Lunedì ricorrono i tre anni dall’invasione russa e dallo scoppio della guerra in Ucraina con la sua scia infinita di morte, miseria, distruzione. Come ha instancabilmente ricordato Papa Francesco (al quale vanno in queste ore il nostro pensiero e la nostra preghiera per l’aggravarsi della sua malattia) la guerra è sempre una sconfitta. Nello stesso tempo siamo di fronte ad assetti internazionali che se finora, almeno apparentemente, sembravano consolidati e garantiti, oggi si presentano profondamente «terremotati». E la percezione di una destabilizzazione incombente è forte, mentre il disorientamento e la confusione si allargano. In questa situazione è ancora possibile fare spazio alla speranza? E come?
Vincent van Gogh, “I primi passi (da Millet)”, olio su tela, 1890, Metropolitan Museum di New York
La speranza è peraltro il tema del giubileo che ci accompagnerà per tutto il 2025. Proprio su queste domande affrontate dal punto di vista della fede si sofferma il dialogo pubblicato nei giorni scorsi dal Foglio con Mauro Giuseppe Lepori, abate generale dei Cistercensi, che vi invitiamo a leggere. «Siamo sicuri – chiede l’intervistatore a Lepori – che il cristiano di oggi sappia davvero che cos’è la speranza cristiana? Non è che la confonde ancora con quell’andrà tutto beneche si sentiva ripetere in tempo di lockdown, quasi fosse una sorta di esorcismo? Pare quasi, viene da pensare, che speranza e ottimismo siano la medesima cosa». Per Lepori «la speranza non è tesa al futuro, ma all’eterno che ci accompagna nel presente della vita. In fondo, la speranza non attende nulla di particolare o definito. La speranza attende tutto da Dio, e perché lo attende da lui, attende sempre il meglio, anche se apparentemente il futuro sarà catastrofico. La speranza si fida senza condizioni».
Incontro con Sofri e Camisasca, posti in via di esaurimento
«Dal ’68 a oggi, il desiderio del cambiamento» è il titolo dell’incontro che la Fondazione San Benedetto in programma a Brescia giovedì 13 marzo alle 18.15 con l’intervento di due ospiti d’eccezione: monsignor Massimo Camisasca, allievo di don Giussani e vescovo emerito di Reggio Emilia, e Adriano Sofri, scrittore, editorialista ed ex leader di Lotta Continua. L’appuntamento è nell’aula magna del Centro Paolo VI, in via Gezio Calini 30. L’incontro è aperto a tutti previa registrazione al link che trovate sotto. Siccome in molti si sono già iscritti, i posti sono in via di esaurimento. Invitiamo perciò a registrarsi al più presto per predisporre, se necessario, una seconda sala.
L’occasione dell’incontro del tutto inedito è data dalla recente pubblicazione del libro «Una rivoluzione di sé»(Rizzoli editore) che raccoglie alcuni interventi di don Giussani, fra il 1968 e il 1970, in un periodo molto turbolento che vedrà anche la nascita del movimento di Comunione e Liberazione. Poterne parlare con due protagonisti di quella stagione, con storie molto diverse, è un’opportunità straordinaria anche per guardare in modo nuovo al momento che stiamo attraversando oggi segnato da grande incertezza.
