• Chi siamo
  • Attività
  • Video
  • Archivio
  • Sostienici
  • Statuto
  • Organi
  • Contatti
Email:
info@fondazionesanbenedetto.it
Fondazione San BenedettoFondazione San Benedetto
  • Chi siamo
  • Attività
  • Video
  • Archivio
  • Sostienici
  • Statuto
  • Organi
  • Contatti

Fissiamo il Pensiero

  • Home
  • Fissiamo il Pensiero
  • Non leggiamo più. E così la società si sta dissolvendo

Non leggiamo più. E così la società si sta dissolvendo

  • Data 23 Ottobre 2022

Il crollo delle vendite di libri e giornali è un’emergenza. Non sappiamo più argomentare un discorso e parliamo per slogan

di Antonio Socci 

da Libero – 11 ottobre 2022 

Il sito Artribune ha approfondito i dati Istat relativi ai consumi culturali degli italiani. La situazione è allarmante. La spesa che in media ogni famiglia ha dedicato, nell’arco di un mese, a cinema, teatri e concerti, nel 2019 è stata di 6,23 euro, nel 2020 di 1,70 euro e nel 2021 di 1,57 euro. Alla voce “musei parchi e giardini” – sempre considerando la spesa mensile di ogni famiglia – abbiamo 1,54 euro nel 2019, nel 2020 precipitiamo a 0,67 euro (è stato l’anno del Covid) e andiamo a 1,13 euro nel 2021.

Libri. La spesa media mensile per la narrativa di ogni famiglia è stata di 5,51 euro nel 2019, di 4,68 euro nel 2020 e di 4,96 nel 2021. Alla voce «libri non scolastici diversi da quelli di narrativa» abbiamo 0,10 euro nel 2019, addirittura 0,09 nel 2021 e uno sconcertante 0,04 nel 2021.

Giornali. La spesa media per famiglia, ogni mese, è stata di 3,39 euro nel 2019, di 2,70 nel 2020, di 2,76 nel 2021. Per riviste e periodici andiamo anche peggio: 1,95 euro nel 2019, 1,61 euro nel 2020 e 1,61 nel 2021. Praticamente è la morte della stampa, cioè dei giornali e dei libri. La fine di un’epoca storica.

Ovviamente questi dati non dicono tutto. Perché in Italia ci sono molti eventi culturali gratuiti (concerti in piazza, mostre e spettacoli teatrali), abbiamo visite gratuite ai musei ed è vero che si possono leggere libri e giornali senza acquistarli: in biblioteca o (per i giovani) a scuola e a casa. Inoltre la cultura passa gratuitamente anche per la televisione e per internet (oltreché attraverso il sistema scolastico e universitario). Va pure detto che, negli ultimi anni, le difficoltà economiche hanno avuto un effetto negativo su questo tipo di consumi. Però si tratta di una spesa veramente ridotta al minimo, soprattutto se confrontata con quella per altri beni non essenziali.

LA DOMANDA

La panoramica dell’Istat dunque solleva molte domande. Nella vita di un popolo il Pil non è tutto: la cultura è almeno ugualmente importante. In un suo celebre discorso, del 1968, Bob Kennedy fra l’altro diceva: «Non troveremo mai un fine per la nazione, né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del Paese sulla base del Prodotto interno lordo». Kennedy faceva notare che il Pil «comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana. Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle… Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari… Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei nostri valori familiari o l’intelligenza del nostro dibattere. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani». La ricchezza di una nazione non è misurabile solo con il Pil. È ricco un popolo che anzitutto conosce e ama la storia da cui proviene, l’arte, la propria civiltà, le città e i paesaggi in cui vive, che ne ricava un’identità e il senso di una missione nel mondo, che è consapevole di sé e del bene che può donare all’umanità e ai posteri.

