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Cristo si è fermato a Timor Est

  • Data 21 Settembre 2024

C’è la fede semplice e genuina delle 600 mila persone di Timor Est  o dei poverissimi abitanti dei villaggi fra la foresta e il mare in Papua Nuova Guinea che hanno accolto Papa Francesco durante il suo recente viaggio in Asia e Oceania. E pochi giorni fa, nell’udienza del mercoledì, ricordando il suo viaggio, il Papa si è detto «colpito dalla bellezza» di quei popoli «provati ma gioiosi». «Ho respirato aria di primavera», ha aggiunto, sottolineando di aver trovato una Chiesa «molto più viva in quei paesi». Una Chiesa che cresce non per proselitismo ma «per attrazione».

Alcune immagini dei 600mila fedeli presenti alla messa del Papa a Dili, capitale di Timor Est

E poi c’è la Chiesa stanca e autoreferenziale dei paesi europei che, nel deserto di umanità del mondo occidentale, sembra aver dimenticato l’originalità della fede in Gesù Cristo, preferendo occuparsi di altro. È un raffronto spiazzante che costringe chi crede a interrogarsi su cosa ne ha fatto della propria fede. Scrive Matteo Matzuzzi nell’articolo apparso sul Foglio di cui vi proponiamo la lettura: «Si è proprio sicuri che la fede genuina e semplice sia quella dei Sinodi infiniti che producono documenti, tabelle, schemi, strumenti di lavoro. Sinodi che vorrebbero combattere l’autoreferenzialità e poi finiscono per chiudersi in Vaticano per settimane a discutere di questioni che il mondo, fuori, conoscerà solamente attraverso sintesi e mediazioni? Si è proprio certi che ai popoli di Timor Est, di Singapore, ma anche al piccolo gruppo di fedeli della Mongolia o a quelli di Bangui interessino le elucubrazioni sul diaconato femminile, sul celibato sacerdotale, sulle attese del Cammino sinodale tedesco che tra un cenacolo sulla collegialità e l’istituzione di un Comitato ad hoc punta a rovesciare la struttura gerarchica della Chiesa? S’è mai domandato, qualcuno, perché i seicentomila cattolici riuniti per accogliere il Papa e pregare con lui siano tutti a Timor est e non nelle spianate bavaresi o nella Grand Place di Bruxelles?»

Elezioni USA, verso lo scontro finale: incontro il 27 settembre 

A grande richiesta dopo quello dello scorso maggio la Fondazione San Benedetto propone un nuovo incontro pubblico sulle presidenziali americane per capire da vicino cosa sta succedendo negli USA. In questi mesi i colpi di scena non sono mancati, dagli attentati a Trump al ritiro di Biden e alla candidatura di Kamala Harris.
Ne parleremo con l’aiuto di due esperti che conoscono bene gli Stati Uniti e che chi era presente al precedente incontro di maggio ha potuto apprezzare. Vi aspettiamo venerdì 27 settembre alle 18, a Brescia al Centro Paolo VI, in via Gezio Calini 30. Interverranno Marco Bardazzi, giornalista che sta seguendo le elezioni USA per il quotidiano Il Foglio, e Lorenzo Pregliasco, analista politico, co-fondatore e direttore di YouTrend.

PER PARTECIPARE È NECESSARIO REGISTRARSI A QUESTO LINK.


Un’isola a messa dal Papa, «per vedere Gesù»

di Matteo Matzuzzi – da Il Foglio 14 settembre 2024

Una distesa infinita di ombrelli bianchi e gialli a riparare una spianata di seicentomila fedeli giunti a Taci Tolu per assistere alla messa celebrata dal Papa. Poco meno di un terzo della popolazione di Timor est, che in tutto ne conta un milione e mezzo. Erano tutti lì, a salutare Francesco e a pregare con lui. Lembo estremo d’asia, il più cattolico e il solo – con le Filippine – ad avere una maggioranza di cattolici. I preti sono 347, tre i vescovi, sessantasei le parrocchie. Più un migliaio fra religiose e religiosi. Su quella spianata hanno trovato ossa umane, resti della guerra civile che ha devastato l’ex colonia portoghese che ha saputo, a fatica, riconciliarsi. “Qui il Vangelo è fonte di concordia sociale”, ha detto il Pontefice prima di ammonire sui rischi ancora presenti: povertà, alcol, abusi. E pure i coccodrilli, che fra i laghi salati che circondano la capitale Dili potrebbero avere la tentazione di farsi una passeggiata sulla terraferma e mordere. Non era un semplice avvertimento per così dire faunistico, quello di Francesco: “State attenti! Perché mi hanno detto che in alcune spiagge vengono i coccodrilli; i coccodrilli vengono nuotando e hanno il morso più forte di quanto possiamo tenere a bada. State attenti! State attenti a quei coccodrilli che vogliono cambiarvi la cultura, che vogliono cambiarvi la storia. Restate fedeli. E non avvicinatevi a quei coccodrilli perché mordono, e mordono molto. Vi auguro la pace. Vi auguro di continuare ad avere molti figli: che il sorriso di questo popolo siano i suoi bambini! Prendetevi cura dei vostri bambini; ma prendetevi cura anche dei vostri anziani, che sono la memoria di questa terra”. Chiaro riferimento a quelle colonizzazioni ideologiche contro cui Bergoglio si scaglia fin dal primo giorno che siede sul trono di Pietro.

