Le guerre, noi e l’Italia, il paese dove tutto è troppo
Data 19 Ottobre 2024
Martedì si è tenuto a Brescia l’incontro sul Libano promosso dall’associazione La Speranza con il sostegno anche della Fondazione San Benedetto. La sala era piena e la serata è stata un’occasione puntuale per documentare la gravissima crisi che nelle ultime settimane ha investito il Libano. Come ha spiegato la presidente dell’associazione Amal Baghdadi, sono oltre un milione gli sfollati costretti a lasciare il sud del paese schiacciato nella morsa della guerra tra le milizie di Hezbollah e l’esercito israeliano. Anche la capitale Beirut è stata colpita dai bombardamenti. Una escalation «pericolosissima», come l’ha definita l’ex ministro della Difesa Mario Mauro, che si innesta sulla situazione da paese in bancarotta che il Libano sta attraversando ormai da diversi anni. Di quello che in passato era definito la Svizzera del Medio Oriente, dove etnie e religioni diverse hanno sempre convissuto, non resta più nulla. Adesso la priorità è mettere in salvo e aiutare la popolazione vittima inerme del conflitto. Graziano Tarantini per la San Benedetto e Michele Brescianini di Punto Missione hanno illustrato alcune iniziative concrete di aiuto in atto o già realizzate sia in Libano che ad Aleppo in Siria. L’associazione La Speranza ha lanciato una raccolta fondi alla quale è possibile contribuire con donazioni sul conto corrente IT79X0501811200000017230673 (Banca Popolare Etica – Filiale di Brescia – Detrazioni 35% per i privati, 10% per società ed enti, con la causale: erogazione liberale a favore de La Speranza Odv – Brescia).
La scrittrice Susanna Tamaro (foto Fondazione San Benedetto)
Stiamo quindi attraversando lo stesso «crinale della storia pericolosissimo», segnato dalle guerre, che ha ricordato la scrittrice Susanna Tamaro nella bellissima lezione tenuta mercoledì all’inaugurazione della Buchmesse, la fiera del libro di Francoforte, di cui vi riproponiamo un estratto pubblicato dal settimanale del Corriere la Lettura. Niente di accademico, ma un atto d’amore verso l’Italia, un paese dove «tutto è troppo», a cominciare dalla bellezza. Una bellezza che si è espressa con una luce particolare nell’opera di San Benedetto piuttosto che nelle terzine di Dante o nella letteratura come vero «antidoto al Paese dei Balocchi perché richiede impegno, ci spinge a conoscere altri mondi, a coltivare il dubbio, la curiosità e, soprattutto, l’apertura della mente».
Tra vita e morte, il 15 novembre a Brescia incontro con Violante e Carrón
Vi anticipiamo che venerdì 15 novembre alle 18.15, a Brescia al Centro Paolo VI in via Gezio Calini 30, la Fondazione San Benedetto promuove un incontro sul tema «Tra vita e morte la vera battaglia». Interverranno Luciano Violante, presidente emerito della Camera dei deputati, e Julián Carrón, docente di teologia all’Università Cattolica di Milano. L’occasione è data dalla recente uscita del libro dello stesso Violante «Ma io ti ho sempre salvato» (ed. Bollati Boringhieri). Nel libro viene messa a tema la questione del rapporto con la morte, partendo dall’esperienza autobiografica dell’autore. Nei momenti di crisi, come quello che stiamo attraversando, è necessario porsi le domande cruciali del convivere civile, imporci di tornare ai fondamentali. Quando la tenuta stessa della società civile sembra essere messa in discussione conviene fermarsi e domandarci quale sia il collante che ci tiene uniti, quale il criterio che sopra ogni altro può farci restare umani.
La partecipazione è aperta a tutti, sino a esaurimento posti, previa registrazione a questo link dove è già possibile iscriversi.
Segnaliamo che purtroppo da parte di alcuni c’è la cattiva abitudine di iscriversi e poi di non presentarsi agli incontri senza nemmeno giustificarsi, impedendo così ad altri di partecipare. Un modo di fare che definiamo con una sola parola: maleducazione.
La letteratura cura il Paese dei Balocchi
Un ampio estratto della lezione di Susanna Tamaro alla Fiera del libro di Francoforte
da La Lettura – 13 ottobre 2024
Anni fa ho avuto ospite una mia lettrice giapponese innamorata dell’Italia.Avevamo girato per Roma un giorno intero e nel pomeriggio, per rinfrescarci un po’, eravamo entrate nella Basilica di San Crisogono: era vuota, immersa nel silenzio e nella penombra. A un tratto, ammirando il pavimento cosmatesco, si era coperta il volto con le mani, e aveva mormorato: «È tutto davvero troppo».
