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L’odio politico, la religione e il terremoto in Myanmar

  • Data 29 Marzo 2025

Il clima di odio politico che ormai respiriamo quotidianamente in piccola o grande scala ha un’origine religiosa? È quanto sostiene il noto psicanalista Massimo Recalcati in un articolo su Repubblica. Una tesi che viene contestata dal filosofo Giovanni Maddalena, in un intervento – che vi segnaliamo – sul sito tempi.it, perché «è un pensiero che non tiene conto né della logica né della teologia né, soprattutto, dell’esperienza religiosa effettiva». In questo caso fare di tutte le erbe un fascio non rende giustizia alla realtà dei fatti, anzitutto perché «non tutte le teologie sono uguali». Uscendo dai luoghi comuni occorre piuttosto considerare cosa sia l’esperienza religiosa. «Tutte le persone religiose, di qualsiasi religione – sottolinea Maddalena -, sanno che il rapporto con Dio è una relazione con qualcosa o qualcuno che è più di se stessi, la cui volontà è altra dalla propria perché è in ultimo misteriosa, ossia ultimamente imperscrutabile, non riconducibile alle dinamiche della mente umana. Come faceva ben capire la filosofia di Gianni Vattimo, una rivelazione che togliesse del tutto il mistero di Dio sarebbe pura secolarizzazione». E allora la violenza della società di oggi, che si esprime nella sua estrema polarizzazione, da dove viene? Nasce piuttosto – spiega Maddalena – «dall’opposto della religione, che è l’idolatria e, modernamente, l’ideologia. Essa significa mettere al posto di Dio qualcosa o qualcuno che non lo è affatto, che risponde o corrisponde ai nostri pensieri umani, e spesso al mero nostro piacere o desiderio, adorandolo come un dio. È un dio che è nostro possesso e di cui diventiamo schiavi». Che lo si chiami ordine sociale, eguaglianza, razza, classe, successo, denaro, partito, gruppo, clan, etc. tutto può essere trasformato in dio. «Lo comprendiamo – conclude il filosofo -, sappiamo che non è dio, che non parla, non comunica niente di diverso da ciò che già pensiamo, ma lo trasformiamo in dio pensando che l’affermazione sua sia l’affermazione nostra. È il dio dei (cattivi) filosofi, il dio della mente che è principio di violenza, mai il Dio vivente delle tradizioni popolari vissute da cuori di carne». Questa drammatica alternativa tra Dio e gli idoli dell’ideologia s’impone in modo ancora più bruciante davanti alle terribili immagini che scorrono in queste ore sul terremoto in Myanmar. Su questo vi segnaliamo da Avvenire l’articolo di Marina Corradi: «Immaginando i bambini sotto le macerie, torno a chiedermi con ribellione “perché”. Forse che non li sente piangere, Dio? Taccio, sotto lo schiaffo della domanda che da sempre scuote gli uomini davanti al dolore. Eppure. Qualunque sia il motore che squassa le faglie della terra e scatena gli uragani, tuttavia io sono certa che il mio Dio è con quelli là, nel buio. Cristo ancora in croce, accanto a ciascuno di quei bambini. E agli innocenti e ai peccatori, e anche ai peggiori. Nell’annichilimento che fatico a guardare, io so che il mio Dio non abbandona nessuno. E che pregare non è un inutile niente, generosa superflua aria, come pensa il mondo. È invece essere con quelle madri, con quei figli. Perché qualcuno li senta, e arrivi a salvarli. O almeno perché, in tanto buio, un’ostinata speranza li custodisca dalla disperazione». Essere cristiani non vuol dire appassire nelle proprie certezze solo per essere rassicurati. Con Dio è un dialogo vivo, e l’unica speranza è Gesù risorto che non lascia l’enigma (lo schiaffo della domanda, di quel «perché» davanti a tanto dolore) alla disperazione.    

