Habermas/Ratzinger, spunti da un dialogo che ci riguarda
Habermas/Ratzinger, spunti da un dialogo che ci riguarda
Data 28 Marzo 2026
Una democrazia può reggersi solo su un insieme di procedure o di norme costituzionalio c’è qualcosa di più? È ancora possibile ricercare un bene condivisoanche partendo da punti vista diversi o siamo destinati a logorarci in una polarizzazione continua? L’esperienza religiosache contributo può dare alla vita pubblica? È utile solo per fornire un supporto etico o può dare una prospettiva diversa, più allargata, alla nostra ragionelaica attorno a cui si sono formate le nostre società occidentali? Una ragione che oggi appare sempre più smarrita e afona davanti alle nuove sfide a cominciare da quelle portate dall’avvento dell’intelligenza artificiale. A ben vedere sono tutte questioni molto legate anche alle cronache quotidiane di questi tempi. Proprio su questi temi si era molto interrogato Jürgen Habermas, uno dei maggiori filosofi contemporanei, allievo di Adorno e Horkheimer, e ultimo rappresentante della Scuola di Francoforte, morto due settimane fa. Nel 2004 a Monaco fu protagonista di un dialogo con l’allora cardinale Joseph Ratzinger. Il testo è stato pubblicato anche in italiano dall’editrice bresciana Morcelliana.
Jürgen Habermas e Joseph Ratzinger durante l’incontro a Monaco nel 2004
Pur provenendo da una formazione laica e non credenteHabermas ha dedicato molta attenzione al rapporto tra fede e ragione. Il suo dialogo con Ratzinger ruotava attorno a una domanda chiave: la democrazia moderna può prescindere completamente dalla religioneo ha bisogno delle sue risorse morali? Una domanda ancor più attuale oggi in un’epoca in cui, anche in Italia, il modello democratico attraversa una crisi profonda. Su quel dialogo fra Habermas e Ratzinger vogliamo proporvi la lettura di un articolo di Fernando De Haro, pubblicato dal quotidiano online ilsussidiario.net. Dal dialogo emergevano alcuni punti comuni. Entrambi rifiutavano il relativismo morale assoluto così come il fondamentalismo religioso. Sottolineavano inoltre la necessità di una «reciproca purificazione»: la fede deve accettare la critica razionale per evitare derive ideologiche, mentre la ragione deve riconoscere che non tutto è riducibile alla tecnicao alla logica strumentale. La religione può quindi avere un ruolo pubblico, purché sappia tradurre i propri contenuti in un linguaggio comprensibilea tutti i cittadini. La fede, sottolinea De Haro, non è «un razzo» che «sale in cielo privandosi dei pezzi inferiori che hanno reso possibile il lancio – la ragione e l’umanità – e si eleva senza fardelli». È un fatto di «laicità e umanità». «Il miglior tributo che possiamo rendere al compianto Habermas – conclude l’articolo – è quello di riscoprire la sua intuizione secondo cui la fede non è fine a se stessa. La fede è utile per liberare la ragione dal suo vicolo cieco. E questo non si conquista unicamente, né fondamentalmente, attraverso un esercizio filosofico: è una conquista che riguarda soprattutto la vita quotidiana».