La più umile delle virtù è il tema del Giubileo, ma in pochi conoscono il suo significato. Dialogo con l’abate Lepori
di Matteo Matzuzzi – da Il Foglio – 15 febbraio 2025
Un giubileo dedicato alla speranza. Oggi, in questo mondo segnato da guerre e persecuzioni, con il martirologio che s’aggiorna impietoso di giorno in giorno. Il cuore è la speranza, “la più umile delle virtù teologali, perché rimane nascosta”, la definì Papa Francesco, che aggiunse: “È una virtù rischiosa, una virtù, come dice san Paolo, di un’ardente aspettativa verso la rivelazione del Figlio di Dio. Non è un’illusione”. È “una virtù che non delude mai: se tu speri, mai sarai deluso”. È “concreta” ma “ha bisogno di pazienza”. Parole che sembrano stridere con la realtà che infarcisce le cronache mediatiche, i reportage dalle terre di conflitto, i morti, quelli che restano senza casa. Eppure, è da lì che bisogna ripartire: dalla speranza. Attendendo qualcosa, forse l’eterno. Il tempo che diventa lo spazio di un incontro, di una presenza infinita. Un po’ come si vede nella piccola tela “I primi passi” di Vincent Van Gogh: la tensione fra il bambino e l’abbraccio del padre rende intensa tutta la realtà. Al tema del giubileo ha dedicato un libro, diverso da tutti gli altri, Mauro Giuseppe Lepori, abate generale dei Cistercensi. Sperare in Cristo (Cantagalli, 104 pp., 12 euro) racconta di questa speranza condivisa, innanzitutto con i monaci confratelli, ma che poi si apre a tutti. Scrive padre Lepori che “oggi appare più che mai importante affrontare il tema della speranza cristiana, un tema che ci interpella molto nella situazione attuale del mondo, della Chiesa, dei nostri Ordini e delle nostre comunità”. Ma siamo sicuri che il cristiano di oggi sappia davvero che cos’è la speranza cristiana? Non è che la confonde ancora con quell’andrà tutto bene che si sentiva ripetere in tempo di lockdown, quasi fosse una sorta di esorcismo? Pare quasi, viene da pensare, che speranza e ottimismo siano la medesima cosa. “È appunto per questo che c’è un’urgenza di trattare questo tema, di approfondirlo, e di farlo dal punto di vista della fede”, risponde l’abate Lepori conversando con il Foglio. “La crisi della speranza, nel concepirla e nel viverla, è una crisi di fede. E questo significa che la speranza va capita e vissuta alla luce dell’avvenimento di Cristo, della sua morte e risurrezione. La speranza non è in quello che verrà, ma in Cristo Redentore del mondo, per cui il futuro migliore non lo si attende tanto o solo dal futuro stesso, ma da un rapporto di fiducia con il Signore riconosciuto presente qui ed ora nella nostra vita. La speranza non è tesa al futuro, ma all’eterno che ci accompagna nel presente della vita. In fondo, la speranza non attende nulla di particolare o definito. La speranza attende tutto da Dio, e perché lo attende da lui, attende sempre il meglio, anche se apparentemente il futuro sarà catastrofico. La speranza si fida senza condizioni. Tanti perdono la speranza perché non ottengono dal futuro quello che domandavano a Dio senza lasciargli alcun spazio per definire Lui il nostro vero bene. Il vero oggetto della speranza cristiana è la bontà di Dio che riconosciamo per fede sostenuta dall’esperienza della cura che il Padre ha della nostra vita. Come lo richiama Gesù: Non preoccupatevi dicendo: ‘Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?’ (…) Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno’ (Mt 6,31-32)”.