NON SOLO IL PIL

Il futuro governo di Centrodestra dovrebbe affrontare questi temi con la stessa urgenza con cui affronta quelli economici. Ne va del nostro futuro. Un’altra considerazione. Si diceva che in quei dati si coglie la fine della parola scritta, il tramonto della civiltà del libro e dei giornali. È solo un innocuo passaggio tecnologico? Oppure il formarsi e l’informarsi sui social porta a un depauperamento grave della qualità del dibattito pubblico? Il filosofo Guy Debord, noto autore della Società della Spettacolo, intuì, già in anni lontani, molte dinamiche della società “informatizzata”. Nel suo Commentari sulla società dello spettacolo scriveva: «Il linguaggio binario del computer è anch’esso un’incitazione irresistibile ad accettare in ogni momento, senza alcuna riserva, ciò che è stato programmato così come ha voluto qualcun altro ma che viene fatto passare come l’origine atemporale di una logica superiore, imparziale e totale. Che bel guadagno di velocità e di vocabolario per giudicare ogni cosa! (…) Non sorprende quindi che fin dall’infanzia gli scolari vengano iniziati facilmente e con entusiasmo al Sapere Assoluto dell’informatica, mentre ignorano sempre più la lettura che esige un vero giudizio a ogni riga, e che è anche la sola che può dare accesso alla vasta esperienza umana anti-spettacolare. Perché la conversazione è morta e ben presto lo saranno anche molti che sapevano parlare».

LOGICA BINARIA

La “conversazione” va intesa anche in senso sociale. Non è forse vero che il discorso pubblico si è ormai incartato nella nefasta logica binaria dei social e, come abbiamo visto anche in questi mesi, tale semplificazione fa perdere la consapevolezza della complessità dei problemi, rendendoci incapaci di argomentare e quindi di dialogare? Parliamo per stereotipi, pregiudizi e slogan (oltreché con insulti). Qualcosa di simile scrive anche Michel Houellebecq nella sua ultima pubblicazione, Interventi, a proposito dei libri: «Un libro può essere apprezzato solo lentamente; implica una riflessione (non tanto nel senso dello sforzo intellettuale, quanto nel senso del tornare indietro); non c’è lettura senza una pausa di riflessione, senza movimento inverso, senza rilettura. Cosa impossibile, e persino assurda, in un mondo in cui tutto evolve, tutto fluttua». Lo scrittore francese spiega: «Minati dall’assillo ormai logoro del politically correct, travolti da un flusso di pseudoinformazioni… gli occidentali contemporanei non riescono più a essere lettori; non riescono più a soddisfare l’umile domanda contenuta in un libro posato davanti a loro: quella di essere semplicemente degli esseri umani pensanti e senzienti in prima persona. A maggior ragione», aggiunge Houellebecq, «gli stessi non possono svolgere un ruolo analogo di fronte a un altro essere». In questa «dissoluzione dell’essere» che è “tragica”, secondo lo scrittore francese, «ciascuno continua, mosso da un rimpianto doloroso, a chiedere all’altro ciò che non può essere: a cercare, come un fantasma cieco, quel tanto di essere che non trova più in se stesso. Quella resistenza, quella permanenza, quella profondità. Da qui l’inevitabile fallimento di ognuno; e la solitudine, che è qualcosa di atroce». C’è da riflettere. Per i popoli, come per gli individui, l’essere viene prima dell’avere.

Per approfondire

Michel Houellebecq: solo la letteratura funziona

La lectio magistralis dello scrittore francese in occasione del conferimento della laurea honoris causa all’Università degli Studi di Enna – 15 giugno 2022

Il fatto che si renda omaggio agli scrittori mi ha sempre stupito. Con una costanza incresciosa, gli autori migliori ci descrivono unanimemente un mondo senza speranza, devastato dall’infelicità, popolato da esseri umani il più delle volte mediocri e talvolta apertamente malvagi. In questo mondo, la felicità, la virtù e l’amore non trovano posto, non sono di casa; appaiono solo come piccole isole sorprendenti, quasi miracolose, in mezzo a un oceano di sofferenza, indifferenza e male.
Peggio ancora, gli autori stessi sono molto spesso maniaci del sesso, a volte pedofili, quasi sempre alcolisti, e talvolta consumatori di altre droghe ancora più pericolose; io, per esempio, ho da più di quarant’anni una forte dipendenza dal fumo. Se hanno bisogno di tutto questo per riuscire a sopportare l’esistenza, è perché la loro visione del mondo – della quale cercano, come meglio possono, di renderci partecipi – è una visione di desolazione e orrore.
Se le cose stanno così, è davvero legittimo ricompensare queste persone additandole all’ammirazione della gente?

Sì.
La letteratura non contribuisce per nulla all’aumento delle conoscenze, né al progresso morale dell’umanità; ma contribuisce in modo significativo al benessere umano, e lo fa in un modo che nessun’altra arte può rivendicare.

