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Pasqua, com’è possibile crederci?

  • Data 4 Aprile 2026

Questa settimana anticipiamo al sabato l’invio della nostra newsletter «Fissiamo il pensiero». Domani infatti è Pasqua, cioè la Resurrezione di Gesù. «Com’è possibile crederci?». Se lo chiede ripetutamente l’attore e comico Giacomo Poretti in un breve articolo che vi invitiamo a leggere pubblicato martedì dall’Osservatore Romano. È il nostro modo di fare gli auguri pasquali a tutti coloro che ci seguono. Com’è possibile credere alla resurrezione di fronte all’inevitabilità della morte? Eppure la realtà, a partire dal succedersi delle stagioni – scrive Poretti -, è piena di indizi che ci dicono, se li vogliamo cogliere, che «la vita non è un accidente momentaneo e doloroso» destinato al fallimento della morte e che il corpo di Gesù risorto è un «regalo di eternità». Un regalo che rivela una bellezza nascosta a cui ciascuno di noi è chiamato.

L’icona della Trinità di Andrei Rublëv

A proposito di bellezza, lunedì scorso nella sede della San Benedetto un gruppo di amici si è ritrovato per vedere insieme il film «Andrej Rublëv», capolavoro del regista russo Andrej Tarkovskij realizzato a metà degli anni ’60. Ruota attorno alla figura di Rublëv, grande pittore di icone vissuto fra il XIV e il XV secolo in una Russia travolta dalle scorrerie delle orde tartare. La celebre icona della Trinità è la sua opera più famosa. È «il dipinto più bello del mondo», scrive Adriano Sofri in un articolo (lo potete leggere sul nostro sito) pubblicato tre anni fa sul Foglio, raccontando le vicissitudini odierne dell’icona nella Russia di Putin. Ecco la Fondazione San Benedetto, oltre agli incontri pubblici attraverso cui in tanti ci hanno conosciuto, è prima di tutto un luogo di incontro e di amicizia nel quale semplicemente ci si può trovare una sera per vedere un grande film e fare un’esperienza reale, non artificiale, di bellezza.

Mese letterario, un antidoto ai social, giovedì s’inizia

Giovedì 9 aprile alle 20.45 a Brescia, nell’auditorium degli Artigianelli (ingresso in via Avogadro 23 con parcheggio interno) si aprirà la sedicesima edizione del Mese letterario. In programma l’incontro sul poeta inglese Samuel Taylor Coleridge che sarà presentato da Edoardo Rialti. Il Mese letterario è un sano antidoto all’uso dei social, per respirare alcune ore di vera libertà. In preparazione a questo appuntamento vi segnaliamo l’intervista a Rialti rilasciata al quotidiano online ilsussidiario.net (la trovate a questo link). Si raccomanda di arrivare in anticipo per ritirare il tesserino d’ingresso e consentire l’inizio puntuale dell’incontro.


Come un regalo di eternità

di Giacomo Poretti

da L’Osservatore Romano  – 31 marzo 2026

Com’è possibile crederci? La vita di tutti i giorni, da sempre, da millenni, fin dal principio, ha sempre mostrato un’altra evidenza: si muore. Se sei un essere umano, prima o poi muori; anche se sei un animale prima o poi muori. La morte non risparmia nemmeno i fiori del campo e gli alberi: anche quelli secolari, per quanto resistano nel tempo, prima o poi appassiscono per sempre. Com’è possibile crederci?

Quante suppliche, preghiere e pianti, quanti sacrifici e promesse offerte nel desiderio di veder allungata la nostra vita anche di un solo giorno. Com’è possibile crederci? Ogni anno dobbiamo rispondere a questa domanda. È una fiaba, una messa in scena teatrale? Com’è possibile crederci e non dubitare allo stesso modo di quando ci vengono mostrati filmati creati dalla diabolica Intelligenza artificiale?

Non abbiamo che quello scarno racconto dei Vangeli, non abbiamo che quel fatto di cronaca dove una donna si reca quando era ancora buio alla tomba di un amico e non trova il suo corpo; non abbiamo che la corsa affannosa e lo sconcerto di due apostoli davanti alle vesti piegate del loro amico morto. Che è successo? Hanno rubato, spostato il corpo? Dov’è quel loro amico, il corpo del loro amico?

È la stessa domanda che ci coglie tutti gli anni, da millenni, allo sbocciare del primo fiore della magnolia: com’è possibile? Com’è possibile questa silenziosa fedeltà che si rinnova di anno in anno da tempo immemore? Com’è possibile che da ogni anno la primavera sia preceduta dal sepolcrale inverno? E che facendosi grande si trasformi nella baldanzosa estate per poi declinare nel rugoso autunno?

Com’è possibile che ogni anno, con il freddo nel cuore, guardando dalla finestra intravediamo il fiore della magnolia? Non è forse quello un indizio per comprendere quel sepolcro vuoto? Non è forse la fedeltà delle stagioni la prova che la vita non è un accidente momentaneo e doloroso? Non è forse un segno che l’Ingegnere delle stagioni non abbandona i propri beneficiari?

Forse per non fare in modo che lo sgomento della Maddalena e la corsa a perdifiato di Giovanni e Pietro non finiscano nello scaffale delle storie fantasy bisognerebbe ricominciare da capo, da quel fiore di magnolia, guardarlo, meditarlo, perdersi dentro ai suoi petali, naufragare dentro a quel miracolo di perfezione e chiedersi: come sei nato fiore? E poi con un po’ più di coraggio domandarsi: chi ti ha fatto fiore?

Che il corpo di Gesù non sia quel fiore? Venuto a mostrarci la bellezza, esattamente come quella del fiore, e suggerire che quel fiore non morirà mai ma che sempre a primavera risorge come un regalo di eternità?

