Pier Paolo Pasolini e Anna Laura Braghetti, due storie che ci parlano
Pier Paolo Pasolini e Anna Laura Braghetti, due storie che ci parlano
Data 8 Novembre 2025
Pier Paolo Pasolini, di cui il 2 novembre sono stati ricordati i cinquant’anni della sua uccisione. Anna Laura Braghetti, brigatista rossa, morta giovedì a 72 anni, che fu carceriera di Aldo Moro e che nel 1980 sparò uccidendolo al vicepresidente del Csm Vittorio Bachelet. È di loro, di Pasolini e di Braghetti, che vogliamo occuparci in questa newsletter soprattutto per «fissare il pensiero» su alcuni spunti che la loro storia personale ci offre e che riteniamo significativi per noi oggi. Su Pasolini vi proponiamo un intervento del filosofo Massimo Borghesi, che lo definisce «un grande intellettuale, come pochi in Italia nel corso del Novecento» capace di interpretare con largo anticipo i cambiamenti che ora stiamo vivendo.
Pier Paolo Pasolini
In particolare Borghesi si sofferma sulla posizione di Pasolini rispetto al ’68: «L’antifascismo inteso come progressismo,cioè come lotta alla reazione, per Pasolini non era più alternativa democratica, ma il modo con cui si realizzava un nuovo fascismo. Questa è l’intelligenza di Pasolini sul passaggio tra anni Sessanta e Settanta: vede nascere una nuova ideologia apparentemente progressistama funzionale a un nuovo potere di destra». Per Borghesi Pasolini, a differenza di Marcuse, è disincantato, «capisce che il ’68 è rivolta della borghesia, non del proletariato: non trovi un operaio nella rivolta del ’68. È una rivolta degli studenti, dei figli della buona borghesia delle città. E qual è il messaggio del ’68? Un nuovo individualismo di massa. Serve ad abbandonare – contestare, distruggere – i vecchi valori cristiano-borghesi del dopoguerra, e così crea l’uomo a una dimensione: senza radici, senza legami, contro famiglia ed elementi comunitari. Favorisce un individualismo di massa egoistico e solipsistico, trionfo della società borghese allo stato puro».
Pasolini non aveva quindi intravisto già molti anni fa il mondo in cui oggi siamo immersi? Non ci sono dubbi. Per questo val la pena leggerlo e rileggerlo. E come Fondazione San Benedetto l’abbiamo messo più volte a tema negli incontri del Mese Letterario, già sin dalla prima edizione (i video li trovate qui sul nostro canale YouTube).
Sulla storia di Anna Laura Braghetti vi invitiamo invece a leggere l’articolo di Lucio Brunelli apparso sull’Osservatore Romano. Dopo aver ripercorso le sue tappe come terrorista, Brunelli sottolinea che poi in Braghetti maturò il pentimento: «Un pentimento graduale e autentico, quindi lancinante, consapevole del terribile male compiuto. E compiuto – questo il paradosso più drammaticodi quella storia – in nome di un ideale di giustizia». Fino all’incontro in carcere con il fratello di Bachelet. «Da lui – raccontava Braghetti – ho avuto una grande energia per ricominciare, e un aiuto decisivo nel capire come e da dove potevo riprendere a vivere nel mondo e con gli altri. Ho capito di avere mancato, innanzitutto, verso la mia propria umanità, e di aver travolto per questo quella di altri. Non è stato un cammino facile».
Anna Laura Braghetti durante il processo per l’omicidio di Aldo Moro
A un convegno sul carcere organizzato dalla Caritas, qualche tempo dopo – ricorda Brunelli -, «la Braghetti incontrò il figlio di Bachelet, Giovanni. Si riconobbero e si salutarono. Giovanni le disse: “Bisogna saper riaccogliere chi ha sbagliato”. Anna Laura commentò: “Lui e i suoi familiari sono stati capaci di farlo addirittura con me. Li ho danneggiati in modo irreparabile e ne ho avuto in cambio solo del bene”». Questa la conclusione di Brunelli: «Forse sono ingenuo o forse è la vecchiaia ma ogni volta che leggo queste pagine mi commuovo nel profondo. E penso che solo un Dio, e un Dio vivo, può fare miracoli così».
