Intelligenza artificiale, dipendenza dagli smartphone e dai social network, multitasking mediatico, uso sempre più pervasivo delle tecnologie digitali, difficoltà a distinguere le notizie vere dalle fake news. Sono solo alcuni aspetti contrastanti del mondo in cui siamo quotidianamente immersi. Su questi temi, tra luci e ombre, vogliamo soffermarci nella nostra newsletter per stimolare la riflessione. Lo facciamo attraverso due articoli, che consigliamo di leggere, dell’epistemologo Gilberto Corbellini sul Sole 24Ore, e del direttore dell’Istituto Mario Negri Giuseppe Remuzzi su La Lettura. Entrambi gli interventi, che partono da approcci e punti di vista diversi, documentano alcune ricadute che l’impatto con le tecnologie digitali sta avendo sulle nostre vite e sul cervello umano, di cui occorre essere consapevoli. Un impatto che rischia di essere particolarmente aggressivo sui più giovani.
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Non si tratta assolutamente di demonizzare la tecnologia con inutili battaglie di retroguardia, fuori tempo massimo, o con altre idiozie del genere. Ci interessa invece utilizzarla in modo critico e consapevole; e questo è possibile. Tutto, come sempre, dipende dal soggetto, da ciascuno di noi. Come ha scritto recentemente lo scrittore Alessandro D’Avenia, se l’homo curvatus (quello che passa le sue giornate con lo sguardo curvato sullo smartphone e non si accorge più della realtà) «ha meno occhi non è colpa del telefono, ma di un cuore che quel telefono ha trovato vuoto». Così qualche giorno fa sul Corriere un lettore descriveva in una piccola lettera una scena emblematica: «Per un piccolo intervento, sono da pochi giorni in una camera d’ospedale a tre posti. Fino a ieri c’era anche Paolo, un degente boomer come me, andato via stamani. Da oggi ecco arrivare due sui 40 anni. Completamente rapiti dal cellulare, stanno distesi sul letto a guardarlo come un dio. Zero saluti, zero sguardi, zero di tutto. Con Paolo, invece, è bastato uno sguardo per conversare, sapere dove vive, che ha una figlia, che lui è in pensione, che non ha paura dei medici, prende farmaci e sta bene. In due giorni ci si è confidati giusto un po’, per rendere meno vuoto il tempo e non sentirsi soli. I due digitali 40enni invece… che tristezza l’adorazione di quel loro dio tascabile». Tutti temi su cui ci ripromettiamo di tornare presto anche con la proposta di iniziative ad hoc.
«La lode, la grazia», a Brescia il coro di Russia Cristiana
In preparazione alla Pasqua, domenica 6 aprile alle 17.15, nella chiesa di Santo Stefano alla Bornata, in via Bonatelli 16 a Brescia, è in programma un incontro con il coro di Russia Cristiana che proporrà canti e immagini della tradizione liturgica bizantino-slava. Un percorso di santità e bellezza per collaborare alla «profezia per la pace» di Papa Francesco. Verranno proposte le più belle icone russe, commentate nella loro impostazione artistica ma anche nel loro significato teologico. Per ciascun tema iconografico, terminato il commento, il coro esprimerà col canto la preghiera che nasce di fronte all’icona; i brani sono tratti dal grande patrimonio liturgico della polifonia slava. L’iniziativa è proposta dalla Fondazione San Benedetto insieme alle parrocchie del Buon Pastore, di San Francesco da Paola e di Santo Stefano. La partecipazione è libera.
Mese Letterario, le iscrizioni sono aperte
In molti si sono già iscritti alla quindicesima edizione del Mese Letterario che ha come titolo una frase di Woody Allen: «Leggo per legittima difesa». Una frase che dice molto sul valore della lettura come atto di libertà in un mondo in cui si legge sempre meno. Quest’anno il Mese Letterario propone tre serate in programma a maggio a Brescia, nell’auditorium Capretti degli Artigianelli.
