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Il male si combatte con l’educazione, non con i moralismi

  • Data 7 Settembre 2024

I recenti fatti di sangue che hanno visto dei giovani come protagonisti (dall’omicidio di Sharon alla strage familiare di Paderno Dugnano, ai vari accoltellamenti) ripropongono prepotentemente da un lato il tema della «presenza attiva del male» nella nostra vita e dall’altro la necessità dell’educazione come unico antidoto contro il venir meno dell’umano. In questi giorni abbiamo letto o sentito tante analisi sociologiche o psicologiche alla ricerca dei colpevoli o delle cause recondite di quanto è accaduto, mentre in realtà siamo di fronte a fatti che sfuggono alle nostre anguste spiegazioni. L’educazione non è certo un insieme di regole o di buone maniere e non ha niente a che vedere con qualche richiamo moralistico. È «un cammino» che richiede un lavoro su di sé e che «dovrebbe proseguire tutta la vita», come sottolinea Susanna Tamaro nell’articolo pubblicato sul Corriere della Sera di cui vi consigliamo la lettura questa settimana. «Il culto del bambino perfetto», oggi molto diffuso, – continua la scrittrice – è uno «straordinario salto indietro fatto dalla società postmoderna». Nel compito dell’educazione un ruolo, non esclusivo ma fondamentale, lo ricopre la scuola. Tra pochi giorni alcuni milioni di bambini e ragazzi torneranno nelle aule. In vista di questo appuntamento vi proponiamo l’articolo di Sergio Belardinelli apparso sul Foglio. A proposito del processo educativo scrive: «Anziché coltivare la gratuità di un processo che di per sé non serve a nulla, se non a diventare noi stessi, abbiamo preferito finalizzare l’educazione alle esigenze della società. Ci ricordiamo le famose tre “I”: Inglese, Informatica e Impresa? La scuola deve servire a questo, deve servire a quest’altro, mettendoci dentro ognuno ciò che ritiene più importante. Ma un progetto educativo non è, non può essere, un progetto tecnico; è un processo di generazione di una persona e quindi fondamentalmente gratuito, sempre esposto al rischio della libertà che ciascuno di noi è».

Elezioni USA, verso lo scontro finale: incontro il 27 settembre 

A grande richiesta dopo quello dello scorso maggio la Fondazione San Benedetto propone un nuovo incontro pubblico sulle presidenziali americane per capire da vicino cosa sta succedendo negli USA. In questi mesi i colpi di scena non sono mancati, dall’attentato a Trump al ritiro di Biden e alla candidatura di Kamala Harris. Ne parleremo con l’aiuto di due esperti che conoscono bene gli Stati Uniti.  L’appuntamento sarà venerdì 27 settembre alle 18, a Brescia al Centro Paolo VI, in via Gezio Calini 30. Interverranno Marco Bardazzi, giornalista che sta seguendo le elezioni USA per il quotidiano Il Foglio, e Lorenzo Pregliasco, analista politico, co-fondatore e direttore di YouTrend.

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Siamo al baratro: viviamo nel culto del «bimbo perfetto»

di Susanna Tamaro
dal Corriere della Sera – 4 settembre 2024

Il mito da sfatare: i figli oggi vengono contemplati dai genitori e non più stimolati a privilegiare le virtù rispetto ai vizi. Bisogna smetterla con la retorica sull’innocuità delle droghe leggere

Nel 1995 ho scritto un libro per bambini, Il Cerchio Magico, in cui profetizzavo l’arrivo di un moderno «orco» che, tramite le televisioni, riusciva a imporre un nuovo ordine delle cose. Il suo motto era «Un mondo pulito e obbediente/pancia piena e in testa niente». All’epoca erano appena comparsi i primi telefonini e nessuno poteva immaginare che in soli trent’anni la nostra civiltà sarebbe implosa grazie all’iperconnessione e all’annullamento di tutta la cultura precedente. I pochi neurologi, psichiatri, artisti, educatori che hanno cercato di mettere in guardia contro questa scivolosa deriva non sono mai stati ascoltati. Le magnifiche sorti e progressive, simili a feroci Tyrannosaurus Rex, hanno divorato l’umano, spingendo le società verso una dimensione molto pericolosa nella quale la maggior parte delle persone non è più consapevole di se stessa e vaga in un perlopiù confortevole nulla, senza rendersi conto che questa assenza di sé è la via maestra per far affiorare in noi la parte più primitiva, quella del branco e degli istinti che vanno immediatamente soddisfatti.

