Questa settimana anticipiamo al sabatol’invio della nostra newsletter «Fissiamo il pensiero». Domani infatti è Pasqua, cioè la Resurrezione di Gesù. «Com’è possibile crederci?». Se lo chiede ripetutamente l’attore e comico Giacomo Poretti in un breve articolo che vi invitiamo a leggere pubblicato martedì dall’Osservatore Romano. È il nostro modo di fare gli auguri pasquali a tutti coloro che ci seguono. Com’è possibile credere alla resurrezione di fronte all’inevitabilità della morte? Eppure la realtà, a partire dal succedersi delle stagioni – scrive Poretti -, è piena di indizi che ci dicono, se li vogliamo cogliere, che «la vita non è un accidente momentaneo e doloroso» destinato al fallimento della morte e che il corpo di Gesù risorto è un «regalo di eternità». Un regalo che rivela una bellezza nascostaa cui ciascuno di noi è chiamato.
L’icona della Trinità di Andrei Rublëv
A proposito di bellezza, lunedì scorso nella sede della San Benedetto un gruppo di amici si è ritrovato per vedere insieme il film «Andrej Rublëv», capolavoro del regista russo Andrej Tarkovskijrealizzato a metà degli anni ’60. Ruota attorno alla figura di Rublëv, grande pittore di icone vissuto fra il XIV e il XV secolo in una Russia travolta dalle scorrerie delle orde tartare. La celebre icona della Trinità è la sua opera più famosa. È «il dipinto più bello del mondo», scrive Adriano Sofri in un articolo (lo potete leggere sul nostro sito) pubblicato tre anni fa sul Foglio, raccontando le vicissitudini odierne dell’icona nella Russia di Putin. Ecco la Fondazione San Benedetto, oltre agli incontri pubblici attraverso cui in tanti ci hanno conosciuto, è prima di tutto un luogo di incontro e di amicizia nel quale semplicemente ci si può trovare una sera per vedere un grande film e fare un’esperienza reale, non artificiale, di bellezza.
Mese letterario, un antidoto ai social, giovedì s’inizia
Giovedì 9 aprile alle 20.45 a Brescia, nell’auditorium degli Artigianelli (ingresso in via Avogadro 23 con parcheggio interno) si aprirà la sedicesima edizione del Mese letterario. In programma l’incontro sul poeta inglese Samuel Taylor Coleridge che sarà presentato da Edoardo Rialti. Il Mese letterario è un sano antidoto all’uso dei social, per respirare alcune ore di vera libertà. In preparazione a questo appuntamento vi segnaliamo l’intervista a Rialti rilasciata al quotidiano online ilsussidiario.net (la trovate a questo link). Si raccomanda di arrivare in anticipo per ritirare il tesserino d’ingresso e consentire l’inizio puntuale dell’incontro.
Come un regalo di eternità
di Giacomo Poretti
da L’Osservatore Romano – 31 marzo 2026
Com’è possibile crederci?La vita di tutti i giorni, da sempre, da millenni, fin dal principio, ha sempre mostrato un’altra evidenza: si muore. Se sei un essere umano, prima o poi muori; anche se sei un animale prima o poi muori. La morte non risparmia nemmeno i fiori del campo e gli alberi: anche quelli secolari, per quanto resistano nel tempo, prima o poi appassiscono per sempre. Com’è possibile crederci?
Quante suppliche, preghiere e pianti, quanti sacrifici e promesse offerte nel desiderio di veder allungata la nostra vita anche di un solo giorno. Com’è possibile crederci? Ogni anno dobbiamo rispondere a questa domanda. È una fiaba, una messa in scena teatrale? Com’è possibile crederci e non dubitare allo stesso modo di quando ci vengono mostrati filmati creati dalla diabolica Intelligenza artificiale?