Dovendo parlare del mio amato Paese, è questa la prima espressione che mi viene in mente. In Italia tutto è davvero troppo. Troppa storia, troppa arte, troppa architettura, troppa bellezza profusa a piene mani, troppa disorganizzazione per il mio animo austroungarico, e troppa buona cucina, anche.
La stessa sensazione dell’amica giapponese l’avevo avuta io, a sedici anni, entrando nella Basilica di Assisi. Gli affreschi di Giotto, il chiarore diffuso che filtrava dalle vetrate, la dolcezza del paesaggio: tutto mi rimandava a un’altra dimensione dell’esistere, dimensione che nella mia terra di confine, battuta dalla bora, non mi era mai stato dato di percepire. Era la prima volta che visitavo il cuore dell’Italia, lo avevo raggiunto in autostop, attirata dalla fama di Francesco: era un ribelle come me, come me cercava orizzonti più ampi di quelli offerti dal quotidiano. Non sapevo ancora che la mia vita sarebbe stata un corpo a corpo con le parole. Non sapevo ancora che quella sete di una luce diversa mi avrebbe consumata, come consuma tutti quelli che si mettono alla sua ricerca.
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Che tempi stiamo vivendo?Tempi in cui le parole ci turbinano intorno indistinte e moleste come una nube di moscerini. Il silenzio è ormai assente e questo ci rende come naufraghi in un mare in tempesta. Dal silenzio nascono le domande e che cos’è un uomo senza domande? Un essere che ha reciso le sue radici con il mistero. Ora — perché negarlo? — ci troviamo su un crinale della storia pericolosissimo. Le guerre che, nella radiosa visione del nuovo Millennio, avrebbero dovuto scomparire si sono moltiplicate ovunque. Ci avevano detto che sarebbero state almeno intelligenti e invece sono le solite folli, sanguinarie e atroci guerre di sempre. Dante definisce la terra «l’aiola che ci fa tanto feroci» e noi a questa ferocia, non solo non abbiamo rinunciato, ma l’abbiamo moltiplicata attraverso tecnologie sempre più sofisticate.
Non è stato forse Ettore Schmitz, in arte Italo Svevo, con lo spirito profetico che spesso appartiene agli scrittori, a descrivere questa situazione cento anni fa, alla fine della Coscienza di Zeno? «Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. (…) Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie». Uno scrittore, quando è tale, è una persona capace di lottare senza tregua contro i demoni, di sperare, anche nei momenti di buio più intenso, che in qualche punto dell’abisso scaturisca la luce; e che quella luce, che le sue parole hanno avuto il coraggio di inseguire, sia in grado di illuminare le menti e i cuori di chi legge.
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Sono nata a Trieste — all’epoca ultimo avamposto dell’Occidente —, quando ancora fumavano le macerie della guerra. Letterariamente, i miei maestri sono stati quattro: Kafka, Rilke, Canetti e Isaac Bashevis Singer; Kafka, per il rapporto ascetico con la scrittura; Rilke, per la capacità di poter dialogare con l’invisibile; Canetti, per la lucidità del pensiero; Singer, per la generosa e umile passione nel raccontare le piccole e grandi debolezze degli umani. Ma non ho dubbi che questo lungo apprendistato nella cultura del centro Europa, se non fossi venuta a vivere nel cuore dell’Umbria, se non avessi visto tutte le sere, dal mio giardino, il sole illuminare l’oro dei mosaici del Duomo di Orvieto e quello stesso Duomo lanciarsi come una lama di luce verso il cielo, non avrei mai scritto i libri che ho scritto.
Sì, davvero tutto è troppo in Italia. E questo troppo è strettamente legato alla presenza di un rapporto con la luce che non ha altri nel mondo.
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È all’Umbria che dobbiamo anche la nascita di Benedetto da Norciache, ben settecento anni prima di Francesco, sconvolto dalla decadenza di Roma si ritirò, ancora adolescente, in una grotta sul Monte Taleo e, dopo tre anni in quell’oscurità, ne uscì avendo chiara la sua missione: fondare piccole comunità di monaci dediti, con il loro Ora et labora ,a mettere in salvo la sapienza degli antichi. La vertiginosa cultura espressa da Dante nella Divina Commedia non sarà forse anche merito del lavoro di migliaia di benedettini che per centinaia di anni hanno copiato le opere che hanno formato la civiltà occidentale?
La letteratura e la poesia, quando sono davvero tali, salvano la vita, come testimonia Primo Levi in Se questo è un uomo, quando racconta come le terzine di Dante, imparate malvolentieri al liceo, gli fossero riapparse nella mente come un’àncora di salvezza nell’inferno di Auschwitz. La grande letteratura non invecchia, è un’amica che ci accompagna nei secoli e forse mai come ora abbiamo bisogno di questa disinteressata amicizia.