Sarò costretto a fare alcune osservazioni slegate tra loro, abbastanza indipendenti, per spiegarvi come sono arrivato a questa convinzione. Come la maggior parte delle persone, ho scoperto il piacere prima di scoprire il dolore. Per i bambini, il piacere più comune è quello della gola; io non ero un bambino molto goloso. Un po’ più tardi ho scoperto la sessualità; in quel caso, invece, ho subito apprezzato molto. E poi, grossomodo, niente più, nessuna altra scoperta essenziale da segnalare. Questo non ha nulla a che fare con il mio argomento, ma è comunque sorprendente: da migliaia di anni, l’ingegno umano si adopera per creare nuovi oggetti, nuovi prodotti; e da diversi secoli si avvale dell’industria e del capitalismo, cosa che ha notevolmente accelerato il processo. Ma non è mai riuscita a produrre nulla che si avvicini anche lontanamente, che sia all’altezza della sessualità donatavi dalla semplice esistenza del vostro corpo.

Eppure la sessualità, e ancor più la gola, interessano solo aree limitate del corpo umano; il dolore, invece, che in genere scopriamo più tardi e che impariamo a conoscere sempre meglio con l’avanzare dell’età, può colpire qualsiasi parte del corpo, la varietà delle sofferenze che sopportiamo è enorme; non c’è alcun dubbio, purtroppo: la sofferenza è più ricca e più varia del piacere.

Non credo nella paura della morte. Ricordo il ragionamento di Epicuro: quando ci siamo noi non c’è la morte, e quando c’è la morte noi non siamo più; non incontreremo mai la morte, non abbiamo nulla in comune con lei. È un ragionamento semplice, convincente e corretto. La sola paura che possiamo avere è quella della morte degli altri, di quelli che ci sono cari. E la sola paura che abbiamo per noi stessi è la paura di soffrire. La Rivoluzione francese è stata di una ferocia spaventosa; in certi periodi, le persone venivano letteralmente ghigliottinate in serie. La mia tesi è che, nella fila di quelli che «aspettavano il loro turno», come dice Pascal, nessuno aveva paura della morte, tanto più che quasi tutti all’epoca erano cattolici, convinti che avrebbero raggiunto immediatamente il Creatore. Tutti, però, avevano paura di quel momento terrificante, quel momento inedito in cui la lama avrebbe tagliato il collo fino a staccare la testa dal corpo. Ebbene, nella fila di quelli che «aspettavano il loro turno», ce n’erano parecchi che leggevano; e tra quelli che leggevano, come attestano numerose testimonianze, alcuni, subito prima d’essere afferrati dagli aiutanti del boia ed essere trascinati al patibolo, misero il segnalibro alla pagina esatta dove erano rimasti – tutti i libri, a quel tempo, avevano un segnalibro.

Cosa significa, in simili circostanze, mettere il segnalibro? Può significare solo una cosa: mentre leggeva, il lettore era talmente assorto nel libro da aver completamente dimenticato che di lì a pochi minuti sarebbe stato decapitato. Cos’altro, oltre a un buon romanzo, potrebbe produrre quest’effetto? Niente.

Ci sono poche probabilità che nel prossimo futuro si verifichi una nuova Rivoluzione francese, ancora di meno delle probabilità che Jean-Luc Mélenchon perda le elezioni legislative di domenica prossima. Ma c’è un’altra situazione, anch’essa abbastanza angosciante, che si è molto ampliata nell’ultimo secolo, e che è destinata ad ampliarsi ulteriormente: quella degli esami medici. Un secolo fa avevamo solo la radiografia, i raggi X; ora abbiamo la TAC, la risonanza magnetica e altre cose ancora più recenti. Va benissimo, la medicina fa progressi. Ma le persone si trovano a dover affrontare, e sempre più spesso con l’avanzare dell’età, situazioni in cui attendono i risultati di esami da cui dipenderà la loro vita nei mesi, o addirittura negli anni successivi, e da cui potrebbe dipendere anche il tempo che resta loro da vivere.

Ci si trova lì, in sala d’attesa, forse per un’ora, forse per due, è normale, i medici hanno bisogno di tempo per interpretare i risultati.
Cosa si può fare in una situazione del genere? Esattamente la stessa cosa che facevano gli aristocratici condannati alla ghigliottina: leggere.

