – sottolinea nell’intervista – non significa aspettarsi che tutto vada bene. Non tutto va bene. Qui e ora, la speranza si manifesta come un barlume. Questo non vuol dire che sia irrilevante. La speranza ha un contagio benedetto che le permette di diffondersi di cuore in cuore. I poteri totalitari lavorano sempre per cancellare la speranza e indurre alla disperazione. Educarsi alla speranza significa esercitarsi alla libertà». Dopo essere cresciuto in una famiglia agnostica, Varden si è convertito dopo aver ascoltato una sinfonia di Gustav Mahler, abbracciando la fede cattolica a 19 anni. Monaco cistercense ha insegnato a Cambridge prima di essere nominato vescovo in un paese fra i più secolarizzati come la Norvegia. Pubblicata in occasione dello scorso Natale, l’intervista merita di essere letta integralmente per la bellezza e l’intelligenza delle risposte mai appiattite sui soliti cliché.