Dove va a finire lo Stato sociale, incontro a Brescia il 24 novembre
Lunedì 24 novembre alle 18 a Brescia in via San Martino 18 (palazzo Martinengo – Sala del camino), su iniziativa della Fondazione San Benedetto e della Fondazione per la Sussidiarietà si terrà l’incontro sul tema «Dove va a finire lo Stato sociale». L’iniziativa è stata promossa, in collaborazione con il Comune di Brescia, in occasione della pubblicazione del rapporto «Sussidiarietà e welfare territoriale»che sarà illustrato dal professor Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà. Introdotti dal presidente della Fondazione San Benedetto Graziano Tarantini, interverranno al dibattito che seguirà Laura Castelletti, sindaca di Brescia, Mario Mistretta, presidente della Fondazione Comunità Bresciana, Giuseppe Pasini, presidente del Gruppo Feralpi, e il professor Claudio Teodoridel Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Brescia. In quale stato di salute versa il nostro sistema di welfare? Sta assolvendo adeguatamente alla sua funzione universalista? Come sta incidendo sull’andamento della povertà e delle disuguaglianze? Sta svolgendo l’altro suo importante compito, quello di essere motore di sviluppo? Queste le domande principali che hanno guidato la ricerca. La partecipazione all’incontro è aperta a tutti sino a esaurimento posti. Si raccomanda la puntualità. È gradita la registrazione a questolink
Online il video dell’incontro con Andrea Tornielli, «Da Francesco a Leone, le nuove sfide per la Chiesa»
È online sul nostro canale Youtube (qui il link) il video dell’incontro promosso dalla Fondazione San Benedetto con Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, sul tema «Da Papa Francesco a Papa Leone, le nuove sfide per la Chiesa».
Pasolini e il ’68: la profezia dimenticata sull’individualismo di massa
di Massimo Borghesi*
Sicuramente Pasolini è un intellettuale, un grande intellettuale, come pochi in Italia nel corso del Novecento. La categoria di intellettuale appartiene ai grandi interpreti del periodo storico. Chi è il grande intellettuale? Colui che ti offre uno scenario della storia, che ti dà le categorie per interpretare i cambiamenti del processo storico.
Noi non siamo più abituati a questo, perché non abbiamo più grandi intellettuali nel panorama contemporaneo. Ma se riandiamo al Novecento troviamo figure come Benedetto Croce, Antonio Gramsci, Norberto Bobbio, Augusto Del Noce e Giovanni Testori. Ebbene, Pasolini è sicuramente tra questi.
Io vorrei dire che, da un certo punto di vista, è il Marcuse italiano. Tutti conoscevano Herbert Marcuse – forse oggi un po’ meno – ma la mia generazione lo ha ben conosciuto: pensatore ebreo, esule dalla Germania negli Stati Uniti, teorico del Sessantotto. La generazione della contestazione trovò in lui il proprio profeta. Marcuse teorizzava la connessione tra tolleranza e repressione: la tolleranza democratica come falsa tolleranza, modalità sottile con cui il potere reprime.
Marcuse parlava dell’«uomo a una dimensione», ridotto a uomo economico. Tutti temi che noi, in realtà, abbiamo ricevuto più attraverso Pasolini che attraverso Marcuse. Per questo dico che Pasolini è il Marcuse italiano, meno noto nel mondo ma dal mio punto di vista più intelligente.
E qui veniamo al rapporto tra tradizione e progresso in Pasolini.Egli capisce che il progressismo – per come veniva usato negli anni Sessanta e Settanta – è un’ideologia, e per giunta funzionale alla nuova destra tecnocratica. Pasolini intuisce che la sinistra che sta nascendo nel ’68 non è più la sinistra marxista o comunista di un tempo, ma una sinistra borghese che si afferma proprio attraverso il ’68. Un progressismo che veicola l’ingresso in una nuova forma di potere.
