Le immagini dello scontro di venerdì in diretta tv fra Zelensky e Trump hanno reso plasticamente evidente la fase di profonda confusione (unita alla debolezza dell’Europa) che il cosiddetto mondo occidentalesta attraversando. È come se avesse perso la bussola e non riuscisse più a ritrovare la strada. Sulla crisi dell’occidente questa settimana vogliamo segnalare due letture come spunto di riflessione. La prima è un’intervista del filosofo e accademico di Francia Alain Finkielkraut alla Revue des Deux Mondes nella quale analizza l’attuale rifiuto dell’occidente, che attribuisce a una combinazione di ostilità esterna e autodenigrazione interna, alimentata da wokismo e populismo.
Alain Finkielkraut (Ump Photos)
Finkielkraut difende la necessità di preservare l’eredità intellettuale e culturale occidentale contro queste forze distruttive. La seconda lettura è uno stralcio di un recente intervento di Bari Weiss, giornalista che nel 2020 si era dimessa polemicamente dal New York Times per la deriva woke del quotidiano americano fondando il sito di analisi The Free Press.
Bari Weiss (foto bariweiss.com)
Ebrea, lesbica e millennial, nel suo intervento spiega come oggi con Trump ci troviamo di fronte a una deriva illiberale di destranata come reazione alla cancel culture. In questo quadro i fenomeni da baracconeche trasformano la menzognain verità sembrano avere campo libero. Solo le persone libere possono contrastare tale deriva. «Se abbiamo imparato qualcosa in quest’ultimo tumultuoso decennio – conclude Weiss -, è che gli esseri umani ben determinati sono l’unica cosa che si frappone al disfacimento. Le persone sono le uniche a presidiare il confine tra la civiltà e i suoi nemici esterni e interni».
Incontro con Sofri e Camisasca, posti in via di esaurimento
«Dal ’68 a oggi, il desiderio del cambiamento» è il titolo dell’incontro che la Fondazione San Benedetto in programma a Brescia giovedì 13 marzo alle 18.15 con l’intervento di due ospiti d’eccezione: monsignor Massimo Camisasca, allievo di don Giussani e vescovo emerito di Reggio Emilia, e Adriano Sofri, scrittore, editorialista ed ex leader di Lotta Continua. L’appuntamento è nell’aula magna del Centro Paolo VI, in via Gezio Calini 30. L’incontro è aperto a tutti previa registrazione al link che trovate sotto. Siccome in molti si sono già iscritti, i posti sono in via di esaurimento. Invitiamo perciò a registrarsi al più presto per predisporre, se necessario, una seconda sala.
L’occasione dell’incontro del tutto inedito è data dalla recente pubblicazione del libro «Una rivoluzione di sé»(Rizzoli editore) che raccoglie alcuni interventi di don Giussani, fra il 1968 e il 1970, in un periodo molto turbolento che vedrà anche la nascita del movimento di Comunione e Liberazione. Poterne parlare con due protagonisti di quella stagione, con storie molto diverse, è un’opportunità straordinaria anche per guardare in modo nuovo al momento che stiamo attraversando oggi segnato da grande incertezza.
L’allarme di Finkielkraut: «L’occidente si sgretola»
intervista di Alain Finkielkraut alla Revue des Deux Mondes
Per molto tempo l’occidente è stato visto come un esempio da seguire, un modello. Come siamo passati dall’ammirarlo al contestarlo e poi a odiarlo? Quali sono stati i punti di svolta?