Non c’è cronaca dell’infinito tour papale in estremo oriente che non abbia rimarcato la straordinarietà delle folle di Timor est. Eppure qui un Papa l’hanno già visto, Giovanni Paolo II nel 1989. Ma era tutt’altra faccenda, c’era la guerra, le divisioni evidenti, anche se quella visita segnò un passo fondamentale nel processo di autodeterminazione. Migliaia di persone di tutte le età assiepate lungo le strade attendendo il vescovo di Roma: festose ma ordinate, composte. Devote. Più interessate a sentire Francesco e a celebrare con lui l’eucarestia che a immortalarsi in selfie con croci, vescovi e parvenu per suggellare l’evento. “Timor è un piccolo paese, un’isola lontana, però la sua gente semplice vive l’originalità della fede in Gesù Cristo”, ha detto nel suo messaggio di ringraziamento l’arcivescovo di Dili, il cardinale Virgílio do Carmo da Silva.

Quanto stridono queste immagini, questa profonda devozione, con il deserto d’occidente, abitato dai “popoli dell’opulenza”, come li definì Paolo VI nella Populorum progressio. Oggi, a più di mezzo secolo di distanza da quel documento, si può dire senza pericolo di fraintendimento che quell’opulenza non è solo la ricchezza materiale, ma è molto di più. Drammaticamente, di più. E’ l’assuefazione a un modo di vivere in cui le domande ultime sono infilate a forza in un cantuccio, dove non ci si domanda più nemmeno se Dio esiste: semplicemente, il tema non interessa. Un mondo in cui ai dogmi di fede se ne sono sostituiti altri, estremizzando a tal punto concetti come laicità, uguaglianza e inclusività da non ricordarsi più neppure cosa volevano dire in origine. L’europa che nei sogni di Robert Schuman era quelle delle cattedrali, oggi si arrovella su tecnicismi e regolamenti. Dei due polmoni di fede e cultura che tanto a cuore stavano a Giovanni Paolo II, non c’è più traccia. Di radici, di qualunque origine fossero, neanche a parlarne. “Dove sei finita, Europa?” si chiese (e chiese agli astanti) Francesco quando ebbe occasione di parlare del Vecchio continente. I suoi valori, i suoi ideali, la sua anima. La fede profonda che aveva permesso di costruire Notre-dame – senza vetrate “contemporanee” – e decine di altre cattedrali con le guglie puntate verso le cose di lassù, oggi è retaggio di una storia perduta. Bisogna andare a Dili, nella piccola isola di Timor est per ritrovarla. Senza tanti orpelli, vero. Ma anche senza tanto interrogarsi su aggiornamenti, cambiamenti, sistemazioni, rivoluzioni, riforme. La fede semplice. Che poi è quella dei contadini che si fermavano in mezzo al campo mentre le campane del villaggio richiamavano alla preghiera dell’angelus di mezzogiorno, delle beghine che non capivano niente di quel che bofonchiava il prete in latino, ma intanto sgranavano il Rosario. A Dili, tra i coccodrilli veri o metafora delle colonizzazioni ideologiche, bastava la croce e il Papa, rappresentante di Cristo. Nient’altro.