La musica non va bene, la musica coinvolge troppo il corpo, che si cerca per l’appunto di dimenticare. Le arti plastiche sono del tutto fuori luogo. E anche il cinema, perfino se si tratta di un thriller appassionante, non è sufficiente.

Ci vuole un libro, quindi; ma la cosa è ancor più difficile: non tutti i libri sono adatti. Né la filosofia né la poesia fanno al caso nostro. Un’opera teatrale, sì, al limite; ma la cosa migliore è avere sottomano un buon romanzo. In ogni caso, ci vuole necessariamente una narrazione, preferibilmente di fantasia, perché la biografia non raggiunge mai la potenza del romanzo.

Quando ero giovane, pensavo che la poesia fosse un genere letterario superiore a tutti gli altri; lo penso ancora, in una certa misura. È vero che l’associazione del suono e del significato, cui si aggiunge talvolta l’evocazione di certe immagini, dà risultati incommensurabili per ogni altra forma di produzione letteraria.

Quindi sì, continuo a pensare che la poesia sia quanto di più bello ci sia; ma mi sono convinto che il romanzo sia quanto di più necessario ci sia.

Nel mio ultimo romanzo, Annientare, il personaggio principale si trova alla fine in una situazione di estrema angoscia. Si ammala di cancro e per avere una chance di sopravvivenza deve sottoporsi a operazioni mutilanti, così mutilanti che i chirurghi esitano a proporgliele.
Ma è in un’altra circostanza legata alla cura, non particolarmente angosciante, solo fisicamente gravosa, che riscopre i benefici del romanzo. Deve fare delle flebo che durano da quattro a sei ore; e per dimenticare la flebo, per sottrarsi al desiderio continuo di strapparsela, la cosa migliore che trova da fare è leggere Conan Doyle. Conan Doyle, vi ricordo di sfuggita, è un autore inglese che ha scritto a mio parere molte cose bellissime, ma la sua opera più famosa è senza dubbio il ciclo di racconti con Sherlock Holmes. E qui, vorrei richiamare la vostra attenzione su un punto, perché la scelta di Conan Doyle potrebbe prestarsi a malintesi. Si potrebbe credere che la qualità più importante di un romanzo che debba aiutarci a evadere da una situazione mentalmente dolorosa – una flebo interminabile, l’attesa dei risultati di un esame – sia di essere quello che gli anglosassoni chiamano un page turner, e cioè un libro così accattivante che è difficilissimo interromperne la lettura.

Questa è una qualità importante, è vero, molto importante; ma non credo sia la più importante. Vi invito a fare un semplice esperimento. Andate in spiaggia, in un bel pomeriggio d’estate. Immergetevi in un racconto di Sherlock Holmes. In meno di una pagina, se così ha deciso Conan Doyle, vi troverete catapultati a Londra, in una fredda e piovosa notte d’inverno, con la nebbia che invade le strade, o nell’appartamento di Baker Street, dove la stufa a carbone ronza sommessamente. Conan Doyle ci porta dove vuole, quando vuole, e ci fa entrare nell’interiorità dei personaggi che ha scelto. E lo fa, davvero, in meno di una pagina.

Ci si potrebbe aspettare da una Lectio magistralis che vi indichi come ci riesce, quali sono i dettagli rilevanti in grado di trasportare il lettore nel mondo che l’autore ha creato. Invece no. Non tutti gli scrittori hanno lo stesso metodo, per la semplice ragione che i loro universi percettivi sono diversi.
Ci si potrebbe aspettare, allora, che uno scrittore lo illustri a partire da una pagina dei propri libri, quel che si chiama un’esercitazione pratica. Invece no. Non si può, perché la riflessione cosciente non gioca alcun ruolo; si scrive si sente ciò che è importante nel momento in cui, ma lo si dimentica appena si passa a un’altra pagina. A volte lo si ritrova, quando ci si rilegge anni dopo, e ci si dice: però, questo o quel dettaglio non è male; ma è esattamente come se a scrivere il libro fosse stato qualcun altro. È inutile quindi in genere, quando ci si domanda perché certe pagine siano della buona letteratura, chiedere spiegazioni all’autore, che non ne sa nulla. È molto meglio lasciare all’accademico il compito di individuare i dettagli importanti, le idiosincrasie, i metodi.

