• Chi siamo
  • Attività
  • Video
  • Archivio
  • Sostienici
  • Statuto
  • Organi
  • Contatti
Email:
info@fondazionesanbenedetto.it
Fondazione San BenedettoFondazione San Benedetto
  • Chi siamo
  • Attività
  • Video
  • Archivio
  • Sostienici
  • Statuto
  • Organi
  • Contatti

Fissiamo il Pensiero

  • Home
  • Fissiamo il Pensiero
  • «L’umano proprio perché fallisce ha bisogno dell’altro»

«L’umano proprio perché fallisce ha bisogno dell’altro»

  • Data 8 Ottobre 2023

Prefetto del dicastero vaticano per l’educazione e la cultura il cardinale portoghese Tolentino de Mendonça è saggista e poeta. Della Bibbia ama le parole più forti. E di Pasolini e Rilke la lezione che l’umano, proprio perché fallisce, ha bisogno dell’altro

di Antonio Gnoli

da la Repubblica – Robinson del 1 ottobre 2023

 

Dopo l’incruenta rivoluzione dell’aprile del 1974, che abbatté il regime di Salazar e instaurò la prima forma di democrazia, José Tolentino de Mendonça tornò alla sua isola, a Madeira. Da lì era partito, a un anno, per l’Angola con tutta la famiglia. Ora ne aveva 12. José era tornato sognando l’altrove. Nessuno – né fratelli e sorelle né la madre né il padre – sapeva dove fosse. Lui lo scoprì nel proprio cuore. Era lì da sempre, bastava solo prestargli attenzione per capire cosa avrebbe fatto della sua vita. Oggi che è stato nominato cardinale e vive per lo più a Roma ricorda con gratitudine da dove viene e quali sono le sue radici.

Papa Francesco lo ha nominato Prefetto del Dicastero per l’educazione e la cultura. José è un raffinato poeta (una sua raccolta sta per uscire per Crocetti) e un saggista attento alla contemporaneità. Ha appena pubblicato un libro dedicato al sentimento più difficile e al tempo stesso più agognato: l’Amicizia (così il titolo del suo libro per Piemme), che lui riconduce al gesto emblematico dell’abbraccio. Vasta è la tipologia degli abbracci: quello che suggella l’amicizia è umile, non si impossessa dell’altro, lo accoglie.

Ha molti amici?

«Ho quelli che nella mia storia ho faticosamente incontrato e da essi sono stato accolto. Un detto inglese dice: “vivere senza amici equivale a morire senza testimoni”. Non sono sicuro che si possa definire l’amicizia in modo soddisfacente, ma so che viverla contribuisce alla costruzione etica di noi stessi. Fin dall’infanzia l’amicizia si rende disponibile. Sta a noi riceverla come uno dei doni più belli».

La sua infanzia come è stata?

«Subito dopo la mia nascita la mia famiglia emigrò in Angola, quando ancora era una colonia portoghese. Ricordo le ampie distese, lo spazio a perdita d’occhio, le strade polverose. E il mare. Avevo cinque o sei anni quando mio padre, pescatore, mi portò per la prima volta in barca. Fui rapito dal colore dei fondali, dal profilo della costa, dal grande che si ritrova nel piccolo, in ciò che è trascurabile. Ma l’infanzia fu per me soprattutto la voce rivissuta nelle parole di mia nonna».

Perché lei?

«Mi narrava meravigliosamente alcuni romanzi che aveva appreso da voci altrui e che mi dischiusero la bellezza della letteratura. Non sapevo allora che una commozione altrettanto profonda l’avrei provata davanti a una signora che mi recitò a memoria il Cantico dei cantici ».

Un libro molto particolare rispetto al resto della Bibbia.

«Si staglia come una gemma insolita. La prima volta che ne udii le parole fu grazie a questa donna che prestava i suoi lavori in chiesa. Conosceva a memoria quei versi, sebbene non sapesse che appartenevano al Cantico. Era una donna semplice. Con candore confessò di non saper leggere e che aveva amato il Cantico attraverso altre voci. Fu per me un momento di straordinaria commozione».

So che ha tradotto il Cantico in portoghese.