Alain Finkielkraut – “L’europeo del Diciannovesimo secolo”, ha scritto Claude Lévi-Strauss, “si è proclamato superiore al resto del mondo, grazie alla macchina a vapore e ad altre prodezze tecniche di cui poteva vantarsi”. C’era arroganza in questa superiorità, ma non solo. Migliorando la sorte dell’umanità attraverso il controllo sempre più sistematico delle condizioni naturali della vita, queste prodezze tecniche conferivano all’Europa il primato del potere e, allo stesso tempo, una missione. Le si chiedeva di essere un faro per l’umanità. La colonizzazione appariva come un mezzo per unire l’umanità sotto la bandiera del progresso, per accelerare la marcia di tutti verso l’istruzione e il benessere. Ma i popoli colonizzati non erano soddisfatti di questo status di subalternità. E hanno lottato per la loro emancipazione. Le pratiche dell’occidente, che contraddicevano le sue buone intenzioni, hanno dato luogo a una legittima messa in discussione. Purtroppo, molti popoli, liberati dalla tutela occidentale, si sono ribellati contro i valori critici dell’occidente, ossia la capacità di mettersi in discussione, o, per dirla con le parole del filosofo polacco Leszek Kołakowski, “di non sussistere nella propria sufficienza e certezza eterne”. In molti casi, la strada scelta è stata quella di una modernizzazione senza occidentalizzazione. Abbiamo così visto il fondamentalismo religioso allearsi alla tecnologia più avanzata.
Chi sono oggi gli avversari dell’occidente? Cosa rende detestabile lo stile di vita occidentale?
Sayyid Qutb, l’ideologo egiziano dei Fratelli musulmani, non è stato traumatizzato dal giogo coloniale, ma dal suo soggiorno negli Stati Uniti tra il 1948 e il 1950. Il primo motivo di indignazione e persino di orrore: il massiccio sostegno dell’opinione pubblica americana al giovanissimo Stato di Israele. Ancora più significativo fu lo choc che provò per lo stile di vita americano, e, in particolare, per lo spettacolo di “quella libertà bestiale che chiamiamo promiscuità e quel mercato di schiavi chiamato emancipazione delle donne. La danza si infiamma sulle note del grammofono”, osservò con disgusto, “la sala da ballo si trasforma in un vortice di tacchi e cosce, braccia che abbracciano i fianchi, labbra che sfiorano i seni. L’aria è piena di libidine”. L’occidente ha molte cose da rimproverarsi, ma non sono i suoi crimini o la sua avidità a suscitare oggi un odio inespiabile: sono le sue libertà. Non è il suo rifiuto di fare spazio agli altri, ma lo spazio eccessivo che concede all’altro sesso.
È la condizione della donna il simbolo più importante delle nostre differenze?
È la differenza fondamentale tra l’occidente e il resto del mondo, diciamo soprattutto tra l’occidente e il mondo islamico. Questa sottomissione delle donne ha qualcosa di incomprensibile. La donna è percepita innanzitutto come oggetto di desiderio. Deve quindi coprirsi il capo e nascondere le gambe affinché l’uomo non ceda alle sue pulsioni.
Non ha l’impressione che l’occidente conosca i suoi vicini molto meno di quanto loro conoscano lui?
Io ho l’impressione opposta. Nel libro “Orientalismo”, l’accademico palestinese-americano Edward Saïd accusa l’occidente di aver sviluppato “discorsi di potere, finzioni ideologiche – manette forgiate dalla mente”. Lo storico americano Bernard Lewis ha dimostrato che questo libro, che pretendeva di essere erudito, era in realtà calunnioso. Aggiungendo che, alla curiosità dell’occidente nei confronti dell’islam, non è mai corrisposta una curiosità dell’islam nei confronti dell’occidente, perché ai suoi occhi la civiltà giudeo-cristiana è stata definitivamente superata dal Corano. I campus americani, purtroppo, hanno dato ragione a Edward Saïd contro Bernard Lewis. È nato così il wokismo. È una grande mistificazione. Oggi vediamo gli islamisti che affermano di sostenere i diritti umani per giustificare la sottomissione delle donne con il velo, l’abaya… E purtroppo, alcune persone in occidente, in nome della lotta contro le discriminazioni, cadono in questa trappola grossolana.
C’è il nemico esterno e il nemico interno. Chi sono i becchini dell’occidente qui da noi? Cosa cercano?