Posto che stiamo assistendo a strabilianti progressi in ambito tecnologico e scientifico di cui non possiamo che essere felici, mi turba che nessuno si interroghi sul fatto che non ci sia stato un corrispondente avanzamento evolutivo nell’umano ma che piuttosto si sia inserita un’inarrestabile retromarcia che dovrebbe preoccupare tutti coloro che hanno a cuore la civiltà.

I tragici e immotivati omicidi degli ultimi giorni non sono che la punta di un iceberg di un gravissimo malessere che si preferisce ignorare. Se le sorti fossero davvero magnifiche e progressive, la vita delle giovani generazioni sarebbe segnata dalla costruttività e dalla sfida di mettersi alla prova. Mentre ora assistiamo esattamente al contrario. Passività, autolesionismo, alcolismo, uso spregiudicato degli stupefacenti, forza del branco come identità individuale.

Ma se un bambino e un ragazzo non ha avuto altro nutrimento che la rete e dunque, a dieci anni di età, ha già assistito a un numero incredibile di omicidi, sparatorie, atti efferati come si può essere così leggeri da pensare che il cervello non assorba e rielabori costantemente questi contenuti? Il cervello infatti non è molto diverso da una spugna, assorbe e quando si spreme, se non è stata fatta un’opera di contenimento, esce ciò che ha assorbito.

E allora torniamo al solito perfino noioso argomento. Il culto del bambino perfetto. Perché è questo lo straordinario salto indietro che è stato fatto dalla società postmoderna. Il bambino nasce perfetto e a noi, suoi devoti, non rimane che contemplare estasiati la sua perfezione. La griglia etica dell’essere umano dunque è stata sollevata: liberi tutti perché il male non esiste e non dobbiamo fare nessuno sforzo per contrastare queste oscure e ataviche pulsioni che vivono costantemente dentro di noi.

Un tempo la società, la scuola, la famiglia erano consapevoli che i difetti dei bambini andavano corretti e che educare voleva dire privilegiare le virtù davanti all’indolenza dei vizi. E questo per un fatto molto semplice, perché a differenza delle altre specie di mammiferi che popolano la terra, e che non hanno turbamenti perché l’istinto li conduce per una strada senza deviazioni, gli esseri umani sono portatori di una grande e anche oscura complessità e il momento in cui ci si scorda di questo abbiamo già fatto un passo verso il baratro. Baratro individuale e baratro di una società che si rifiuta di vedere l’abisso davanti a sé.

Nel mondo la presenza attiva del male invece esiste, basta aprire qualsiasi notiziario per esserne consapevoli, e questo male può agire come un tarlo dentro di noi, lavorare silenziosamente logorando la struttura, oppure può esplodere con il fragore di un grande petardo, accecando e facendo compiere atti di cui mai ci si sarebbe creduti capaci.
E quando questi atti succedono, non volendo riconoscere questa realtà, non ci si può che avvolgere nel manto del moralismo, della perpetua e dell’inutile ricerca di una ragione psichiatricamente comprensibile e dunque tranquillizzante.

«Sono dispiaciuto» ha detto Moussa, come se uccidere una persona fosse non molto diverso dall’arrivare tardi a un appuntamento. «Non so perché l’ho fatto», ha detto il ragazzo di Paderno Dugnano. In entrambi i casi l’arma era un coltello e penso che usare una lama per uccidere tre persone richieda una forza fisica davvero straordinaria e non penso possa essere un atto di distrazione.

L’educazione è un cammino che dovrebbe proseguire tutta la vita e questo cammino – capace sempre di mettere a fuoco le debolezze e di lottare per vincerle – necessita della più umana, e ormai lungamente ridicolizzata, delle forze: quella di volontà. Io desidero essere altro da quello che sono e, per compiere questo cambiamento, lavoro costantemente su me stesso. La scomparsa della volontà virtuosa lascia pieno campo a quella più distruttiva, la volontà di potenza.