Sono un autore, certo, ma sono soprattutto, nella mia vita, un lettore; ho passato molto più tempo a leggere che a scrivere. E la mia vita di lettore, a differenza della mia vita di autore, mi ha portato ad alcune conclusioni definitive, che vi esporrò in questo breve intervento. La ragione d’essere fondamentale della letteratura di finzione è che l’uomo ha in generale un cervello fin troppo complicato, fin troppo ricco per l’esistenza che è chiamato a condurre. La narrativa, per lui, non è solo un piacere, è un bisogno. Ha bisogno di altre vite, diverse dalla sua, semplicemente perché la sua non gli basta. Queste altre vite non devono per forza essere interessanti; possono essere perfettamente monotone. Possono essere piene di eventi di grande portata, o non prevederne alcuno. Non devono essere per forza esotiche; possono svolgersi cinque secoli fa, in un continente diverso, o nell’edificio accanto. L’unica cosa importante è che siano altre.

Può darsi che questo bisogno di altre vite sia politico, nel senso più ampio del termine; ma finora non sembra sia stata proposta alcuna soluzione politica valida. Ritengo più probabile che sia anzitutto intimo, fisico, emotivo; ma anche in questo caso non sembra sia emersa alcuna soluzione pertinente.
Non credo affatto che passi attraverso il virtuale, o il metaverso; queste sono solo un mucchio di chiacchiere.

La verità è che la letteratura resta, a tutt’oggi, l’unica cosa che funzioni. Naturalmente, questo bisogno di altre vite raggiunge il suo picco massimo quando le circostanze della nostra vita diventano difficili e dolorose. Ecco perché, malgrado tutto ciò che ho detto all’inizio, forse è giustificato rendere omaggio ai romanzieri. Vi ringrazio per la vostra attenzione.

Tag:Houellebecq, lettura, libri

  • Condividi
piergiorgio

Articolo precedente

Beethoven, i libri, un dialogo continuo, ricordo di don Giussani
23 Ottobre 2022

Prossimo articolo

I presentimenti di Benigni
30 Ottobre 2022

Ti potrebbe interessare anche

Jovanotti: «Così Sammy ci ha insegnato l’essenziale»
14 Febbraio, 2026

Nella newsletter della scorsa settimana abbiamo voluto mettere a tema la questione dei giovani. Non ci interessa però parlarne in termini sociologici, come se si trattasse di una categoria sociale da analizzare in base a tendenze, stili di vita, ecc. Altri lo sanno fare meglio e sono più attrezzati. A noi interessano i giovani come persone reali, nella loro singolarità come nel loro mettersi insieme. Per questo oggi vogliamo segnalarvi la storia di un giovane che, dentro una condizione oggettivamente molto difficile, è diventato con la sua presenza suscitatore di una positività straordinaria. Stiamo parlando di Sammy Basso, il giovane, biologo e ricercatore, morto a ottobre 2024 all’età di 28 anni, affetto da una malattia genetica rarissima, la progeria, che porta all’invecchiamento precoce. In questi giorni è stato pubblicato un libro, edito da San Paolo, nel quale i suoi genitori raccontano la vita con lui. La prefazione, che vi invitiamo a leggere, è stata scritta da Jovanotti. Il cantautore si sofferma sulla sua amicizia con Sammy: «A scuola ci insegnano che il cuore è un muscolo involontario. Poi nella vita può capitare di imparare che sì, è involontario, ma fino a un certo punto. Ci sono incontri, azioni, cose che ci succedono che ci insegnano a risvegliarlo – scrive Jovanotti -, lo allenano, lo ingrandiscono, lo rendono più vivo, perfino un po’ “volontario”. Sono soprattutto gli incontri. Io ho incontrato Sammy ed è stata una benedizione sentire il suo affetto e la sua amicizia, ma incontrando lui ho incontrato un mondo di cui lui era un luminoso vitale energetico centro di gravità». Bellissima la conclusione della prefazione: «Sammy nella sua breve e infinita vita ci ha insegnato l’essenziale, che è vivere, un giorno alla volta, con gratitudine e coraggio».

In questi giorni ci ha colpito anche la storia di James Van Der Beek, un noto attore di serie tv, morto per un cancro. La malattia gli era stata diagnosticata nel 2023 e un anno dopo in un video aveva raccontato come fosse cambiata la sua vita.