«La Lode, la Grazia», il 6 aprile a Brescia il coro di Russia Cristiana

In preparazione alla Pasqua, domenica 6 aprile alle 17.15, nella chiesa di Santo Stefano alla Bornata, in via Bonatelli 16 a Brescia, è in programma un incontro con il coro di Russia Cristiana che proporrà canti e immagini della tradizione liturgica bizantino-slava. Un percorso di santità e bellezza per collaborare alla «profezia per la pace» di Papa Francesco. Verranno proposte le più belle icone russe, commentate nella loro impostazione artistica ma anche nel loro significato teologico. Per ciascun tema iconografico, terminato il commento, il coro esprimerà col canto la preghiera che nasce di fronte all’icona; i brani sono tratti dal grande patrimonio liturgico della polifonia slava. L’iniziativa è proposta dalla Fondazione San Benedetto insieme alle parrocchie del Buon Pastore, di San Francesco da Paola e di Santo Stefano. La partecipazione è libera.

Mese Letterario, le iscrizioni sono aperte

In molti si sono già iscritti alla quindicesima edizione del Mese Letterario che ha come titolo una frase di Woody Allen: «Leggo per legittima difesa». Una frase che dice molto sul valore della lettura come atto di libertà in un mondo in cui si legge sempre meno. Quest’anno il Mese Letterario propone tre serate in programma a maggio a Brescia, nell’auditorium Capretti degli Artigianelli.

Il primo incontro, l’8 maggio, con Valerio Capasa sarà dedicato a Luigi Pirandello nel centenario della pubblicazione di «Uno, nessuno e centomila». Il secondo appuntamento, il 15 maggio, con Edoardo Rialti avrà come protagonisti i tragici greci Eschilo, Sofocle ed Euripide. L’ultimo incontro, il 22 maggio, con Stas’ Gawronski sarà sullo scrittore americano, scomparso nel 2023, Cormac McCarthy, autore di opere memorabili come «La strada», «Non è un paese per vecchi», «Il passeggero». Per partecipare occorre iscriversi sul sito dell’Associazione Mese Letterario – utilizzare questo link – che organizza la rassegna in collaborazione con la Fondazione San Benedetto.


Recalcati sbaglia: l’odio di oggi non nasce dalla religione

Lo psicoanalista e scrittore scrive su Repubblica che il clima di violenza politica attuale ha origine nella “esclusione” derivante dal Dio Uno, mentre il pensiero laico e democratico sarebbe aperto e pacifico. Ma dimentica l’ideologia

di Giovanni Maddalena – da Tempi – 25 marzo 2025

In un recente articolo su Repubblica Massimo Recalcati riconduce il problema del clima d’odio politico diffuso al fondamentalismo religioso e, infine, parrebbe, alla religione tout court. Il Dio Uno, argomenta Recalcati, conduce inevitabilmente all’esclusione e alla violenza perché l’unicità impedisce l’apertura all’altro, al secondo, al Due, che è invece appannaggio del pensiero aperto, laico e democratico. È un vecchio adagio della tradizione illuminista che Recalcati cala nella situazione presente. Tuttavia, è un pensiero che non tiene conto né della logica né della teologia né, soprattutto, dell’esperienza religiosa effettiva.

Logicamente, la vicenda della religione che è violenta perché chiusa nell’Uno, nella solitudine della sua credenza, non funziona. L’unicità è esclusiva per natura. Ma questo vuol dire proprio la creazione dell’altro, del Due, anche se in chiave di esclusione e di nemico. Quando si ama una sola persona, si escludono le altre, ma per escluderle devo considerarle. L’Uno non ha alterità e dunque non la può nemmeno odiare. L’Essere di Parmenide non è esclusivo perché è tutto. Invece, è proprio la dialettica del Due che crea la violenza. Uno dei due vince e l’altro viene sopraffatto, uno è incluso e l’altro è escluso. È la dinamica colta da tanti autori come Schelling, Florenskij, Peirce, Lévinas. Tutti costoro hanno spiegato che, per sfuggire alla violenza dell’Uno e del Due, occorre un principio triadico. Ci deve essere un Terzo perché ci sia giustizia.