«Avevo imparato l’ebraico, e dove mettere alla prova quella lingua antica se non nel libro che si apriva alla potenza della visione poetica? Grazie a quelle parole, a volte veementi a volte dolcissime, il mondo mi appariva più lento. E nella lentezza godevo di tutti i suoi dettagli. Ormai giunto alla fine dell’esistenza Tommaso d’Aquino volle che qualcuno gli leggesse non già Aristotele ma il Cantico perché in quei versi c’era riassunta la potenza spirituale e la sensualità, la disperazione e la speranza che ogni vita porta con sé».

Il Cantico ha avuto numerosi interpreti, per alcuni è un libro “scandaloso”. Lei invece lo accosta nientemeno che alla musica di Patti Smith.

«Le parole delle sue canzoni assorbono l’energia vitale di quel testo, e parlano dell’amore come abbandono e pienezza insieme».

Non le sembra un accostamento bizzarro?

«Come bizzarra e creativa può essere la lingua eterodossa della contemporaneità. Certi testi biblici consentono l’accostamento, altri meno».

Quali?

«Quelli più polemici, forti, eruditi. Non mi piace ciò che è troppo tenue e tiepido. La parola deve possedere forza interiore per incidere sulla mente. Avere una sua selvaggia potenza. Le confesso che prediligo i testi che sconvolgono e aprono la strada al divino piuttosto che quelli che mi suscitano la noia».

In fondo è la stessa impostazione che ritrovo nella sua predilezione per Pier Paolo Pasolini. Come è nata questa passione?

«Il primo contatto avvenne con delle poesie che una mia sorella aveva ritagliato. Quando nel 1989 arrivai a Roma, mi imbattei nella rassegna dei suoi film proiettati al Palazzo delle Esposizioni. Per me fu una rivelazione vedere con quale forza e suggestione raccontava il passaggio dal mondo contadino a quello della modernità. Il suo cinema mi aiutò a comprendere meglio l’Italia e il mio paese. Ricordo che immediatamente dopo mi misi a leggere i libri di Ernesto de Martino».

Da noi lo leggono solo gli antropologi.

«Le sue analisi sul Sud d’Italia, su quel mondo arcaico fatto di rituali e di una temporalità diversa, definiscono un’identità smarrita che Pasolini aveva tentato di rimettere al centro della discussione pubblica».

Pasolini visse questa identità perduta come il grande dramma della modernità.

«Non credo che fosse animato dal sentimento della nostalgia. Piuttosto dalla disperazione per gli effetti che il mondo omologato della contemporaneità aveva prodotto».

Che cosa la colpiva del suo discorso?

«La forza con cui attraverso il profano sapeva parlarci del sacro. È questa mescolanza, o meglio contaminazione, che mi interessa. Trovo straordinario il Gesù del Vangelo secondo Matteo, i suoi tratti di umile quotidianità si ritrovano nei ruvidi protagonisti di Accattone e di Mamma Roma. Non è forse questo il miracolo degli ultimi ai quali si spalancheranno le porte del Cielo? Non è anche così che si realizza il senso più autentico della poesia?».

Nel connubio sacro e profano?

«Nell’invisibile che si rende visibile, nella restituzione di ciò che per sua natura è inesprimibile. E verrebbe da aggiungere che la poesia non mira alla purezza edulcorata che affascina il mondo, semmai prova a riscattare quell’impurità che il mondo ripudia».

Forse la parola che meglio definisce questa sua affermazione è “scandalo”.

«Pasolini, come pochi, seppe valorizzare le voci dello scandalo».

Una figura che lei accosta a Pasolini è Paolo di Tarso. Uno fonda il cristianesimo, l’altro sembra coglierne la fine.

«C’è una linea più o meno nascosta che lega i due. San Paolo ha democratizzato la mistica, l’ha resa un destino comune. In fondo è lo stesso atteggiamento che troviamo in Pasolini, la stessa inquietudine spirituale. Claudel ha detto di Rimbaud – e si potrebbe estendere a Pasolini – che era animato da un “misticismo selvaggio”, un misticismo puro e non chiarito dalla religione, dalle sue regole».

Intende un misticismo che proviene dall’oscurità?

«Credo che si abbia bisogno dell’oscurità per trovare la luce. Quando Paolo vede la luce, ne resta abbagliato. Come cieco. La luce complica la vita, non la redime soltanto. Flannery O’Connor sosteneva che credere è più difficile che non credere».

