Le immagini dello scontro di venerdì in diretta tv fra Zelensky e Trump hanno reso plasticamente evidente la fase di profonda confusione (unita alla debolezza dell’Europa) che il cosiddetto mondo occidentalesta attraversando. È come se avesse perso la bussola e non riuscisse più a ritrovare la strada. Sulla crisi dell’occidente questa settimana vogliamo segnalare due letture come spunto di riflessione. La prima è un’intervista del filosofo e accademico di Francia Alain Finkielkraut alla Revue des Deux Mondes nella quale analizza l’attuale rifiuto dell’occidente, che attribuisce a una combinazione di ostilità esterna e autodenigrazione interna, alimentata da wokismo e populismo.
Alain Finkielkraut (Ump Photos)
Finkielkraut difende la necessità di preservare l’eredità intellettuale e culturale occidentale contro queste forze distruttive. La seconda lettura è uno stralcio di un recente intervento di Bari Weiss, giornalista che nel 2020 si era dimessa polemicamente dal New York Times per la deriva woke del quotidiano americano fondando il sito di analisi The Free Press.
Bari Weiss (foto bariweiss.com)
Ebrea, lesbica e millennial, nel suo intervento spiega come oggi con Trump ci troviamo di fronte a una deriva illiberale di destranata come reazione alla cancel culture. In questo quadro i fenomeni da baracconeche trasformano la menzognain verità sembrano avere campo libero. Solo le persone libere possono contrastare tale deriva. «Se abbiamo imparato qualcosa in quest’ultimo tumultuoso decennio – conclude Weiss -, è che gli esseri umani ben determinati sono l’unica cosa che si frappone al disfacimento. Le persone sono le uniche a presidiare il confine tra la civiltà e i suoi nemici esterni e interni».
Incontro con Sofri e Camisasca, posti in via di esaurimento
«Dal ’68 a oggi, il desiderio del cambiamento» è il titolo dell’incontro che la Fondazione San Benedetto in programma a Brescia giovedì 13 marzo alle 18.15 con l’intervento di due ospiti d’eccezione: monsignor Massimo Camisasca, allievo di don Giussani e vescovo emerito di Reggio Emilia, e Adriano Sofri, scrittore, editorialista ed ex leader di Lotta Continua. L’appuntamento è nell’aula magna del Centro Paolo VI, in via Gezio Calini 30. L’incontro è aperto a tutti previa registrazione al link che trovate sotto. Siccome in molti si sono già iscritti, i posti sono in via di esaurimento. Invitiamo perciò a registrarsi al più presto per predisporre, se necessario, una seconda sala.
L’occasione dell’incontro del tutto inedito è data dalla recente pubblicazione del libro «Una rivoluzione di sé»(Rizzoli editore) che raccoglie alcuni interventi di don Giussani, fra il 1968 e il 1970, in un periodo molto turbolento che vedrà anche la nascita del movimento di Comunione e Liberazione. Poterne parlare con due protagonisti di quella stagione, con storie molto diverse, è un’opportunità straordinaria anche per guardare in modo nuovo al momento che stiamo attraversando oggi segnato da grande incertezza.
L’allarme di Finkielkraut: «L’occidente si sgretola»
intervista di Alain Finkielkraut alla Revue des Deux Mondes
Per molto tempo l’occidente è stato visto come un esempio da seguire, un modello. Come siamo passati dall’ammirarlo al contestarlo e poi a odiarlo? Quali sono stati i punti di svolta?
