• Chi siamo
  • Attività
  • Video
  • Archivio
  • Sostienici
  • Statuto
  • Organi
  • Contatti
Email:
info@fondazionesanbenedetto.it
Fondazione San BenedettoFondazione San Benedetto
  • Chi siamo
  • Attività
  • Video
  • Archivio
  • Sostienici
  • Statuto
  • Organi
  • Contatti

Fissiamo il Pensiero

  • Home
  • Fissiamo il Pensiero
  • La solitudine e la forza, l’ultima intervista di Testori

La solitudine e la forza, l’ultima intervista di Testori

  • Data 2 Aprile 2023

Intervista di Claudio Altarocca

da «La Stampa», 2 gennaio 1993

Giovanni Testori ha passato da solo Natale e Capodanno in una camera all’ospedale San Raffaele. Sempre per il male che gli ha colpito i linfonodi. Ha chiesto lui alle sorelle e al fratello di rimanere con le loro famiglie. Siede in poltrona e ha un catalogo d’arte sulle ginocchia: «Ci metto sopra un foglio e scrivo. Il vizio di scrivere non mi ha lasciato». Sono trascorsi alcuni giorni dall’ultima applicazione di cobalto e ha il viso più rosa, più in carne. Sono mesi che è in questa camera: «Ora la solitudine l’accetto, anche se sono insufficientemente umile, insufficientemente disposto ad accettare ciò che la malattia ha comportato e comporterà. Spero che i miei furori stiano calmi. Ma un po’ furenti è necessario esserlo perché porta all’indignazione». Si gira lentamente, prende un bicchiere d’acqua, beve con avidità.

Sul tavolino di fronte a lui c’è un alberello di Natale, di carta e senza luci. «Questo Natale è stato, forse non volutamente, meno indecente di tanti altri che l’hanno preceduto: è stretto di più attorno a quelli che soffrono. La capanna è più capanna, la grotta più grotta. Gli uomini sono obbligati a spendere meno in cretinate. C’è chi spende lo stesso e butta via quello che dovrebbe esser dato a chi non ha niente, a chi soffre, a chi muore di fame e di malattia. Un medico di qui m’ha detto che fra quindici, vent’anni in Africa moriranno 200 milioni per Aids. L’uomo europeo, occidentale, sarà costretto a ravvedersi dalla rivolta che verrà dei popoli che ha soggiogato e sfruttato. Io lo spero.»

Dice che nel chiarore delle piccole lampade nelle notti d’ospedale non pensa a quel che gli resta da vivere: «Mesi o anni, li ho già messi nel conto». Guarda al futuro degli altri, degli uomini. Cadono le maschere, gli addobbi: «Sento la forza dell’uomo denudato. È la sola forza che sia vera forza; il resto è prepotenza. La forza dell’uomo è la sua nudità, il suo non essere niente. L’uomo si scopre nulla ma scoprendosi nulla scopre la sua immensità, che non è potenza economica, ideologica, politica, sociale, ma potenza di donazione, di offerta di sé, d’amore».

L’altro giorno sono venuti da lui cinque ragazzi, cinque volontari infermieri per malati di Aids: «I buoni ci sono. Hanno il pudore di non dire niente… Io non sono mai stato capace, perché sono un vigliacco. Anch’io miravo non all’avere ma all’essere in modo egoistico, scrivendo. Ora sarei pronto a darmi agli altri, ma non sono più fisicamente in grado. Ho bisogno io di questi altri. È la mia colpa, l’avere omesso troppo la carità… Ho rimorso. Chiedo perdono al Cristo che è nato e quindi agli uomini… Faccio il bilancio della mia vita: è negativo, insufficiente. Ho peccato di orgoglio, di ambizione, di furore… Non rifarei quello che ho fatto. La notorietà come scrittore è una cosa su cui sorridere». «La gloria letteraria… Cristianesimo è amare.»

Si rivolge a chi non crede: «Come fa ad accettare di vivere? Se non va indietro, indietro, indietro e ancora indietro fino alla prima cellula, a quel punto lì se non ci fosse l’amore, se non ci fosse Chi è amore, la cellula sarebbe come impazzita e lui non potrebbe più vivere. Gli direi: anche se non ci credi, un sì alla vita l’hai detto. E quel sì lì è il sì di Maria a diventare madre di Cristo. Ogni uomo fa nascere Cristo, ma lo può anche mettere in croce, uccidere. In ogni uomo si ripete la nascita di Cristo, lo sappia o non lo sappia. Una responsabilità enorme. La dimentichiamo; e tuttavia non è perché la dimentichiamo che essa non c’è o non è vera. Natale è dire questo sì, è una responsabilità che sento come libertà e gioia, come tenerezza e dolcezza. Cristo lo sento come padre mio e figlio mio basta riconoscerlo negli altri perché in ognuno c’è Cristo: è già nato, è già Natale… La Chiesa no, non esalta né la drammaticità né la tenerezza del Natale. La Chiesa propone spesso un Cristo che è un’idea e non una realtà. Lo disincarna».