Paolo crea un ordine, una disciplina a questo credere. Senza il processo di “militarizzazione” la Chiesa non sarebbe stata niente più che un evento locale e trascurabile.

«Ma come affronta questo compito immane? Lui è l’architetto che disegna le campate e dà le fondamenta alla Chiesa. Per riuscire nell’impresa sa che non basta la disciplina, occorre il mistero. Sa che prima di tutto la Chiesa deve essere un’esperienza mistica».

Le sue “Lettere” sono la prima grande forma di proselitismo.

«Capisce che a una comunità non vanno dati solo costrutti teologici ma va insegnato l’agire pratico. A me affascina la fiducia che Paolo aveva nelle parole. Non era affatto comune che una lettera potesse contenere messaggi incoraggianti sul comportamento dei primi cristiani».

Cosa vuol dire fiducia nelle parole?

«Significa esaltare la dimensione affettiva del comunicare. Paolo non dava ordini, non si impancava in discorsi moraleggianti. Le sue lunghe lettere erano destinate quasi sempre a piccole comunità dove le esigenze, anche le più semplici, erano illuminate con la forza del pensiero teologico, ma soprattutto dell’esempio. Lei accennava allo scandalo. Beh, lo scandalo più grande in Paolo è la rivendicazione degli scarti, di quell’immondizia del mondo – come scrive ai Corinzi – che non può essere ignorata. La stessa scelta di rivolgersi agli ultimi la compie Pasolini».

Che cosa pensa della visione esasperata e disperata dell’ultimo Pasolini?

«È come se si rendesse conto che non siamo più la risposta alle nostre domande».

L’umano che fallisce?

«L’umano che proprio perché fallisce ha bisogno dell’altro e degli altri. Credo che lezione qui provenga più da Rilke che da Pasolini. Il Rilke che affronta la questione dell’Aperto».

Ossia?

«Tutto quello che un artista fa, compiendo il proprio cammino fino in fondo, è ricondurre la propria opera all’Aperto, cioè alla disponibilità verso qualcosa di più grande».

Heidegger ha molto riflettuto sull’Aperto rilkiano, l’Aperto delle “Elegie duinesi”, in particolare dell’Ottava Elegia.

«È uno dei vertici del pensiero filosofico e poetico. Due mondi, due dimensioni che trovano un punto di congiunzione nell’infinito. In quello spazio irrappresentabile e tuttavia presente dove la verità filosofica sembra corrispondere alla verità poetica. Etty Hillesum – ebrea morta ad Auschwitz – restò impressionata dalla vita di Rilke e dalla sua poesia, da quel cuore infelice e pellegrino capace tuttavia di conservarsi puro».

Un percorso, non so quanto insolito, è stato per lei affrontare alcune figure femminili. Oltre a Etty Hillesum, Cristina Campo e Simone Weil. Cosa le accomuna?

«Per usare una parola cara alla Campo, sono tutte delle “imperdonabili”, ovvero ciò che le avvicina è una santità che le fa essere nel mondo solo perché se ne sono in qualche modo allontanate. Hanno deciso di vivere secondo un gesto estremo che le ha consegnate al fuoco dell’attenzione suprema. Per tutte loro – aggiungerei Flannery O’Connors, Djuna Barnes, Maria Zambrano – la letteratura è il distillato di un’esperienza spirituale. Ricerca di quell’Aperto di cui si diceva».

Intende esperienza dell’Assoluto?

«Non possiamo avere contezza piena di questo Assoluto, possiamo solo – come suggeriscono le stesse Elegie di Rilke – nutrirci delle briciole che l’Eternità ci lascia. La sola cosa che possiamo fare è partecipare al banchetto delle briciole. L’eterno lascia sempre qualcosa, come noi del resto».

Lei cosa ha lasciato?

«Ho lasciato le mie origini ma non le ho dimenticate».

Intende Madeira?

«Laggiù, nel comune di Machico dove sono nato, si è formata la coscienza di che cos’è il mondo visto da un’isola. Ho provato il senso di un infinito immaginato ma anche la consapevolezza del limite. E poi c’è l’Angola, quel “mal d’Africa” che ci si porta dentro e che trascina la nostra memoria ben oltre il sentimento della nostalgia. L’impressione che l’Africa mi ha lasciato non è solo la vastità dei suoi territori, ma il sentimento di affettuosità che vi nasce, alla cui presenza anche le componenti più dure e violente si stemperano. Quella terra dell’innocenza oggi conosce nuove ferite, nuovi oltraggi. La sola cosa che non possiamo fare è mostrarci indifferenti».