La sinistra radicale mette sotto processo l’occidente predatore, razzista, sessista ed eteronormato. Il maschio bianco europeo e americano è diventato il nemico dell’umanità. Il periodo antitotalitario, inaugurato dalla dissidenza nell’Europa dell’est, si sta chiudendo sotto i nostri occhi. Il mondo è nuovamente diviso in due blocchi: non più la classe operaia e la classe borghese, ma i dominati e i dominanti. Le minoranze sostituiscono il proletariato e l’essere bianco occupa il posto che l’ideologia marxista aveva assegnato al capitalismo. L’antioccidentalismo di una parte dell’élite occidentale rende la vita sempre meno respirabile.
Da un lato, l’occidente è odiato, dall’altro, milioni di persone vogliono unirsi ad esso. Come spiegare questo paradosso? Non c’è forse un’enorme discrepanza tra la retorica antioccidentale dei dirigenti e le aspirazioni delle popolazioni?
Molti nuovi arrivati vengono nei paesi occidentali per i benefici materiali, ma senza lasciarsi alle spalle l’odio o il disprezzo nei confronti di questi stessi paesi. Nel 2017, Élisabeth Badinter scriveva: “Una seconda società sta cercando di imporsi in maniera insidiosa all’interno della nostra Repubblica, voltandole le spalle, puntando esplicitamente al separatismo, o addirittura alla secessione, il tutto con la nostra complicità attiva o passiva”. Per una parte della sinistra, questo nuovo popolo è anche un nuovo elettorato. Essa accarezza il rifiuto dell’integrazione in nome dell’antirazzismo e si spinge fino ad abbracciare la giudeofobia che dilaga nei quartieri cosiddetti “popolari” da quando i più anziani li hanno lasciati. Qualche anno fa, la scrittrice Léonora Miano disse in televisione: “Avete paura di essere minoritari a livello culturale, non abbiate paura di ciò che accadrà, l’Europa sta per cambiare”. La sinistra, un tempo laica e repubblicana, punta ora su questa trasformazione. Spera che, grazie al nuovo popolo, potrà un giorno andare al potere in una Francia libera dalla Francia e libera dall’Europa.
Quali sono le radici filosofiche dell’autodenigrazione e dell’odio verso sé stessi?
Questo odio verso sé stessi è soprattutto un odio verso i nostri predecessori. Rispetto a noi, che ci battiamo per tutte le minoranze oppresse, loro sono necessariamente sessisti, razzisti, omofobi o tutte e tre le cose allo stesso tempo. Non leggiamo più per imparare, ma per eliminare i pregiudizi che i nostri poveri classici non sono riusciti a superare. La nostra epoca, che si vanta di combattere senza sosta l’etnocentrismo, sta cedendo all’etnocentrismo del presente. Occidente deriva dal latino occidere, che significa “tramontare” (in riferimento al sole). Nel corso del tempo, occidente è diventata una parola polivalente, una nozione vaga. Corrisponde più a un’idea o a un concetto piuttosto che a un luogo geografico. Qual è la sua definizione di occidente?
La mia definizione non è solo mia. L’ho presa in prestito da un filosofo oggi dimenticato, Éric Weil – mi rifugio dietro illustri pensatori! “Da quando i filosofi greci e i profeti ebrei si sono chiesti cosa fosse la giustizia e non cosa dettassero i costumi del loro tempo, la nostra tradizione non è mai più stata capace, e non lo sarà mai più se vuole mantenere il suo vero valore e non solo la sua forza materiale, di dire con la coscienza pulita: ‘Questo è giusto perché è il nostro modo di fare’. Ha sempre detto e non smetterà mai di dire di dire: ‘Dov’è il Bene che possiamo servire?’ (…). La nostra tradizione è la tradizione che mette costantemente in discussione la propria validità (…), che in ogni momento del suo destino storico ha dovuto decidere e continuerà a dover decidere cosa dobbiamo fare per avvicinarci alla verità, alla giustizia e alla saggezza. È la tradizione che non si accontenta della tradizione”.
Quali sono i legami tra la nostra crisi di civiltà e il crollo del cristianesimo in Europa?