Alain Finkielkraut – “L’europeo del Diciannovesimo secolo”, ha scritto Claude Lévi-Strauss, “si è proclamato superiore al resto del mondo, grazie alla macchina a vapore e ad altre prodezze tecniche di cui poteva vantarsi”. C’era arroganza in questa superiorità, ma non solo. Migliorando la sorte dell’umanità attraverso il controllo sempre più sistematico delle condizioni naturali della vita, queste prodezze tecniche conferivano all’Europa il primato del potere e, allo stesso tempo, una missione. Le si chiedeva di essere un faro per l’umanità. La colonizzazione appariva come un mezzo per unire l’umanità sotto la bandiera del progresso, per accelerare la marcia di tutti verso l’istruzione e il benessere. Ma i popoli colonizzati non erano soddisfatti di questo status di subalternità. E hanno lottato per la loro emancipazione. Le pratiche dell’occidente, che contraddicevano le sue buone intenzioni, hanno dato luogo a una legittima messa in discussione. Purtroppo, molti popoli, liberati dalla tutela occidentale, si sono ribellati contro i valori critici dell’occidente, ossia la capacità di mettersi in discussione, o, per dirla con le parole del filosofo polacco Leszek Kołakowski, “di non sussistere nella propria sufficienza e certezza eterne”. In molti casi, la strada scelta è stata quella di una modernizzazione senza occidentalizzazione. Abbiamo così visto il fondamentalismo religioso allearsi alla tecnologia più avanzata.
Chi sono oggi gli avversari dell’occidente? Cosa rende detestabile lo stile di vita occidentale?
Sayyid Qutb, l’ideologo egiziano dei Fratelli musulmani, non è stato traumatizzato dal giogo coloniale, ma dal suo soggiorno negli Stati Uniti tra il 1948 e il 1950. Il primo motivo di indignazione e persino di orrore: il massiccio sostegno dell’opinione pubblica americana al giovanissimo Stato di Israele. Ancora più significativo fu lo choc che provò per lo stile di vita americano, e, in particolare, per lo spettacolo di “quella libertà bestiale che chiamiamo promiscuità e quel mercato di schiavi chiamato emancipazione delle donne. La danza si infiamma sulle note del grammofono”, osservò con disgusto, “la sala da ballo si trasforma in un vortice di tacchi e cosce, braccia che abbracciano i fianchi, labbra che sfiorano i seni. L’aria è piena di libidine”. L’occidente ha molte cose da rimproverarsi, ma non sono i suoi crimini o la sua avidità a suscitare oggi un odio inespiabile: sono le sue libertà. Non è il suo rifiuto di fare spazio agli altri, ma lo spazio eccessivo che concede all’altro sesso.
È la condizione della donna il simbolo più importante delle nostre differenze?
È la differenza fondamentale tra l’occidente e il resto del mondo, diciamo soprattutto tra l’occidente e il mondo islamico. Questa sottomissione delle donne ha qualcosa di incomprensibile. La donna è percepita innanzitutto come oggetto di desiderio. Deve quindi coprirsi il capo e nascondere le gambe affinché l’uomo non ceda alle sue pulsioni.
Non ha l’impressione che l’occidente conosca i suoi vicini molto meno di quanto loro conoscano lui?
Io ho l’impressione opposta. Nel libro “Orientalismo”, l’accademico palestinese-americano Edward Saïd accusa l’occidente di aver sviluppato “discorsi di potere, finzioni ideologiche – manette forgiate dalla mente”. Lo storico americano Bernard Lewis ha dimostrato che questo libro, che pretendeva di essere erudito, era in realtà calunnioso. Aggiungendo che, alla curiosità dell’occidente nei confronti dell’islam, non è mai corrisposta una curiosità dell’islam nei confronti dell’occidente, perché ai suoi occhi la civiltà giudeo-cristiana è stata definitivamente superata dal Corano. I campus americani, purtroppo, hanno dato ragione a Edward Saïd contro Bernard Lewis. È nato così il wokismo. È una grande mistificazione. Oggi vediamo gli islamisti che affermano di sostenere i diritti umani per giustificare la sottomissione delle donne con il velo, l’abaya… E purtroppo, alcune persone in occidente, in nome della lotta contro le discriminazioni, cadono in questa trappola grossolana.