Riscoprire quell’amicizia di cui parlava all’inizio?

«Dobbiamo imparare a restituire ciò che abbiamo preso, spesso in modo arbitrario. Dobbiamo imparare a curare le ferite che abbiamo provocato. Non possiamo guardare con sgomento e timore all’altra sponda del Mediterraneo come a un territorio ostile che vuole invaderci. La parola che sostiene la vita non può essere la paura. Se la vita è un dono dobbiamo imparare a condividerlo con coloro ai quali quella vita potrebbe essere tolta».

Tag:Bibbia, Cristina Campo, Etty Hillesum, José Tolentino de Mendonça, Pasolini, Rilke, Simone Weil

  • Condividi
piergiorgio

Articolo precedente

«Bellissima» in tv, quasi invidio l’Italia di allora
8 Ottobre 2023

Prossimo articolo

La profezia di CL, il video dell’incontro sul libro di Marco Ascione
11 Ottobre 2023

Ti potrebbe interessare anche

Segnali di vita a cinquant’anni dal terremoto in Friuli
9 Maggio, 2026

In questi giorni è stato ricordato il terremoto che cinquant’anni fa, il 6 maggio 1976, colpì il Friuli facendo quasi mille morti, oltre duemila feriti e più di 100 mila sfollati. Con la newsletter di oggi anche noi vogliamo soffermarci su quella pagina molto dolorosa della nostra storia che, allo stesso tempo, fece emergere una grande forza nel riprendersi dal disastro e nella ricostruzione. Lo facciamo proponendovi la lettura di due articoli. Il primo è stato scritto nel 2016, nel quarantesimo anniversario del sisma, dal poeta Pierluigi Cappello nato e cresciuto nella zona dell’epicentro del terremoto. Nel maggio 1976 non aveva ancora compiuto 9 anni. Testimone diretto di quei giorni drammatici (fino al 2014 ha vissuto in una baracca di legno costruita per gli sfollati), all’età di 16 anni riporta lesioni permanenti in un incidente stradale ed è costretto su una sedia a rotelle per il resto dei suoi giorni. È anche attraverso queste esperienze che matura la sua passione per la poesia, coltivata fino alla morte prematura nel 2017. Come Fondazione San Benedetto siamo molto legati a lui e alla sua poesia, che è stata per noi una vera scoperta. Nel 2019, d’intesa con i suoi familiari e amici, gli abbiamo intitolato la nostra Scuola di lettura e scrittura. L’articolo è stato scritto da Cappello un anno prima della sua scomparsa quando già stava combattendo contro la malattia. Nelle sue parole c’è tutto il senso della cesura segnata dal terremoto. In un minuto – racconta – sono venuti meno tutto un mondo e una cultura «che sapeva sostenere con umiltà ma con occhi ben dritti e asciutti lo sguardo della vita e della morte». Non è nostalgia per qualcosa che non c’è più. Quello di Cappello è invece un invito appassionato a non diventare «sovranamente estranei alla contaminazione con la vita». Un invito che ci riguarda oggi. In un tempo in cui siamo estremamente abili «nello sfiorare con rapidità ed eleganza gli schermi tattili di tablet ed iPhone», la vera sfida è contaminarsi con la vita reale.
Il secondo articolo che vi segnaliamo è un’intervista al Corriere del presidente della Fondazione per la Sussidiarietà Giorgio Vittadini per il quale la ricostruzione in Friuli dopo il terremoto è stata un modello di «collaborazione tra istituzioni e realtà sociali» che ha molto da dire anche per il presente. «Prima si diceva: più società, meno Stato. Ora abbiamo capito che serve più Stato e più società», sottolinea Vittadini. Soprattutto la sussidiarietà non è uno slogan o un principio astratto. «Non possiamo limitarci a una sussidiarietà fissata giuridicamente, perché se le comunità e i corpi intermedi non sono costituiti di persone che discutono e hanno interessi non corporativi, allora non funzionano. L’uomo solo al comando non dipende esclusivamente da una volontà accentratrice di potere, ma è anche responsabilità di una società senza ideali. La sussidiarietà rimette tutto in moto se ci si apre al confronto, se non si è corporativi, se accettiamo l’altro, se si superano le ideologie. Così diventa un fattore fondamentale di sviluppo. Ecco, in questa prospettiva la sussidiarietà può essere una chiave di volta, se non la si limita alla riserva indiana del Terzo settore o peggio ancora del privato. È tempo di riprendere un dialogo in Italia e nel mondo, che realtà diverse ragionino per il bene comune accettando la diversità». Oggi come cinquant’anni fa.