Non è questione di povertà materiale, non solo almeno: le stesse scene si sono viste in Corea del sud, terra di evangelizzazione giovane e di fede dinamica. Allora torna alla mente una delle più antiche interviste rilasciate da Francesco, quasi agli albori del pontificato. Il Papa conversava con una rivista pubblicata in Argentina, nelle ville miseria di Buenos Aires: “Quando parlo di periferie, parlo di confini. Normalmente noi ci muoviamo in spazi che in un modo o nell’altro controlliamo. Questo è il centro. Nella misura in cui usciamo dal centro e ci allontaniamo da esso, scopriamo più cose e, quando guardiamo al centro da queste nuove cose che abbiamo scoperto, da nuovi posti, da queste periferie, vediamo che la realtà è diversa”. Aggiungeva, il Papa, che “una cosa è osservare la realtà dal centro e un’altra è guardarla dall’ultimo posto dove tu sei arrivato”. “L’Europa vista da Madrid nel XVI secolo era una cosa, però quando Magellano arriva alla fine del continente americano, guarda all’Europa dal nuovo punto raggiunto e capisce un’altra cosa”.

Colpirà ancora di più, allora, l’inevitabile paragone che si farà a fine mese, quando Francesco per la prima volta metterà piede nel cuore di quell’Europa che fino ad ora ha toccato solo marginalmente, nelle sue periferie. E non inizierà un viaggio entrando dalla porta laterale, bensì da quella frontale: Bruxelles, dopo il Lussemburgo. La capitale dell’unione che è al contempo l’emblema più evidente di come il cattolicesimo in Europa sia declinante e arranchi stanco verso qualcosa che lo ridesti, non sapendo però bene cosa. Nei mesi scorsi, al Foglio, l’arcivescovo emerito di Bruxelles, il cardinale Jozef De Kesel, ammise che “in una società secolarizzata la sensibilità religiosa non è più così grande come un tempo. La Chiesa e la sua fede non sono più onnipresenti. La fede cristiana non è più la convinzione dell’intera società. Ma questo non significa che Dio sia assente. Dio è all’opera in questo mondo, anche oltre i confini della Chiesa. Che le chiese siano vuote e scompaiano silenziosamente è semplicemente non vero. Naturalmente, in una società in cui tutti sono cristiani, le chiese sono necessarie ovunque. Non è così in una società secolare e pluralista. In questo senso, le chiese sono occasionalmente ritirate dal culto. E si presta molta attenzione alla destinazione che viene loro assegnata. Ma la grande maggioranza delle chiese rimane un edificio di culto. Anche a Bruxelles ci sono chiese molto affollate”.

Alla radice della stanchezza, forse, c’è anche quello che De Kesel definiva “un malinteso sul termine ‘aggiornamento’ tanto usato riguardo al Concilio Vaticano II: Papa Giovanni voleva effettivamente avvicinare la Chiesa al mondo. Fare in modo che non sia un mondo a sé stante accanto al mondo reale. Aggiornamento significa apertura al mondo. Ma non significa adattamento al mondo. Nella Bibbia, la tentazione del popolo di Dio è sempre stata quella di essere come le altre nazioni. Ma se la Chiesa deve offrire solo ciò che si può ascoltare altrove, non avrà alcun fascino. Ecco perché alla fine del mio libro scrivo che la Chiesa del futuro dovrà essere una Chiesa più confessionale: testimoniare il Vangelo nel modo più autentico possibile attraverso le parole e le azioni”.

Ecco che tornano le parole dell’arcivescovo di Dili: qui si vive l’originalità della fede in Gesù Cristo. Ed è la stessa cosa che accade in tante parti d’africa, dove decine di famiglie ogni domenica camminano per chilometri pur di partecipare alla messa. Mentre qui, da noi, si mandano lettere al vescovo se qualche parroco osa alternare le celebrazioni festive fra due chiese distanti due chilometri. La messa espressa, sotto casa, comoda come sosta fra la colazione al bar e il pranzo al ristorante. Il sud del pianeta parla al nord e chissà che da laggiù non arrivi prima o poi una nuova onda evangelizzatrice, che non è certo l’uso di preti e suore africane o asiatiche per sopperire alla carenza di vocazioni occidentali. Diceva a tal proposito Adrien Candiard che se “l’idea è quella di riempire la crisi della Chiesa occidentale con manovalanza africana o asiatica”, è meglio lasciar perdere: “Le suore del Madagascar hanno tanto da fare in Madagascar, anche sul terreno della missione, non portiamole qui ad assistere le suore anziane nella vecchia Europa”.

