«Abbiamo perso di vista che cosa sia l’essere umano»
Data 11 Aprile 2026
Della settimana appena trascorsa ci restano due immagini. La prima è quella, del tutto inedita, della terra fotografata dal lato nascosto della luna durante la missione Artemis II che ha toccato il punto più lontano mai raggiuntoin un viaggio umano nello spazio. Un’immagine che lascia stupefatti e porta a interrogarsi sulla nostra posizione nel cosmo, nel macrocosmo dello spazio e nel microcosmo delle nostre esistenze.
La terra vista dal lato nascosto della luna (foto Nasa)
Nello stesso tempo fa anche pensare a quanto notava Hannah Arendt dopo il lancio nello spazio nel 1957 del primo satellite da parte dell’Unione Sovietica. Allora si salutò la cosa con una reazione di sollievo per «il primo passo verso la liberazione degli uomini dalla prigione terrestre». Portò a galla «un desiderio di sfuggire alla condizione umana» che si nasconde, per esempio, anche «nella speranza», oggi da più parti perseguita, «di protrarre la durata della vita umana al di là del limite dei cento anni». «Quest’uomo del futuro – scriveva la Arendt -, che gli scienziati pensano di produrre nel giro di un secolo, sembra posseduto da una sorta di ribellione contro l’esistenza umana come gli è stata data, un dono gratuito proveniente da non so dove, che desidera scambiare, se possibile, con qualcosa che lui stesso abbia fatto».
La seconda immagine è quella della guerra che sta infiammando il Medio Oriente (senza dimenticare i tanti altri conflitti in corso) e che in questi giorni ha visto dilagare senza freni la logica delle minacce e della violenzacontro ogni razionalità. Una situazione che ora pare temporaneamente congelata nella speranza che possa evolversi davvero in un percorso di pace come ha ripetutamente chiesto papa Leone, pressoché unica voce a farsi sentire nel silenzio di tutti i leaderdei paesi non coinvolti nel conflitto.
Bombardamento su Beirut
In questo scenario ci ha colpito la lettura dell’intervista che ha rilasciato al quotidiano La Stampa il vescovo norvegese Erik Varden. «Abbiamo perso di vista che cosa sia l’essere umano», dice. Su quest’intervista vi invitiamo a leggere il commento di Renato Farinapubblicato sul quotidiano online ilsussidiario.net. Scrive: «Varden non nega il male. Sa che “il diritto del più forte è sempre esistito e resterà la norma”. Non fa sconti: il mondo è ferito, la storia è una contesa. Ma rifiuta la resa: “Non dobbiamo rassegnarci alla Terza guerra mondiale”. E soprattutto sposta lo sguardo. Non l’ossessione per la notte, ma la fedeltà alla luce.“L’uomo è fatto per la libertà. La libertà conduce alla fioritura”. Non è una frase da convegno: è una constatazione. E aggiunge, con una precisione quasi brutale: “Per essere liberi, c’è bisogno di persone che mostrino cosa sia la libertà”. Non manuali, ma testimoni. Non programmi, ma vite».
Mese letterario, doppio appuntamento martedì e giovedì
Giovedì a Brescia si è aperto il Mese letterario con la prima serata dedicata a Samuel Taylor Coleridge presentato da Edoardo Rialti che ha concluso il suo intervento con una lettura appassionata di un’ampia parte della «Ballata del vecchio marinaio». L’auditorium degli Artigianelli era gremito di pubblicocon una significativa presenza di giovani. Qui trovate il servizio sulla serata realizzato dal quotidiano online ilsussidiario. Lunedì alle 21 sarà invece possibile rivederel’incontro con Rialti a questo link su ilsussidiario.tv.
Questa settimana si continua con un doppio appuntamento. Martedì 14 aprile, sempre alle 20.30, ci sarà l’incontro con lo scrittore e cantautore Massimo Bubola che dialogherà con Enrico Miranisull’Odissea di Nikos Kazantzakis nella rilettura che ne ha fatto Giacomo Scanzicol suo romanzo pubblicato lo scorso anno. A questo link su ilsussidiario.net trovate una presentazione dell’incontro. Giovedì 16 aprile invece Carlo Maria Simone parlerà del poeta latino Publio Ovidio Nasone(qui trovate la presentazione dell’incontro).