Dove sono i giovani oggi?
7 Febbraio, 2026

Dove sono i giovani oggi? La loro assenza nella vita pubblica è un dato di fatto. Sembrano diventati una rarità. La situazione non è molto diversa anche tra i giovani che fanno riferimento al cosiddetto mondo cattolico e che per retroterra culturale dovrebbero essere più sensibili a un impegno sociale e politico (pensiamo solo a quanto in passato hanno inciso figure come Aldo Moro o Giorgio La Pira che proprio in età giovanile avevano iniziato il loro percorso). Più volte in questi anni sia Papa Francesco che Papa Leone hanno invitato i giovani a impegnarsi in politica, non vivendo la fede come un fatto privato o marginale. Sicuramente oggi c’è un problema di solitudine e anche di isolamento collegato alla scomparsa di qualsiasi senso di comunità, che riguarda tutti ma si riflette in modo più forte proprio sui giovani che si ritrovano spesso paralizzati in tale condizione e bloccati nella loro capacità decisionale. Una condizione, per esempio, che porta a rinviare qualunque scelta definitiva e ogni impegno troppo vincolante nell’illusione di mantenersi liberi. La causa di tutto questo non sono le tecnologie digitali, non è la dipendenza dallo smartphone che è semmai una conseguenza della mancanza di qualcos’altro, un «surrogato di felicità» (come abbiamo scritto due settimane fa riprendendo le parole di Papa Leone), una comfort zone illusoria nella quale rifugiarsi. In realtà la vera causa è aver atrofizzato il desiderio che ci rende uomini, cioè quella nostalgia di pienezza inscritta nella nostra natura che non trova mai pieno esaudimento. Per la loro chiarezza riproponiamo qui alcune osservazioni di Papa Francesco sul desiderio: «A differenza della voglia o dell’emozione del momento, il desiderio dura nel tempo, un tempo anche lungo, e tende a concretizzarsi. Se, per esempio, un giovane desidera diventare medico, dovrà intraprendere un percorso di studi e di lavoro che occuperà alcuni anni della sua vita, di conseguenza dovrà mettere dei limiti, dire dei “no”, anzitutto ad altri percorsi di studio, ma anche a possibili svaghi e distrazioni, specialmente nei momenti di studio più intenso. Però, il desiderio di dare una direzione alla sua vita e di raggiungere quella meta – gli consente di superare queste difficoltà. Il desiderio ti fa forte, ti fa coraggioso, ti fa andare avanti sempre. Spesso è proprio il desiderio a fare la differenza tra un progetto riuscito, coerente e duraturo, e le mille velleità e i tanti buoni propositi di cui, come si dice, “è lastricato l’inferno”: “Sì, io vorrei, io vorrei, io vorrei…” ma non fai nulla. L’epoca in cui viviamo sembra favorire la massima libertà di scelta, ma nello stesso tempo atrofizza il desiderio – tu vuoi soddisfarti continuamente – per lo più ridotto alla voglia del momento. E dobbiamo stare attenti a non atrofizzare il desiderio. Siamo bombardati da mille proposte, progetti, possibilità, che rischiano di distrarci e non permetterci di valutare con calma quello che veramente vogliamo».

Il maledetto vizio della gogna
31 Gennaio, 2026

Oggi vogliamo partire da una notizia della cronaca perché ci sembra emblematica di una posizione comune, molto diffusa, che genera solo rancore e risentimento senza contribuire in alcun modo né alla verità né alla giustizia. In questi giorni abbiamo assistito a una levata di scudi, con atti formali di protesta anche del nostro governo, dopo la decisione della magistratura elvetica di concedere la libertà su cauzione al titolare del locale di Crans-Montana dove si è verificata la strage di Capodanno nella quale hanno perso la vita 40 persone. Sottolineiamo solo che la libertà su cauzione è un istituto giuridico espressamente previsto dal sistema giudiziario svizzero che è diverso da quello italiano. E non è una sentenza di assoluzione. Se il governo di un altro paese come l’Italia decide di puntare il dito contro questa decisione per assecondare il sentimento di rabbia verso i presunti colpevoli, il problema diventa inevitabilmente politico. Condividiamo in toto quanto scritto nei giorni scorsi da Giuliano Ferrara sul Foglio: «Tanto valeva impiccare i coniugi Moretti al primo albero. Una cosa spiccia ma agile, semplice, corrispondente al sentimento generale verso il capro espiatorio prima e al di là di ogni regola e accertamento di responsabilità. Siamo un paese folle, costruito sulla gogna pubblica per i presunti colpevoli». «Il dolore per le vittime del fuoco divoratore e dei sopravvissuti – continua Ferrara – non ha niente a che vedere con la soddisfazione invocata: punire in catene due presunti colpevoli, fottersene della divisione dei poteri, dei controlli e delle garanzie di un processo giusto, elevare un patibolo, inventarsi un sistema di complicità ambientale e processarlo per vie brevi, sommariamente, perché si possa sanare l’inquietudine, lenire la rabbia e la sacrosanta volontà di giustizia della comunità offesa, garantendo nel contempo un consenso facile truce immediato a chi la spara più grossa». (Qui trovate il link all’articolo del Foglio)