C’è il nemico esterno e il nemico interno. Chi sono i becchini dell’occidente qui da noi? Cosa cercano?
La sinistra radicale mette sotto processo l’occidente predatore, razzista, sessista ed eteronormato. Il maschio bianco europeo e americano è diventato il nemico dell’umanità. Il periodo antitotalitario, inaugurato dalla dissidenza nell’Europa dell’est, si sta chiudendo sotto i nostri occhi. Il mondo è nuovamente diviso in due blocchi: non più la classe operaia e la classe borghese, ma i dominati e i dominanti. Le minoranze sostituiscono il proletariato e l’essere bianco occupa il posto che l’ideologia marxista aveva assegnato al capitalismo. L’antioccidentalismo di una parte dell’élite occidentale rende la vita sempre meno respirabile.
Da un lato, l’occidente è odiato, dall’altro, milioni di persone vogliono unirsi ad esso. Come spiegare questo paradosso? Non c’è forse un’enorme discrepanza tra la retorica antioccidentale dei dirigenti e le aspirazioni delle popolazioni?
Molti nuovi arrivati vengono nei paesi occidentali per i benefici materiali, ma senza lasciarsi alle spalle l’odio o il disprezzo nei confronti di questi stessi paesi. Nel 2017, Élisabeth Badinter scriveva: “Una seconda società sta cercando di imporsi in maniera insidiosa all’interno della nostra Repubblica, voltandole le spalle, puntando esplicitamente al separatismo, o addirittura alla secessione, il tutto con la nostra complicità attiva o passiva”. Per una parte della sinistra, questo nuovo popolo è anche un nuovo elettorato. Essa accarezza il rifiuto dell’integrazione in nome dell’antirazzismo e si spinge fino ad abbracciare la giudeofobia che dilaga nei quartieri cosiddetti “popolari” da quando i più anziani li hanno lasciati. Qualche anno fa, la scrittrice Léonora Miano disse in televisione: “Avete paura di essere minoritari a livello culturale, non abbiate paura di ciò che accadrà, l’Europa sta per cambiare”. La sinistra, un tempo laica e repubblicana, punta ora su questa trasformazione. Spera che, grazie al nuovo popolo, potrà un giorno andare al potere in una Francia libera dalla Francia e libera dall’Europa.
Quali sono le radici filosofiche dell’autodenigrazione e dell’odio verso sé stessi?
Questo odio verso sé stessi è soprattutto un odio verso i nostri predecessori. Rispetto a noi, che ci battiamo per tutte le minoranze oppresse, loro sono necessariamente sessisti, razzisti, omofobi o tutte e tre le cose allo stesso tempo. Non leggiamo più per imparare, ma per eliminare i pregiudizi che i nostri poveri classici non sono riusciti a superare. La nostra epoca, che si vanta di combattere senza sosta l’etnocentrismo, sta cedendo all’etnocentrismo del presente. Occidente deriva dal latino occidere, che significa “tramontare” (in riferimento al sole). Nel corso del tempo, occidente è diventata una parola polivalente, una nozione vaga. Corrisponde più a un’idea o a un concetto piuttosto che a un luogo geografico. Qual è la sua definizione di occidente?
La mia definizione non è solo mia. L’ho presa in prestito da un filosofo oggi dimenticato, Éric Weil – mi rifugio dietro illustri pensatori! “Da quando i filosofi greci e i profeti ebrei si sono chiesti cosa fosse la giustizia e non cosa dettassero i costumi del loro tempo, la nostra tradizione non è mai più stata capace, e non lo sarà mai più se vuole mantenere il suo vero valore e non solo la sua forza materiale, di dire con la coscienza pulita: ‘Questo è giusto perché è il nostro modo di fare’. Ha sempre detto e non smetterà mai di dire di dire: ‘Dov’è il Bene che possiamo servire?’ (…). La nostra tradizione è la tradizione che mette costantemente in discussione la propria validità (…), che in ogni momento del suo destino storico ha dovuto decidere e continuerà a dover decidere cosa dobbiamo fare per avvicinarci alla verità, alla giustizia e alla saggezza. È la tradizione che non si accontenta della tradizione”.