Intervenendo al Meeting di Riminidel 2002, don Luigi Giussaniè stato categorico, netto: “La speranza è l’unica stazione in cui il grande treno dell’eterno si ferma un istante. Senza speranza, infatti, non esiste possibilità di vita. La vita dell’uomo è la speranza”. Perché allora noi non viviamo sempre in essa? Che cos’è che ci distrae, che non ci fa capire la sua importanza? “L’istante in cui il grande treno dell’eterno si ferma nella nostra vita, di ogni vita, è l’istante in cui Dio ci fa, ci crea. Ogni istante della vita è questo. Questa coscienza di fede nell’amore di Dio che ci fa ora fa coincidere la vita con la speranza, perché è come per un bambino camminare per un sentiero impervio e di notte tenendo la mano del papà. Il bambino non pensa più al sentiero né al buio che lo circonda: si concentra su quella mano che gli dà consistenza, una consistenza più grande di ogni insidia occulta e temuta dalla realtà che lo circonda o a cui va incontro. Anzi, la coscienza di essere attaccato al padre rende il bambino capace di avventura. Nel senso letterale del termine: ad-ventura. Il bambino si inoltra ‘verso le cose venture’, anche se non le conosce e non le vede, con un’attesa positiva, con cuore aperto alla sorpresa, al bene e al bello che la realtà gli riserva. E questa positività di sguardo al futuro non è un sogno, non è utopia, ma ha tutta la consistenza della mano ferma del papà, cioè di un rapporto che costituisce il bambino nell’istante che vive, in ogni passo che fa, anche se incespica, anche se fa fatica, anche se ha paura del buio. Per rispondere alle domande che ci facciamo: il problema non è tanto che non viviamo la speranza, ma il rapporto che la fonda, che la suscita in noi come posizione del cuore di fronte alla vita. Il problema è che non siamo educati a vivere un rapporto con Dio che dia consistenza alla vita. Il problema è che non diamo la mano al Padre che in Cristo accompagna la nostra esistenza”.
Nel libro, padre Lepori scrive: “La vita eterna è ciò a cui tutti anelano e ciò che so di poter desiderare e domandare per me e per tutti senza sbagliarmi, senza domandare qualcosa che non corrisponda al loro bisogno e soprattutto al disegno di Dio su tutti e ognuno. Non tanto e non solo la vita eterna come uno stato sublime che possiamo raggiungere dopo la morte, ma la vita eterna possibile qui ed ora”. Ammetterà, gli facciamo notare, che è un concetto difficile da capire per l’uomo comune. Che cos’è questa vita eterna possibile qui e ora? Risposta: “La vita eterna è che mi scopro amato per sempre. Gesù dice nella sua ultima preghiera al Padre: ‘Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo’ (Gv 17,3). Non è una questione di conoscenza teorica, ma esistenziale, esperienziale, proprio come quella del bambino di cui parlavo prima. Se uno, in un modo o nell’altro, si scopre amato da Dio da sempre e per sempre, scopre la vita eterna. Come è possibile non vivere eternamente se il Dio eterno mi rivela, mi fa scoprire, che mi vuole bene personalmente e per sempre? Come è possibile non vivere per sempre, e in una vita sempre più bella, viva, felice, se il Figlio di Dio è venuto proprio per annunciarci questo, e a provarci questo morendo in croce per noi? Ma come mai questo è diventato, come lei dice, ‘un concetto difficile da capire per l’uomo comune’? Non è il concetto di vita eterna che è difficile da capire: è diventato difficile da capire che siamo amati, e quindi è diventata povera, inconsistente, l’esperienza di essere amati da Dio. La grande distrazione dalla verità dell’umano, iniziata col peccato originale, è il non accorgersi che l’unico fattore che rende positiva la vita sempre e comunque è che è amata da Dio. Credere o non credere in Dio non è tanto una questione filosofica, ma esistenziale. Ne va della vita, del senso della vita. Siamo così distratti dall’essenziale, che siamo amati dall’eterno, che non soltanto rinunciamo alla vita eterna, ma alla vita presente, alla vita dei bimbi che non lasciamo nascere, alla vita degli anziani e malati a cui affrettiamo la morte, alla vita dei migranti che non vogliamo accogliere, alla vita dei rapporti di fedeltà che abbiamo promesso, alla nostra vita che mortifichiamo in mille modi. Ma perché non vediamo l’essenziale senza il quale non vivremmo un solo istante? Perché non ci sentiamo amati da Dio? Facendosi uomo, Cristo ha dato una risposta a queste domande che ci dovrebbe riempire di timore, ma anche di coscienza di un’immensa responsabilità e dignità: perché l’amore eterno di Dio si manifesta a me stesso e agli altri nell’amore che consentiamo a scambiarci fra di noi. Con che responsabilità incrocerei chiunque per strada se fossi cosciente che dal mio sguardo, dalla mia parola, dal mio gesto, magari solo dal mio pensiero, dipende la vita eterna dell’altro, come la mia, cioè la coscienza e esperienza che Dio ci ama ora e per sempre”.
