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«Fare figli non è un dovere sociale, ma lo consiglio»

  • Data 12 Luglio 2025

Ci siamo occupati più volte della crisi demografica. Un tema reale delle cui ripercussioni sul nostro sistema di vita spesso non si è ancora pienamente consapevoli. In questi giorni si è tornati a parlare, come succede ciclicamente, di misure a sostegno della maternità che sarebbero allo studio del governo. Vedremo nei prossimi mesi se si tradurranno in fatti concreti. Al di là di tali questioni (senz’altro importanti, ci mancherebbe) però qui vogliamo soffermarci sul tema della natalità non dal punto di vista sociale o politico, ma personale. Lo facciamo riproponendovi un recente articolo di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera che vi invitiamo a leggere. «Consiglio di fare figli», scrive. Parole che possono far discutere ma che ribaltano una prospettiva che in nome dell’autonomia individuale tende a limitare il contatto umano generando a lungo andare solo isolamento e solitudine.

Pasolini e Testori davanti al Romanino

Questa settimana si è svolta a Brescia, con il sostegno della Fondazione San Benedetto, la Summer School dell’associazione «Il rischio educativo» sul tema «Arte e realtà, la bellezza per conoscere». Molto qualificata la partecipazione con oltre settanta iscritti fra insegnanti, dirigenti scolastici e docenti universitari, con presenze anche dall’estero. Di grande interesse i diversi momenti di lavoro che hanno spaziato dall’arte alla musica, dalla fotografia al cinema, fino alla letteratura. Fra questi molto bella la visita alla Cappella del Santissimo Sacramento nella chiesa di San Giovanni con i dipinti del Romanino e del Moretto. Un’occasione per apprezzare soprattutto le opere del Romanino e che ha visto la lettura dialogata di alcuni stralci di due interventi di Pier Paolo Pasolini e di Giovanni Testori sul pittore bresciano, anticipatore del Caravaggio ed emblematico rappresentante di quella «pittura della realtà», secondo l’espressione di Roberto Longhi, che ancora oggi a cinquecento anni di distanza commuove e colpisce.

Un momento della serata sul Romanino nella Cappella del Sacramento

Pasolini e Testori avrebbero dovuto partecipare insieme a un dibattito a Brescia nel 1965 in occasione della storica mostra sul Romanino nel Duomo vecchio. Testori però all’ultimo non partecipò. Di quel dibattito ci è rimasto l’intervento di Pasolini, mentre Testori, una decina d’anni dopo, dedicherà un libro alla Cappella del Sacramento, edito dalla Grafo. Da queste fonti sono stati ripresi i testi letti l’altra sera in San Giovanni, come in un dialogo a distanza, da Giuseppe Frangi, nipote di Giovanni Testori, e dal professor Onorato Grassi. Prossimamente ne proporremo la trascrizione sul nostro sito.


Noi, i figli e il nobile egoismo

di Aldo Cazzullo – dal Corriere della Sera – 22 giugno 2025

Le storie e gli articoli migliori sono quelli di cui, leggendoli, a un certo punto ti viene da dire: «de te fabula narratur», la storia parla di te. Ieri sul Corriere Maurizio Ferrera ha scritto un bellissimo editoriale sulla crisi demografica, in cui a un certo punto si legge questa frase: «In una società laica e liberale, le persone hanno il diritto di scegliere il proprio progetto di vita senza subire prediche paternalistiche». Ovviamente è una frase giusta. Eppure da tre anni a questa parte infliggo prediche paternalistiche un po’ a tutti i giovani con cui lavoro. Fare una trasmissione tv significa dividere un pezzo importante di vita con diverse categorie di lavoratori: registi, producer, operatori, fonici, truccatori, autori, ovviamente di entrambi i sessi. Tra questi, il più anziano ha diciassette anni meno di me; gli altri sono tutti più giovani. A tutti loro ho consigliato e consiglio di fare figli. Nella nostra piccola comunità ne sono già nati due, Gabriele ed Edoardo, e altri sono in arrivo (naturalmente sarebbe accaduto comunque). Ha ragione Ferrera: le prediche paternalistiche sono insopportabili. Però talora possono rivelarsi utili.  Premessa: qui non stiamo parlando di politica. Non ci sarebbe molto da dire. Lo Stato non può fare prediche, imporre o anche solo caldeggiare stili e scelte di vita. La maternità e la paternità non sono un dovere sociale, a differenza di quello che si è sostenuto per secoli: si possono lasciare tracce di sé ed essere felici anche senza diventare madri e padri, e ci mancherebbe. Il compito dello Stato è rimuovere gli ostacoli e le discriminazioni, fornire aiuti e servizi, e mettere così tutti e ciascuno nelle condizioni di decidere liberamente se diventare genitore o no.

Qui però stiamo parlando della nostra sfera personale. Personalmente, appunto, penso che la cosa di gran lunga più importante della mia vita sia stata diventare e fare il padre. Ho due figli. Mio fratello ne ha tre. Se anche vendessi un miliardo di copie del prossimo libro (e temo non accadrà), mio fratello resterebbe una persona più ricca di me. Nello stesso tempo, la paternità e la maternità non sono mai un fatto di numeri: ogni figlio è unico, irriproducibile, irripetibile, preziosissimo. Poi il prodigio delle famiglie e delle comunità – un condominio, un paese, un quartiere, un luogo di lavoro, una parrocchia – è che i figli degli altri diventano persone care e arricchiscono le nostre vite. Per questo il reato e il peccato che percepiamo come il più grave è fare del male a un bambino. A coloro che fanno del male a un bambino, Gesù non dice: sarete perdonati. Dice: fareste meglio a legarvi una macina da mulino al collo e a gettarvi in mare.