Testori si alza dalla poltrona, cammina su e giù nella piccola camera, si stringe la cintura della vestaglia, se la stringe più forte, si siede di nuovo sulla poltrona e si prende la testa fra le mani: «Vedo questi giorni nella mia famiglia, vedo l’ultimo Natale che ho passato con mia mamma che era già malata a Santa Margherita Ligure: è stata malissimo quella notte lì, io e lei soli, aveva avuto un ictus ed era paralizzata: pregai tutta notte vicino a lei che non morisse, notte di dolore e di speranza. E vedo questi giorni e il Natale a casa mia a Novate Milanese dove sono nato e dove vivevamo tutti insieme in una casa vicino allo stabilimento di feltri di mio papà: il rito era questa felicità, questo calore. Avrei voluto che fosse sempre così. Io ero felice e tutto il mondo pensavo dovesse essere così. Invece no, ho toccato dopo che non è per tutti: chi non ha famiglia, chi non può avere le piccole e medie cose che io allora avevo. Ho provato vergogna, mi sentivo colpevole. È forse da lì che è cominciata la mia corsa, la mia ribellione, la mia bestemmia».

Si gira verso la bottiglietta d’acqua, allunga il braccio come per prenderla ma poi lo ritira e china il capo abbracciandosi le ginocchia: «Avevo avuto un avviso quando ero piccolissimo d’estate a tre anni. Andavo a Lasnigo nell’Alta Brianza dov’è nata mia mamma, il paese del mio cuore, e un pomeriggio tardi ero uscito con lei a fare la spesa e tornando vedo venire giù lungo la strada un uomo con le mani legate e due carabinieri. L’ho guardato, ci siamo incontrati, mi ha detto una frase che non ho capito, m’è sembrato “ciao”: mi sono voltato, anche lui s’è voltato e m’ha detto quella parola. Dopo ho chiesto a mia mamma perché quell’uomo era così legato. “Va in prigione perché ha rubato una mucca”, mi ha risposto. Ho pensato che quell’uomo era uno che vedevo nei prati ogni tanto a giocare… M’ha fatto impressione. Ancora oggi mi viene in mente cinque, sei volte al giorno. È da lì che ho cominciato a odiare le prigioni e a stare per chi mettevano dentro.

Un primo presagio che la vita non per tutti era Natale e ho cominciato ad avere il senso della colpa: per non essermi fermato da quell’uomo, per non averlo toccato, accarezzato. Dopo mi sono sempre sentito impari alla carità. È la mia croce, più che la malattia e i dolori che ho avuto. Sono inadeguato».

«Ho sentito la mancanza di una famiglia mia, anche se mi è stata sostituita dalle famiglie delle mie sorelle e di mio fratello. Forse per questo, e può sembrare una bestemmia, ho sempre cercato di voler bene a quelli cui volevo bene come fossero miei figli. Per Cristo Bambino sento una grandissima tenerezza e impegno e responsabilità e bisogno di dirgli grazie perché se non sono diventato del tutto uno sventurato è proprio per il richiamo di questa tenerezza. Penso ai miei errori, alla mia omosessualità, ai miei libri, che sono più che errori: sono sciagure, perché m’hanno impedito di darmi agli altri totalmente. Io sono di quelli che tra salvare un bambino e salvare la Cappella Sistina, crolli pure la Sistina… Ho cercato perfino di liberarmi di Cristo, perché era troppo pesante da portare nella mia vita di peccatore, di omosessuale. Ma non riuscivo. Ce l’avevo sempre addosso.»

«Cristo…»

Testori dice che ha finito in questa camera d’ospedale due testi per il teatro. Li racconta: è animato, lieto. Il primo testo è Regredior, monologo di un barbone, un disperato, un reietto, un uomo che da bambino ha subito un’orribile violenza dal padre e quest’uomo va indietro, si degrada fino a leccare la pissa umana sullo zoccolo del Duomo di fronte a Palazzo Reale, dove viene ucciso da una ronda di giovani e conquista per sempre la sua bontà. La regressione, l’abbassamento come vittoria e salvezza. L’altro testo è Tre Lai, tre monologhi in poesia ambientati a Lasnigo, «il paese del mio cuore». Ci sono Cleopatràs ed Erodiàs, «due puttane» e la Madonna, Mater Strangosciàs, che fa la storia del Figlio e dice: «Che ciavada che l’è la vita!». Aggiunge: «È una ciavada resurrezionada».