Ultimamente, davanti alla deriva della nostra civiltà, mi torna spesso in mente il primo Salmo che, nella traduzione da me preferita, dice: «Beato l’uomo che non siede nel consesso dei beffardi». Chi è il beffardo? Quello che deride ogni cosa e che cos’è la derisione se non la negazione stessa del fondamento? I beffardi manipolano la realtà, seguendo il loro orizzonte che non è quello della costruzione ma piuttosto della distruzione. I beffardi proclamano ormai da troppo tempo che il metro di ogni cosa è il nostro desiderio e che è lecito compiere ogni atto per realizzarlo, perché il bene è unicamente ciò che fa bene a me.

È forse giunto il momento che le persone che non desiderano sedere in questo consesso comincino ad alzarsi in piedi e dire una serie di «adesso basta». E il primo «adesso basta» è quello sull’uso ricreativo delle droghe. Personalmente ho fumato hashish molto giovane, a quindici anni, e dato che ho già una grande fragilità neurologica, è stata un’esperienza pericolosamente destabilizzante. Non parlo per moralismo dunque ma per esperienza personale. Adesso basta con la retorica dell’innocuità delle droghe leggere. Le droghe sono droghe, annullano la volontà e se, mescolate tra di loro con psicofarmaci e alcol, o se prese da persone con preesistenti problemi psichiatrici, possono avere un effetto devastante.

La parola «assassino» nella lingua italiana nasce dagli aderenti di una setta sorta nel secolo XII in Persia, cecamente obbediente a un capo politico religioso, detto il Veglio della Montagna, divenuta famosa per la sua azione terroristica in Siria, Palestina e Mesopotamia. Questa setta si chiamava hassisya, che vuol dire «fumatore di hashish», perché questa è l’attività che compivano gli adepti prima di andare a compiere le loro stragi efferate.


Che fine ha fatto la gratuità del processo educativo? Ribaltare le tre “I”

di Sergio Belardinelli – da Il Foglio – 3 settembre 2024

Con la riapertura, anche quest’anno sentiremo riproporre quasi sicuramente il tema della crisi della scuola: un’istituzione fondamentale come l’aria che respiriamo, ma sempre più ripiegata su se stessa, burocratizzata, estraniata dalla realtà e dal suo compito fondamentale, che è poi quello di aiutare i nuovi venuti a sentirsi a casa nel mondo dove arrivano senza averlo chiesto. Già, proprio così. Qualsiasi cosa si faccia a scuola, specialmente in quella primaria e secondaria di primo grado, che si insegni la grammatica, le tabelline, la storia o la geografia, l’obiettivo primario dovrebbe essere quello di trasmettere ai bambini e agli adolescenti entusiasmo, curiosità, allegria, rispetto, serietà, fiducia, bellezza: un modo di dire loro benarrivati in questo mondo, vi aspettavamo a braccia aperte. E invece le nostre scuole sono come impantanate in programmi, progetti, schede di valutazione che non si curano minimamente di tutto questo. Anziché coltivare la gratuità di un processo che di per sé non serve a nulla, se non a diventare noi stessi, abbiamo preferito finalizzare l’educazione alle esigenze della società. Ci ricordiamo le famose tre “I”: Inglese, Informatica e Impresa? La scuola deve servire a questo, deve servire a quest’altro, mettendoci dentro ognuno ciò che ritiene più importante. Ma in questo modo, lungi dal trarne qualche pur minimo vantaggio “sociale”, ci siamo allontanati ancora di più dalle poche e semplici evidenze elementari su cui, da sempre, si fondano tutte le vere relazioni educative: convinzioni profonde, passione, amore, esempio e, soprattutto, nessuna pretesa di essere padroni della situazione. Un progetto educativo non è, non può essere, un progetto tecnico; è un processo di generazione di una persona e quindi fondamentalmente gratuito, sempre esposto al rischio della libertà che ciascuno di noi è.

“La vita è ciò che accade mentre stai facendo altro”, cantava John Lennon. Non sono sicuro che avesse ragione. Ma certamente ci sono buone ragioni per pensare che la cosa valga per l’educazione. Davvero questa accade mentre stiamo facendo altro. Se ci pensiamo bene, le persone che hanno influito di più sulla nostra vita lo hanno fatto grazie a ciò che, con l’esempio, con la parola, con uno sguardo, ci hanno insegnato implicitamente, non esplicitamente. Per questo è sbagliato trasformare l’educazione in un protocollo da seguire. Come ha scritto Cristina Petit in un libro bellissimo, pieno di autentica passione educativa (Non lasciamoli soli. Lettera d’amore a una scuola abbandonata, Solferino 2023), “ecco io vorrei una scuola delle Idee, dell’immaginazione, dell’intuizione. La scuola dell’innovazione. Ma anche una scuola che contempli l’impossibile ed esorti gli studenti a raggiungerlo, una scuola che comprenda l’insicurezza e l’incertezza e aiuti gli studenti a lenirla”.