Quali sono i legami tra la nostra crisi di civiltà e il crollo del cristianesimo in Europa?
Tra il cristianesimo e noi c’è stato l’umanesimo, ossia il principio secondo il quale è attraverso il confronto con i grandi testi che la mente ritrova sé stessa. “Nel Medioevo”, scrive Milan Kundera (in “Un occidente prigioniero o la tragedia dell’Europa centrale”, del 1983, ndr), “l’Europa si fondò su una religione comune. Nei Tempi moderni, quando il Dio medioevale si trasformò in Deus absconditus, la religione cedette il posto alla cultura, che divenne la realizzazione dei valori supremi attraverso i quali l’Europa si concepiva, si definiva, trovava un’identità”. Come risultato di ciò che Tocqueville chiamava “lo sviluppo graduale dell’uguaglianza delle condizioni”, la cultura a sua volta cede il passo al “qualsiasi cosa è cultura”. Nulla è superiore a nulla. Qualsiasi gerarchia è considerata antidemocratica. Ogni trascendenza è contestata. A ciascuno il suo: questa è la formula del nostro deserto spirituale.
La deriva illiberale è di sinistra ed è di destra, va combattuta sempre
dall’intervento di Bari Weiss, fondatrice e direttrice del sito di informazione e d’opinione The Free Press, alla conferenza dell’Alliance for Responsible Citizenship – Londra – 18 febbraio 2025
Non parlo solo agli storici – e ce ne sono molti a questa conferenza – ma a persone che hanno un senso del passato. Persone che conoscono il passato recente non soltanto come osservatori, persone come voi, che lottate instancabilmente con le vostre parole e le vostre idee per plasmare il nostro presente e il nostro futuro. Spero quindi che mi perdonerete se tornerò indietro per capire come siamo arrivati qui. E’ la storia di come un movimento politico possa perdere la direzione a una velocità vertiginosa, e un ammonimento su dove potremmo essere diretti.
Qualche anno fa, quasi tutti i millennialin quasi tutti i posti più importanti dell’America hanno deciso che i dipartimenti di polizia discendevano dai guardiani degli schiavi. Così ci è stato detto che dovevamo abolire la polizia. Dovevamo abolire le prigioni. Dicevano che l’esistenza stessa dell’America era un crimine. Che dovevamo fare i ringraziamenti alla nostra terra prima di ogni riunione e dichiarare il nostro genere sessuale nelle firme delle nostre e-mail. Dicevano che la decrescita e il socialismo erano l’unica strada da percorrere e che troppi figli avrebbero ucciso il pianeta. Dicevano che Marx, che nessuna di queste persone si prendeva la briga di leggere, doveva essere venerato e che i nostri fondatori, che non avevano alcun interesse al di fuori di uno spettacolo di Broadway, dovevano essere vilipesi. Ci sono state delle rivolte. Hanno abbattuto le statue. Ciò che non è stato rinominato è stato trasformato completamente dall’interno. Alla fine la gente si è stancata di questa follia. Le persone normali, quelle che decidono alle elezioni, hanno messo i loro limiti. Ma in America le elezioni si tengono ogni quattro anni. Nel frattempo, questo movimento ha distrutto più cose di quante sia possibile elencare in un solo discorso. Ha preso di mira le nostre più grandi aziende, i nostri media, le nostre università, le nostre facoltà di medicina, le nostre facoltà di legge, i nostri ospedali, i nostri governi locali, le nostre scuole elementari. Le nostre amicizie. Le nostre famiglie. Il nostro linguaggio. Hanno estromesso persone valide per falsi reati di pensiero e hanno cercato di rovinare le loro reputazioni e le loro vite. Molti di coloro che si sono rifiutati pubblicamente – tutti eroi – sono presenti in questa sala. Ma altri sono finiti sotto terra o hanno abbandonato la vita pubblica, traumatizzati dall’esperienza del rogo delle streghe.