Mese letterario, ancora pochi posti disponibili
«Esplorare l’esplorabile, venerare l’inesplorabile». È il titolo della sedicesima edizione del Mese letterario, iniziativa storica della Fondazione San Benedetto, in programma a Brescia nel prossimo mese di aprile. Ricordiamo che per partecipare è richiesta l’iscrizioneche si può fare gratuitamente a questo linksul sito dell’Associazione Mese letterario. Consigliamo di iscriversi al più presto perché i posti disponibili sono in via di esaurimento. Quattro gli incontri in programma che si svolgeranno sempre alle 20.45 nell’auditorium degli Artigianelli(via Avogadro 23):
– giovedì 9 aprile, Samuel Taylor Coleridge, con Edoardo Rialti
– martedì 14 aprile, l’Odissea di Nikos Kazantzakis nella rilettura di Giacomo Scanzi, con Massimo Bubola
– giovedì 16 aprile, Ovidio, con Carlo Maria Simone
– martedì 21 aprile, Giuseppe Ungaretti, con Valerio Capasa
L’intuizione di Habermas (e Ratzinger) da riscoprire
Pochi giorni fa è scomparso il filosofo tedesco Jurgen Habermas. Bisognerebbe recuperare una sua intuizione importante
Quell’incontro del pomeriggio del 19 gennaio 2004, alla Katholische Akademie in Bayern Monaco, tra Habermas – scomparso pochi giorni fa – e Ratzinger sembrò porre fine in modo definitivo all’ostilità tra il pensiero laico e quello cattolico. Il filosofo tedesco, in quanto non credente, abbandonava la visione delle credenze religiose come fenomeno irrazionale. Veniva così confermato che la Chiesa aveva definitivamente superato la sua posizione antimoderna.
Rileggendo il contenuto di quella conversazione di 22 anni fa, in occasione della morte di Habermas, il lettore è pervaso da un senso di nostalgia per i pochi progressi compiuti (e per il terreno perduto) lungo il cammino allora proposto.
Habermas ha sempre sostenuto che una democrazianon è solo un insieme di procedure e norme costituzionali. Esistono idealizzazioni percepite come evidenze, “surplus morali” che animano la società civile, motivazioni e atteggiamenti dei cittadini che consentono loro, se attivi, di contribuire al bene comune, ovvero a un bene condiviso.
Quel pomeriggio in Baviera, il filosofo tedesco sostenne che i cittadini credenti hanno il compito di dare importanti contributi, passando dal linguaggio religioso a uno più accessibile al grande pubblico. Fino agli anni Sessanta, osservò, il cattolicesimo aveva lottato duramente con il pensiero laico dell’umanesimo, dell’Illuminismo e del liberalismo politico. Ma ormai tutto ciò apparteneva al passato: una volta che la Chiesa aveva “fatto pace” con le rivoluzioni liberali, era giunto il momento che il cittadino religioso contribuisse alle fonti “pre-politiche” dello Stato costituzionale e che il cittadino laico non solo lo tollerasse, ma contribuisse a sua volta.
Habermas era ben consapevoleche in quel momento la ragione che aveva alimentato la modernità era in crisi. E affermò che solo un orientamento religioso verso un punto di riferimento trascendentale avrebbe potuto aiutare una modernità logorata a uscire dal suo vicolo cieco. Con sorprendente apertura e realismo, sottolineò che la ragione, che riflette fino alle profondità della sua natura, scopre la sua origine nell’Altro. E deve accettare l’inevitabile potere di questo Altro se non vuole perdere il suo orientamento razionale in un vicolo cieco.
Habermas osservò che il Mistero salva la ragionee invitò la coscienza laica a riflettere sui limiti dell’Illuminismo. Propose sia ai laici che ai religiosi di concepire la secolarizzazione della società come un processo di apprendimento complementare, perché possono prendere reciprocamente sul serio i rispettivi contributi su questioni pubbliche controverse.
Abbiamo fatto pochi progressi su questa strada.Lo sforzo di “tradurre” l’esperienza religiosa in un discorso laico si è spesso ridotto ad affermare una serie di principi etici che si deducono, più o meno evidentemente, dalla natura umana. Si è sostenuta la necessità, soprattutto, di rispettare uno spazio “per la religione” e si sono cercate, nel migliore dei casi, alleanze politiche (a un costo altissimo) per garantire tale spazio.
Ma il linguaggio religioso, l’esperienza religiosa, sono spesso diventati incomprensibili nell’ambito pubblico. Il linguaggio religioso è sempre più il linguaggio di un gruppo che si protegge dal mondo esterno, che ha le proprie regole, che vive ai margini del mondo.