Siamo invece profondamente persuasi dall’esperienza stessa della vita che il male non si combatte mai con il castigo e tantomeno con la gogna pubblica o mediatica che serve solo da brodo di coltura di un risentimento infelice e meschino. Solo il bene seminato e costruito nelle sue mille forme quotidiane può consentire di contrastare il male e talvolta anche di trasformarlo paradossalmente in un’occasione di riscatto e di crescita umana. Su questo vogliamo proporvi la lettura di un articolo di Gloria Amicone pubblicato sul quotidiano online ilsussidiario.net. La sua è una testimonianza personale, pensando a chi è stato coinvolto nella strage di Crans-Montana. Scrive: «In un mondo dove c’è chi dice che quei ragazzi non avrebbero dovuto essere lì, quando tutti avremmo potuto essere lì; dove c’è chi dice che è stato il caso, o addirittura il fato. Non è stato il caso, non è stato il fato. Qui ci sono stati gravi errori umani. È ingiusto dire questo a chi ha perso un figlio. È ingiusto dirlo ai ragazzi con le ustioni sul corpo. E mi azzarderò a dire di più. È ingiusto dirlo anche a quei gestori, perché è come dire loro che non potevano fare meglio e non possono fare meglio ora. Che è finita. Che in galera marciranno perché lo vuole il fato. E invece no». Un articolo molto vero da leggere dall’inizio alla fine. 

Cerca

Categorie

  • Fissiamo il Pensiero
  • I nostri incontri
    • I nostri incontri – 2015
    • I nostri incontri – 2016
    • I nostri incontri – 2017
    • I nostri incontri – 2018
    • I nostri incontri – 2019
    • I nostri incontri – 2021
    • I nostri incontri – 2022
    • I nostri incontri – 2023
    • I nostri incontri – 2024
    • I nostri incontri – 2025
    • I nostri incontri – 2026
  • Mese Letterario
    • 2010 – I Edizione
    • 2011 – II Edizione
    • 2012 – III Edizione
    • 2013 – IV Edizione
    • 2014 – V Edizione
    • 2015 – VI Edizione
    • 2016 – VII Edizione
    • 2017 – VIII Edizione
    • 2018 – IX Edizione
    • 2019 – X Edizione
    • 2021 – XI Edizione
    • 2023 – XIII Edizione
    • 2024 – XIV Edizione
    • 2025 – XV Edizione
  • Scuola San Benedetto – edizioni passate
  • Tutti gli articoli

Education WordPress Theme by ThimPress. Powered by WordPress.

VUOI SOSTENERCI?

Siamo una fondazione che ha scelto di finanziarsi con il libero contributo di chi ne apprezza l’attività

Voglio fare una donazione
Borgo Wührer, 119 - 25123 Brescia
info@fondazionesanbenedetto.it

Resta sempre aggiornato

Iscriviti subito alla nostra newsletter per non perderti le attività e gli eventi organizzati dalla Fondazione San Benedetto.

Iscriviti

Sito Web sviluppato da Nida's - Nati con la crisi.

Copyright © Fondazione San Benedetto Educazione e Sviluppo

Mappa del sito | Privacy Policy | Cookie Policy

Sito Web sviluppato da Nida's - Nati con la crisi.

Privacy Policy | Cookie Policy

Fondazione San Benedetto
Gestisci Consenso
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici. L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.
  • Gestisci opzioni
  • Gestisci servizi
  • Gestisci {vendor_count} fornitori
  • Per saperne di più su questi scopi
Visualizza preferenze
  • {title}
  • {title}
  • {title}