• Chi siamo
  • Attività
  • Video
  • Archivio
  • Sostienici
  • Statuto
  • Organi
  • Contatti
Email:
info@fondazionesanbenedetto.it
Fondazione San BenedettoFondazione San Benedetto
  • Chi siamo
  • Attività
  • Video
  • Archivio
  • Sostienici
  • Statuto
  • Organi
  • Contatti

Fissiamo il Pensiero

  • Home
  • Fissiamo il Pensiero
  • Angela Merkel, un Churchill a Berlino

Angela Merkel, un Churchill a Berlino

  • Data 28 Febbraio 2021

“Merita la libertà solo chi deve riconquistarla ogni giorno” J.W. Goethe, “Faust”

 

In quell’ormai lontano 2002 (distanza dilatata dagli enormi eventi successivi), l’America si stava appena riprendendo dallo choc dell’11 settembre, l’Europa introduceva una moneta senza stato chiamata euro e la Germania viveva un dilemma davvero poco drammatico, anche se foriero di inattese conseguenze: chi aveva tagliato i capelli a Frau Merkel? Ben due coifffeur di grido si dividevano l’onore: Martina Acht e Udo Walz che, da Marlene Dietrich a Claudia Schiffer, non si era fatto mancare nessuna delle più belle teste tedesche. Il quotidiano del popolo, fondato dal ricchissimo Axel Springer il principe nero degli editori, soffiava sul fuoco. E giù a criticare: il caschetto non le dona, l’ombra mascolina sul viso tondo e luminoso, non basta per farne un leader, tanto più dopo l’onta del parricidio, la rovinosa caduta del suo mentore, quella montagna (fisica e politica) chiamata Helmut Kohl da lei liquidato con fredda determinazione.

Tutto era cominciato proprio quando la Bild, in occasione della visita di George W. Bush a Berlino, aveva rivelato che Angela Merkel presidente dell’Unione Cristiano Democratica, nonché capo parlamentare della coalizione Cdu-Csu, aveva cambiato look. Ma come, lei che non metteva mai nemmeno il rossetto? Ebbene sì, lo scoop venne confermato dalla diretta interessata e allora apriti cielo. Anche quella donna che sembrava tanto speciale, nata ad Amburgo, ma cresciuta all’est, che aveva addirittura sfilato con le giovani marmotte comuniste, la figlia del pastore Horst Kasner, laureata a pieni voti in Fisica e destinata a una luminosa carriera scientifica, divorziata (Merkel è il cognome del primo marito Ulrich, sposato nel 1977 quando aveva 23 anni) e a lungo convivente con Joachim Sauer, professore famoso e fascinoso, docente di Chimica quantistica a Heidelberg; insomma anche lei alla fine si rivelava come tutte le altre, normale proprio come la Germania del nuovo millennio. Quella stessa Germania che un tempo pensava di possedere un destino tanto singolare da sussumere in sé lo spirito del tempo, il super stato che aveva provocato due guerre mondiali e sperimentato nei suoi confini prima gli orrori nazisti poi la dittatura comunista, la nazione che aveva conosciuto la libertà, l’aveva rinnegata e poi riconquistata, una volta scesa dal piedistallo della storia rischiava di finire nelle mani di una donna color pastello come i suoi improbabili tailleur pantalone, la quale per di più frequentava le star di trucchi e parrucchi. Ebbene vent’anni e molte complicate vicende dopo, la guida normale di un paese diventato normale, è stata capace di sorprendere ancora una volta tutti, compresi i suoi compatrioti.

Nell’ora più buia molti vorrebbero assumere le sembianze di Winston Churchill. Lo volle, disperatamente volle, Boris Johnson il quale all’eroe della Seconda guerra mondiale aveva dedicato una biografia che voleva essere un’autobiografia. Invece, s’è visto com’è finito. Ha tentato anche Giuseppe Conte. Ma ogni tardo imitatore del solenne giuramento del leader inglese (“lacrime, sudore e sangue”) ha dovuto poi ammettere che l’unico altro Churchill nel bel mezzo di questa tragedia paragonabile a un’altra guerra mondiale, è una donna e non risiede a Londra bensì a Berlino. Fra un anno dovrebbe ritirarsi dalla politica, questo l’impegno preso nel 2018 dopo la sconfitta in Assia. Pochi a questo punto ci credono.