Tra il cristianesimo e noi c’è stato l’umanesimo, ossia il principio secondo il quale è attraverso il confronto con i grandi testi che la mente ritrova sé stessa. “Nel Medioevo”, scrive Milan Kundera (in “Un occidente prigioniero o la tragedia dell’Europa centrale”, del 1983, ndr), “l’Europa si fondò su una religione comune. Nei Tempi moderni, quando il Dio medioevale si trasformò in Deus absconditus, la religione cedette il posto alla cultura, che divenne la realizzazione dei valori supremi attraverso i quali l’Europa si concepiva, si definiva, trovava un’identità”. Come risultato di ciò che Tocqueville chiamava “lo sviluppo graduale dell’uguaglianza delle condizioni”, la cultura a sua volta cede il passo al “qualsiasi cosa è cultura”. Nulla è superiore a nulla. Qualsiasi gerarchia è considerata antidemocratica. Ogni trascendenza è contestata. A ciascuno il suo: questa è la formula del nostro deserto spirituale.
La deriva illiberale è di sinistra ed è di destra, va combattuta sempre
dall’intervento di Bari Weiss, fondatrice e direttrice del sito di informazione e d’opinione The Free Press, alla conferenza dell’Alliance for Responsible Citizenship – Londra – 18 febbraio 2025
Non parlo solo agli storici – e ce ne sono molti a questa conferenza – ma a persone che hanno un senso del passato. Persone che conoscono il passato recente non soltanto come osservatori, persone come voi, che lottate instancabilmente con le vostre parole e le vostre idee per plasmare il nostro presente e il nostro futuro. Spero quindi che mi perdonerete se tornerò indietro per capire come siamo arrivati qui. E’ la storia di come un movimento politico possa perdere la direzione a una velocità vertiginosa, e un ammonimento su dove potremmo essere diretti.
Qualche anno fa, quasi tutti i millennialin quasi tutti i posti più importanti dell’America hanno deciso che i dipartimenti di polizia discendevano dai guardiani degli schiavi. Così ci è stato detto che dovevamo abolire la polizia. Dovevamo abolire le prigioni. Dicevano che l’esistenza stessa dell’America era un crimine. Che dovevamo fare i ringraziamenti alla nostra terra prima di ogni riunione e dichiarare il nostro genere sessuale nelle firme delle nostre e-mail. Dicevano che la decrescita e il socialismo erano l’unica strada da percorrere e che troppi figli avrebbero ucciso il pianeta. Dicevano che Marx, che nessuna di queste persone si prendeva la briga di leggere, doveva essere venerato e che i nostri fondatori, che non avevano alcun interesse al di fuori di uno spettacolo di Broadway, dovevano essere vilipesi. Ci sono state delle rivolte. Hanno abbattuto le statue. Ciò che non è stato rinominato è stato trasformato completamente dall’interno. Alla fine la gente si è stancata di questa follia. Le persone normali, quelle che decidono alle elezioni, hanno messo i loro limiti. Ma in America le elezioni si tengono ogni quattro anni. Nel frattempo, questo movimento ha distrutto più cose di quante sia possibile elencare in un solo discorso. Ha preso di mira le nostre più grandi aziende, i nostri media, le nostre università, le nostre facoltà di medicina, le nostre facoltà di legge, i nostri ospedali, i nostri governi locali, le nostre scuole elementari. Le nostre amicizie. Le nostre famiglie. Il nostro linguaggio. Hanno estromesso persone valide per falsi reati di pensiero e hanno cercato di rovinare le loro reputazioni e le loro vite. Molti di coloro che si sono rifiutati pubblicamente – tutti eroi – sono presenti in questa sala. Ma altri sono finiti sotto terra o hanno abbandonato la vita pubblica, traumatizzati dall’esperienza del rogo delle streghe.