A proposito di vita eterna, ma di quella che si raggiungerà dopo la morte. Recentemente, un intellettuale come Corrado Augiasha detto in un’intervista al Corriere della Sera che l’aldilà “non esiste. Se ci fosse qualche cosa, in qualche modo l’avremmo già scoperto”. Come giudica questa forma di riduzionismo razionale direi “radicale”? Non c’è proprio spazio qui per la speranza, parrebbe… “Il problema – dice padre Lepori – è l’astrazione con cui si riduce l’aldilà a qualcosa da scoprire nell’aldiquà al di fuori di un’esperienza di relazione e di amore. L’aldilà non è un luogo, una terra sconosciuta da scoprire con mezzi scientifici. L’aldilà è la pienezza di una comunione che nella vita non posso scoprire nella sua totalità, ma che mi è dato di iniziare. I rapporti affettivi più intensi sono un simbolo di questa realtà, di questa natura dell’essere. Nessuno quando si innamora pensa di aver scoperto nella persona amata uno spazio ormai conosciuto fino in fondo. Intuisce che entra in uno spazio relazionale il cui inizio è pieno di promesse, ma il cui compimento ha una natura infinita. Certo, anche l’istintività con cui si concepiscono e vivono i rapporti affettivi non aiuta a capire questa esperienza con Dio, come la capivano i monaci del medioevo quando, per intuire il loro rapporto con Dio, meditavano le immagini simbolicamente erotiche del Cantico dei cantici”.
Più volte nel libro si trovano accenni sulla cultura dell’immediato,“quello che possiamo afferrare noi senza impegnare il cuore nel desiderio dell’infinito”. Non crede che molti dei mali della nostra società contemporanea, iperconnessa, veloce e frenetica, siano dovuti proprio a questa esigenza direi vitale di immediatezza e possesso? Come uscirne? “La tentazione del ‘tutto e subito’ l’ha ideata il serpente dell’eden che l’ha suggerita a Eva. ‘Afferra il frutto e avrai tutto quello che desideri!’. Oggi, come allora, anche se il frutto è un po’ più sofisticato, il meccanismo è lo stesso. Ebbene, oggi come allora il cuore dell’uomo ha un grande alleato, di cui il serpente non misura la potenza: la delusione, l’insoddisfazione, il vuoto che si crea in noi quando pretendiamo di soddisfare il desiderio del cuore con meno che l’infinito. È vero che il serpente simula l’infinito con il susseguirsi di frutti afferrabili immediatamente. Ma anche questo non fa che scavare ancora più profondamente la delusione e l’insoddisfazione”.
Ma che questa riduzione della libertànon sia nuova e che contrariamente a quanto si possa pensare, Internet non ha inventato nulla, è veramente una consolazione per noi? “Spesso – sostiene l’abate – purtroppo, la delusione e l’insoddisfazione conducono effettivamente ad una disperazione mortale. Quando un giovane cade nella droga, nell’apatia, fino magari al suicidio, è come se l’umanità intera fallisse il suo compito, e soprattutto lo fallisse la proposta cristiana. Vuol dire che il Vangelo non è veramente annunciato, e, come esclama san Paolo: ‘Guai a me se non annuncio il Vangelo!’ (1Cor 9,16). Sì, che povera fede, che speranza fumosa, che carità fredda c’è in me se a così tanti cuori assetati di infinito, di amore infinito, non annuncio l’avvenimento che salva non solo la vita, come se si trattasse solo di sopravvivere, ma il senso della vita più forte della morte e del peccato! Dobbiamo lasciarci ferire da questo fallimento della nostra fede, ma di una ferita che rinnovi l’umile domanda allo Spirito che riaccenda in noi la speranza”.