Il discorso è più profondo. Si è proprio sicuri che la fede genuina e semplice sia quella dei Sinodi infiniti che producono documenti, tabelle, schemi, strumenti di lavoro. Sinodi che vorrebbero combattere l’autoreferenzialità e poi finiscono per chiudersi in Vaticano per settimane a discutere di questioni che il mondo, fuori, conoscerà solamente attraverso sintesi e mediazioni? Si è proprio certi che ai popoli di Timor est, di Singapore, ma anche al piccolo gruppo di fedeli della Mongolia o a quelli di Bangui interessino le elucubrazioni sul diaconato femminile, sul celibato sacerdotale, sulle attese del Cammino sinodale tedesco che tra un cenacolo sulla collegialità e l’istituzione di un Comitato ad hoc punta a rovesciare la struttura gerarchica della Chiesa? S’è mai domandato, qualcuno, perché i seicentomila cattolici riuniti per accogliere il Papa e pregare con lui siano tutti a Timor est e non nelle spianate bavaresi o nella Grand Place di Bruxelles?

Certo, i programmi di riforma e le lettere pastorali di vescovi e arcivescovi infarcite dell’aggettivo “sinodale” (ovunque presente e declinato a seconda dell’argomento specifico, usato per giustificare l’accorpamento di parrocchie o per invocare nuovi catechisti… si fa tutto in nome della sinodalità, tanto per rimanere tranquilli) puntano a un ritorno alle origini, alla fede semplice e pura, quella senza troppe inutili sovrastrutture, senza gli orpelli e tutto ciò che sa di barocco o di eccessivo. Ma il risultato qual è? Che a forza di parlare di semplificazione e purificazione, sono aumentati i convegni e i gruppi di lavoro, le assise sinodali e le assemblee più o meno deliberanti, i rapporti e i documenti. Spesso accompagnati dai moniti vaticani seguiti dalle controrisposte di qualche episcopato baricadero. La fede genuina e delle origini è quella dei quindici secondi di benedizione suggeriti in Fiducia supplicans? A sentire quel che dicono i pastori delle Chiese dove la messa non è ancora ridotta a routinario appuntamento domenicale e nulla più, la risposta è negativa.

Una delle tappe più significative dell’ultimo viaggio papale è stata a Vanimo, in Papua Nuova Guinea. Città poverissima, tre supermercati per 150 mila abitanti, infrastrutture inesistenti: per gli indigeni dei villaggi vicini accorsi per vedere Francesco sono state allestite tende (gli alberghi sono solo due e riservati a chi ha ragguardevoli disponibilità economiche). Eppure, questa “scomodità” è un dettaglio in confronto alla possibilità di guardare in faccia il Pontefice: “Chi desidera vedere il Papa dice che è Gesù che viene, vuole ascoltarlo e ricevere la benedizione”, diceva alla vigilia del viaggio intervistato da Vatican News padre Alejandro Diaz, di origini argentine, monaco dell’istituto del Verbo Incarnato, missionario da un anno nel villaggio di Wutung. E’ colui che propose tempo fa a Francesco di recarsi lì. Racconta di quando ci si inoltra nella giungla per raggiungere i villaggi sparsi e lontani da tutto: “E’ una Chiesa che sta nascendo, ha ottant’anni di vita, stiamo seminando e già ne vediamo i frutti: si fanno tanti battesimi, la partecipazione alle liturgie eucaristiche è affollata, soprattutto di giovani e bambini. Abbiamo addirittura dovuto dire ai chierichetti di non venire tutti insieme perché sono troppi, alla messa del mattino ce ne sono venticinque! Nessuno li obbliga ovviamente, lo fanno perché lo desiderano”. Nei villaggi si va nel fine settimana, percorrendo strade fangose con ostacoli d’ogni tipo: “Arriviamo alle volte la sera tardi ma la gente ci aspetta. Confessiamo, celebriamo la messa. La gente esce dal villaggio, acclamando vedendoci arrivare, questo ti spacca il cuore, non puoi fare altro che piangere. E’ così assetata di Dio che ci edifica l’anima”.