Lunedì scorso, quando la Germania è entrata in un semi lockdown che durerà per tutto novembre, Angela Merkel non ha taciuto la verità: “Abbiamo quattro lunghi mesi invernali davanti a noi. La luce alla fine del tunnel è abbastanza lontana. Se ci comporteremo secondo ragione, allora potremo permetterci più libertà. Non credo che ci potranno essere grandi e rumorose feste di Capodanno. Sarà invece un Natale condizionato dal coronavirus, ma non dovrà essere un Natale in solitudine. Ogni persona ha il potere di trasformare questo mese di novembre in un successo di tutti, un punto di svolta verso il tracciamento della pandemia”. La cancelliera può contare su una gestione del Covid19 senza dubbio più virtuosa di molti paesi. Grazie alla capienza degli ospedali, doppia della media europea, e alla disciplina che in realtà andrebbe tradotta come senso civico e spirito di collaborazione. In una Repubblica federale dove i Länder hanno poteri ben più forti delle regioni italiane, non sono mancate le divisioni, le polemiche, tra autorità locali e centrali, sono fioccate le critiche e le impennate autonomiste. Nulla di tutto questo, però, s’è trasformato in conflitto istituzionale, le divergenze sono state ricomposte secondo quella cultura cooperativa che è una delle componenti più importanti della nuova Germania. Mitbestimmung, compartecipazione, nelle aziende come in politica. Il conflitto non viene represso né evitato, ma gli opposti vengono condotti verso la loro sintesi trovando compromessi di volta in volta aggiustabili. Un luogo comune definisce pragmatici gli inglesi i quali, invece, si sono divisi per ragioni ideologiche (si pensi alla Brexit). I veri pragmatici del nuovo secolo, in realtà, sono proprio i tedeschi. Conseguenza delle laceranti ferite della storia, senza dubbio. Quando si parla di “sindrome di Weimar” non ci si riferisce solo all’iperinflazione, che venne domata in pochi anni, ma soprattutto alla instabilità politica e alle lotte intestine. L’economia sociale di mercato, la formula adottata con il ritorno della democrazia, partorita dalla classe dirigente cristiano conservatrice, ma fatta propria anche dai socialisti, è la risposta alle ferite del Novecento.

Torniamo ad Angela Merkel e al suo singolare cammino. Non troviamo nessuna “infanzia di un capo”, non ha mangiato pane e politica, fino al compimento di trent’anni non c’è abbastanza materiale biografico per scrivere un interessante Bildungroman del quale i tedeschi sono maestri. La folgorazione avviene sulla via di Berlino nel 1989 quando la Ddr vacilla e lei si avvicina a un gruppo moderatamente liberale. E’ stato raccontato più volte che la caduta del Muro la colse alla sprovvista il 9 novembre, quando, uscendo dalla sauna del giovedì, incappò in una folla vociante che si dirigeva a ovest. Lei, sorpresa, smarrita, si unì a quel popolo che poi una dozzina d’anni dopo avrebbe cominciato a guidare. Il suo Pigmalione si chiama Lothar de Maizière ultimo capo della Repubblica democratica tedesca, del quale era diventata portavoce nel 1990, ma a portarla sul proscenio fu Kohl, alla ricerca di volti nuovi ancor più se venivano da “oltre cortina”. Anche per questo ha sorpreso tutti il modo in cui Angela Merkel ha lasciato al suo destino il cancelliere della riunificazione accusato di aver incamerato una bustarella di due milioni di marchi versati illecitamente da un uomo d’affari vicino alla Cdu. Una volta capito che il suo maestro si era messo nei guai, ha cavalcato la rottamazione del vecchio gruppo dirigente conquistando così la presidenza, prima donna al vertice di un partito conservatore in tutto e per tutto. Senza essere affatto una Margaret Thatcher. Priva di una precisa dottrina, prudente e meditativa fino a diventare incerta e zigzagante, piena di dubbi e debolezze come mostrò quando, alla sua prima esperienza di governo come ministro dell’Ambiente, ripresa da Kohl per aver preso una decisione senza consultare i suoi colleghi, scoppiò a piangere in pubblico.