Susanna Tamaro e il grido di dolore di Anna
2 Maggio, 2026

Nella successione dei cosiddetti «fatti di cronaca» la notizia del suicidio a Catanzaro di una mamma, Anna Democrito, che si è buttata dal terzo piano con i suoi tre bambini (Nicola e Giuseppe sono morti con lei, mentre Maria Luce è sopravvissuta), per il grido di dolore che porta con sé rompe per un attimo la corazza di distrazione e abitudine con cui normalmente cerchiamo di proteggere le nicchie confortevoli in cui viviamo. Costringe a interrogarsi sul perché di un male così grande che lascia sgomenti. Domanda a cui è impossibile rispondere con qualche spiegazione rassicurante. Siamo di fronte a un mistero che interroga ognuno di noi, che siamo fatti non per il male ma per il bene. Nello stesso tempo raccogliere quel grido di dolore porta anche a chiedersi come mai sia diventato così difficile essere genitori. Lo fa la scrittrice Susanna Tamaro in un articolo pubblicato qualche giorno fa sul Corriere della Sera e che vi invitiamo a leggere. È come se fossero venute meno quelle che per secoli sono state «le pietre miliari della crescita umana».

L’Italia in stand by e i luoghi per ripartire
25 Aprile, 2026

L’Italia è un paese che sembra diventato incapace di pensare al proprio futuro. Un paese fermo che «si pasce di godere – per quel che può, fintanto che può – il patrimonio ereditato». Questa settimana vogliamo raccogliere alcuni spunti offerti da un editoriale del mensile Tempi che aggiunge: «Chi non pensa al domani muore già un po’ oggi, verrebbe da dire. Ed è così che si spiegano i tanti sì e i tanti no sulle scelte che, politicamente, questa società senza coscienza del futuro è stata chiamata a esprimere: no alle grandi opere, alle gallerie, alle autostrade, ai ponti sullo Stretto, in fondo, che ce ne facciamo? Rovinano solo la nostra tranquillità e il paesaggio. No ai treni ad alta velocità che passano per il nostro giardino, al rifacimento urbanistico delle nostre città che sconvolgono i nostri giretti in bicicletta. No al nucleare perché fa paura, e pazienza se siamo un paese tra i più poveri al mondo dal punto di vista energetico. No al Tap, no alle trivelle. No alla riforma delle pensioni. No a una effettiva parità scolastica. No a tutto. Sì, invece, a tutto ciò che garantisce una rendita comoda. Sì agli 80 euro, sì al reddito di cittadinanza, sì al bonus 110; e fa niente se siamo uno dei paesi col più alto debito pubblico al mondo. Lo Stato Pantalone dia oggi a noi, poi a pagare saranno i nostri figli (già, quali figli?). Sì anche a tutto ciò che ci levi d’impiccio da qualsiasi responsabilità verso gli altri e che ci costringa a fare i conti con qualcosa di più ampio del nostro ombelico e dei nostri desideri immediati. Così, coi nostri sì e i nostri no, stiamo seduti sul ciglio del burrone, sperando che non soffi troppo forte un vento che ci faccia precipitare. Si contano i giorni e nessuno pare saper indicare un centro di gravità permanente, che orienti i nostri giudizi e le nostre decisioni». E allora da dove può venire una scossa? Aspettarsi che sia compito della politica tirarci fuori da questa situazione è quanto di più vano ci possa essere. Sicuramente perché da almeno tre decenni non c’è più alcuna formazione e selezione della classe dirigente e gli effetti sono evidenti. Se anche però così non fosse, la politica da sola non sarebbe in grado di innescare un cambiamento che chiama in causa la società nel suo insieme arrivando fino a interpellare ciascuno di noi nella sua singolarità. Un’inversione di rotta può venire solo dal fiorire di luoghi di amicizia dove nascono e si sviluppano relazioni e dove si afferma un approccio positivo alla realtà della vita anche dentro le sue mille contraddizioni. Un approccio che taglia di netto le radici del risentimento e del rancore oggi molto diffusi. Nel suo viaggio in Africa Papa Leone, incontrando l’Università Cattolica del Camerun, ha osservato che oggi molti «vivono imprigionati nell’individualismo, nell’apparenza e nell’ipocrisia». L’alternativa a tale condizione è «un luogo di amicizia, di cooperazione e insieme di interiorità e di riflessione». La Fondazione San Benedetto nel suo piccolo è uno di questi luoghi. È nata ed esiste per questo. Quanto facciamo e proponiamo è unicamente espressione di questo tentativo aperto a tutti, senz’altro imperfetto ma mai ripiegato su se stesso. Il nostro desiderio è che questi luoghi di amicizia possano moltiplicarsi come spazi da cui continuamente ripartire. 