Tag:Chiesa, Papa Francesco

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Una democrazia può reggersi solo su un insieme di procedure o di norme costituzionali o c’è qualcosa di più? È ancora possibile ricercare un bene condiviso anche partendo da punti vista diversi o siamo destinati a logorarci in una polarizzazione continua? L’esperienza religiosa che contributo può dare alla vita pubblica? È utile solo per fornire un supporto etico o può dare una prospettiva diversa, più allargata, alla nostra ragione laica attorno a cui si sono formate le nostre società occidentali? Una ragione che oggi appare sempre più smarrita e afona davanti alle nuove sfide a cominciare da quelle portate dall’avvento dell’intelligenza artificiale. A ben vedere sono tutte questioni molto legate anche alle cronache quotidiane di questi tempi. Proprio su questi temi si era molto interrogato Jürgen Habermas, uno dei maggiori filosofi contemporanei, allievo di Adorno e Horkheimer, e ultimo rappresentante della Scuola di Francoforte, morto due settimane fa. Nel 2004 a Monaco fu protagonista di un dialogo con l’allora cardinale Joseph Ratzinger. Il testo è stato pubblicato anche in italiano dall’editrice bresciana Morcelliana. Pur provenendo da una formazione laica e non credente Habermas ha dedicato molta attenzione al rapporto tra fede e ragione. Il suo dialogo con Ratzinger ruotava attorno a una domanda chiave: la democrazia moderna può prescindere completamente dalla religione o ha bisogno delle sue risorse morali? Una domanda ancor più attuale oggi in un’epoca in cui, anche in Italia, il modello democratico attraversa una crisi profonda. Su quel dialogo fra Habermas e Ratzinger vogliamo proporvi la lettura di un articolo di Fernando De Haro, pubblicato dal quotidiano online ilsussidiario.net. Dal dialogo emergevano alcuni punti comuni. Entrambi rifiutavano il relativismo morale assoluto così come il fondamentalismo religioso. Sottolineavano inoltre la necessità di una «reciproca purificazione»: la fede deve accettare la critica razionale per evitare derive ideologiche, mentre la ragione deve riconoscere che non tutto è riducibile alla tecnica o alla logica strumentale. La religione può quindi avere un ruolo pubblico, purché sappia tradurre i propri contenuti in un linguaggio comprensibile a tutti i cittadini. La fede, sottolinea De Haro, non è «un razzo» che «sale in cielo privandosi dei pezzi inferiori che hanno reso possibile il lancio – la ragione e l’umanità – e si eleva senza fardelli». È un fatto di «laicità e umanità». «Il miglior tributo che possiamo rendere al compianto Habermas – conclude l’articolo – è quello di riscoprire la sua intuizione secondo cui la fede non è fine a se stessa. La fede è utile per liberare la ragione dal suo vicolo cieco. E questo non si conquista unicamente, né fondamentalmente, attraverso un esercizio filosofico: è una conquista che riguarda soprattutto la vita quotidiana».

Al Mese letterario per riscoprire il gusto della lettura
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Leggere per vivere. È il suggerimento che vogliamo rilanciare questa settimana e che ci arriva dalle pagine di un libro di Giuseppe Montesano, scrittore e insegnante napoletano. Sul nostro sito ne riprendiamo alcuni brevi passaggi perché li sentiamo molto corrispondenti alle ragioni per cui, dal 2010 a oggi, ogni anno proponiamo il Mese letterario. Nel prossimo mese di aprile si svolgerà a Brescia la sedicesima edizione che ha come titolo «Esplorare l’esplorabile, venerare l’inesplorabile». Ricordiamo che per partecipare è richiesta l’iscrizione che si può già fare gratuitamente sul sito dell’Associazione Mese letterario. Consigliamo di iscriversi al più presto perché i posti disponibili sono in via di esaurimento. In tutti questi anni il Mese letterario, oltre alla bellezza di incontri carichi di fascino che risvegliano l’attenzione e l’intelligenza, è stato anche un grande invito a scoprire o riscoprire l’esperienza della lettura. Questa non è un esercizio fine a sé stesso o un vezzo «culturale». «Non si tratta più di passare il tempo o di ingannare la noia – scrive Montesano -, non si tratta di accrescere la propria cultura quantitativa e non si tratta di apprendere cose specialistiche: quando si legge per vivere, ciò che va in pezzi è la prigione in cui ognuno è chiuso, e quando la propria gabbia si è rotta, l’esperienza della libertà è così esaltante che cominciamo a vedere con dolore anche le gabbie altrui: e non ci basta essere liberi da soli in un mondo di prigionieri». Soprattutto, continua Montesano, «quando cominciamo a leggere per vivere la lettura diventa una continua scoperta, e ci accorgiamo che le parole che interpretiamo sono diverse dagli specchi che ci rassicurano facendoci vedere sempre uguali a noi stessi».
In sintesi ecco il programma, con autori, date e relatori del Mese letterario 2026. Rispetto alle precedenti edizioni quest’anno gli incontri, che si svolgeranno sempre alle 20.30 nell’auditorium degli Artigianelli, sono stati accorpati in quattro date ravvicinate. Si inizierà giovedì 9 aprile con una serata dedicata al poeta inglese Samuel Taylor Coleridge, del quale parlerà Edoardo Rialti, scrittore e traduttore, ma soprattutto grande amico del Mese letterario di cui è stato ospite fisso e sempre molto apprezzato sin dalla primissime edizioni.
Martedì 14 aprile il secondo incontro sarà con il cantautore e scrittore Massimo Bubola che dialogherà con il giornalista Enrico Mirani sull’«Odissea» del poeta greco Nikos Kazantzakis nella rilettura che ne ha fatto Giacomo Scanzi nel romanzo pubblicato nei mesi scorsi da Marcianum Press.