Il primo incontro, l’8 maggio, con Valerio Capasa sarà dedicato a Luigi Pirandello nel centenario della pubblicazione di «Uno, nessuno e centomila». Il secondo appuntamento, il 15 maggio, con Edoardo Rialti avrà come protagonisti i tragici greci Eschilo, Sofocle ed Euripide. L’ultimo incontro, il 22 maggio, con Stas’ Gawronski sarà sullo scrittore americano, scomparso nel 2023, Cormac McCarthy, autore di opere memorabili come «La strada», «Non è un paese per vecchi», «Il passeggero». Per partecipare occorre iscriversi sul sito dell’Associazione Mese Letterario – utilizzare questo link– che organizza la rassegna in collaborazione con la Fondazione San Benedetto.
No, non siamo fatti per essere digitali
Oltre lo schermo. Il neurologo Cytowic inquadra le conseguenze negative dei dispositivi. E spiega perché il multitasking riduce efficienza e memoria
di Gilberto Corbellini – dal Sole 24Ore – 30 marzo 2025
Sono in costante aumento le prove che l’uso precoce e via via crescente con l’età dello smartphone e l’esposizione a contenuti digitali veloci (come TikTok, YouTube Shorts, Reels) possono avere un impatto sulla salute mentale, sullo sviluppo cerebrale e sulle funzioni cognitive dei giovani. Sono stati prodotti dati strutturali e funzionali a livello neurologico: studi di risonanza magnetica condotti dai National Institutes of Health dimostrano che l’uso intensivo di schermi nei bambini è legato a un assottigliamento delle aree della corteccia, soprattutto nelle regioni responsabili del linguaggio e delle funzioni esecutive. L’uso eccessivo dello schermo è stato associato a una riduzione dell’integrità di tratti di materia bianca (che influisce sulla velocità di elaborazione e sullo sviluppo del linguaggio). Non meno provata è la compromissione cognitiva, a livello di attenzione e concentrazione: ovvero che lo scorrimento e il multitasking mediatico portano a un’elaborazione più superficiale delle informazioni. Le persone memorizzano meno e peggio, mentre l’uso dello smartphone durante le lezioni (anche in modo passivo) compromette la qualità della registrazione di appunti, la comprensione e il rendimento nei test. Un esperimento ha mostrato che, se uno studente lascia a casa lo smartphone, è più performante di uno che lo tiene in tasca e ancora di più di uno che lo tiene spento sul banco.
Sul piano della salute mentale, ansia, depressione e solitudine rappresentano un rischio doppio rispetto alla norma per gli adolescenti che passano più di 5 ore al giorno davanti allo smartphone. E anche il rischio di ideazioni suicidarie è significativamente superiore alla norma. L’uso dello smartphone attiva il sistema di ricompensa dopaminergico (simile al gioco d’azzardo): il design delle app (scroll infinito, like, notifiche) incoraggia l’uso compulsivo e la disregolazione della dopamina. Naturalmente l’uso eccessivo di questi dispositivi ha un impatto negativo anche sul sonno e i ritmi circadiani, e porta a un declino di abilità sociali, tra cui l’uso della teoria della mente nelle negoziazioni e interazioni affettive (in gergo, si dice empatia). Ovviamente un uso moderato, educativo e attivo ha effetti positivi.
Tutti questi argomenti, che sono documentati da pubblicazioni scientifiche,vengono analizzati nell’ultimo libro del neurologo Richard E. Cytowic, un’autorità mondiale nello studio del cervello per i lavori pionieristici sulla sinestesia, una condizione in cui la stimolazione di una via sensoriale porta a esperienze automatiche e involontarie in una seconda via sensoriale – per esempio, “vedere” i suoni o “gustare” i colori. Cytowic inquadra le conseguenze negative dei dispositivi e degli ambienti digitali in una cornice evoluzionistica. Sostiene, con ottima logica, che la tecnologia moderna – in particolare gli schermi digitali, le app e i media – è in dissonanza con il funzionamento del nostro cervello. La mancata corrispondenza adattativa tra il nostro cablaggio neurale, che è rimasto quello del Pleistocene, e l’ambiente digitale in rapida evoluzione, crea problemi cognitivi diffusi, stress, distrazione e disregolazione emotiva.