I primi anni furono difficili, ancor più quando nel 2005 si trovò a guidare la sua prima Grande coalizione. Allora era chiamata a fare l’infermiera, a fasciare di bende la malata d’Europa (copyright dell’Economist). Il lavoro sporco da chirurgo lo aveva svolto nel quadriennio precedente Gerhard Schröder il capo della Spd che ora sedeva al suo fianco come vicecancelliere. Le riforme, in particolare quelle del mercato del lavoro, gli avevano fatto perdere le elezioni, gli avevano inimicato i potenti sindacati e buona parte della base, e non avevano dato i frutti sperati. A far maturare la semina è proprio Angela, che i tedeschi cominceranno a chiamare per nome (poi diventerà Mutti, mamma, un appellativo introdotto grazie ai suoi buoni rapporti con la stampa sotto l’attenta regia dell’amica e consigliera Beate Baumann). Prima, però, dovrà emanciparsi da Wolfgang Schäuble. Era destinato alla successione di Kohl, ma lo scandalo dei finanziamenti al partito lo aveva trascinato nella polvere. La Merkel non lo aveva certo aiutato anche se poi, per riparare, lo ha portato con sé al governo dove è rimasto per ben 12 anni, prima agli interni poi alle finanze.

Una mossa importante è stata la nomina di Jens Weidmann alla presidenza della Bundesbank nel 2011. Il giovane economista era il consigliere fidato al quale Angela, digiuna di economia, si affidava, una personalità forte abbastanza da riequilibrare il peso di Schäuble senza per questo mettersi di traverso (anzi la sostanziale sintonia tra i due è stata un ingrediente di successo). Non c’è dubbio che il ministro delle Finanze ha avuto un ruolo prevalente durante la crisi finanziaria, fino all’esplodere del bubbone greco e all’attacco dei mercati ai debiti sovrani. In sostanza fino al 2012. Fu Barack Obama a premere con forza sulla Merkel affinché non abbandonasse la Grecia. E a quel punto Angela diede il primo forte segnale della sua capacità di leadership anche sul piano internazionale. Si è discusso fino alla nausea degli errori commessi allora, soprattutto nella prima fase tra il 2010 e il 2011, se ne discuterà ancora a lungo e continueranno ad accapigliarsi i fautori dell’austerità e i tardo keynesiani, con in mezzo i sovranisti che stanno con gli uni o con gli altri a seconda delle convenienze. Tuttavia è chiaro che il 2012 va considerato l’anno cruciale culminato il 26 luglio nelle fatidiche parole di Mario Draghi: “Whatever it takes”, faremo tutto quel che è necessario per salvare la moneta unica europea. Un colpo alla speculazione, un sonoro rintocco della campana per i politici riluttanti, non solo quelli tedeschi. Fu una mossa concordata? Fioccano le ricostruzioni, ma una cosa sembra chiara: senza il sostegno di Angela Merkel le parole del presidente della Bce non avrebbero avuto la forza, il peso, il seguito necessario. Il bastian contrario Weidmann che non ha mai avuto nessuna remora a votare contro Draghi, quella volta si allineò pur sapendo dove avrebbe portato la svolta: stampare moneta a go go e riempirsi di titoli di stato invendibili sul mercato.

La seconda grande prova è arrivata nel 2015 con l’onda di rifugiati e migranti innescata dalla guerra in Siria.