L’uomo non è fatto per sopravvivere o per vivacchiare. Però, alla fine dei conti, troppo spesso – e lei lo sottolinea – ci riduciamo proprio a questo. Ci manca un riferimento all’eterno? La società contemporanea ha rinunciato a tendere verso l’alto. “Però – dice Lepori – Cristo risorto è sceso agli inferi, in fondo alla condizione dell’uomo. Ha preso per mano Adamo e l’ha elevato direttamente in Cielo, come ha fatto realmente con il ladro crocifisso con Lui: ‘Oggi sarai con me nel paradiso!’ (Lc 23,43). Non c’è segno di speranza più bello e intenso di questo. Ma non fu un segno, una parabola, un simbolo: fu un fatto, un avvenimento! Quel povero ladro, quel pezzente, in quel momento si è attaccato tutto a Cristo, e si è ritrovato trascinato in Cielo dove ci ha preceduti tutti, Madonna compresa. La sua speranza è stata un grido, una mendicanza espressa con tutta la miseria che aveva addosso: ‘Gesù, ricordati di me!’ (Lc 23,42). Ci insegna che anche la nostra speranza non è solo un sentimento, un ottimismo, ma l’abbandono a una Persona che è realmente con noi e ci accoglie ora e per sempre nella vita in cui l’amore non avrà mai fine”.
«Incontrarsi per crescere». È questo il titolo di una serie di appuntamenti che la Fondazione San Benedetto intende promuovere nei prossimi mesi. Oltre agli incontri pubblici su temi al centro del dibattito contemporaneo o a iniziative consolidate come il Mese letterario, vogliamo favorire occasioni di incontro con persone interessanti che ci portino anzitutto la loro storia, la testimonianza di una vita, prima di venirci a spiegare come va il mondo o la loro analisi dei problemi (cose senz’altro utili ma secondarie). Siamo infatti profondamente persuasi che la crescita umana avviene sempre attraverso l’incontro con l’altro che in qualche modo sollecita, attrae, mette in moto le persone. Qualche giorno fa Papa Leone ha detto che occorre «fare in modo che i rapporti sociali abbiano spessore reale e profondità personale». Un compito che facciamo nostro in un momento in cui – ha precisato il Papa – «da una parte lo sviluppo tecnologico, la diffusione dei mass media e dei social media, il sempre crescente ricorso all’intelligenza artificiale aprono nuove possibilità, abbattendo barriere e distanze; dall’altra, le relazioni tendono a diventare sempre meno personali, più virtuali, e si rischia di abituarsi a delegare agli algoritmi decisioni che spettano solo alla coscienza umana».
«Incontrarsi per crescere» non è solo il titolo di un ciclo di incontri (di cui prossimamente vi daremo date e luoghi), ma descrive anche il nostro modo di essere attraverso tutte le iniziative che proponiamo. Una di queste è la Scuola di comunità che da tre anni si svolge nella nostra sede. Da lunedì 28 settembre dalle 18.30 alle 19.30 riprendono gli incontri quindicinali. Leggeremo insieme il libro di don Luigi Giussani «All’origine della pretesa cristiana» mettendolo a confronto con la nostra esperienza nelle diverse circostanze in cui ci troviamo a vivere. Gli incontri sono aperti a tutti, si richiede solo la costanza nella partecipazione. L’appuntamento è nella sede della San Benedetto a Brescia, Borgo Wührer 119 (secondo piano).
«Incontrarsi per crescere» vuol dire anche ritrovarsi per vedere insieme un film. La scorsa primavera è successo con «Andrej Rublëv», il capolavoro del regista russo Andrej Tarkovskij. A sessant’anni dalla sua uscita oggi vi proponiamo la lettura di un articolo di Jean-Pierre Sonnet pubblicato sull’Osservatore Romano (in fondo trovate il link per leggerlo) e dedicato a questa straordinaria opera cinematografica. Basti pensare che Christopher Nolan nella preparazione della sua «Odissea» ha organizzato una proiezione speciale di «Andrej Rublëv» per il cast e la troupe del suo film proprio per far comprendere cosa sia la creazione artistica. Nei prossimi mesi proporremo altri film da vedere insieme, che possano essere significativi per il percorso che stiamo facendo. Un’altra occasione per incontrarsi, vedere qualcosa di bello e interessante, e condividere spunti e riflessioni.