L’altra cosa che ha distrutto, almeno per il momento, è stato il Partito democratico.Èdiventato irriconoscibile. La candidata democratica alla presidenza ha promesso per iscritto all’American Civil Liberties Union che la sua Casa Bianca avrebbe pagato gli interventi chirurgici per cambiare sesso agli immigrati clandestini in carcere per crimini violenti. Si è distaccata completamente dalla realtà.
In una riga: è successo che l’estrema sinistra ha distrutto il centrosinistra in America.
E così, pochi mesi fa, gli americani hanno scelto Donald Trump – che pochi anni prima aveva perso le elezioni per circa otto milioni di voti – come loro presidente. La sinistra ha perso la testa e Trump è stata la reazione più ovvia. Il presidente ha vinto il voto popolare per la prima volta in 20 anni e i repubblicani ora controllano ogni ramo del governo. Trump gode di uno dei suoi più alti indici di gradimento di sempre. Guardando indietro, sembra tutto così chiaro, una reazione del tutto inevitabile. Ma mentre accadeva – e ancora oggi alcuni si aggrappano a questa idea – i furbi sostenevano che si trattava soltanto di una frangia, di alcune voci bizzarre, probabilmente molte delle quali bot, online: non sarebbe mai riuscito a costruire un vero potere politico. Ora sappiamo quanto si sbagliavano.
Che cosa possiamo imparare da questa storia recente?Be’, un grande insegnamento è che se un movimento politico non controlla i suoi ranghi, non traccia linee di demarcazione, se trascura di proteggere i suoi confini, se non difende i suoi valori sacri, non può durare a lungo. Quali sono questi valori? Comprendono lo stato di diritto. La fiducia nei diritti inalienabili di ogni individuo. Che siamo tutti creati a immagine e somiglianza di Dio e che è questo – e non la nostra etnia o il nostro quoziente intellettivo – a darci il nostro valore e a renderci tutti uguali. È un rifiuto della violenza mafiosa. È l’idea che l’occidente sia buono e che l’America sia buona, e che ci meritiamo i nostri eroi insieme a tutta la nostra complessa storia. Questi valori non sono di destra o di sinistra. Sono fondamentali. Sono di civiltà. E hanno sempre richiesto una costante vigilanza per essere preservati. Se non siete consapevoli dei pericoli che derivano da un’apparente vittoria, se pensate che sia impossibile, credo che siate ingenui come i professori di Harvard che ancora mi mandano email per dirmi: “Riesci a credere a quello che sta succedendo?”.
A cosa assomiglia questo gruppo,che si differenzia dal resto della destra per il suo aperto abbraccio all’illiberalismo? Assomiglia molto all’estrema sinistra. Questo gruppo dice che siamo in guerra, una guerra qui a casa nostra, e che poiché è una guerra, poiché la posta in gioco è la vita o la morte, le normali regole del gioco devono essere sospese. Dicono che chi non è d’accordo è uno squilibrato o un traditore o è sempre stato segretamente di sinistra. Oppure li accusano di essere conservatori o repubblicani solo di nome, che è una versione della “falsa coscienza” stigmatizzata dai marxisti. Dicono che non è sufficiente tornare alla normalità – che tornare alla normalità non è un’opzione – e che invece è il momento di dare all’altra parte un assaggio della loro stessa medicina. Dicono che siamo stati trattati in modo crudele. E quindi la crudeltà è la risposta necessaria. Dicono che ciò che stiamo cercando di conservare è già stato distrutto e forse non è mai esistito. Dicono che la riforma è una strategia da perdenti e che bisogna bruciare tutto.