Dal principio logico segue anche quello teologico. Non tutte le teologie sono uguali, non tutti gli dèi sono Uno. Nelle religioni orientali spesso gli dèi hanno due facce, quella buona e quella cattiva, registrazione del fatto che il mistero dell’esistenza, il suo significato recondito, si manifesta alle volte in modi contraddittori. Il Dio cristiano poi è Trinità, cioè giustizia o il suo soprainsieme, carità e amore. Ciò non toglie che possa essere interpretato e vissuto non come tale, ma si tratta dei tradimenti del principio e non del principio stesso.

Infine, più importante, l’esperienza. Tutte le persone religiose, di qualsiasi religione, sanno che il rapporto con Dio è una relazione con qualcosa o qualcuno che è più di se stessi, la cui volontà è altra dalla propria perché è in ultimo misteriosa, ossia ultimamente imperscrutabile, non riconducibile alle dinamiche della mente umana. Gli aggettivi con cui l’esperienza religiosa chiama Dio dimostrano l’alterità totale che l’essere umano sente: incommensurabile, infinito, onnipotente, onnisciente. Anche nelle forme rivelative o rivelate, Dio continua a essere mistero e alterità. Come faceva ben capire la filosofia di Gianni Vattimo, una rivelazione che togliesse del tutto il mistero di Dio sarebbe pura secolarizzazione. Più semplicemente, Agostino di Ippona diceva che «se lo puoi comprendere, non è Dio» (si comprehendis, non est Deus).

La violenza della società attuale, la sua polarizzazione, nasce allora piuttosto dall’opposto della religione, che è l’idolatria e, modernamente, l’ideologia. Nella dinamica descritta, essa significa mettere al posto di Dio qualcosa o qualcuno che non lo è affatto, che risponde o corrisponde ai nostri pensieri umani, e spesso al mero nostro piacere o desiderio, adorandolo come un dio. È un dio che è nostro possesso e di cui diventiamo schiavi.

Ci sono idoli e ideologie grandi e piccoli: l’ordine sociale, l’eguaglianza, la razza, la classe; ma anche il successo, la carriera, il piacere, il denaro, la cultura; fino al partito, al gruppo, al clan, alla squadra di calcio. Tutto può essere trasformato in dio. Lo comprendiamo, sappiamo che non è dio, che non parla, non comunica niente di diverso da ciò che già pensiamo, ma lo trasformiamo in dio pensando che l’affermazione sua sia l’affermazione nostra. È il dio dei (cattivi) filosofi, il dio della mente che è principio di violenza, mai il Dio vivente delle tradizioni popolari vissute da cuori di carne.


Il sisma in Myanmar. «Penso a quei bambini nel buio, sotto un quintale di detriti»