E che è il nostro stesso destino, quello di essere fiori che hanno un solo scopo: effondere bellezza e nulla più. Per l’eternità.


Putin muove armi, uomini e icone. Guai in vista per la “Trinità” di Rublëv

di Adriano Sofri 

da il Foglio – 17 maggio 2023

“Esiste la ‘Trinità’ di Rublëv, perciò Dio è”
: scrive così Pavel Florenskij (ne “Le porte regali. Saggio sull’icona”, Adelphi 1977). Anche per molti discendenti della “Trinità” di Masaccio, e non credenti, ed estranei al miracolo della pittura di icone, è il dipinto più bello del mondo. Ieri Anna Zafesova sulla Stampa dava notizia del suo spostamento dalla Galleria Tretyakov, dov’era conservata da un secolo per preservarla da guerre, intemperie e guasti ambientali: va per un anno alla Cattedrale del Redentore a Mosca, poi da lì al luogo in cui era stata dipinta nel 1422, il monastero della Trinità di san Sergio di Radonež, a 75 km a nordest della capitale. Uno spostamento al Lavra di san Sergio era già avvenuto l’anno scorso, per la celebrazione dei 600 anni dalla traslazione delle reliquie del santo. In ambedue le circostanze la decisione è venuta da Putin, ignorando gli avvertimenti e la resistenza dei curatori della Galleria e degli studiosi sui danni irreparabili cui la più celebre e la più santa delle icone sarebbe incorsa una volta esposta senza protezione alla devozione dei fedeli, fumo perenne di candele, umidità di fiati, sbalzi di temperatura. Non c’è chiesa ortodossa, del resto, che non contenga una o più copie della “Trinità”, meta di preghiere e voti. Così anche in tutte le chiese ucraine. Zafesova ricorda il licenziamento in tronco della prestigiosa direttrice della Tretyakov, Zelfira Tregulova, sostituita da Elena Pronicheva, ignara d’arte ma figlia di un grosso generale del Fsb – il servizio erede del Kgb: magnifico aneddoto.

Sono anch’io fra quanti pensano a quel dipinto come al più bello. Ho potuto visitarlo più volte dov’era custodito, e visitare il monastero. Ho letto quello che ho trovato sopra le innumerevoli interpretazioni, spesso ispirate, altre volte ingegnose e suggestive. Me ne è restata una specie di devozione alle figure rese serenamente meravigliose da qualcosa che sanno solo loro, e che si lascia, se non immaginare, vedere.

Per la fama di Rublëv molto fece il bellissimo film di Tarkovskij del 1966, in bianco e nero salva l’esplosione finale dei particolari dei dipinti a colori. Oggi, se aprite la rete al nome “Trinità di Rublëv”, trovate che probabilmente è il dipinto per il quale più alta è la domanda di riproduzioni nel mondo. L’opera che ha forse soppiantato i capolavori letterari che hanno fatto la gloria mondiale della Russia. Ora la “Trinità” di Rublëv è stata rinazionalizzata, in omaggio all’alleanza fra il Cremlino di Putin e il Patriarcato di Kirill, e in nome di una restituzione alla venerazione popolare, che se ne consoli e la consumi. Un’altra delle perdite da ascrivere alla guerra all’Ucraina, non delle minori.

Tag:Adriano Sofri, Andrei Rublëv, Giacomo Poretti, Pasqua, Resurrezione, Tarkovskij

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piergiorgio

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Elena Ugolini, già insegnante e preside ed ex sottosegretaria all’Istruzione, ha detto: «La lettera di Davide Simone Cavallo andrebbe letta in tutte le nostre classi. È incredibile che tutto il dolore che ha dovuto sopportare e sta sopportando si possa trasformare nell’apertura di bene e di speranza che testimonia con le sue parole. È una lettera che lascia senza parole. Non perché non parli della rabbia, del dolore, della ferita subita. Ma perché dentro quella rabbia Davide riesce a non lasciarsi divorare dall’odio. Riesce persino a guardare ai ragazzi che gli hanno cambiato la vita e a dire loro: non siete perduti. Questo non cancella nulla della gravità di ciò che è accaduto. Non attenua la responsabilità di chi ha colpito. Ma ci costringe a guardare più a fondo. Davide ci ricorda che la gratitudine e l’amore alla vita restano più grandi del male subito».

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Il secondo articolo che vi segnaliamo è un’intervista al Corriere del presidente della Fondazione per la Sussidiarietà Giorgio Vittadini per il quale la ricostruzione in Friuli dopo il terremoto è stata un modello di «collaborazione tra istituzioni e realtà sociali» che ha molto da dire anche per il presente. «Prima si diceva: più società, meno Stato. Ora abbiamo capito che serve più Stato e più società», sottolinea Vittadini. Soprattutto la sussidiarietà non è uno slogan o un principio astratto. «Non possiamo limitarci a una sussidiarietà fissata giuridicamente, perché se le comunità e i corpi intermedi non sono costituiti di persone che discutono e hanno interessi non corporativi, allora non funzionano. L’uomo solo al comando non dipende esclusivamente da una volontà accentratrice di potere, ma è anche responsabilità di una società senza ideali. La sussidiarietà rimette tutto in moto se ci si apre al confronto, se non si è corporativi, se accettiamo l’altro, se si superano le ideologie. Così diventa un fattore fondamentale di sviluppo. Ecco, in questa prospettiva la sussidiarietà può essere una chiave di volta, se non la si limita alla riserva indiana del Terzo settore o peggio ancora del privato. È tempo di riprendere un dialogo in Italia e nel mondo, che realtà diverse ragionino per il bene comune accettando la diversità». Oggi come cinquant’anni fa.

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