L’incontro di apertura della sedicesima edizione del Mese letterario con Edoardo Rialti
La lezione di Erik Varden e quella Bontà presente che ci salva senza chiedere permesso
di Renato Farina
L’8 aprile il vescovo norvegese Eric Varden ha rilasciato un’intervista a La Stampa ricca di stimoli umani e cristiani che toccano il cuore della fede
C’è una frase che buca la pagina– e non per violenza, ma per dolcezza: “Abbiamo perso di vista che cosa sia l’essere umano”. A pronunciarla è il vescovo norvegese Erik Varden, monaco cistercense, uomo del profondo Nord e del silenzio, chiamato a parlare al cuore della Chiesa guidando gli esercizi spirituali del Papa. L’intervista è di Giacomo Galeazzisu La Stampa, ma ciò che resta non è la cronaca: è un varco. E accanto, quasi in controluce, il suo libro – Illuminati da una gloria nascosta (Edizioni San Paolo, 2026) – che già nel titolo dice tutto: la luce c’è, ma non abbaglia, si lascia trovare.
Rispetto alla narrazione prevalenteè una novità fantastica. Siamo stati invasi in queste settimane non tanto dall’Anticristo, quello non ci ha mai mollato, ma dalle tesi del miliardario americano o del filosofo russo a proposito di dove la Bestia dolce e suadente si incarni oggi. Che respiro dà invece la Pasqua – più forte dell’Antipasqua – attraverso i suoi testimoni attuali.
Varden non nega il male.Sa che “il diritto del più forte è sempre esistito e resterà la norma”. Non fa sconti: il mondo è ferito, la storia è una contesa. Ma rifiuta la resa: “Non dobbiamo rassegnarci alla Terza guerra mondiale”. E soprattutto sposta lo sguardo. Non l’ossessione per la notte, ma la fedeltà alla luce.
“L’uomo è fatto per la libertà. La libertà conduce alla fioritura”. Non è una frase da convegno: è una constatazione. E aggiunge, con una precisione quasi brutale: “Per essere liberi, c’è bisogno di persone che mostrino cosa sia la libertà”. Non manuali, ma testimoni. Non programmi, ma vite.
Qui si apre la fenditura decisiva.Come scriveva Vasilij Grossman, non sono le stragi – che è pur doveroso raccontare – a colpirci davvero, ma la bontà gratuita. Quella che non conviene. Quella che non torna nei conti. Quella che accade e basta, e per questo disarma. È la contraddizione vivente della legge del più forte. È la prova – sì, la prova – che il cuore dell’uomo non è riducibile al potere. E allora ecco il punto, detto senza timidezze: “Il cristianesimo è il racconto dell’incarnazione di Dio”. Non un’etica, non una visione del mondo: un fatto. Se Dio ha preso carne, la carne è il luogo di Dio. “Se Dio si è fatto carne, allora la natura umana ha una grande concretezza”. Non siamo un errore da correggere, ma una promessa da compiere.
Qui Varden compie il salto, e bisogna seguirlo, senza edulcorare: “La fede cristiana proclama che il desiderio umano non è folle né assurdo”. Non è una malattia. Non è un oppiaceo consolatorio, bensì dice la verità sul cosmo e sull’uomo: “È un’eco che risuona in me da una fonte personale ed eterna: Dio”. Non un’energia, non un vago oltre. Un Tu. E questo Tu ha un volto e un nome: Cristo risorto. Non un’idea di resurrezione, ma una presenza che attraversa la morte e la vince. Qui la fede smette di essere opinione e diventa evento.
C’è una conseguenza, ciò determina delle prioritànell’agenda dei temi su cui battere prima ancora che dibattere. Non è il tempo di indugiare sulla cattiveria dell’Anticristo, di catalogarne le mosse, di costruire atlanti del male. È il tempo – finalmente – di guardare al Cristo risorto che accade, che sorprende, che rimette in piedi l’uomo. È il tempo della vita nuova, non come slogan ma come esperienza. Una vita che è già desiderata – e, misteriosamente, già fiorita. Anche il celibato dei preti, in questa luce, smette di essere un problema disciplinare da talk show: “Vissuto bene, è possibile e persino liberante. Permette di orientare l’intera esistenza al dono di sé”. Non sottrae, concentra. Non impoverisce, incendia.