Ma oltre alla Divina Commedia, l’Italia ha regalato al mondo un altro grande libro, Pinocchio di Carlo Collodi. L’essere considerato un libro per bambini e quindi di svago mette in ombra la sua visione profetica.
Non stiamo forse ora vivendo in uno sterminato Paese dei Balocchi? Un mondo che inneggia al divertimento h24, dove il frastuono è così molesto da doversi — come scriveva Collodi — «mettere il cotone negli orecchi per non rimanere assorditi» dove i doveri e gli obblighi sono ridicolizzati, insieme allo sforzo e alla fatica sempre necessari per crescere e per dare un senso alla propria vita. «Tutti la notte dormono e io non dormo mai» canta l’Omino di Collodi alla guida della carrozza che porta i ragazzi nel Magico Paese. Ma sarà proprio lo stesso Omino che, dopo cinque mesi di svaghi e giochi sfrenati, verrà a prendere Pinocchio e Lucignolo, ormai trasformati in ciuchini, per consegnarli al loro tragico destino.
La letteratura è l’antidoto al Paese dei Balocchi perché richiede impegno, ci spinge a conoscere altri mondi, a coltivare il dubbio, la curiosità e, soprattutto, l’apertura della mente. È sempre la letteratura, attraverso i versi di Dante, a indicarci la via della liberazione: Non vi accorgete voi che noi siamo vermi nati a formare l’angelica farfalla?
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Ecco, ci siamo dimenticati di questo. La nostra vita è un percorso di continua metamorfosi, nasciamo strisciando come un bruco ma in noi c’è sempre la possibilità di spiccare il volo. La grande letteratura si occupa di questa metamorfosi, di queste ali che tutti noi abbiamo e di cui ormai ignoriamo l’esistenza.
Sta a noi scegliere se rimanere nel bozzolo, strisciare o volare. Ma per staccarci da terra, dobbiamo avere nostalgia del cielo, della bellezza e del mistero che si celano nel cosmo e di tutta la meravigliosa ricchezza del vivente che ci circonda. Quella bellezza che non siamo più in grado di vedere e che, con caparbietà suicida, continuiamo a distruggere, incapaci di percepire il dono della Grazia che è presente anche nelle più umili delle creature. Quella capacità che ci ha lasciato in dono Francesco che, poco prima di morire e già ormai cieco, dettava: Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle: in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
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Stupore, meraviglia, gratitudine:sono questi i farmaci di cui ha bisogno il nostro tempo per salvarsi dalla pericolosa onnipotenza della tecnica. Per sfuggire al destino dei ciuchini e ai richiami dell’instancabile Omino — che ci vuole tutti obbedienti ragliatori — dobbiamo entrate in ascolto della vera sapienza, quella luce interiore che è presente nella parte più profonda del nostro cuore. È solo la sapienza che può spingerci ad alzare lo sguardo dal tablet e, rivolgendolo alla volta celeste, a far risuonare dentro di noi le mirabili parole che chiudono la Divina Commedia: «L’amor che move il sole e l’altre stelle».
«Che cosa permette a una persona di continuare a prendersi cura del futuro quando non ne ha alcuna garanzia? Che cosa ci consente di impegnarci quando il risultato rimane incerto?». Domande cruciali che, se ci pensiamo bene, riguardano ciascuno di noi nelle diverse situazioni che si trova a vivere. Un genitore può porsi tali interrogativi davanti al futuro di un figlio, chi ha un compito o una responsabilità può porseli, anche in modo drammatico, di fronte all’incertezza del tempo presente e a quanto accade ogni giorno nel proprio microcosmo o nel macrocosmo. Queste domande le ha poste venerdì pomeriggio il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa nel discorso tenuto in piazza Maggiore a Bologna parlando a circa 800 giovani, provenienti da ogni parte del mondo, che hanno terminato i master alla Bologna Business School in occasione del Graduation Day. Si tratta di giovani che sono pronti a entrare come manager in aziende e istituzioni assumendo ruoli di responsabilità che richiedono la capacità di scegliere e di decidere. Ed è senz’altro inusuale che a parlare a loro sia stato invitato il cardinale Pizzaballa, testimone diretto della difficilissima situazione che sta vivendo la Terra Santa dove il pensiero corre inevitabilmente alle immagini di distruzione, di guerra e di odio che da là ci arrivano ogni giorno attraverso i media. Il suo è stato un intervento di grande spessore. Vi invitiamo a leggerlo con attenzione.