L’altra cosa che ha distrutto, almeno per il momento, è stato il Partito democratico.Èdiventato irriconoscibile. La candidata democratica alla presidenza ha promesso per iscritto all’American Civil Liberties Union che la sua Casa Bianca avrebbe pagato gli interventi chirurgici per cambiare sesso agli immigrati clandestini in carcere per crimini violenti. Si è distaccata completamente dalla realtà.
In una riga: è successo che l’estrema sinistra ha distrutto il centrosinistra in America.
E così, pochi mesi fa, gli americani hanno scelto Donald Trump – che pochi anni prima aveva perso le elezioni per circa otto milioni di voti – come loro presidente. La sinistra ha perso la testa e Trump è stata la reazione più ovvia. Il presidente ha vinto il voto popolare per la prima volta in 20 anni e i repubblicani ora controllano ogni ramo del governo. Trump gode di uno dei suoi più alti indici di gradimento di sempre. Guardando indietro, sembra tutto così chiaro, una reazione del tutto inevitabile. Ma mentre accadeva – e ancora oggi alcuni si aggrappano a questa idea – i furbi sostenevano che si trattava soltanto di una frangia, di alcune voci bizzarre, probabilmente molte delle quali bot, online: non sarebbe mai riuscito a costruire un vero potere politico. Ora sappiamo quanto si sbagliavano.
Che cosa possiamo imparare da questa storia recente?Be’, un grande insegnamento è che se un movimento politico non controlla i suoi ranghi, non traccia linee di demarcazione, se trascura di proteggere i suoi confini, se non difende i suoi valori sacri, non può durare a lungo. Quali sono questi valori? Comprendono lo stato di diritto. La fiducia nei diritti inalienabili di ogni individuo. Che siamo tutti creati a immagine e somiglianza di Dio e che è questo – e non la nostra etnia o il nostro quoziente intellettivo – a darci il nostro valore e a renderci tutti uguali. È un rifiuto della violenza mafiosa. È l’idea che l’occidente sia buono e che l’America sia buona, e che ci meritiamo i nostri eroi insieme a tutta la nostra complessa storia. Questi valori non sono di destra o di sinistra. Sono fondamentali. Sono di civiltà. E hanno sempre richiesto una costante vigilanza per essere preservati. Se non siete consapevoli dei pericoli che derivano da un’apparente vittoria, se pensate che sia impossibile, credo che siate ingenui come i professori di Harvard che ancora mi mandano email per dirmi: “Riesci a credere a quello che sta succedendo?”.
A cosa assomiglia questo gruppo,che si differenzia dal resto della destra per il suo aperto abbraccio all’illiberalismo? Assomiglia molto all’estrema sinistra. Questo gruppo dice che siamo in guerra, una guerra qui a casa nostra, e che poiché è una guerra, poiché la posta in gioco è la vita o la morte, le normali regole del gioco devono essere sospese. Dicono che chi non è d’accordo è uno squilibrato o un traditore o è sempre stato segretamente di sinistra. Oppure li accusano di essere conservatori o repubblicani solo di nome, che è una versione della “falsa coscienza” stigmatizzata dai marxisti. Dicono che non è sufficiente tornare alla normalità – che tornare alla normalità non è un’opzione – e che invece è il momento di dare all’altra parte un assaggio della loro stessa medicina. Dicono che siamo stati trattati in modo crudele. E quindi la crudeltà è la risposta necessaria. Dicono che ciò che stiamo cercando di conservare è già stato distrutto e forse non è mai esistito. Dicono che la riforma è una strategia da perdenti e che bisogna bruciare tutto.
Come l’estrema sinistra, non hanno alcun uso della storia,ma giudicano persone vive e morte alla luce ideologica del presentismo, o semplicemente le reimmaginano da zero. Come la sinistra ha deturpato e profanato le statue di Churchill, i vandali di destra profanano il suo nome e la sua memoria.