E poi quella frase che andrebbe incisa sui nostri telefoni: “La società sempre connessa non lo saprebbe: la velocità non equivale alla profondità”. Ci muoviamo a una velocità indecente e non arriviamo da nessuna parte. “La profondità della comunicazione dobbiamo disporci a costruirla insieme”. Insieme. Non da soli, non contro, non sopra.
“Solo insieme potremo avviare questo processo di beatitudine umana”. Parola scandalosa, beatitudine. Non doveva essere nell’aldilà il Paradiso? Eppure “nel crepuscolo della Pasqua” (don Giussani) è iniziato un tempo nuovo. Eppure è nel “qui e ora” che si gioca la possibilità che fiorisca l’umano, un inizio di pienezza esistenziale. La questione di Cristo coincide con la questione umana, se così si può dire. Ed è più di sempre un argomento dirompente. Perché, in fondo, abbiamo perso di vista l’uomo. Ma non lo abbiamo perduto. C’è ancora – ostinata, gratuita, irriducibile – quella bontà che spunta dove non dovrebbe, che salva senza chiedere permesso. È la traccia del Risorto nella storia.
E allora il monaco del Nord, con passo quieto e voce ferma, vi consegna una consegna semplice e tremenda: non abbiate paura della luce. Non perché il buio non esista – esiste, e ferisce – ma perché non è l’ultima parola. Cristo è risorto. E questo, oggi, cambia tutto.
Con la newsletter di oggi vogliamo anzitutto rendervi partecipi di quanto è avvenuto a Brescia la scorsa settimana nell’ambito della festa di San Pietro promossa in Castello dai padri Carmelitani Scalzi. Siamo grati al priore padre Roberto Magni per aver voluto alcune iniziative, alle quali volentieri abbiamo offerto la nostra collaborazione come fondazione. Iniziative che hanno sorpreso le numerose persone presenti per la verità e la bellezza che hanno trasmesso. Ci riferiamo in particolare ai due incontri di sabato e domenica scorsi con don Pigi Banna e con il professor Rocco Buttiglione (due testimonianze in dialogo con alcuni giovani costellate di racconti e di esempi) e allo spettacolo teatrale ispirato alla vicenda dell’Innominato dai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni e messo in scena in modo magistrale da un gruppo di giovani di Desenzano riuniti attorno a don Gabriele Vrech nella compagnia teatrale «Profumo di Cielo». Al termine dello spettacolo don Gabriele ha invitato sul palco Buttiglione che aveva assistito alla rappresentazione tra il pubblico. Un momento commovente in cui un uomo di grande cultura ha reso omaggio al lavoro dei ragazzi valorizzando soprattutto la serietà con cui si sono messi in gioco di fronte alle pagine del Manzoni lasciandosi provocare da esse. Un esempio concreto di come la letteratura può diventare occasione di incontri veri che aprono a un’esperienza umana piena di fascino e di senso, come è accaduto tante volte anche al Mese letterario. Alla fine in tanti, fra cui diversi giovani, si sono fermati a parlare con Buttiglione colpiti da quanto aveva detto o semplicemente per stringergli la mano o chiedergli un autografo. Cosa ci dice tutto questo? Soltanto di quanta fame ci sia di incontri veri con persone, con testimoni che con la loro vita diventano maestri e compagni di strada come è avvenuto in questo caso con don Pigi, col professor Buttiglione e con don Gabriele. E di questo si può solo essere grati.