Come l’estrema sinistra, non hanno alcun uso della storia,ma giudicano persone vive e morte alla luce ideologica del presentismo, o semplicemente le reimmaginano da zero. Come la sinistra ha deturpato e profanato le statue di Churchill, i vandali di destra profanano il suo nome e la sua memoria.
Ancora una volta, è una questione di confini. In questo caso, cancellano attivamente la linea di demarcazione tra il bene e il male, e tra il passato e il presente, guardando all’indietro verso un luogo in cui “le cose sono andate male”, come se fosse possibile riportare indietro l’orologio. Mentre la sinistra, a lungo solidale con Stalin, oggi simpatizza con i nazisti moderni sotto forma di Hamas, questa nuova destra elogia quelli originali. E riabilitando Hitler non si limitano a demonizzare gli ebrei, ma demonizzano l’America, la Gran Bretagna e i milioni di persone che hanno combattuto e sono morte per preservare le nostre libertà.
Tutto questo mi sembra ovvio come l’idea che una ragazzanon possa diventare un ragazzo. Ma molte persone sembrano avere difficoltà a dire queste cose ad alta voce in questo momento. In parte è a causa della bile che ti viene data in cambio. In parte è perché molte delle cose che stanno accadendo in questo momento sembrano così belle, e le opportunità così grandi, che nessuno vuole fare la figura del guastafeste. In parte è perché molte delle persone disgustate dagli eccessi illiberali della passata Amministrazione, che amano la libertà, come noi, si trovano nel vecchio dilemma liberale che ha solcato la metà degli anni Sessanta.
Chi siamo noi per dire a quei ragazziche occupano la biblioteca che nessuno può imparare se fanno così? O che la pseudo-storia che stanno scoprendo, una “storia del popolo”, non è affatto storia, ma solo una lusinghiera estensione della loro politica attuale estesa al passato? In parte – e forse soprattutto – è perché siamo esseri umani. E gli esseri umani cercano il calore dell’essere in mezzo alla folla. Per tutte queste ragioni, c’è una forte tentazione di far finta di niente o, come fanno molti oggi, di accogliere tutto questo con un’alzata di spalle. Abbiamo la sensazione che sia troppo disgustoso per essere affrontato e che le bugie che vengono raccontate siano così grandi e così ovvie da risultare evidenti. E poi all’improvviso tuo cugino sedicenne ti dice che alle donne piace essere prese a schiaffi e che i nazisti sono stati solo fraintesi e che l’eugenetica ha soltanto una cattiva reputazione. So che non sembra mai un buon momento per combattere queste persone. Nessuno vuole essere vittima di bullismo online. Ogni volta che questi ragazzi vengono criticati, ti danno del venduto, del traditore, del doppiogiochista. Poiché hanno adottato la paranoia degli hippy boomer, insinueranno sempre che sei sul libro paga della Cia. O del Mossad. (A proposito, se qualcuno di voi è della Cia, vi prego di incontrarci: affittare un ufficio a Manhattan è estremamente costoso, soprattutto dopo che l’UsAid ha tagliato i nostri fondi).
Ma il tempo è come la fortuna. Si esaurisce più velocemente di quanto si pensi.(…)Quello che voglio dire è che questo è un momento raro e prezioso. I fenomeni da baraccone non resteranno nel loro tendone da circo. Si accaniranno su tutti noi, su tutti i presenti in questa sala. E lo faranno mentendo alla gente. Lo faranno ai vostri figli, ai vostri nipoti, ai vostri lettori, ai vostri elettori. E lo fanno per un motivo: demoralizzandoci, dicendo che probabilmente le cose sono già state salvate, diventano l’unica fonte di verità, anche se sono loro a dire le bugie.
I conservatori sanno soprattutto due cose: che il male è reale e che la nostra preziosa civiltà è umana e quindi fragile. Se abbiamo imparato qualcosa in quest’ultimo tumultuoso decennio, è che gli esseri umani ben determinati sono l’unica cosa che si frappone al disfacimento. Le persone sono le uniche a presidiare il confine tra la civiltà e i suoi nemici esterni e interni.