Non abbiamo che quello scarno racconto dei Vangeli,non abbiamo che quel fatto di cronaca dove una donna si reca quando era ancora buio alla tomba di un amico e non trova il suo corpo; non abbiamo che la corsa affannosa e lo sconcerto di due apostoli davanti alle vesti piegate del loro amico morto. Che è successo? Hanno rubato, spostato il corpo? Dov’è quel loro amico, il corpo del loro amico?
È la stessa domanda che ci coglie tutti gli anni,da millenni, allo sbocciare del primo fiore della magnolia: com’è possibile? Com’è possibile questa silenziosa fedeltà che si rinnova di anno in anno da tempo immemore? Com’è possibile che da ogni anno la primavera sia preceduta dal sepolcrale inverno? E che facendosi grande si trasformi nella baldanzosa estate per poi declinare nel rugoso autunno?
Com’è possibile che ogni anno, con il freddo nel cuore, guardando dalla finestra intravediamo il fiore della magnolia? Non è forse quello un indizio per comprendere quel sepolcro vuoto? Non è forse la fedeltà delle stagioni la prova che la vita non è un accidente momentaneo e doloroso? Non è forse un segno che l’Ingegnere delle stagioni non abbandona i propri beneficiari?
Forse per non fare in modo che lo sgomento della Maddalena e la corsa a perdifiato di Giovanni e Pietro non finiscano nello scaffale delle storie fantasy bisognerebbe ricominciare da capo, da quel fiore di magnolia, guardarlo, meditarlo, perdersi dentro ai suoi petali, naufragare dentro a quel miracolo di perfezione e chiedersi: come sei nato fiore? E poi con un po’ più di coraggio domandarsi: chi ti ha fatto fiore?
Che il corpo di Gesù non sia quel fiore? Venuto a mostrarci la bellezza, esattamente come quella del fiore, e suggerire che quel fiore non morirà mai ma che sempre a primavera risorge come un regalo di eternità?
E che è il nostro stesso destino,quello di essere fiori che hanno un solo scopo: effondere bellezza e nulla più. Per l’eternità.
Putin muove armi, uomini e icone. Guai in vista per la “Trinità” di Rublëv
di Adriano Sofri
da il Foglio – 17 maggio 2023
“Esiste la ‘Trinità’ di Rublëv, perciò Dio è”: scrive così Pavel Florenskij (ne “Le porte regali. Saggio sull’icona”, Adelphi 1977). Anche per molti discendenti della “Trinità” di Masaccio, e non credenti, ed estranei al miracolo della pittura di icone, è il dipinto più bello del mondo. Ieri Anna Zafesova sulla Stampa dava notizia del suo spostamento dalla Galleria Tretyakov, dov’era conservata da un secolo per preservarla da guerre, intemperie e guasti ambientali: va per un anno alla Cattedrale del Redentore a Mosca, poi da lì al luogo in cui era stata dipinta nel 1422, il monastero della Trinità di san Sergio di Radonež, a 75 km a nordest della capitale. Uno spostamento al Lavra di san Sergio era già avvenuto l’anno scorso, per la celebrazione dei 600 anni dalla traslazione delle reliquie del santo. In ambedue le circostanze la decisione è venuta da Putin, ignorando gli avvertimenti e la resistenza dei curatori della Galleria e degli studiosi sui danni irreparabili cui la più celebre e la più santa delle icone sarebbe incorsa una volta esposta senza protezione alla devozione dei fedeli, fumo perenne di candele, umidità di fiati, sbalzi di temperatura. Non c’è chiesa ortodossa, del resto, che non contenga una o più copie della “Trinità”, meta di preghiere e voti. Così anche in tutte le chiese ucraine. Zafesova ricorda il licenziamento in tronco della prestigiosa direttrice della Tretyakov, Zelfira Tregulova, sostituita da Elena Pronicheva, ignara d’arte ma figlia di un grosso generale del Fsb – il servizio erede del Kgb: magnifico aneddoto.