«Ogni generazione, probabilmente, crede di essere destinata a rifare il mondo. La mia, tuttavia, sa che non lo rifarà. Ma il suo compito è forse più grande. Consiste nell’impedire che il mondo vada a pezzi». Lo scriveva Albert Camus e oggi queste parole, in un momento in cui sotto molti aspetti il mondo sembra in preda a una sorta di impazzimento, vengono fatte proprie dal filosofo Alain Finkielkraut in una conversazione con una rivista francese i cui passaggi salienti sono stati ripresi in Italia dal quotidiano il Foglio. Di quanto dice Finkielkraut meritano di essere sottolineati in particolare due aspetti. Il primo riguarda la trasformazione delle élite che in passato erano uno snodo fondamentale nella trasmissione della cultura. Oggi invece la gran parte delle nuove élite «ritiene di non avere alcun dovere verso nulla né verso nessuno, si vanta della propria ignoranza e ostenta la propria volgarità, si immagina ribelle perché non si preoccupa più di trasmettere nulla e disprezza l’eredità secolare, si crede moralmente superiore a tutto ciò che l’ha preceduta e allo stesso tempo si ritiene e si dichiara irresponsabile di tutto». Il secondo aspetto è la crescente incapacità di cogliere «la complessità del mondo» verso la quale siamo diventati allergici. Si cede così – dice Finkielkraut «al fascino del numero 2 (due blocchi, due forze, due schieramenti…), è uno dei grandi misteri del nostro tempo. Come diceva Péguy, “bisogna sempre dire ciò che si vede. Ma soprattutto, cosa più difficile, bisogna sempre vedere ciò che si vede”». Ecco una questione capitale: vedere ciò che si vede. Accorgersi di ciò che accade anche e soprattutto quando supera le nostre misure corte è il primo lavoro.
Oggi vogliamo anzitutto ritornare sul recente viaggio di Papa Leone in Spagna al quale abbiamo dedicato la newsletter della scorsa settimana. Lo facciamo segnalandovi come occasione di approfondimento un commento di don Julián Carrón pubblicato venerdì sul Corriere della Sera. La verità e la profondità di quanto il Papa ha detto e fatto è tale che non si può lasciare che venga consumata nella distrazione quotidiana. «Leone XIV – scrive Carrón – ci sfida attraverso il suo sguardo sulla realtà: in quei giorni, anche con gesti semplicissimi, ha svelato — dietro alle analisi e ai temi più brucianti del dibattito pubblico — il volto dell’uomo. Nella corsa impellente a stabilire cosa è “umano”, nel moltiplicarsi delle definizioni antropologiche e degli allarmi di fronte allo sgretolarsi della storia che accelera, il Papa ci spiazza tutti, perché si ferma davanti all’uomo. Lo rivela, guardandolo». Quella che emerge dalle parole del Papa è per Carrón una stima infinita per come siamo fatti e per la nostra libertà. «Servire la dignità della persona è, innanzitutto, riconoscere questo suo essere fatta con una esigenza sconfinata», sottolinea soffermandosi poi su due straordinarie citazioni del Papa. La prima: «Tra le gioie, i successi e le sconfitte, ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di un’altra acqua per dissetarci più profondamente. Il nostro desiderio di verità e di felicità ha bisogno di un orizzonte più ampio. E questa inquietudine è un dono che Dio stesso ci ha dato: siamo fatti su misura per l’infinito». La seconda: «È in questo mondo che dobbiamo coltivare l’inquietudine, non in un altro». Coltivarla e «farle spazio».
Questa settimana vi invitiamo anche a leggere l’intervento dal Sole 24Ore della rettrice dell’Università Cattolica Elena Beccalli dedicato alla lectio magistralis che il premio Nobel per l’economia James Heckman ha tenuto lunedì scorso nella sede bresciana dell’ateneo, e che c’entra molto con i temi sollevati dal viaggio del Papa in Spagna. Quella di Heckman è stata una lectio tutta centrata sull’importanza fondamentale di investire sull’educazione sin dalla prima infanzia. «Il destino del secolo che stiamo vivendo dipenderà dal ruolo che sapremo riservare in ogni parte del mondo all’educazione», sottolinea Beccalli. In un paese come il nostro afflitto da una gravissima crisi demografica che prima ancora è una crisi educativa queste considerazioni indicano la necessità di un cambio di rotta non più rinviabile. Il tema dell’educazione peraltro è da sempre nel dna della San Benedetto come evidenziato anche nel suo nome proprio per rimarcare la centralità di una sfida che riguarda tutti.
Gestisci Consenso
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.