Martedì con l’incontro dedicato a Giuseppe Ungaretti presentato da Valerio Capasa si è chiusa a Brescia la sedicesima edizione del Mese letterario. L’auditorium degli Artigianelli era sold out come potete vedere dalle foto. 

Tutti gli incontri di questa edizione possono essere rivisti sul canale YouTube @ilsussidiario.tv dove hanno già registrato diverse migliaia di visualizzazioni. 

All’inizio della serata di martedì è stata annunciata anche la Summer School sulla narrazione promossa da Associazione il Rischio educativo in collaborazione con Fondazione San Benedetto e Mese letterario, che si svolgerà a Brescia dal 7 al 9 luglio. A questo link trovate tutte le informazioni per partecipare. 

Sono stati inoltre premiati tre giovani – Maria Teresa Villani, Marco Frosio e Benedetto Bontempi – che hanno partecipato al concorso di idee per il prossimo Mese letterario del 2027. 

Cerca

Categorie

  • Fissiamo il Pensiero
  • I nostri incontri
    • I nostri incontri – 2015
    • I nostri incontri – 2016
    • I nostri incontri – 2017
    • I nostri incontri – 2018
    • I nostri incontri – 2019
    • I nostri incontri – 2021
    • I nostri incontri – 2022
    • I nostri incontri – 2023
    • I nostri incontri – 2024
    • I nostri incontri – 2025
    • I nostri incontri – 2026
  • Mese Letterario
    • 2010 – I Edizione
    • 2011 – II Edizione
    • 2012 – III Edizione
    • 2013 – IV Edizione
    • 2014 – V Edizione
    • 2015 – VI Edizione
    • 2016 – VII Edizione
    • 2017 – VIII Edizione
    • 2018 – IX Edizione
    • 2019 – X Edizione
    • 2021 – XI Edizione
    • 2023 – XIII Edizione
    • 2024 – XIV Edizione
    • 2025 – XV Edizione
    • 2026 – XVI Edizione
  • Scuola San Benedetto – edizioni passate
  • Tutti gli articoli

Education WordPress Theme by ThimPress. Powered by WordPress.

VUOI SOSTENERCI?

Siamo una fondazione che ha scelto di finanziarsi con il libero contributo di chi ne apprezza l’attività

Voglio fare una donazione
Borgo Wührer, 119 - 25123 Brescia
info@fondazionesanbenedetto.it

Resta sempre aggiornato

Iscriviti subito alla nostra newsletter per non perderti le attività e gli eventi organizzati dalla Fondazione San Benedetto.

Iscriviti

Sito Web sviluppato da Nida's - Nati con la crisi.

Copyright © Fondazione San Benedetto Educazione e Sviluppo

Mappa del sito | Privacy Policy | Cookie Policy

Sito Web sviluppato da Nida's - Nati con la crisi.

Privacy Policy | Cookie Policy

Fondazione San Benedetto
Gestisci Consenso
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici. L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.
  • Gestisci opzioni
  • Gestisci servizi
  • Gestisci {vendor_count} fornitori
  • Per saperne di più su questi scopi
Visualizza preferenze
  • {title}
  • {title}
  • {title}