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Il segreto di Andy Warhol? La sua fede cattolica (e le icone)

  • Data 3 Ottobre 2021

di Antonio Socci

da Libero – 27 settembre 2021 

È stato scritto che Andy Warhol, padre della Pop art, è «il secondo artista più comprato e venduto al mondo dopo Pablo Picasso« (Thompson).  Forse perché «egli ha cambiato il concetto stesso di arte« (Danto). Ebbe per anni i riflettori addosso – sebbene fosse molto timido – e la sua immagine pubblica significava trasgressione e provocazione. Incarnava la sua èra: in pubblico «cercò di mostrare una personalità piatta e superficiale come i suoi dipinti», scrive Michele Dolz nel libro “Andy Warhol nascosto” (Ares). Ma chi era veramente Andy Warhol? È questa la domanda che si pone il libro di Dolz. Per rispondere parte dalla fine: dalla morte. Nel febbraio 1987, Warhol si ricoverò in ospedale, a New York, per un intervento chirurgico alla cistifellea. Ma le cose andarono inspiegabilmente male e il 22 febbraio morì. Aveva 58 anni. I funerali si svolsero a Pittsburgh, dove era nato, e il 1° aprile fu celebrata per lui una messa funebre nella cattedrale cattolica di St. Patrick, a New York. Le duemila persone presenti, in rappresentanza delle sue molte frequentazioni, probabilmente erano poco abituate a oltrepassare la soglia di una chiesa cattolica. Ma quando muore un personaggio celebre non suscita particolare sorpresa una cerimonia religiosa, anche quando tale personaggio è ritenuto lontano dalla fede cattolica.

Tuttavia la sorpresa, quel giorno, arrivò durante la celebrazione, quando prese la parola John Richardson, «celebre critico e storico dell’arte, amico e biografo di Picasso, che aveva frequentato Warhol al punto di conoscerlo molto bene». Egli disse: «Vorrei ricordare un aspetto del suo carattere che nascondeva a tutti tranne che ai suoi amici più stretti: l’aspetto spirituale. Quanti di voi lo hanno conosciuto in circostanze che erano agli antipodi della spiritualità potrebbero essere sorpresi dall’esistenza di questo aspetto, ma c’era, ed era fondamentale per la mente dell’artista».

AIUTI A POVERI E SENZATETTO

Infatti «Andy non ha mai perso l’abitudine di andare a messa… Come ricorderanno gli altri parrocchiani, passava dalla sua chiesa, St. Vincent Ferrer, diverse volte alla settimana fino a pochi giorni prima di morire… Provava un notevole orgoglio – aggiunse Richardson – nel finanziare la formazione di suo nipote al sacerdozio, e aiutava regolarmente in una mensa per i poveri e i senzatetto. Andy teneva ben nascoste queste attività». A quell’uditorio stupito Richardson spiegò: «Conoscere la sua segreta pietà cambia inevitabilmente la nostra percezione di un artista che ha ingannato il mondo intero lasciandogli credere che le sue uniche ossessioni fossero i soldi, la celebrità, il glamour, e che era così flemmatico da sembrare insensibile». Richardson ricordò la sua Factory e certi «frequentatori» che «negli anni Sessanta erano intenzionati a distruggersi». Circolava tanta droga. «Andy non era tagliato per essere il custode del suo fratello… Tuttavia, sentiva realmente compassione e, nei suoi modi da Principe Myskin, salvò gran parte del suo entourage dalla rovina». L’agile e brillante libro di Dolz scava in questa sua fede. Svela che Andrew Warlhola (questo il suo nome originario) era il terzo figlio di genitori slovacchi emigrati a Pittsburgh. Erano cattolici orientali di rito bizantino: «La famiglia Warhola era profondamente religiosa. Il padre li guidava per chilometri ogni domenica alla messa, la casa era piena di icone, si dicevano le preghiere insieme. Così visse Andrew Warhola fino ai vent’anni, quando si trasferì a New York e diventò Andy Warhol. Ma anche lì le cose non cambiarono… fece trasferire presso di sé la madre vedova, e questa arrivò con i suoi tre gatti, le sue icone e le sue ferree consuetudini pie. Ad Andy andava benissimo: ogni giorno, prima di uscire di casa s’inginocchiava e diceva le sue preghiere con lei in slavo antico; sotto la camicia indossava una catenina con una croce e portava con sé un messale tascabile e una corona del Rosario». Dalla testimonianza delle persone più vicine e dai diari di Warhol, Dolz ricava le tracce di una fede profonda e tradizionale. In fondo i suoi quadri sono debitori alla cultura cattolico-bizantina delle icone in cui Andy era cresciuto. Ma la sua fede come conviveva con la vita che faceva. Per esempio, «i film – nota Dolz – sono un ampio campionario di voyeurismo».