I temi trattati a fondo nel libro riguardano quindi il disallineamento evolutivo,il sovraccarico sensoriale, il burnout emotivo, la trappola della dopamina, gli effetti potenzialmente devastanti su bambini e adolescenti e le strategie per affrontare il problema. L’autore combina sapientemente i fatti neuroscientifici con aneddoti personali e linguaggio accessibile, fornendo rigorose analisi scientifiche con stile accattivante. Non risparmia critiche puntuali e impietose alla superficialità con cui vengono diffusi i miti tecnologici più comuni (sulla utilità di procedure come il multitasking, o l’effetto socializzante di essere connessi, o che i problemi hanno origine nella tecnologia e non in noi, etc).
Il nostro cervello si è evoluto per sopravvivere in ambienti naturali dal ritmo lento, con interazioni faccia a faccia, stimoli limitati e routine. Il “cervello del cacciatore-raccoglitore” dava priorità alle minacce immediate, alla coesione sociale e alle ricompense tangibili. La vita moderna, al contrario, ci sommerge di notifiche continue, di contenuti a scorrimento infinito, stimoli artificiali (ad esempio, combinano innaturali di stimoli luminosi, feed algoritmici, etc.). Cytowic si riferisce a questo fenomeno come a un «complesso industriale della distrazione».
I media digitali sovra stimolano i sensi e dirottano l’attenzione. Il multitasking, tanto glorificato, in realtà riduce l’efficienza e la capacità di memorizzazione. L’input sensoriale cronico (visivo, uditivo, cognitivo) può causare ansia, disturbi del sonno riduzione della capacità affettive, affaticamento decisionale. Le app e le piattaforme sfruttano i nostri sistemi di ricompensa basati sulla dopamina. Come avviene nel gioco d’azzardo. I like e le condivisioni offrono ricompense variabili che creano dipendenza. Cytowic paragona i social media a stimoli sintetici che aggirano i nostri cicli di feedback naturali.
Il cervello in via di sviluppo dei bambini è particolarmente vulnerabile. L’eccessivo tempo trascorso sullo schermo ha un impatto sulla regolazione emotiva, l’immaginazione, sulle abilità sociali e i giovani saturi di schermi non sanno interfacciarsi con le emozioni degli altri perché non sono in grado di intercettarle affettivamente e cognitivamente. Uno studio del 2014 ha rilevato che i bambini privati degli schermi per 5 giorni hanno mostrato un miglioramento significativo nella lettura delle emozioni rispetto a un gruppo di controllo. Nel 2019 JAMA Pediatrics pubblicava i risultati di una ricerca da cui emergeva che l’aumento del tempo trascorso sullo schermo all’età di 2 anni è collegato a risultati di sviluppo più scarsi all’età di 3 e 5 anni.
Cha fare? Cytowic propone l’adozione di tecniche di riequilibrio funzionale, come il digiuno digitale e le pause dallo schermo, l’uso di pratiche di mindfulness per recuperare l’attenzione e esposizione alla natura come «pulsante di reset» neurologico. Per recuperare sul piano dell’interazione sociale: si dovrebbero privilegiare le relazioni di persona, cioè vis à vis, e limitare la comunicazione digitale quando possibile. Inoltre, per evitare disturbi del sonno non si devono guardare schermi 1-2 ore prima di andare a letto e si deve regolare l’esposizione alla luce per ripristinare i ritmi naturali del sonno. Per quanto riguarda direttamente l’uso di queste tecnologie e piattaforme si dovrebbe privilegiare il monotasking, invece del multitasking, e utilizzare strumenti offline per il pensiero, la creatività e la memoria.