di Marina Corradi – da Avvenire – 29 marzo 2025

Quando vedo le immagini dell’annientamento di un terremoto, come a Myanmar venerdì, penso sempre a ciò che non vedo: a quelli là sotto, intrappolati, vivi, nel buio.
Quello stesso venerdì pomeriggio il bambino di mia figlia, 3 mesi, strillava tanto che lo si sentiva dal cortile: semplicemente aveva fame. Allora ho pensato a quanti ce ne sono che gridano così, cercando il seno della madre, a Myanmar, vivi sotto le macerie. Quell’idea mi ha trafitto: ecco, ciò che non vedo. I bambini nel buio, sotto a quintali di detriti. E, subito, l’ umana ribellione: perché Dio lo permette?
Quando nel gennaio del 2005, a una settimana dallo tsunami, arrivai in Indonesia, a Banda Aceh, dall’aereo vidi una infinita distesa di melma nera, e ponti divelti, e Tir contorti, come dalla mano di un gigante rabbioso. I superstiti, seduti sui gradini delle case, lasciavano che gli ultimi cadaveri galleggiassero nella mota: sfiniti, incapaci ormai di seppellirli. Nella regione i morti furono oltre 160 mila. In quel deserto incrociai una decrepita jeep incrostata di fango. La guidava un missionario italiano, romagnolo, forte, i capelli bianchi. L’unico cristiano ammesso in quella terra islamica integralista, perché si prendeva cura dei bambini handicappati. Attonita davanti a ciò che vedevo gli domandai: ” Ma, perché?”
Il sacerdote, sporco di fango, esausto, si arrabbiò. ” Ma lei è cristiana? Non lo sa allora che è il nostro male, il male di noi tutti, anche il suo e il mio, quello che esplode in queste calamità?”. Quel prete era partito dall’ Italia nei primi anni ‘60. Del “nostro male”, dopo il ‘68, io bambina non avevo sentito molto parlare. Il nostro male, quanto: dalle guerre all’odio all’indifferenza, dall’invidia alla maldicenza, dall’omertà mafiosa agli aborti nel nome della legge. La risposta di quel missionario, nell’annientamento di Banda Aceh, mi aveva ammutolito.
Ma di nuovo, vent’anni dopo, immaginando i bambini sotto le macerie, torno a chiedermi con ribellione “perché”. Forse che non li sente piangere, Dio?
Taccio, sotto lo schiaffo della domanda che da sempre scuote gli uomini davanti al dolore. Incupita, distratta, faccio automaticamente le cose quotidiane.
Da Myamnar, dice il tg, ora si parla di decine di migliaia di morti. Vorrei potere spegnere dentro di me questo canale, questa informazione necessaria ma devastante.
Eppure. Qualunque sia il motore che squassa le faglie della terra e scatena gli uragani, tuttavia io sono certa che il mio Dio è con quelli là, nel buio. Cristo ancora in croce, accanto a ciascuno di quei bambini. E agli innocenti e ai peccatori, e anche ai peggiori. Nell’annichilimento che fatico a guardare, io so che il mio Dio non abbandona nessuno. E che pregare non è un inutile niente, generosa superflua aria, come pensa il mondo. È invece essere con quelle madri, con quei figli. Perché qualcuno li senta, e arrivi a salvarli. O almeno perché, in tanto buio, un’ostinata speranza li custodisca dalla disperazione.

Tag:ideologia, odio, religione

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Il secondo articolo che vi segnaliamo è un’intervista al Corriere del presidente della Fondazione per la Sussidiarietà Giorgio Vittadini per il quale la ricostruzione in Friuli dopo il terremoto è stata un modello di «collaborazione tra istituzioni e realtà sociali» che ha molto da dire anche per il presente. «Prima si diceva: più società, meno Stato. Ora abbiamo capito che serve più Stato e più società», sottolinea Vittadini. Soprattutto la sussidiarietà non è uno slogan o un principio astratto. «Non possiamo limitarci a una sussidiarietà fissata giuridicamente, perché se le comunità e i corpi intermedi non sono costituiti di persone che discutono e hanno interessi non corporativi, allora non funzionano. L’uomo solo al comando non dipende esclusivamente da una volontà accentratrice di potere, ma è anche responsabilità di una società senza ideali. La sussidiarietà rimette tutto in moto se ci si apre al confronto, se non si è corporativi, se accettiamo l’altro, se si superano le ideologie. Così diventa un fattore fondamentale di sviluppo. Ecco, in questa prospettiva la sussidiarietà può essere una chiave di volta, se non la si limita alla riserva indiana del Terzo settore o peggio ancora del privato. È tempo di riprendere un dialogo in Italia e nel mondo, che realtà diverse ragionino per il bene comune accettando la diversità». Oggi come cinquant’anni fa.

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