Riaprono le scuole, comincia un nuovo anno che per centinaia di migliaia di bambini e ragazzi costituisce una tappa fondamentale nel loro percorso di crescita umana e quindi di educazione. Ci auguriamo, anzitutto per loro, che sia davvero così e che l’orizzonte con cui si guarda alla scuola non sia primariamente quello di una formazione funzionale ai cosiddetti sbocchi lavorativi oppure all’acquisizione di una serie di competenze o di capacità professionali, senz’altro importanti ma secondari. Se non si favorisce la crescita della persona nel suo insieme, le competenze serviranno a ben poco. È come se fossimo di fronte a un soggetto che ha sviluppato solo alcuni muscoli mentre il resto del corpo è rimasto atrofizzato. La Fondazione San Benedetto è nata ventuno anni fa come un luogo di amicizia che mettesse al centro della propria azione la questione dell’educazione come sfida più importante e decisiva per le persone e per l’intera società. Un piccolo contributo per contrastare l’atrofizzazione umana che riguarda tutti, giovani e adulti. Così è stato in tutti in questi anni attraverso tantissime iniziative a cominciare dalle molte borse di studio assegnate a giovani meritevoli per aiutarli a completare il loro percorso di studi. Diversi sono stati anche gli incontri a carattere formativo o di tipo didattico. L’attenzione all’educazione infatti non è mai astratta o di principio, ma si declina sempre dentro la serietà e la passione con cui si affrontano discipline o tematiche anche particolari o di tipo tecnico. Lo stesso Mese letterario è nato in questo contesto diventando negli anni, anzitutto attraverso il passaparola, un’occasione formidabile per incontrare la bellezza della grande letteratura come bene prezioso per la propria vita. E per tanti ha significato anche scoprire o riscoprire il gusto della lettura. Nelle ultime due estati si è inoltre tenuta a Brescia, in collaborazione con la nostra fondazione, la Summer School dell’associazione «Il rischio educativo», un’opportunità di formazione unica rivolta in primis agli insegnanti con l’intervento di un panel di relatori di assoluto livello.
Riprendiamo da oggi l’appuntamento settimanale con la nostra newsletter «Fissiamo il pensiero» e ripartiamo dal Meeting per l’amicizia fra i popoli che si è svolto a Rimini a fine agosto. Il motivo è presto detto: il Meeting nasce dalla stessa storia di cui come Fondazione San Benedetto, nel nostro piccolo, siamo parte. Quello che siamo, facciamo e proponiamo durante l’anno riflette infatti la stessa passione e le stesse preoccupazioni che si sono viste a Rimini. Il Meeting è anzitutto un grande luogo di incontro che nel panorama attuale non ha pari. Come ha detto Papa Leone durante la sua visita, non è «una sorta di enclave», al contrario «è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini». Cosa non da poco in un tempo in cui la capacità di incontrarsi e di entrare in relazione con l’altro sembra sempre più a rischio. A questo link trovate il testo del discorso del Papa che vi invitiamo a leggere con attenzione. Dell’aria nuova che si è respirata al Meeting sembra essersi accorto questa volta anche il sistema mediatico. In genere giornali e tv hanno sempre trattato il Meeting alla stregua di un festival parapolitico occupandosi solo dei vari leader politici o ministri presenti a Rimini e trascurando tutto il resto, cioè la parte più interessante. Quest’anno almeno qualcuno ha provato a uscire dai soliti schemi e a raccontare veramente il Meeting. A raccontare le storie di cui attraverso incontri e mostre è uno straordinario crocevia. Probabilmente a tale cambio di prospettiva ha contribuito la presenza del Papa che ha costretto a non accontentarsi delle solite versioni preconfezionate. Su questo vi invitiamo a leggere l’articolo di Lucio Brunelli, già vaticanista del Tg2 e poi direttore di Tv2000, pubblicato dal quotidiano online ilsussidiario.net. Scrive: «Rischiamo pure l’ingenuità, ma sembra che qualcosa di questo cuore sia arrivato, quest’anno, anche ad un pubblico più grande del popolo del Meeting. Molta gente, d’altra parte, non vede più i tg e non compra più i giornali perché è stanca di una politica ridotta a propaganda e di una cronaca che non è solo nera, ma tenebrosa. C’è fame di storie vere, belle, positive. Di umanità autentica. Chissà se l’esperienza riminese incoraggerà i grandi media a proseguire su questa strada nuova, stretta ma suggestiva. Quella che Italo Calvino tratteggiava nelle Città invisibili, quando scriveva che l’unica alternativa a non lasciarsi assimilare dal vuoto infernale del nostro tempo è riconoscere “chi e cosa inferno non è” e farlo durare e dargli spazio». Da qui ricomincia il nostro percorso.
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