Sono anch’io fra quanti pensano a quel dipinto come al più bello. Ho potuto visitarlo più volte dov’era custodito, e visitare il monastero. Ho letto quello che ho trovato sopra le innumerevoli interpretazioni, spesso ispirate, altre volte ingegnose e suggestive. Me ne è restata una specie di devozione alle figure rese serenamente meravigliose da qualcosa che sanno solo loro, e che si lascia, se non immaginare, vedere.
Per la fama di Rublëv molto fece il bellissimo film di Tarkovskij del 1966, in bianco e nero salva l’esplosione finale dei particolari dei dipinti a colori. Oggi, se aprite la rete al nome “Trinità di Rublëv”, trovate che probabilmente è il dipinto per il quale più alta è la domanda di riproduzioni nel mondo. L’opera che ha forse soppiantato i capolavori letterari che hanno fatto la gloria mondiale della Russia. Ora la “Trinità” di Rublëv è stata rinazionalizzata, in omaggio all’alleanza fra il Cremlino di Putin e il Patriarcato di Kirill, e in nome di una restituzione alla venerazione popolare, che se ne consoli e la consumi. Un’altra delle perdite da ascrivere alla guerra all’Ucraina, non delle minori.
La newsletter di questa settimana è l’ultima prima della pausa estiva e la dedichiamo, come già negli anni scorsi, ad alcune proposte di lettura per le vacanze. Prima però di suggerirvi alcuni libri che riteniamo interessanti, vogliamo ricordare Giacomo Scanzi, un amico della Fondazione San Benedetto, che ci ha lasciato pochi giorni fa dopo una breve malattia che non gli ha dato scampo. Di lui ricordiamo soprattutto la grande amicizia e la simpatia intelligente con cui in tanti anni di incontri e di frequentazioni ha sempre guardato ai nostri tentativi e alle nostre iniziative. Si tratta di un’amicizia e di una stima nate ben prima che diventasse direttore del Giornale di Brescia quando, da semplice cronista, aveva scritto con grande attenzione e proprietà di contenuti (cosa del tutto inusuale) di alcune nostre iniziative. Un’attenzione che è poi proseguita in modo più intenso quando ha assunto la guida del quotidiano. Ricordiamo in particolare i diversi incontri promossi dalla nostra fondazione nei quali era intervenuto come relatore. Tra questi soprattutto quello in occasione della beatificazione di Paolo VI nel 2014, insieme all’ex direttore del Foglio Giuliano Ferrara, nell’aula magna dell’Università Cattolica. Un rapporto che non è mai venuto meno anche una volta lasciata l’attività giornalistica. In anni più recenti dalla comune passione per la letteratura era nata la collaborazione con il Mese letterario. Nell’ultima edizione, la primavera scorsa, si era così deciso insieme di dedicare una serata alla presentazione della sua rilettura dell’Odissea di Nikos Kazantzakis, lo scrittore e poeta greco da lui molto amato. Una rilettura alla quale aveva lavorato senza sosta per molti mesi nel suo eremitaggio in Val Camonica. È un libro che vi invitiamo a leggere, è stato pubblicato da Marcianum Press. Purtroppo l’aggravarsi della malattia non aveva consentito a Scanzi di essere presente alla serata del Mese letterario. Aveva però voluto che fosse letto un suo messaggio che oggi suona ancora più vero: “Il viaggio dell’Ulisse di Kazantzakis – scriveva – è il viaggio del ritorno, non a Itaca, ma alla terra o, se si preferisce, al Cielo. È un inno alla morte, lo sbocco di ogni desiderio, la misura di ogni presunzione. E la più terribile delle presunzioni umane, è ritenersi Dio. Evviva la morte dunque, che salva l’uomo dall’illusione di essere Dio. Quando ho iniziato questo lavoro ho immaginato un testo per una lettura collettiva, quasi teatrale. Questo mi piacerebbe fosse questa serata. Una grande lettura di popolo”. A Giacomo va dunque tutta la nostra gratitudine, e ai suoi familiari, alla moglie e ai figli, la nostra vicinanza in questo momento di profondo dolore.