Il bisogno dell’eternità è come un vissi, un vizio, per Testori: «Non solo è in noi, l’eternità, ma nei lupi, nelle capre, in tutti gli animali e nelle piante, in tutta la creazione. Neanche una furmiga resta fuori dalla resurrezione. Teologicamente sarà sbagliato, ma alcuni teologi han detto che l’Incarnazione è totale e così sarà la Resurrezione… Tutto comincia col Natale».

Si appoggia allo schienale della poltrona, respira forte, sembra svuotarsi, rimpicciolirsi: «Chi non crede, ripensi al dolore, vada da chi soffre per capire se dolore e felicità vengono solo dall’uomo o da un segno. Io sono andato. Non come dovevo, ma sono andato da malati e carcerati… Un po’ di solitudine ci vuole. Nessuno oggi vuole più stare solo. Ha paura che gli saltino fuori tutte le domande, di capire la rovina in cui vive. Tutti sono pieni di niente».

La voce è più debole: «Anche chi non crede è dentro questa storia, dentro questa Incarnazione; anche se non lo sa e non vuole. Non c’è sempre bisogno di scoprirlo. Credo nella Resurrezione comunque, per peccatori e non peccatori. È più forte di me».

Tag:Giovanni Testori

  • Condividi
piergiorgio

Articolo precedente

Quando Testori scriveva sulla prima pagina del Corriere
2 Aprile 2023

Prossimo articolo

Morire senza una lacrima: perché la Resurrezione ci riguarda
9 Aprile 2023

Ti potrebbe interessare anche

Habermas/Ratzinger, spunti da un dialogo che ci riguarda
28 Marzo, 2026

Una democrazia può reggersi solo su un insieme di procedure o di norme costituzionali o c’è qualcosa di più? È ancora possibile ricercare un bene condiviso anche partendo da punti vista diversi o siamo destinati a logorarci in una polarizzazione continua? L’esperienza religiosa che contributo può dare alla vita pubblica? È utile solo per fornire un supporto etico o può dare una prospettiva diversa, più allargata, alla nostra ragione laica attorno a cui si sono formate le nostre società occidentali? Una ragione che oggi appare sempre più smarrita e afona davanti alle nuove sfide a cominciare da quelle portate dall’avvento dell’intelligenza artificiale. A ben vedere sono tutte questioni molto legate anche alle cronache quotidiane di questi tempi. Proprio su questi temi si era molto interrogato Jürgen Habermas, uno dei maggiori filosofi contemporanei, allievo di Adorno e Horkheimer, e ultimo rappresentante della Scuola di Francoforte, morto due settimane fa. Nel 2004 a Monaco fu protagonista di un dialogo con l’allora cardinale Joseph Ratzinger. Il testo è stato pubblicato anche in italiano dall’editrice bresciana Morcelliana. Pur provenendo da una formazione laica e non credente Habermas ha dedicato molta attenzione al rapporto tra fede e ragione. Il suo dialogo con Ratzinger ruotava attorno a una domanda chiave: la democrazia moderna può prescindere completamente dalla religione o ha bisogno delle sue risorse morali? Una domanda ancor più attuale oggi in un’epoca in cui, anche in Italia, il modello democratico attraversa una crisi profonda. Su quel dialogo fra Habermas e Ratzinger vogliamo proporvi la lettura di un articolo di Fernando De Haro, pubblicato dal quotidiano online ilsussidiario.net. Dal dialogo emergevano alcuni punti comuni. Entrambi rifiutavano il relativismo morale assoluto così come il fondamentalismo religioso. Sottolineavano inoltre la necessità di una «reciproca purificazione»: la fede deve accettare la critica razionale per evitare derive ideologiche, mentre la ragione deve riconoscere che non tutto è riducibile alla tecnica o alla logica strumentale. La religione può quindi avere un ruolo pubblico, purché sappia tradurre i propri contenuti in un linguaggio comprensibile a tutti i cittadini. La fede, sottolinea De Haro, non è «un razzo» che «sale in cielo privandosi dei pezzi inferiori che hanno reso possibile il lancio – la ragione e l’umanità – e si eleva senza fardelli». È un fatto di «laicità e umanità». «Il miglior tributo che possiamo rendere al compianto Habermas – conclude l’articolo – è quello di riscoprire la sua intuizione secondo cui la fede non è fine a se stessa. La fede è utile per liberare la ragione dal suo vicolo cieco. E questo non si conquista unicamente, né fondamentalmente, attraverso un esercizio filosofico: è una conquista che riguarda soprattutto la vita quotidiana».