Matthew Qvortrup che insegna all’Università di Coventry, uno di maggiori esperti della Germania, nella più recente e completa biografia in lingua inglese intitolata Angela Merkel, scrive che a quel punto la cancelliera ha rivelato fino in fondo se stessa, le sue convinzioni, il suo animo, pagando un prezzo, in modo pienamente consapevole, e mostrando grande forza di carattere. Il politologo la definisce un po’ Madre Coraggio, un po’ Machiavelli, anzi Merkiavelli come l’hanno marchiata i suoi oppositori. La Germania ha accolto oltre un milione di profughi e migranti, tra il mugugno della Cdu, l’ostilità della Csu, la sospetta perplessità della Spd, lo strepito di Alternative für Deutschland e la violenta opposizione della destra più estrema. La sostennero solo i Verdi verso i quali lei aveva mostrato simpatia e appoggio quando nel 2011 decise (con scelta improvvisa e radicale) che la Germania sarebbe uscita dal nucleare. Allora l’opinione pubblica, terrorizzata dall’incidente di Fukushima, comprese, anzi fu favorevole, adesso era ben diverso. La ricaduta della bomba migranti poteva essere peggiore per i suoi effetti politici della stessa bomba nucleare. Alle elezioni successive la Cdu prese una vera batosta, ma Angela Merkel rimase a galla ripetendo il suo slogan: “Wir schaffen das”, ce la facciamo.

In molti, in troppi, avevano pensato che la Kanzlerin fosse un peso leggero, senza vere radici intellettuali oltre che politiche, vista la sua provenienza. E per molti versi si è rivelata un concentrato di contraddizioni: fragile e timida, pragmatica fino all’opportunismo, alla ricerca ostinata del consenso da perseguire anche prendendo tempo per smussare gli angoli e spegnere le passioni, eppure determinata, tenace, persino inflessibile una volta arrivata alla decisione finale, per quanto sofferta. Abituata ad analizzare, sperimentare, verificare senza lanciarsi in voli palingenetici, Angela Merkel è dotata di un talento che solo i grandi politici posseggono: intuire quando arrivano le svolte della storia per utilizzarle dopo aver capito dove conducono. Lo scandalo che travolse Kohl, il risanamento economico del suo paese, il salvataggio dell’euro appoggiando Draghi, l’occasione offerta dalla invasione russa in Ucraina per esercitare un ruolo diplomatico di primo piano che la Germania non aveva mai avuto, la crisi dei migranti che ha affrontato con un afflato etico prima rimasto tra le righe. Ora, la pandemia è un altro appuntamento al quale la Cancelliera non si è sottratta. “La Germania sotto la Merkel è diventata uno stato social liberale basato su valori ecumenici cristiani”, scrive Qvortrup. L’Europa ha una leader che, non dimentichiamolo, ha collocato al vertice della commissione un’altra donna, Ursula von der Leyen diversa da lei per cultura e lignaggio, ma con la quale condivide valori e scelte. Figlia di un politico tedesco che svolse un ruolo di primo piano in Europa, Ursula è una perfetta Wessie (come vengono chiamati i tedeschi occidentali), ha trascorso l’infanzia in Belgio e parla un ottimo francese. Angela resta per molti versi una Ossie, una donna dell’est, e la sua seconda lingua è il russo. Tra Parigi e Mosca ha oscillato per secoli la sorte dei tedeschi anche quando non erano uniti. E adesso? La cancelliera ha segnato con chiarezza la rotta all’interno dell’Unione, non per creare un’Europa tedesca, ma per una Germania pienamente e consapevolmente europea che non faccia né da maestra né da guida, ma dia sostegno e serva semmai da esempio. Se è così, dovremmo aiutarla, nel nostro interesse e in quello dell’Europa.

Stefano Cingolani

da Il Foglio – 7 novembre 2020

  • Condividi
piergiorgio

Articolo precedente

La nuova ricostruzione
28 Febbraio 2021

Prossimo articolo

Il segreto della vera libertà
7 Marzo 2021

Ti potrebbe interessare anche

Non lamentarsi ma costruire ponti, la nostra sfida. Invito a due incontri
28 Febbraio, 2026