«Esplorare l’esplorabile, venerare l’inesplorabile». È il titolo della sedicesima edizione del Mese letterario, iniziativa storica della Fondazione San Benedetto, in programma a Brescia nel prossimo mese di aprile. Le iscrizioni per partecipare sono già aperte a questo link sul sito dell’Associazione Mese letterario. Rispetto alle precedenti edizioni quest’anno gli incontri, che si svolgeranno sempre alle 20.30 nell’auditorium degli Artigianelli, sono stati accorpati in quattro date ravvicinate. Si comincerà giovedì 9 aprile con una serata dedicata al poeta inglese Samuel Taylor Coleridge, del quale parlerà Edoardo Rialti, scrittore e traduttore (è sua la nuova traduzione appena pubblicata da Adelphi del saggio di C.S. Lewis «L’abolizione dell’uomo»), ma soprattutto grande amico del Mese letterario di cui è stato ospite fisso e sempre molto apprezzato sin dalle primissime edizioni.
Martedì 14 aprile il secondo incontro sarà con il cantautore e scrittore Massimo Bubola che dialogherà con il giornalista Enrico Mirani sull’«Odissea» del poeta greco Nikos Kazantzakis nella rilettura che ne ha fatto Giacomo Scanzi nel romanzo pubblicato nei mesi scorsi da Marcianum Press.
Giovedì 16 aprile sarà la volta del poeta latino Ovidio. A parlarne sarà Carlo Maria Simone, 32 anni, insegnante di lettere, scrittore e ricercatore, che ha da poco pubblicato anche il suo primo romanzo «Voluti al mondo» (Cantagalli). Martedì 20 aprile l’incontro conclusivo su Giuseppe Ungaretti con l’intervento di Valerio Capasa, altro grande amico del Mese letterario, anche lui ospite fisso e sempre molto seguito di tante edizioni della rassegna.
Come si può vedere dal programma si tratta di autori che hanno attraversato epoche ed esperienze molto diverse, alcune anche molto lontane nel tempo. Il tentativo del Mese letterario è sempre stato quello di rendere contemporanei scrittori e poeti, di farli diventare compagni di strada nel cammino della vita di ciascuno. La grande letteratura è il luogo dove decantano e vengono salvaguardate le testimonianze relative ad alcuni aspetti essenziali dell’esperienza umana. Di per sé non serve a niente. Come l’arte, la letteratura infatti si alimenta di pura gratuità, è al servizio della sola bellezza. Quella bellezza che è però indispensabile per vivere veramente e per rendere umana la vita. Oggi, in tempi di guerra nei quali dilaga il linguaggio della forza, riscoprire questa dimensione, tornare a essa «è più che mai necessario», perché, come osservava il grande critico George Steiner già quasi settanta anni fa, «tutto intorno a noi fiorisce un nuovo analfabetismo, l’analfabetismo di chi sa leggere singole parole, o parole di odio e di clamore, e non sa afferrare il significato della lingua quando si manifesta in tutta la sua bellezza o in tutta la sua verità». Dal 2010 a oggi il Mese letterario è stato soprattutto questa esperienza straordinaria di «alfabetizzazione» della bellezza attraverso l’incontro con le pagine di grandi autori di tutti i tempi e la riscoperta del valore della lettura. Altra novità, l’edizione di quest’anno si svolgerà in collaborazione con ilsussidiario. Vi aspettiamo!
La partecipazione al Mese letterario è gratuita ma chi lo desidera può contribuire con un’offerta libera all’atto dell’iscrizione sul sito www.meseletterario.it.
Studenti e insegnanti possono richiedere l’attestato di partecipazione.