Al Mese letterario per riscoprire il gusto della lettura
21 Marzo, 2026

Leggere per vivere. È il suggerimento che vogliamo rilanciare questa settimana e che ci arriva dalle pagine di un libro di Giuseppe Montesano, scrittore e insegnante napoletano. Sul nostro sito ne riprendiamo alcuni brevi passaggi perché li sentiamo molto corrispondenti alle ragioni per cui, dal 2010 a oggi, ogni anno proponiamo il Mese letterario. Nel prossimo mese di aprile si svolgerà a Brescia la sedicesima edizione che ha come titolo «Esplorare l’esplorabile, venerare l’inesplorabile». Ricordiamo che per partecipare è richiesta l’iscrizione che si può già fare gratuitamente sul sito dell’Associazione Mese letterario. Consigliamo di iscriversi al più presto perché i posti disponibili sono in via di esaurimento. In tutti questi anni il Mese letterario, oltre alla bellezza di incontri carichi di fascino che risvegliano l’attenzione e l’intelligenza, è stato anche un grande invito a scoprire o riscoprire l’esperienza della lettura. Questa non è un esercizio fine a sé stesso o un vezzo «culturale». «Non si tratta più di passare il tempo o di ingannare la noia – scrive Montesano -, non si tratta di accrescere la propria cultura quantitativa e non si tratta di apprendere cose specialistiche: quando si legge per vivere, ciò che va in pezzi è la prigione in cui ognuno è chiuso, e quando la propria gabbia si è rotta, l’esperienza della libertà è così esaltante che cominciamo a vedere con dolore anche le gabbie altrui: e non ci basta essere liberi da soli in un mondo di prigionieri». Soprattutto, continua Montesano, «quando cominciamo a leggere per vivere la lettura diventa una continua scoperta, e ci accorgiamo che le parole che interpretiamo sono diverse dagli specchi che ci rassicurano facendoci vedere sempre uguali a noi stessi».
In sintesi ecco il programma, con autori, date e relatori del Mese letterario 2026. Rispetto alle precedenti edizioni quest’anno gli incontri, che si svolgeranno sempre alle 20.30 nell’auditorium degli Artigianelli, sono stati accorpati in quattro date ravvicinate. Si inizierà giovedì 9 aprile con una serata dedicata al poeta inglese Samuel Taylor Coleridge, del quale parlerà Edoardo Rialti, scrittore e traduttore, ma soprattutto grande amico del Mese letterario di cui è stato ospite fisso e sempre molto apprezzato sin dalla primissime edizioni.
Martedì 14 aprile il secondo incontro sarà con il cantautore e scrittore Massimo Bubola che dialogherà con il giornalista Enrico Mirani sull’«Odissea» del poeta greco Nikos Kazantzakis nella rilettura che ne ha fatto Giacomo Scanzi nel romanzo pubblicato nei mesi scorsi da Marcianum Press.

La bellezza del Mese letterario, le iscrizioni sono aperte
14 Marzo, 2026

«Esplorare l’esplorabile, venerare l’inesplorabile». È il titolo della sedicesima edizione del Mese letterario, iniziativa storica della Fondazione San Benedetto, in programma a Brescia nel prossimo mese di aprile. Le iscrizioni per partecipare sono già aperte a questo link sul sito dell’Associazione Mese letterario. Rispetto alle precedenti edizioni quest’anno gli incontri, che si svolgeranno sempre alle 20.30  nell’auditorium degli Artigianelli, sono stati accorpati in quattro date ravvicinate. Si comincerà giovedì 9 aprile con una serata dedicata al poeta inglese Samuel Taylor Coleridge, del quale parlerà Edoardo Rialti, scrittore e traduttore (è sua la nuova traduzione appena pubblicata da Adelphi del saggio di C.S. Lewis «L’abolizione dell’uomo»), ma soprattutto grande amico del Mese letterario di cui è stato ospite fisso e sempre molto apprezzato sin dalle primissime edizioni. 

Martedì 14 aprile il secondo incontro sarà con il cantautore e scrittore Massimo Bubola che dialogherà con il giornalista Enrico Mirani sull’«Odissea» del poeta greco Nikos Kazantzakis nella rilettura che ne ha fatto Giacomo Scanzi nel romanzo pubblicato nei mesi scorsi da Marcianum Press.  