Il problema non sono le parole, ma il tipo di esperienza cattolica che i cittadini religiosi vivono frequentemente nel XXI secolo. Ciò che manca è l’esperienza di una fede che espande la ragione. La ragione, se invocata, è un mero prologo alla fede. In questo tipo di cattolicesimo, il credente entra in un’altra “dimensione”: come un razzo sale in cielo privandosi dei pezzi inferiori che hanno reso possibile il lancio – la ragione e l’umanità – e si eleva senza fardelli.
La “traduzione” dell’esperienza in termini laici non manca; ciò che manca è l’essenza stessa del cattolicesimo: l’esperienza della fede è un fatto di laicità e umanità. Dentro all’esperienza della fede manca la razionalità, la sua suprema rilevanza umana. Per questo, alla fine, nella vita del credente le verità divine e le verità umane rimangono due compartimenti stagni e scollegati.
Il miglior tributo che possiamo rendereal compianto Habermas è quello di riscoprire la sua intuizione secondo cui la fede non è fine a se stessa. La fede è utile per liberare la ragione dal suo vicolo cieco. E questo non si conquista unicamente, né fondamentalmente, attraverso un esercizio filosofico: è una conquista che riguarda soprattutto la vita quotidiana.
Un’alta capacità di autoironia come antidoto alle tentazioni del potere. A suggerirla caldamente è il presidente della Repubblica Mattarella. Questa settimana vi proponiamo alcuni passaggi di un suo discorso fatto nei giorni scorsi a un gruppo di giovani giornalisti. Già Giorgio Gaber consigliava l’autoironia come esercizio per «guardare se stessi da un’altra angolazione, cercando di capire qualcosa in più di ciò che siamo. L’ironia ci deve coinvolgere, altrimenti si trasforma in sarcasmo, che è un modo ingeneroso di avvicinarsi agli altri». Crediamo sia un punto di vista interessante per leggere anche le cronache dell’ultima settimana (comprese anche quelle relative agli attacchi di Trump al Papa e alla Meloni). Mattarella ha rivolto il suo suggerimento all’autoironia consigliando di leggere il messaggio che Papa Leone ha inviato all’Accademia di Scienze sociali della Santa Sede. Un messaggio nel quale si mette in guardia dal potere come «eccessiva esaltazione di sé» e si sottolinea che la democrazia senza «una vera visione della persona umana rischia di diventare o una tirannia maggioritaria o una maschera per il dominio delle élites economiche e tecnologiche». Insieme l’autoironia è un antidoto efficace anche al moralismo, molto diffuso, sempre pronto a impartire lezioni su come gli altri e il mondo dovrebbero cambiare.
Della settimana appena trascorsa ci restano due immagini. La prima è quella, del tutto inedita, della terra fotografata dal lato nascosto della luna durante la missione Artemis II che ha toccato il punto più lontano mai raggiunto in un viaggio umano nello spazio. Un’immagine che lascia stupefatti e porta a interrogarsi sulla nostra posizione nel cosmo, nel macrocosmo dello spazio e nel microcosmo delle nostre esistenze. Nello stesso tempo fa anche pensare a quanto notava Hannah Arendt dopo il lancio nello spazio nel 1957 del primo satellite da parte dell’Unione Sovietica. Allora si salutò la cosa con una reazione di sollievo per «il primo passo verso la liberazione degli uomini dalla prigione terrestre». Portò a galla «un desiderio di sfuggire alla condizione umana» che si nasconde, per esempio, anche «nella speranza», oggi da più parti perseguita, «di protrarre la durata della vita umana al di là del limite dei cento anni». «Quest’uomo del futuro – scriveva la Arendt -, che gli scienziati pensano di produrre nel giro di un secolo, sembra posseduto da una sorta di ribellione contro l’esistenza umana come gli è stata data, un dono gratuito proveniente da non so dove, che desidera scambiare, se possibile, con qualcosa che lui stesso abbia fatto».