Le nuove tecnologie sfidano la memoria
Non ricordiamo i numeri di telefono? Ci pensa lo smartphone. Non sappiamo muoverci in una città? Ci pensa Google Maps. Siamo incapaci di scrivere un elaborato? Ci pensa ChatGPT. Da tempo la scienza affronta la questione: qualcuno è scettico (un po’ come lo era Socrate verso la scrittura), qualcuno entusiasta. Ecco cosa può succedere al nostro cervello
di Giuseppe Remuzzi – da La Lettura – 30 marzo 2025
Come la mettiamo con l’«altra memoria», quella che sta fuori di noi, per intenderci, quella di internet o dell’Intelligenza artificiale? I nostri processi mentali si adatteranno pian piano alla tecnologia che cambia ed evolveranno in rapporto ai nuovi strumenti che avremo a disposizione? Se lo sono chiesto già qualche anno fa scienziati di New York e di Boston. Rispondere a queste domande non è affatto facile, ma dobbiamo partire dal presupposto che il nostro cervello è uguale a quello di 40 mila anni fa; con il passare del tempo abbiamo semplicemente imparato a servircene in modo diverso. Ed è così da sempre: confrontato con nuove sfide, il cervello trova nuovi modi per affrontarle. È così che siamo passati da un cervello usato soprattutto per ricordare a un «cervello capace di leggere». Nemmeno allora fu facile. Socrate per esempio pensava che scrivere e leggere fossero attività che denigravano l’intelletto. Lui, che non scrisse mai nulla, considerava vivo solo il linguaggio parlato. «Se non ci sarà più bisogno di imparare a memoria quello che vogliamo trasmettere agli altri la società finirà per impoverirsi». Ma Socrate non aveva fatto in tempo ad apprezzare quanto scrivere aiuti a scoprire nuove strade. Fosse vissuto altri cinquant’anni forse avrebbe cambiato idea. A mano a mano che si diffondeva l’alfabeto, in Grecia si diffondevano l’arte, la filosofia, la scienza…
Oggi il cervello si confronta con un’altra rivoluzione: i ragazzi si parlano su WhatsApp, e non c’è più nemmeno bisogno di scrivere, abbiamo macchine che scrivono, leggono e traducono per noi. Adesso immaginiamo di trovarci in una città che non conosciamo e che Google Maps non funzioni. «Accidenti, s’è persa la connessione… chi chiamo adesso? Non conosco nessuno. Un vigile, forse, mi può aiutare; o la polizia. Potrei chiedere di chiamare a casa, o qualche amico, certo, basta fare così… e il numero?» (Arriverà il momento in cui perdere la connessione – o perdere il telefono – sarà peggio che perdere un amico).
E questo è niente, c’è di peggio. La dipendenza dalla tecnologia può renderti incapace di far fronte a imprevisti anche banali con cui ormai non siamo più abituati a confrontarci. I medici gli hanno anche dato un nome, «brain rot», come dire che a forza di dipendere dalla tecnologia il cervello progressivamente si deteriora. C’è anche un altro termine: «digital amnesia» (potresti perdere la memoria perché, a forza di internet e Intelligenza artificiale, non la usi più). Diverse ricerche ci dicono che non è fantascienza ma potrebbe succedere davvero. Per esempio non ricordiamo quasi più i numeri di telefono. Un altro esempio? Chi è abituato a usare il navigatore fa più fatica a ricordare il nome delle strade; e c’è di più, uno studio del 2020 dimostra come la memoria spaziale, di chi usa sempre il Gps per muoversi, si deteriora molto più rapidamente di chi se ne serve poco o affatto.
Qualcuno arriva a dire che Google ci renderà stupidi,ma le cose probabilmente sono più complesse. Anche se, fra il grande pubblico, sono sempre di più quelli che si chiedono «perché devo mettermi in testa un sacco di cose quando ho uno smartphone in tasca e faccio prima a cercare su Google che nella mia memoria?». Una domanda così gli scienziati se la pongono da tanto tempo. Il problema è stato studiato a fondo: gli studi di Betsy Sparrow della Columbia University, nel 2011, dimostrarono che, di fronte a domande complesse, la prima cosa che uno pensa è di andare a cercare la risposta proprio su Google. E s’è visto anche che quello che sappiamo di trovare in internet («Qual è la capitale del Madagascar?») tendiamo a dimenticarlo, mentre ricordiamo con più facilità quello che non troveremo mai in rete.