LA MORTE IN FACCIA

Singolare poi il modo in cui visse la propria omosessualità: «Andy – scrive Dolz – non la vedeva come un problema: la cavalcò. È altrettanto vero che non fece dell’omosessualità il soggetto della sua arte, se togliamo alcuni disegni dell’inizio… Altra nota importante è che Warhol non faceva sesso. Sarebbe un’affermazione incredibile se non fosse ben documentata». La svolta della sua esistenza avvenne con il grave attentato del 1968. Vide la morte in faccia. Dopo «la sua vita religiosa s’intensificò». Il punto di arrivo, nel gennaio-febbraio 1987, pochi giorni prima della morte, fu la mostra dedicata all’Ultima Cena di Leonardo da Vinci che Warhol realizzò a Milano al Palazzo delle Stelline, a pochi metri dal cenacolo vinciano di Santa Maria delle Grazie. Fu un grande successo e fu anche il suo testamento spirituale. Sfogliandone il catalogo, scrive Dolz, si nota che nei suoi rifacimenti dell’Ultima Cena «l’intervento è minimo», «come se volesse essere prudente o forse timoroso… Non ha osato metterci mano, come in un atto di rispetto per Leonardo e per Gesù stesso. E dire che quei dipinti ci fanno entrare nel cenacolo più della stessa pittura di Leonardo!». Osserva Dolz: «C’è una delicatezza, un’amorevolezza in queste opere che non si vedeva nei dipinti degli anni precedenti».

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piergiorgio

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Questa settimana anticipiamo al sabato l’invio della nostra newsletter «Fissiamo il pensiero». Domani infatti è Pasqua, cioè la Resurrezione di Gesù. «Com’è possibile crederci?». Se lo chiede ripetutamente l’attore e comico Giacomo Poretti in un breve articolo che vi invitiamo a leggere pubblicato martedì dall’Osservatore Romano. È il nostro modo di fare gli auguri pasquali a tutti coloro che ci seguono. Com’è possibile credere alla resurrezione di fronte all’inevitabilità della morte? Eppure la realtà, a partire dal succedersi delle stagioni – scrive Poretti -, è piena di indizi che ci dicono, se li vogliamo cogliere, che «la vita non è un accidente momentaneo e doloroso» destinata al fallimento della morte e che il corpo di Gesù risorto è un «regalo di eternità». Un regalo che rivela una bellezza nascosta a cui ciascuno di noi è chiamato.

A proposito di bellezza, lunedì scorso nella sede della San Benedetto un gruppo di amici si è ritrovato per vedere insieme il film «Andrej Rublëv», capolavoro del regista russo Andrej Tarkovskij realizzato a metà degli anni ’60. Ruota attorno alla figura di Rublëv, grande pittore di icone vissuto fra il XIV e il XV secolo in una Russia travolta dalle scorrerie delle orde tartare. La celebre icona della Trinità è la sua opera più famosa. È «il dipinto più bello del mondo», scrive Adriano Sofri in un articolo (lo potete leggere sul nostro sito) pubblicato tre anni fa sul Foglio, raccontando le vicissitudini odierne dell’icona nella Russia di Putin. Ecco la Fondazione San Benedetto, oltre agli incontri pubblici attraverso cui in tanti ci hanno conosciuto, è prima di tutto un luogo di incontro e di amicizia nel quale semplicemente ci si può trovare una sera per vedere un grande film e fare un’esperienza reale, non artificiale, di bellezza. 

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Al Mese letterario per riscoprire il gusto della lettura
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Leggere per vivere. È il suggerimento che vogliamo rilanciare questa settimana e che ci arriva dalle pagine di un libro di Giuseppe Montesano, scrittore e insegnante napoletano. Sul nostro sito ne riprendiamo alcuni brevi passaggi perché li sentiamo molto corrispondenti alle ragioni per cui, dal 2010 a oggi, ogni anno proponiamo il Mese letterario. Nel prossimo mese di aprile si svolgerà a Brescia la sedicesima edizione che ha come titolo «Esplorare l’esplorabile, venerare l’inesplorabile». Ricordiamo che per partecipare è richiesta l’iscrizione che si può già fare gratuitamente sul sito dell’Associazione Mese letterario. Consigliamo di iscriversi al più presto perché i posti disponibili sono in via di esaurimento. In tutti questi anni il Mese letterario, oltre alla bellezza di incontri carichi di fascino che risvegliano l’attenzione e l’intelligenza, è stato anche un grande invito a scoprire o riscoprire l’esperienza della lettura. Questa non è un esercizio fine a sé stesso o un vezzo «culturale». «Non si tratta più di passare il tempo o di ingannare la noia – scrive Montesano -, non si tratta di accrescere la propria cultura quantitativa e non si tratta di apprendere cose specialistiche: quando si legge per vivere, ciò che va in pezzi è la prigione in cui ognuno è chiuso, e quando la propria gabbia si è rotta, l’esperienza della libertà è così esaltante che cominciamo a vedere con dolore anche le gabbie altrui: e non ci basta essere liberi da soli in un mondo di prigionieri». Soprattutto, continua Montesano, «quando cominciamo a leggere per vivere la lettura diventa una continua scoperta, e ci accorgiamo che le parole che interpretiamo sono diverse dagli specchi che ci rassicurano facendoci vedere sempre uguali a noi stessi».
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