«Che cosa permette a una persona di continuare a prendersi cura del futuro quando non ne ha alcuna garanzia? Che cosa ci consente di impegnarci quando il risultato rimane incerto?». Domande cruciali che, se ci pensiamo bene, riguardano ciascuno di noi nelle diverse situazioni che si trova a vivere. Un genitore può porsi tali interrogativi davanti al futuro di un figlio, chi ha un compito o una responsabilità può porseli, anche in modo drammatico, di fronte all’incertezza del tempo presente e a quanto accade ogni giorno nel proprio microcosmo o nel macrocosmo. Queste domande le ha poste venerdì pomeriggio il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa nel discorso tenuto in piazza Maggiore a Bologna parlando a circa 800 giovani, provenienti da ogni parte del mondo, che hanno terminato i master alla Bologna Business School in occasione del Graduation Day. Si tratta di giovani che sono pronti a entrare come manager in aziende e istituzioni assumendo ruoli di responsabilità che richiedono la capacità di scegliere e di decidere. Ed è senz’altro inusuale che a parlare a loro sia stato invitato il cardinale Pizzaballa, testimone diretto della difficilissima situazione che sta vivendo la Terra Santa dove il pensiero corre inevitabilmente alle immagini di distruzione, di guerra e di odio che da là ci arrivano ogni giorno attraverso i media. Il suo è stato un intervento di grande spessore. Vi invitiamo a leggerlo con attenzione.
Riaprono le scuole, comincia un nuovo anno che per centinaia di migliaia di bambini e ragazzi costituisce una tappa fondamentale nel loro percorso di crescita umana e quindi di educazione. Ci auguriamo, anzitutto per loro, che sia davvero così e che l’orizzonte con cui si guarda alla scuola non sia primariamente quello di una formazione funzionale ai cosiddetti sbocchi lavorativi oppure all’acquisizione di una serie di competenze o di capacità professionali, senz’altro importanti ma secondari. Se non si favorisce la crescita della persona nel suo insieme, le competenze serviranno a ben poco. È come se fossimo di fronte a un soggetto che ha sviluppato solo alcuni muscoli mentre il resto del corpo è rimasto atrofizzato. La Fondazione San Benedetto è nata ventuno anni fa come un luogo di amicizia che mettesse al centro della propria azione la questione dell’educazione come sfida più importante e decisiva per le persone e per l’intera società. Un piccolo contributo per contrastare l’atrofizzazione umana che riguarda tutti, giovani e adulti. Così è stato in tutti in questi anni attraverso tantissime iniziative a cominciare dalle molte borse di studio assegnate a giovani meritevoli per aiutarli a completare il loro percorso di studi. Diversi sono stati anche gli incontri a carattere formativo o di tipo didattico. L’attenzione all’educazione infatti non è mai astratta o di principio, ma si declina sempre dentro la serietà e la passione con cui si affrontano discipline o tematiche anche particolari o di tipo tecnico. Lo stesso Mese letterario è nato in questo contesto diventando negli anni, anzitutto attraverso il passaparola, un’occasione formidabile per incontrare la bellezza della grande letteratura come bene prezioso per la propria vita. E per tanti ha significato anche scoprire o riscoprire il gusto della lettura. Nelle ultime due estati si è inoltre tenuta a Brescia, in collaborazione con la nostra fondazione, la Summer School dell’associazione «Il rischio educativo», un’opportunità di formazione unica rivolta in primis agli insegnanti con l’intervento di un panel di relatori di assoluto livello.
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