La narrazione come desiderio e capacità di raccontare storie è uno dei caratteri singolari che identificano la nostra umanità. Una peculiarità che non potrà mai essere sostituita o rimpiazzata da un flusso di dati o di informazioni, che sarà sempre più generato dall’intelligenza artificiale. Un flusso da cui già oggi siamo continuamente subissati e che spesso appare più simile a una grande operazione di distrazione di massa che ci impedisce di cogliere i veri connotati della realtà. Proprio al tema della narrazione è stata dedicata la Summer School promossa dall’associazione «Il Rischio educativo» in collaborazione con la Fondazione San Benedetto e il Mese letterario, che si è svolta a Brescia dal 7 al 9 luglio. Sono state tre giornate molto intense per il centinaio di partecipanti, in larga parte insegnanti, provenienti da varie città. Ci si è soffermati sulle diverse tipologie di narrazione, da quella storica a quella scientifica, da quella letteraria o artistica a quella biblica. Nelle varie declinazioni ritornava però sempre come nota di sottofondo la dimensione narrativa non come una tecnica, ma come la forma attraverso la quale la vita può esprimersi nella sua pienezza ed essere condivisa e tramandata. Questo è stato possibile grazie all’aiuto di relatori che si sono coinvolti nel lavoro con passione e intelligenza facendo toccare con mano l’esperienza della narrazione: il filosofo Sergio Belardinelli, Stas’ Gawronski, gli storici Mariapina Dragonetti e Andrea Caspani, l’astrofisico Marco Bersanelli, Giulio Maspero (sacerdote con un passato da fisico che oggi insegna alla Pontificia Università Santa Croce), Giuseppe Frangi che ha guidato la visita alla Collezione di arte contemporanea Paolo VI a Concesio.
Con la newsletter di oggi vogliamo anzitutto rendervi partecipi di quanto è avvenuto a Brescia la scorsa settimana nell’ambito della festa di San Pietro promossa in Castello dai padri Carmelitani Scalzi. Siamo grati al priore padre Roberto Magni per aver voluto alcune iniziative, alle quali volentieri abbiamo offerto la nostra collaborazione come fondazione. Iniziative che hanno sorpreso le numerose persone presenti per la verità e la bellezza che hanno trasmesso. Ci riferiamo in particolare ai due incontri di sabato e domenica scorsi con don Pigi Banna e con il professor Rocco Buttiglione (due testimonianze in dialogo con alcuni giovani costellate di racconti e di esempi) e allo spettacolo teatrale ispirato alla vicenda dell’Innominato dai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni e messo in scena in modo magistrale da un gruppo di giovani di Desenzano riuniti attorno a don Gabriele Vrech nella compagnia teatrale «Profumo di Cielo». Al termine dello spettacolo don Gabriele ha invitato sul palco Buttiglione che aveva assistito alla rappresentazione tra il pubblico. Un momento commovente in cui un uomo di grande cultura ha reso omaggio al lavoro dei ragazzi valorizzando soprattutto la serietà con cui si sono messi in gioco di fronte alle pagine del Manzoni lasciandosi provocare da esse. Un esempio concreto di come la letteratura può diventare occasione di incontri veri che aprono a un’esperienza umana piena di fascino e di senso, come è accaduto tante volte anche al Mese letterario. Alla fine in tanti, fra cui diversi giovani, si sono fermati a parlare con Buttiglione colpiti da quanto aveva detto o semplicemente per stringergli la mano o chiedergli un autografo. Cosa ci dice tutto questo? Soltanto di quanta fame ci sia di incontri veri con persone, con testimoni che con la loro vita diventano maestri e compagni di strada come è avvenuto in questo caso con don Pigi, col professor Buttiglione e con don Gabriele. E di questo si può solo essere grati.
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