Ancora una volta, è una questione di confini. In questo caso, cancellano attivamente la linea di demarcazione tra il bene e il male, e tra il passato e il presente, guardando all’indietro verso un luogo in cui “le cose sono andate male”, come se fosse possibile riportare indietro l’orologio. Mentre la sinistra, a lungo solidale con Stalin, oggi simpatizza con i nazisti moderni sotto forma di Hamas, questa nuova destra elogia quelli originali. E riabilitando Hitler non si limitano a demonizzare gli ebrei, ma demonizzano l’America, la Gran Bretagna e i milioni di persone che hanno combattuto e sono morte per preservare le nostre libertà.
Tutto questo mi sembra ovvio come l’idea che una ragazzanon possa diventare un ragazzo. Ma molte persone sembrano avere difficoltà a dire queste cose ad alta voce in questo momento. In parte è a causa della bile che ti viene data in cambio. In parte è perché molte delle cose che stanno accadendo in questo momento sembrano così belle, e le opportunità così grandi, che nessuno vuole fare la figura del guastafeste. In parte è perché molte delle persone disgustate dagli eccessi illiberali della passata Amministrazione, che amano la libertà, come noi, si trovano nel vecchio dilemma liberale che ha solcato la metà degli anni Sessanta.
Chi siamo noi per dire a quei ragazziche occupano la biblioteca che nessuno può imparare se fanno così? O che la pseudo-storia che stanno scoprendo, una “storia del popolo”, non è affatto storia, ma solo una lusinghiera estensione della loro politica attuale estesa al passato? In parte – e forse soprattutto – è perché siamo esseri umani. E gli esseri umani cercano il calore dell’essere in mezzo alla folla. Per tutte queste ragioni, c’è una forte tentazione di far finta di niente o, come fanno molti oggi, di accogliere tutto questo con un’alzata di spalle. Abbiamo la sensazione che sia troppo disgustoso per essere affrontato e che le bugie che vengono raccontate siano così grandi e così ovvie da risultare evidenti. E poi all’improvviso tuo cugino sedicenne ti dice che alle donne piace essere prese a schiaffi e che i nazisti sono stati solo fraintesi e che l’eugenetica ha soltanto una cattiva reputazione. So che non sembra mai un buon momento per combattere queste persone. Nessuno vuole essere vittima di bullismo online. Ogni volta che questi ragazzi vengono criticati, ti danno del venduto, del traditore, del doppiogiochista. Poiché hanno adottato la paranoia degli hippy boomer, insinueranno sempre che sei sul libro paga della Cia. O del Mossad. (A proposito, se qualcuno di voi è della Cia, vi prego di incontrarci: affittare un ufficio a Manhattan è estremamente costoso, soprattutto dopo che l’UsAid ha tagliato i nostri fondi).
Ma il tempo è come la fortuna. Si esaurisce più velocemente di quanto si pensi.(…)Quello che voglio dire è che questo è un momento raro e prezioso. I fenomeni da baraccone non resteranno nel loro tendone da circo. Si accaniranno su tutti noi, su tutti i presenti in questa sala. E lo faranno mentendo alla gente. Lo faranno ai vostri figli, ai vostri nipoti, ai vostri lettori, ai vostri elettori. E lo fanno per un motivo: demoralizzandoci, dicendo che probabilmente le cose sono già state salvate, diventano l’unica fonte di verità, anche se sono loro a dire le bugie.
I conservatori sanno soprattutto due cose: che il male è reale e che la nostra preziosa civiltà è umana e quindi fragile. Se abbiamo imparato qualcosa in quest’ultimo tumultuoso decennio, è che gli esseri umani ben determinati sono l’unica cosa che si frappone al disfacimento. Le persone sono le uniche a presidiare il confine tra la civiltà e i suoi nemici esterni e interni.
Questa settimana anticipiamo al sabato l’invio della nostra newsletter «Fissiamo il pensiero». Domani infatti è Pasqua, cioè la Resurrezione di Gesù. «Com’è possibile crederci?». Se lo chiede ripetutamente l’attore e comico Giacomo Poretti in un breve articolo che vi invitiamo a leggere pubblicato martedì dall’Osservatore Romano. È il nostro modo di fare gli auguri pasquali a tutti coloro che ci seguono. Com’è possibile credere alla resurrezione di fronte all’inevitabilità della morte? Eppure la realtà, a partire dal succedersi delle stagioni – scrive Poretti -, è piena di indizi che ci dicono, se li vogliamo cogliere, che «la vita non è un accidente momentaneo e doloroso» destinata al fallimento della morte e che il corpo di Gesù risorto è un «regalo di eternità». Un regalo che rivela una bellezza nascosta a cui ciascuno di noi è chiamato.