Giovedì 16 aprile sarà la volta del poeta latino Ovidio. A parlarne sarà Carlo Maria Simone, 32 anni, insegnante di lettere, scrittore e ricercatore, che ha da poco pubblicato anche il suo primo romanzo «Voluti al mondo» (Cantagalli). Martedì 20 aprile l’incontro conclusivo su Giuseppe Ungaretti con l’intervento di Valerio Capasa, altro grande amico del Mese letterario, anche lui ospite fisso e sempre molto seguito di tante edizioni della rassegna. 

Come si può vedere dal programma si tratta di autori che hanno attraversato epoche ed esperienze molto diverse, alcune anche molto lontane nel tempo. Il tentativo del Mese letterario è sempre stato quello di rendere contemporanei scrittori e poeti, di farli diventare compagni di strada nel cammino della vita di ciascuno. La grande letteratura è il luogo dove decantano e vengono salvaguardate le testimonianze relative ad alcuni aspetti essenziali dell’esperienza umana. Di per sé non serve a niente. Come l’arte, la letteratura infatti si alimenta di pura gratuità, è al servizio della sola bellezza. Quella bellezza che è però indispensabile per vivere veramente e per rendere umana la vita. Oggi, in tempi di guerra nei quali dilaga il linguaggio della forza, riscoprire questa dimensione, tornare a essa «è più che mai necessario», perché, come osservava il grande critico George Steiner già quasi settanta anni fa, «tutto intorno a noi fiorisce un nuovo analfabetismo, l’analfabetismo di chi sa leggere singole parole, o parole di odio e di clamore, e non sa afferrare il significato della lingua quando si manifesta in tutta la sua bellezza o in tutta la sua verità». Dal 2010 a oggi il Mese letterario è stato soprattutto questa esperienza straordinaria di «alfabetizzazione» della bellezza attraverso l’incontro con le pagine di grandi autori di tutti i tempi e la riscoperta del valore della lettura. Altra novità, l’edizione di quest’anno si svolgerà in collaborazione con ilsussidiario. Vi aspettiamo! 

La partecipazione al Mese letterario è gratuita ma chi lo desidera può contribuire con un’offerta libera all’atto dell’iscrizione sul sito www.meseletterario.it.

Studenti e insegnanti possono richiedere l’attestato di partecipazione. 

Cerca

Categorie

  • Fissiamo il Pensiero
  • I nostri incontri
    • I nostri incontri – 2015
    • I nostri incontri – 2016
    • I nostri incontri – 2017
    • I nostri incontri – 2018
    • I nostri incontri – 2019
    • I nostri incontri – 2021
    • I nostri incontri – 2022
    • I nostri incontri – 2023
    • I nostri incontri – 2024
    • I nostri incontri – 2025
    • I nostri incontri – 2026
  • Mese Letterario
    • 2010 – I Edizione
    • 2011 – II Edizione
    • 2012 – III Edizione
    • 2013 – IV Edizione
    • 2014 – V Edizione
    • 2015 – VI Edizione
    • 2016 – VII Edizione
    • 2017 – VIII Edizione
    • 2018 – IX Edizione
    • 2019 – X Edizione
    • 2021 – XI Edizione
    • 2023 – XIII Edizione
    • 2024 – XIV Edizione
    • 2025 – XV Edizione
  • Scuola San Benedetto – edizioni passate
  • Tutti gli articoli

Education WordPress Theme by ThimPress. Powered by WordPress.

VUOI SOSTENERCI?

Siamo una fondazione che ha scelto di finanziarsi con il libero contributo di chi ne apprezza l’attività

Voglio fare una donazione
Borgo Wührer, 119 - 25123 Brescia
info@fondazionesanbenedetto.it

Resta sempre aggiornato

Iscriviti subito alla nostra newsletter per non perderti le attività e gli eventi organizzati dalla Fondazione San Benedetto.

Iscriviti

Sito Web sviluppato da Nida's - Nati con la crisi.

Copyright © Fondazione San Benedetto Educazione e Sviluppo

Mappa del sito | Privacy Policy | Cookie Policy

Sito Web sviluppato da Nida's - Nati con la crisi.

Privacy Policy | Cookie Policy

Fondazione San Benedetto
Gestisci Consenso
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici. L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.
  • Gestisci opzioni
  • Gestisci servizi
  • Gestisci {vendor_count} fornitori
  • Per saperne di più su questi scopi
Visualizza preferenze
  • {title}
  • {title}
  • {title}