In una società nella quale il dibattito pubblico su qualsiasi tema è sempre più polarizzato, dove sembra diventato impossibile far convivere e dialogare esperienze e posizioni diverse, dove chi non appartiene alla propria parte politica per principio sbaglia qualunque cosa faccia, dove l’avversario è un nemico e alimentare il rancore è lo sport preferito, costruire un luogo di amicizia che metta al centro l’incontro con l’altro è una sfida che può apparire ardua e, per qualcuno, inutile («è tempo perso, sappiamo già come la pensa»). La storia della Fondazione San Benedetto racconta proprio questa sfida. Già nella scelta stessa del nome – San Benedetto – c’è l’indicazione chiara di una traiettoria ideale e, al tempo stesso, di un metodo: non perdere tempo a lamentarsi dei tempi che viviamo, ma creare relazioni e costruire ponti che rappresentino un passo nuovo, positivo e costruttivo negli ambiti di vita e nella società. In fondo è una declinazione pratica di cosa voglia dire essere un corpo intermedio in un’epoca nella quale a tutti i livelli si tende invece a promuovere la disintermediazione come modello a cui ispirarsi. Nel suo percorso ventennale la fondazione ha trovato nei papi che si sono succeduti, prima Benedetto XVI e poi Francesco, e ora Leone XIV, dei punti di riferimento a cui guardare per vivere con adeguato «spirito critico» il momento storico presente. 

Se si dovesse descrivere cosa fa la San Benedetto si potrebbe elencare una lunga serie di iniziative, talvolta dettate dall’attualità ma più spesso dal desiderio di dialogare con personalità o testimoni dei più diversi orientamenti ideali, culturali o politici. Questa vivacità culturale è solo l’espressione di una vita che cresce non secondo un programma predefinito, ma in modo creativo valorizzando le realtà e le persone incrociate nel proprio percorso. Altrettanto numerosi sono gli aiuti messi a disposizione: si va dall’erogazione di borse di studio, alla promozione e al sostegno di progetti come la ricostruzione ad Aleppo in Siria di una palazzina per otto famiglie distrutta dai bombardamenti oppure in Libano, in collaborazione con Avsi, di una scuola e di un centro sociale in un’area duramente provata dalla guerra. Questo modo di porsi ha portato la San Benedetto a essere riconosciuta pubblicamente come un bene per il territorio in cui opera. Oltre alla sempre significativa partecipazione ai suoi eventi, lo confermano le donazioni private che riceve da imprenditori e da singole persone, anche attraverso lasciti testamentari. 

La «Vita eterna» di Bazoli in dialogo coi giovani
21 Febbraio, 2026

Lunedì 2 marzo alle 17.30 a Brescia, nell’aula magna dell’Università Cattolica in via Trieste 17, verrà presentato il libro di Giovanni Bazoli «Vita eterna – Conversazioni con i miei nipoti». L’incontro, di cui sotto trovate l’invito, è promosso da Editrice Morcelliana, Fondazione San Benedetto e Università Cattolica. Che un personaggio pubblico come il presidente emerito di Intesa Sanpaolo abbia sentito la necessità, attraverso un dialogo con i suoi nipoti, di mettere a tema argomenti fondamentali come il senso e il destino della vita, che normalmente vengono omessi o accuratamente evitati nel dibattito oppure relegati nella sfera del privato, è già di per sé un fatto interessante, che merita attenzione. Lo è ancora di più perché tali argomenti non vengono affrontati in modo astratto o accademico, ma mettendosi a confronto su un piano esistenziale con dei giovani che oggi spesso si sentono distanti dalle verità della fede cristiana. E questo nella consapevolezza profonda che si può essere conquistati dall’esperienza della fede «solo per attrazione», come sottolineava papa Francesco. In preparazione all’incontro oggi vi invitiamo a leggere l’intervista che Bazoli ha rilasciato nelle scorse settimane al quotidiano La Repubblica in occasione dell’uscita del libro.