Ma allora è vero che l’uso frequente di internet indebolisce la memoria?Forse, o forse no: altri ricercatori, fin dal 2018, hanno messo in dubbio l’intera costruzione teorica basata sui dati di Sparrow per il semplice fatto che non sono mai riusciti a riprodurli. Chi ha ragione? A dirla tutta non lo sappiamo ancora; negli ultimi anni ci si è concentrati sul problema del sovraccarico cognitivo per capire se Google, ammesso che indebolisca la memoria, aiuti almeno un po’ a liberare il cervello da cose che non è poi così importante ricordare. Facciamo attenzione però a non confondere l’effetto della tecnologia con quello dell’età (questa sì, tende a indebolire la memoria), senza contare che la gigantesca quantità di informazioni dalle quali siamo bombardati ogni giorno potrebbe darci la falsa impressione di perderla un po’, la memoria.
E l’Intelligenza artificiale? Quale sarà l’effetto sulla nostra memoria? Quanto internet? O forse anche di più? Rispondere a queste domande è ancora più complesso. Strumenti come ChatGPT avranno certamente un impatto sulla nostra capacità di apprendere (e sulla nostra memoria), non necessariamente negativo, tutt’altro, e forse più sofisticato di quanto non sia successo in tutti questi anni con internet. Ma anche qui ci sono opinioni molto diverse: certi scienziati sostengono che gli strumenti basati sull’Intelligenza artificiale cambieranno sicuramente il nostro modo di ricordare, altri invece hanno ragioni per ritenere che l’Intelligenza artificiale generativa avrà qualche effetto sul nostro cervello ma non molto diverso da quello che abbiamo sperimentato con internet.
Il problema è reso ancora più complicato dal fatto che quando ci rivolgiamo a Large Language Models (LLMs)per avere in tempo reale risposte alle nostre domande, potremmo ricevere informazioni sbagliate, se quelle poi si fissano nella nostra testa finiremo per ricordare cose non vere, quando non alterate ad arte. C’è persino il rischio che qualcuno finisca per confondere la memoria dell’Intelligenza artificiale con la propria. E pensare che Socrate considerava vivo solo il linguaggio parlato ed esortava i suoi allievi a tenersi lontani dallo scrivere. Oggi sappiamo che scrivere aiuta a pensare, e chissà che affidarsi all’Intelligenza artificiale non ci faccia perdere almeno un po’ queste capacità. C’è preoccupazione, per esempio, fra i professori delle università di tutto il mondo sul fatto che gli studenti usino l’IA per preparare i loro elaborati, con il rischio di non imparare niente, perché è l’esercizio di scrivere secondo Helen Pearson (giornalista scientifica, per oltre vent’anni a «Nature», autrice di un bellissimo testo pubblicato in questi giorni) che aiuta a pensare in modo critico e ad avere, di conseguenza, idee originali.
Non chiedetemi se sarà davvero così, non lo so, non lo sa nessuno.Il mio parere è che i passi avanti della scienza e della tecnologia di solito fanno più bene che male, e c’è da scommettere che sarà così anche questa volta. Un articolo, pubblicato da «Nature» qualche giorno fa, mostra come l’interazione fra le versioni più avanzate di ChatGPT, per esempio ChatGPT-4, consente di imparare in modo originale e innovativo, ma anche profondo. Secondo Amanda Heidt — scrive anche lei per «Nature» — conversare con chatbot è utilissimo per gli studenti universitari durante il periodo della specializzazione: aiuta a perfezionare il linguaggio, capirne le sfumature, apprezzarne la complessità (a parte il fatto che l’IA ti consente di identificare rapidamente le pubblicazioni di letterati, filosofi o scienziati, per esempio, che ti aiuteranno ad approfondire un determinato argomento senza perdere tempo a cercare quello di cui hai bisogno fra un’enorme massa di informazioni).