I figli sono le uniche persone che amiamo più di noi stessi; non a caso, i figli non possono capire l’amore dei genitori, fino a quando non lo diventano a loro volta. Se penso alle volte in cui sono stato più felice nella mia vita, penso a quando ho visto i miei figli fare cose che io non so e non saprò mai fare. Conosco l’obiezione: questo è egoismo. È possibile. L’egoismo non è il più nobile tra i sentimenti umani. Ma è il motore della vita e della storia. L’uomo non è un angelo. È grazie all’egoismo se siamo vivi e non ci siamo estinti. L’egoismo è riprovevole; ma è fecondo. Le nostre nonne e i nostri nonni che hanno ricostruito l’Italia dalle macerie della guerra non erano mossi dalla solidarietà, dalla bontà, dall’altruismo (certo più diffusi allora di adesso); erano mossi dalla feroce volontà di non soffrire più la fame. Per questo le nostre nonne avevano l’ossessione del cibo e cucinavano tutto il giorno: non volevano che i nipoti patissero quel che loro avevano patito. Per questo i nostri genitori avevano l’ossessione dello studio e ci ripetevano di studiare: perché credevano nella cultura e nella tecnica come strumento di elevazione sociale. Forse anche per questo oggi noi facciamo sempre meno figli: perché temiamo di mettere al mondo degli infelici, e temiamo diventando genitori di perdere quote di libertà, quindi di felicità.

Se l’egoismo è fecondo, il narcisismo è sterile per definizione. Narciso si innamora della propria stessa immagine, non può possedersi, e quindi muore di inedia. Lo specchio di Narciso oggi è il telefonino. Passiamo la giornata a far sapere al mondo quello che pensiamo, vediamo, mangiamo; e siccome al mondo di noi non importa molto più di nulla, viviamo nella frustrazione di dover alzare la voce, a costo talora di calunniare e insultare. Il narcisismo basta a se stesso. I grandi narcisi che ho conosciuto erano persone – spesso affascinanti – che non volevano figli. Questo non significa ovviamente che chi non desidera figli sia narciso. E neppure che chi desidera figli sia migliore di chi non li vuole. Ripeto: non stiamo parlando di demografia. Ci sarebbe poco da discutere. È evidente che non è sostenibile una società che fa un terzo dei figli che si facevano all’apice del boom economico, e la metà di quelli che si facevano in guerra, nel 1917, l’anno di Caporetto, e nel 1943, l’anno dell’8 settembre. È evidente pure che non basterà far arrivare tutti gli immigrati di cui pure abbiamo bisogno, e che sono nella stragrande maggioranza mossi dal legittimo desiderio di un futuro migliore, per costruire una società attorno a quei valori di libertà, democrazia, giustizia sociale, rispetto delle donne per cui le nostre madri e i nostri padri si sono battuti. L’unica soluzione, oltre ad accogliere e integrare gli immigrati, è aiutare in ogni modo, dagli sgravi fiscali ai servizi per l’infanzia, coloro che desiderano diventare genitori. E magari bastassero assegni e asili nido.

Occorre anche ricostruire la fiducia nel nostro Paese, nell’avvenire, in noi stessi. Però qui stiamo parlando di felicità personale. E quindi stiamo lasciando il porto inquietante ma sicuro dell’analisi politica ed economica per entrare in quello indefinibile e mutevole dell’animo umano. Per la mia generazione, cresciuta senza guerre, gli eroi sono i campioni dello sport. Chiedete a Rafael Nadal di scegliere tra le sue 14 vittorie su 14 finali al Roland Garros, e il primogenito che si chiama come lui (il secondo è in arrivo); non avrà esitazioni. Gustavo Thoeni non mi parlava dell’oro olimpico o della leggendaria rimonta ai Mondiali di Sankt-Moritz; mi parlava della sua massima felicità, fare sci alpinismo con le sue tre figlie. Sandro Mazzola considera la sua più grande soddisfazione professionale non la Coppa dei Campioni vinta nel 1964 con l’Inter contro il Real Madrid, ma il fatto che Ferenc Puskás alla fine della partita gli abbia detto: «Ragazzo, io ho giocato contro tuo padre Valentino. Sei davvero degno di lui». Lo ripeto: chi desidera figli non è migliore di chi non li desidera. E fare figli può anche essere considerata una forma di egoismo. Ma chi ha la fortuna di diventare genitore, e comunica agli altri la propria gioia, la propria felicità, il proprio entusiasmo, non è un egoista; compie il più grande gesto di altruismo possibile.

Tag:crisi demografica, Giovanni Testori, natalità, Pasolini, Romanino

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A proposito di bellezza, lunedì scorso nella sede della San Benedetto un gruppo di amici si è ritrovato per vedere insieme il film «Andrej Rublëv», capolavoro del regista russo Andrej Tarkovskij realizzato a metà degli anni ’60. Ruota attorno alla figura di Rublëv, grande pittore di icone vissuto fra il XIV e il XV secolo in una Russia travolta dalle scorrerie delle orde tartare. La celebre icona della Trinità è la sua opera più famosa. È «il dipinto più bello del mondo», scrive Adriano Sofri in un articolo (lo potete leggere sul nostro sito) pubblicato tre anni fa sul Foglio, raccontando le vicissitudini odierne dell’icona nella Russia di Putin. Ecco la Fondazione San Benedetto, oltre agli incontri pubblici attraverso cui in tanti ci hanno conosciuto, è prima di tutto un luogo di incontro e di amicizia nel quale semplicemente ci si può trovare una sera per vedere un grande film e fare un’esperienza reale, non artificiale, di bellezza. 

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