Una scuola insomma che sia capace di mettere al centro la relazione educativa, quella terra di mezzo tra insegnante e alunno, irriducibile all’uno o all’altro, asimmetrica, visto che le responsabilità dell’uno non sono mai le stesse dell’altro, imprevedibile nei suoi esiti e tuttavia misura certa della propria qualità. Insegnanti e alunni sentono benissimo quando tra di loro si è instaurata una vera relazione educativa; non c’è bisogno che siano gli esperti a dettare loro i criteri per stabilire se è buona o cattiva. “Tutto è possibile quando sentiamo di essere in relazione… Solo nella relazione tutto si può compiere. Le streghe e i cattivi – dice giustamente l’autrice – non entrano mai in relazione, rimangono di lato, possibilmente su un’altura, e muovono i pezzi in loro potere. La relazione invece è un prato, per correre avanti e indietro, ma sempre in piano: l’insegnante non è mai al di sopra, ma sempre a fianco”.

Ma, domanderà qualcuno, con i programmi come la mettiamo? Può la scuola prescindere dai cosiddetti obiettivi formativi legati all’acquisizione di specifiche competenze? Certo che no. Ma il bello di questo libro è che tali obiettivi sembrano talmente scontati da diventare il semplice pretesto per amare, appassionarsi agli alunni, aiutandoli soprattutto a essere felici. Con un’incredibile quantità di aneddoti anche commoventi, ci viene detto in sostanza che “la scuola è fatta di amore” e che “difficilmente i bambini non hanno voglia di fare qualcosa con una persona buona che la vuole fare con loro”. Chi non lo capisce farebbe bene ad andarsene. In ogni caso guai a trascurare l’unicità, la sacra fragilità dei bambini e degli adolescenti, elevandole magari a pretesto per esclusioni o per penose affermazioni di sé da parte di insegnanti stanchi, arrabbiati e frustrati.

Ho letto questo libro appassionato e appassionante pensando soprattutto a mio nipote che si appresta a fare la prima elementare. Come saranno i suoi insegnanti? E’ una domanda che si pongono tutti i genitori e i nonni di questo mondo. Per parte mia mi auguro che entri in una scuola che, insegnandogli a leggere, scrivere e far di conto, gli faccia scoprire la gioia di stare al mondo, di scoprirlo insieme agli altri, mettendo lui e i suoi coetanei al riparo, non dalla fatica, dalle incertezze e persino dalle ingiustizie, ma dalla paura.

Tag:educazione, scuola, Susanna Tamaro

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piergiorgio

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Il secondo articolo che vi segnaliamo è un’intervista al Corriere del presidente della Fondazione per la Sussidiarietà Giorgio Vittadini per il quale la ricostruzione in Friuli dopo il terremoto è stata un modello di «collaborazione tra istituzioni e realtà sociali» che ha molto da dire anche per il presente. «Prima si diceva: più società, meno Stato. Ora abbiamo capito che serve più Stato e più società», sottolinea Vittadini. Soprattutto la sussidiarietà non è uno slogan o un principio astratto. «Non possiamo limitarci a una sussidiarietà fissata giuridicamente, perché se le comunità e i corpi intermedi non sono costituiti di persone che discutono e hanno interessi non corporativi, allora non funzionano. L’uomo solo al comando non dipende esclusivamente da una volontà accentratrice di potere, ma è anche responsabilità di una società senza ideali. La sussidiarietà rimette tutto in moto se ci si apre al confronto, se non si è corporativi, se accettiamo l’altro, se si superano le ideologie. Così diventa un fattore fondamentale di sviluppo. Ecco, in questa prospettiva la sussidiarietà può essere una chiave di volta, se non la si limita alla riserva indiana del Terzo settore o peggio ancora del privato. È tempo di riprendere un dialogo in Italia e nel mondo, che realtà diverse ragionino per il bene comune accettando la diversità». Oggi come cinquant’anni fa.

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