La seconda immagine è quella della guerra che sta infiammando il Medio Oriente (senza dimenticare i tanti altri conflitti in corso) e che in questi giorni ha visto dilagare senza freni la logica delle minacce e della violenza contro ogni razionalità. Una situazione che ora pare temporaneamente congelata nella speranza che possa evolversi davvero in un percorso di pace come ha ripetutamente chiesto papa Leone, pressoché unica voce nel silenzio di tutti i leader dei paesi non coinvolti nel conflitto. In questo scenario ci ha colpito la lettura dell’intervista che ha rilasciato al quotidiano La Stampa il vescovo norvegese Erik Varden. «Abbiamo perso di vista che cosa sia l’essere umano», dice. Su quest’intervista vi invitiamo a leggere il commento di Renato Farina pubblicato sul quotidiano online ilsussidiario.net. Scrive: «Varden non nega il male. Sa che “il diritto del più forte è sempre esistito e resterà la norma”. Non fa sconti: il mondo è ferito, la storia è una contesa. Ma rifiuta la resa: “Non dobbiamo rassegnarci alla Terza guerra mondiale”. E soprattutto sposta lo sguardo. Non l’ossessione per la notte, ma la fedeltà alla luce.“L’uomo è fatto per la libertà. La libertà conduce alla fioritura”. Non è una frase da convegno: è una constatazione. E aggiunge, con una precisione quasi brutale: “Per essere liberi, c’è bisogno di persone che mostrino cosa sia la libertà”. Non manuali, ma testimoni. Non programmi, ma vite».
Questa settimana anticipiamo al sabato l’invio della nostra newsletter «Fissiamo il pensiero». Domani infatti è Pasqua, cioè la Resurrezione di Gesù. «Com’è possibile crederci?». Se lo chiede ripetutamente l’attore e comico Giacomo Poretti in un breve articolo che vi invitiamo a leggere pubblicato martedì dall’Osservatore Romano. È il nostro modo di fare gli auguri pasquali a tutti coloro che ci seguono. Com’è possibile credere alla resurrezione di fronte all’inevitabilità della morte? Eppure la realtà, a partire dal succedersi delle stagioni – scrive Poretti -, è piena di indizi che ci dicono, se li vogliamo cogliere, che «la vita non è un accidente momentaneo e doloroso» destinata al fallimento della morte e che il corpo di Gesù risorto è un «regalo di eternità». Un regalo che rivela una bellezza nascosta a cui ciascuno di noi è chiamato.
A proposito di bellezza, lunedì scorso nella sede della San Benedetto un gruppo di amici si è ritrovato per vedere insieme il film «Andrej Rublëv», capolavoro del regista russo Andrej Tarkovskij realizzato a metà degli anni ’60. Ruota attorno alla figura di Rublëv, grande pittore di icone vissuto fra il XIV e il XV secolo in una Russia travolta dalle scorrerie delle orde tartare. La celebre icona della Trinità è la sua opera più famosa. È «il dipinto più bello del mondo», scrive Adriano Sofri in un articolo (lo potete leggere sul nostro sito) pubblicato tre anni fa sul Foglio, raccontando le vicissitudini odierne dell’icona nella Russia di Putin. Ecco la Fondazione San Benedetto, oltre agli incontri pubblici attraverso cui in tanti ci hanno conosciuto, è prima di tutto un luogo di incontro e di amicizia nel quale semplicemente ci si può trovare una sera per vedere un grande film e fare un’esperienza reale, non artificiale, di bellezza.
Mese letterario, un antidoto ai social, giovedì s’inizia
Giovedì 9 aprile alle 20.45 a Brescia, nell’auditorium degli Artigianelli (ingresso in via Avogadro 23 con parcheggio interno) si aprirà la sedicesima edizione del Mese letterario. In programma l’incontro sul poeta inglese Samuel Taylor Coleridge che sarà presentato da Edoardo Rialti. Il Mese letterario è un sano antidoto all’uso dei social, per respirare alcune ore di vera libertà. In preparazione a questo appuntamento vi segnaliamo l’intervista a Rialti rilasciata al quotidiano online ilsussidiario.net (la trovate a questo link). Si raccomanda di arrivare in anticipo per ritirare il tesserino d’ingresso e consentire l’inizio puntuale dell’incontro.
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