A proposito di bellezza, lunedì scorso nella sede della San Benedetto un gruppo di amici si è ritrovato per vedere insieme il film «Andrej Rublëv», capolavoro del regista russo Andrej Tarkovskij realizzato a metà degli anni ’60. Ruota attorno alla figura di Rublëv, grande pittore di icone vissuto fra il XIV e il XV secolo in una Russia travolta dalle scorrerie delle orde tartare. La celebre icona della Trinità è la sua opera più famosa. È «il dipinto più bello del mondo», scrive Adriano Sofri in un articolo (lo potete leggere sul nostro sito) pubblicato tre anni fa sul Foglio, raccontando le vicissitudini odierne dell’icona nella Russia di Putin. Ecco la Fondazione San Benedetto, oltre agli incontri pubblici attraverso cui in tanti ci hanno conosciuto, è prima di tutto un luogo di incontro e di amicizia nel quale semplicemente ci si può trovare una sera per vedere un grande film e fare un’esperienza reale, non artificiale, di bellezza.
Mese letterario, un antidoto ai social, giovedì s’inizia
Giovedì 9 aprile alle 20.45 a Brescia, nell’auditorium degli Artigianelli (ingresso in via Avogadro 23 con parcheggio interno) si aprirà la sedicesima edizione del Mese letterario. In programma l’incontro sul poeta inglese Samuel Taylor Coleridge che sarà presentato da Edoardo Rialti. Il Mese letterario è un sano antidoto all’uso dei social, per respirare alcune ore di vera libertà. In preparazione a questo appuntamento vi segnaliamo l’intervista a Rialti rilasciata al quotidiano online ilsussidiario.net (la trovate a questo link). Si raccomanda di arrivare in anticipo per ritirare il tesserino d’ingresso e consentire l’inizio puntuale dell’incontro.
Una democrazia può reggersi solo su un insieme di procedure o di norme costituzionali o c’è qualcosa di più? È ancora possibile ricercare un bene condiviso anche partendo da punti vista diversi o siamo destinati a logorarci in una polarizzazione continua? L’esperienza religiosa che contributo può dare alla vita pubblica? È utile solo per fornire un supporto etico o può dare una prospettiva diversa, più allargata, alla nostra ragione laica attorno a cui si sono formate le nostre società occidentali? Una ragione che oggi appare sempre più smarrita e afona davanti alle nuove sfide a cominciare da quelle portate dall’avvento dell’intelligenza artificiale. A ben vedere sono tutte questioni molto legate anche alle cronache quotidiane di questi tempi. Proprio su questi temi si era molto interrogato Jürgen Habermas, uno dei maggiori filosofi contemporanei, allievo di Adorno e Horkheimer, e ultimo rappresentante della Scuola di Francoforte, morto due settimane fa. Nel 2004 a Monaco fu protagonista di un dialogo con l’allora cardinale Joseph Ratzinger. Il testo è stato pubblicato anche in italiano dall’editrice bresciana Morcelliana. Pur provenendo da una formazione laica e non credente Habermas ha dedicato molta attenzione al rapporto tra fede e ragione. Il suo dialogo con Ratzinger ruotava attorno a una domanda chiave: la democrazia moderna può prescindere completamente dalla religione o ha bisogno delle sue risorse morali? Una domanda ancor più attuale oggi in un’epoca in cui, anche in Italia, il modello democratico attraversa una crisi profonda. Su quel dialogo fra Habermas e Ratzinger vogliamo proporvi la lettura di un articolo di Fernando De Haro, pubblicato dal quotidiano online ilsussidiario.net. Dal dialogo emergevano alcuni punti comuni. Entrambi rifiutavano il relativismo morale assoluto così come il fondamentalismo religioso. Sottolineavano inoltre la necessità di una «reciproca purificazione»: la fede deve accettare la critica razionale per evitare derive ideologiche, mentre la ragione deve riconoscere che non tutto è riducibile alla tecnica o alla logica strumentale. La religione può quindi avere un ruolo pubblico, purché sappia tradurre i propri contenuti in un linguaggio comprensibile a tutti i cittadini. La fede, sottolinea De Haro, non è «un razzo» che «sale in cielo privandosi dei pezzi inferiori che hanno reso possibile il lancio – la ragione e l’umanità – e si eleva senza fardelli». È un fatto di «laicità e umanità». «Il miglior tributo che possiamo rendere al compianto Habermas – conclude l’articolo – è quello di riscoprire la sua intuizione secondo cui la fede non è fine a se stessa. La fede è utile per liberare la ragione dal suo vicolo cieco. E questo non si conquista unicamente, né fondamentalmente, attraverso un esercizio filosofico: è una conquista che riguarda soprattutto la vita quotidiana».