C’è chi è scettico comunque, e l’argomento è sempre lo stesso: «La macchina non sostituirà mai l’uomo», «la macchina dà informazioni non veritiere», «facciamo attenzione alle fake news», insomma «guai a voi (studenti) se userete l’Intelligenza artificiale per fare i compiti». Ma la maggior parte degli scienziati sostiene che grazie all’Intelligenza artificiale gli studenti risparmiano un sacco di tempo, imparano moltissimo e le informazioni che vengono da chatbot nella stragrande maggioranza dei casi sono corrette. «L’intelligenza artificiale — leggiamo su “Nature” del 6 marzo — va al di là del saper riassumere e correggere gli errori, adesso gli studenti imparano da “AI professors” anche più e meglio di quanto non succeda a lezione».
Siamo solo all’inizio, sono processi estremamente complessi e per quanto i ricercatori siano al lavoro per capire i rapporti tra questa tecnologia e il nostro cervello non aspettiamoci di avere risultati conclusivi nel giro di poco tempo, in particolare rispetto alla memoria. Certo, perché i ragazzi possano continuare ad avere un cervello capace di leggere nell’era digitale glielo si dovrà insegnare, come si è fatto con i bambini dislessici. Leonardo se l’è cavata da solo, con fatica. «Diranno — scriveva — che essendo senza lettere non potrò farmi capire». Si sbagliava.
In questi giorni ha fatto discutere la decisione del gip di Milano che ha respinto la richiesta di convalidare la detenzione in carcere di Youssef Siher, il trentenne considerato la mente del cosiddetto Movimento 17 ottobre. Va precisato che non si tratta di un’assoluzione e che le indagini vanno comunque avanti. Semplicemente per il giudice mancavano i presupposti per convalidare il fermo chiesto dalla procura. Al di là del caso particolare, vogliamo tornare su questa vicenda perché rivela qualcosa di sostanziale sulla nostra democrazia e sulla distanza siderale che c’è tra lo stato di diritto e l’ideologia della violenza. Qualcosa che magari sfugge o viene dimenticato nel gioco continuo delle contrapposizioni e nel chiasso delle opposte propagande. Su questo tema vi invitiamo perciò a leggere la lettera di Letizia Moratti pubblicata dal Foglio. Spiega bene in cosa consista la superiorità di una democrazia autentica. Scrive: «Proprio lo stato rappresentato come un nemico da combattere e abbattere ha garantito a Siher un giudice indipendente. Gli ha garantito il diritto alla difesa. Gli ha garantito la presunzione di innocenza. Ha sottoposto l’azione della propria Procura al controllo di un’altra autorità giudiziaria. E quando quel giudice ha ritenuto che non vi fossero i presupposti per convalidare il fermo, lo stato ha aperto la porta della sua cella. È difficile – continua – immaginare una dimostrazione più limpida della forza della democrazia e, al contempo, il fallimento meschino dell’ideologia rivoluzionaria e della deriva autoritaria propugnata da Siher. La democrazia autentica non si misura da come tratta chi la applaude. Si misura da come tratta chi la contesta. Persino chi la disprezza. Persino chi vorrebbe sovvertirla con la violenza». Moratti poi aggiunge: «La violenza divide il mondo tra amici e nemici. La democrazia riconosce diritti. La violenza pretende di imporre la propria verità. La democrazia accetta che un giudice possa dire no persino allo stato. La violenza cerca colpevoli. La giustizia cerca responsabilità provate. Questo non significa essere deboli. Al contrario».
Questa settimana siamo stati accompagnati dalle immagini degli scontri e delle devastazioni di cui sono stati protagonisti ragazzi, tra cui molti poco più che adolescenti, in diverse città a cominciare da Milano. Una settimana fa mentre scrivevamo dei due minorenni della minicar che a Roma se ne andavano in giro a colpire i passanti come in un gioco demenziale, nelle stesse ore via social centinaia di ragazzini venivano convocati all’assalto di vetrine e negozi in un’esplosione di violenza e di rabbia collettiva. Naturalmente non entriamo qui nelle questioni di ordine pubblico che per contrastare il dilagare della violenza esigono anche adeguate azioni di repressione. E senz’altro interroga anche il fatto che la presunta mente delle convocazioni via social sarebbe un giovane, peraltro residente nel Bresciano, plurilaureato con master, non insomma un emarginato proveniente da qualche periferia degradata.