Siamo «nuovamente ripiombati nell’orrore della guerra, che spezza brutalmente vite umane, produce distruzione e trascina intere Nazioni in spirali di violenza dagli esiti incerti». A parlare è il Segretario di Stato vaticano Pietro Parolin in un’intervista, che vi invitiamo a leggere, all’Osservatore Romano dopo lo scoppio della nuova guerra in Medio Oriente. Nuovo capitolo di una lunga storia di violenze e distruzioni inenarrabili, di atrocità e di massacri. Soprattutto al momento non si intravede che tipo di sviluppo potrà avere il conflitto. Le esperienze precedenti a cominciare dalla guerra in Iraq nulla sembrano aver insegnato. Sconcerta soprattutto il richiamo alla «guerra preventiva». «Se agli Stati – sottolinea Parolin – fosse riconosciuto il diritto alla “guerra preventiva”, secondo criteri propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme». In questi giorni abbiamo letto o sentito tante analisi e opinioni sulla situazione in Medio Oriente. Fra molte osservazioni, alcune anche di grande interesse, abbiamo scelto di riproporre l’intervista di Parolin perché rimette al centro il vero bene dei popoli non rassegnandosi alla logica della forza che si illude di arrivare a una soluzione tramite il lancio di missili e di bombe, pur avendo, in questo caso, ottenuto l’eliminazione di un dittatore sanguinario come l’ayatollah Khamenei. Raccogliamo perciò l’appello lanciato nei giorni scorsi da Papa Leone a «fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile».
In una società nella quale il dibattito pubblico su qualsiasi tema è sempre più polarizzato, dove sembra diventato impossibile far convivere e dialogare esperienze e posizioni diverse, dove chi non appartiene alla propria parte politica per principio sbaglia qualunque cosa faccia, dove l’avversario è un nemico e alimentare il rancore è lo sport preferito, costruire un luogo di amicizia che metta al centro l’incontro con l’altro è una sfida che può apparire ardua e, per qualcuno, inutile («è tempo perso, sappiamo già come la pensa»). La storia della Fondazione San Benedetto racconta proprio questa sfida. Già nella scelta stessa del nome – San Benedetto – c’è l’indicazione chiara di una traiettoria ideale e, al tempo stesso, di un metodo: non perdere tempo a lamentarsi dei tempi che viviamo, ma creare relazioni e costruire ponti che rappresentino un passo nuovo, positivo e costruttivo negli ambiti di vita e nella società. In fondo è una declinazione pratica di cosa voglia dire essere un corpo intermedio in un’epoca nella quale a tutti i livelli si tende invece a promuovere la disintermediazione come modello a cui ispirarsi. Nel suo percorso ventennale la fondazione ha trovato nei papi che si sono succeduti, prima Benedetto XVI e poi Francesco, e ora Leone XIV, dei punti di riferimento a cui guardare per vivere con adeguato «spirito critico» il momento storico presente.
Se si dovesse descrivere cosa fa la San Benedetto si potrebbe elencare una lunga serie di iniziative, talvolta dettate dall’attualità ma più spesso dal desiderio di dialogare con personalità o testimoni dei più diversi orientamenti ideali, culturali o politici. Questa vivacità culturale è solo l’espressione di una vita che cresce non secondo un programma predefinito, ma in modo creativo valorizzando le realtà e le persone incrociate nel proprio percorso. Altrettanto numerosi sono gli aiuti messi a disposizione: si va dall’erogazione di borse di studio, alla promozione e al sostegno di progetti come la ricostruzione ad Aleppo in Siria di una palazzina per otto famiglie distrutta dai bombardamenti oppure in Libano, in collaborazione con Avsi, di una scuola e di un centro sociale in un’area duramente provata dalla guerra. Questo modo di porsi ha portato la San Benedetto a essere riconosciuta pubblicamente come un bene per il territorio in cui opera. Oltre alla sempre significativa partecipazione ai suoi eventi, lo confermano le donazioni private che riceve da imprenditori e da singole persone, anche attraverso lasciti testamentari.
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