Leggere per vivere. È il suggerimento che vogliamo rilanciare questa settimana e che ci arriva dalle pagine di un libro di Giuseppe Montesano, scrittore e insegnante napoletano. Sul nostro sito ne riprendiamo alcuni brevi passaggi perché li sentiamo molto corrispondenti alle ragioni per cui, dal 2010 a oggi, ogni anno proponiamo il Mese letterario. Nel prossimo mese di aprile si svolgerà a Brescia la sedicesima edizione che ha come titolo «Esplorare l’esplorabile, venerare l’inesplorabile». Ricordiamo che per partecipare è richiesta l’iscrizione che si può già fare gratuitamente sul sito dell’Associazione Mese letterario. Consigliamo di iscriversi al più presto perché i posti disponibili sono in via di esaurimento. In tutti questi anni il Mese letterario, oltre alla bellezza di incontri carichi di fascino che risvegliano l’attenzione e l’intelligenza, è stato anche un grande invito a scoprire o riscoprire l’esperienza della lettura. Questa non è un esercizio fine a sé stesso o un vezzo «culturale». «Non si tratta più di passare il tempo o di ingannare la noia – scrive Montesano -, non si tratta di accrescere la propria cultura quantitativa e non si tratta di apprendere cose specialistiche: quando si legge per vivere, ciò che va in pezzi è la prigione in cui ognuno è chiuso, e quando la propria gabbia si è rotta, l’esperienza della libertà è così esaltante che cominciamo a vedere con dolore anche le gabbie altrui: e non ci basta essere liberi da soli in un mondo di prigionieri». Soprattutto, continua Montesano, «quando cominciamo a leggere per vivere la lettura diventa una continua scoperta, e ci accorgiamo che le parole che interpretiamo sono diverse dagli specchi che ci rassicurano facendoci vedere sempre uguali a noi stessi».
In sintesi ecco il programma, con autori, date e relatori del Mese letterario 2026. Rispetto alle precedenti edizioni quest’anno gli incontri, che si svolgeranno sempre alle 20.30 nell’auditorium degli Artigianelli, sono stati accorpati in quattro date ravvicinate. Si inizierà giovedì 9 aprile con una serata dedicata al poeta inglese Samuel Taylor Coleridge, del quale parlerà Edoardo Rialti, scrittore e traduttore, ma soprattutto grande amico del Mese letterario di cui è stato ospite fisso e sempre molto apprezzato sin dalla primissime edizioni.
Martedì 14 aprile il secondo incontro sarà con il cantautore e scrittore Massimo Bubola che dialogherà con il giornalista Enrico Mirani sull’«Odissea» del poeta greco Nikos Kazantzakis nella rilettura che ne ha fatto Giacomo Scanzi nel romanzo pubblicato nei mesi scorsi da Marcianum Press.
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