Ci interessa invece, e non certo da oggi, il tema dei giovani e della manipolazione di cui sono oggetto. In questi giorni abbiamo letto tanti commenti. Tra questi ve ne proponiamo due che si distolgono dalle diverse narrazioni ideologiche cercando di guardare oltre gli aspetti immediati ed emotivi della questione con una preoccupazione costruttiva. Il primo è dello psicanalista Massimo Recalcati su Repubblica, il secondo è di Luciano Violante che ha rilasciato un’intervista al Quotidiano Nazionale.
«Lo abbiamo fatto per divertimento, ci annoiavamo». Hanno confessato così i due minorenni che a Roma a bordo di una minicar sono stati protagonisti nelle ultime settimane di sei aggressioni a pedoni, ciclisti, persone in monopattino. Hanno agito «senza mostrare pentimento, senza dare l’impressione di avere piena coscienza della gravità di ciò che avevano fatto», riferiscono i verbali della confessione. Osserva Concita De Gregorio su Repubblica: «resto con la sensazione che sia qui il nodo del guasto, quello che non sappiamo dei giovanissimi, eppure non so metterlo a fuoco fino in fondo. Non hanno piena coscienza. Come se il mondo fosse un videogioco, un film d’azione, come se non esistesse la responsabilità: le conseguenze delle cose. Zero, nessuna conseguenza, nemmeno il timore di essere scoperti. Hanno parcheggiato la minicar sotto casa. Il giorno dopo sono tornati a scuola».
Questa vicenda insieme a tutti gli elementi sconcertanti che porta con sé fa venire a galla l’urgenza di ritrovare un vero rapporto con la realtà della vita, delle persone, delle cose, di diventare coscienti di ciò che siamo, di uscire dal grande «videogioco» in cui si rischia di restare intrappolati. Una questione da cui nessuno può chiamarsi fuori, che riguarda tutti, tanto i ragazzi quanto gli adulti. Proprio in questi giorni lo scrittore Marco Lodoli, che per molti anni ha insegnato lettere nelle scuole professionali della periferia romana, sull’Osservatore Romano parlando del Deserto dei Tartari di Dino Buzzati sottolinea che «tutti gli adolescenti hanno abitato per qualche tempo, tanto o poco, nella Fortezza Bastiani, davanti al deserto dei Tartari, affascinati e spaventati dalla stasi assoluta, dal rifiuto di partecipare alla giostra del mondo» in attesa della «grande occasione, del momento glorioso in cui la vita si presenterà squillando e tambureggiando sotto forma di un grande amore, di un viaggio avventuroso, di una scelta inevitabile ed eroica». Ma la storia del sottotenente Drogo, il protagonista del romanzo di Buzzati, svela la trappola e mostra «il pericolo di vivere solo come spettatori, affacciati a una finestra immobile o nel buio perenne sotto qualche palcoscenico», rilanciando – scrive Lodoli – «la volontà di esistere, di crearsi una vita vera, magari confusa, traballante, ma comunque incamminata lungo una strada reale». Su questa strada reale si muove anche il nostro tentativo come Fondazione San Benedetto con un’attenzione concreta a sostenere i giovani nel loro percorso di educazione e di formazione. In questo quadro rientra la nuova iniziativa che prevede ogni anno un programma di dieci borse di studio a favore di studenti meritevoli provenienti da famiglie in difficoltà economica iscritti a istituti tecnici o professionali paritari cattolici nelle province di Brescia, Bergamo e Milano. L’iniziativa raccoglie l’appello lanciato un anno fa da Papa Leone alla rete degli istituti scolastici cattolici perché sia garantito l’accesso ai più poveri, sostenendo famiglie fragili e promuovendo borse di studio e politiche inclusive.
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