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«Esplorare l’esplorabile, venerare l’inesplorabile». È il titolo della sedicesima edizione del Mese letterario, iniziativa storica della Fondazione San Benedetto, in programma a Brescia nel prossimo mese di aprile. Le iscrizioni per partecipare sono già aperte a questo link sul sito dell’Associazione Mese letterario. Rispetto alle precedenti edizioni quest’anno gli incontri, che si svolgeranno sempre alle 20.30  nell’auditorium degli Artigianelli, sono stati accorpati in quattro date ravvicinate. Si comincerà giovedì 9 aprile con una serata dedicata al poeta inglese Samuel Taylor Coleridge, del quale parlerà Edoardo Rialti, scrittore e traduttore (è sua la nuova traduzione appena pubblicata da Adelphi del saggio di C.S. Lewis «L’abolizione dell’uomo»), ma soprattutto grande amico del Mese letterario di cui è stato ospite fisso e sempre molto apprezzato sin dalle primissime edizioni. 

Martedì 14 aprile il secondo incontro sarà con il cantautore e scrittore Massimo Bubola che dialogherà con il giornalista Enrico Mirani sull’«Odissea» del poeta greco Nikos Kazantzakis nella rilettura che ne ha fatto Giacomo Scanzi nel romanzo pubblicato nei mesi scorsi da Marcianum Press.  

Giovedì 16 aprile sarà la volta del poeta latino Ovidio. A parlarne sarà Carlo Maria Simone, 32 anni, insegnante di lettere, scrittore e ricercatore, che ha da poco pubblicato anche il suo primo romanzo «Voluti al mondo» (Cantagalli). Martedì 20 aprile l’incontro conclusivo su Giuseppe Ungaretti con l’intervento di Valerio Capasa, altro grande amico del Mese letterario, anche lui ospite fisso e sempre molto seguito di tante edizioni della rassegna. 

Come si può vedere dal programma si tratta di autori che hanno attraversato epoche ed esperienze molto diverse, alcune anche molto lontane nel tempo. Il tentativo del Mese letterario è sempre stato quello di rendere contemporanei scrittori e poeti, di farli diventare compagni di strada nel cammino della vita di ciascuno. La grande letteratura è il luogo dove decantano e vengono salvaguardate le testimonianze relative ad alcuni aspetti essenziali dell’esperienza umana. Di per sé non serve a niente. Come l’arte, la letteratura infatti si alimenta di pura gratuità, è al servizio della sola bellezza. Quella bellezza che è però indispensabile per vivere veramente e per rendere umana la vita. Oggi, in tempi di guerra nei quali dilaga il linguaggio della forza, riscoprire questa dimensione, tornare a essa «è più che mai necessario», perché, come osservava il grande critico George Steiner già quasi settanta anni fa, «tutto intorno a noi fiorisce un nuovo analfabetismo, l’analfabetismo di chi sa leggere singole parole, o parole di odio e di clamore, e non sa afferrare il significato della lingua quando si manifesta in tutta la sua bellezza o in tutta la sua verità». Dal 2010 a oggi il Mese letterario è stato soprattutto questa esperienza straordinaria di «alfabetizzazione» della bellezza attraverso l’incontro con le pagine di grandi autori di tutti i tempi e la riscoperta del valore della lettura. Altra novità, l’edizione di quest’anno si svolgerà in collaborazione con ilsussidiario. Vi aspettiamo! 

La partecipazione al Mese letterario è gratuita ma chi lo desidera può contribuire con un’offerta libera all’atto dell’iscrizione sul sito www.meseletterario.it.

Studenti e insegnanti possono richiedere l’attestato di partecipazione. 

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