Jovanotti: «Così Sammy ci ha insegnato l’essenziale»
14 Febbraio, 2026

Nella newsletter della scorsa settimana abbiamo voluto mettere a tema la questione dei giovani. Non ci interessa però parlarne in termini sociologici, come se si trattasse di una categoria sociale da analizzare in base a tendenze, stili di vita, ecc. Altri lo sanno fare meglio e sono più attrezzati. A noi interessano i giovani come persone reali, nella loro singolarità come nel loro mettersi insieme. Per questo oggi vogliamo segnalarvi la storia di un giovane che, dentro una condizione oggettivamente molto difficile, è diventato con la sua presenza suscitatore di una positività straordinaria. Stiamo parlando di Sammy Basso, il giovane, biologo e ricercatore, morto a ottobre 2024 all’età di 28 anni, affetto da una malattia genetica rarissima, la progeria, che porta all’invecchiamento precoce. In questi giorni è stato pubblicato un libro, edito da San Paolo, nel quale i suoi genitori raccontano la vita con lui. La prefazione, che vi invitiamo a leggere, è stata scritta da Jovanotti. Il cantautore si sofferma sulla sua amicizia con Sammy: «A scuola ci insegnano che il cuore è un muscolo involontario. Poi nella vita può capitare di imparare che sì, è involontario, ma fino a un certo punto. Ci sono incontri, azioni, cose che ci succedono che ci insegnano a risvegliarlo – scrive Jovanotti -, lo allenano, lo ingrandiscono, lo rendono più vivo, perfino un po’ “volontario”. Sono soprattutto gli incontri. Io ho incontrato Sammy ed è stata una benedizione sentire il suo affetto e la sua amicizia, ma incontrando lui ho incontrato un mondo di cui lui era un luminoso vitale energetico centro di gravità». Bellissima la conclusione della prefazione: «Sammy nella sua breve e infinita vita ci ha insegnato l’essenziale, che è vivere, un giorno alla volta, con gratitudine e coraggio».

In questi giorni ci ha colpito anche la storia di James Van Der Beek, un noto attore di serie tv, morto per un cancro. La malattia gli era stata diagnosticata nel 2023 e un anno dopo in un video aveva raccontato come fosse cambiata la sua vita.

Cerca

Categorie

  • Fissiamo il Pensiero
  • I nostri incontri
    • I nostri incontri – 2015
    • I nostri incontri – 2016
    • I nostri incontri – 2017
    • I nostri incontri – 2018
    • I nostri incontri – 2019
    • I nostri incontri – 2021
    • I nostri incontri – 2022
    • I nostri incontri – 2023
    • I nostri incontri – 2024
    • I nostri incontri – 2025
    • I nostri incontri – 2026
  • Mese Letterario
    • 2010 – I Edizione
    • 2011 – II Edizione
    • 2012 – III Edizione
    • 2013 – IV Edizione
    • 2014 – V Edizione
    • 2015 – VI Edizione
    • 2016 – VII Edizione
    • 2017 – VIII Edizione
    • 2018 – IX Edizione
    • 2019 – X Edizione
    • 2021 – XI Edizione
    • 2023 – XIII Edizione
    • 2024 – XIV Edizione
    • 2025 – XV Edizione
  • Scuola San Benedetto – edizioni passate
  • Tutti gli articoli

Education WordPress Theme by ThimPress. Powered by WordPress.

VUOI SOSTENERCI?

Siamo una fondazione che ha scelto di finanziarsi con il libero contributo di chi ne apprezza l’attività

Voglio fare una donazione
Borgo Wührer, 119 - 25123 Brescia
info@fondazionesanbenedetto.it

Resta sempre aggiornato

Iscriviti subito alla nostra newsletter per non perderti le attività e gli eventi organizzati dalla Fondazione San Benedetto.

Iscriviti

Sito Web sviluppato da Nida's - Nati con la crisi.

Copyright © Fondazione San Benedetto Educazione e Sviluppo

Mappa del sito | Privacy Policy | Cookie Policy

Sito Web sviluppato da Nida's - Nati con la crisi.

Privacy Policy | Cookie Policy

Fondazione San Benedetto
Gestisci Consenso
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici. L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.
  • Gestisci opzioni
  • Gestisci servizi
  • Gestisci {vendor_count} fornitori
  • Per saperne di più su questi scopi
Visualizza preferenze
  • {title}
  • {title}
  • {title}