L’antifascismo inteso come progressismo,cioè come lotta alla reazione, per Pasolini non era più alternativa democratica, ma il modo con cui si realizzava un nuovo fascismo. Questa è l’intelligenza di Pasolini sul passaggio tra anni Sessanta e Settanta: vede nascere una nuova ideologia apparentemente progressista ma funzionale a un nuovo potere di destra.
A differenza di Marcuse, che è infatuatodella contestazione giovanile, Pasolini è totalmente disincantato. Capisce che il ’68 è rivolta della borghesia, non del proletariato: non trovi un operaio nella rivolta del ’68. È una rivolta degli studenti, dei figli della buona borghesia delle città.
E qual è il messaggio del ’68? Un nuovo individualismo di massa. Serve ad abbandonare – contestare, distruggere – i vecchi valori cristiano-borghesi del dopoguerra, e così crea l’uomo a una dimensione: senza radici, senza legami, contro famiglia ed elementi comunitari. Favorisce un individualismo di massa egoistico e solipsistico, trionfo della società borghese allo stato puro.
È attraverso la contestazione del ’68che si realizza l’esatto contrario di ciò che i giovani volevano. E Pasolini ha l’intuizione: occorre essere progressisti in modo nuovo. Non possiamo continuare a essere progressisti come lo siamo stati finora, né antifascisti come finora. Non per diventare fascisti, tutt’altro. Ma perché il vecchio antifascismo assimilato al progressismo è un’arma spuntata o, meglio, funzionale al nuovo potere che si sta instaurando.
Pasolini auspicava un nuovo illuminismoche non tagliasse le radici popolari. Il progressismo tagliava radici, dichiarando tutto ciò che è antico come reazionario. Così si generava nichilismo. L’illuminismo assimilato al progressismo diventava distruzione dei legami e generava il non-senso, la solitudine, l’individualismo.
Mi permetto di leggere una pagina degli Scritti corsari, raccolta degli articoli pubblicati sul «Corriere della Sera» tra ’74 e ’75. In un articolo del 1° marzo 1975 intitolato Cuore Pasolini scrive: «C’è il dovere di rimettere sempre in discussione la propria funzione, cioè i presupposti di illuminismo, di laicità e di razionalismo. Il potere non è più clerico-fascista, non è più repressivo. Il nuovo potere consumistico e permissivo si è valso delle nostre conquiste mentali per costruire la propria impalcatura di falso laicismo, di falso illuminismo, di falsa razionalità. Ha portato al limite massimo la sua unica possibile sacralità: la sacralità del consumo come rito e della merce come feticcio».
*Intervento in occasione della mostra intitolata “Pasolini, il poeta che sfidò il nulla”promossa dal Centro Culturale di Milano nel novembre 2015.
Anna Laura Braghetti, morta ieri a 72 anni, è stata una delle militanti più note ed efferate delle Brigate rosse. Nel 1978, quando aveva venticinque anni ed era ancora incensurata, fu una dei carcerieri di Aldo Moro. Quando il prigioniero chiese dei libri lei gli portò delle opere sul marxismo che avevano in casa; gentilmente Moro fece notare che quei libri li conosceva già e avrebbe preferito, possibilmente, una Bibbia e le lettere di san Paolo. L’anno seguente, datasi alla clandestinità, la giovane terrorista partecipò all’attacco contro la sede provinciale della Dc romana, a piazza Nicosia; insieme al brigatista Francesco Piccioni aprì il fuoco contro una volante della polizia accorsa sul posto uccidendo due inermi poliziotti. Nel 1980 sparò a Vittorio Bachelet, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, lasciandolo senza vita in un pianerottolo della facoltà di Scienze politiche a La Sapienza di Roma. Sia Bachelet sia Moro insegnavano in quella facoltà: entrambi miei professori, li ricordo come persone miti, credenti veri, dediti con un alto senso del dovere al servizio del bene comune.
Arrestata nello stesso anno dell’omicidio Bachelet, la Braghetti non negoziò mai sconti di pena. Rifiutando di unirsi ai “dissociati” o ai “pentiti”. Ma pentita lo fu davvero. Un pentimento graduale e autentico, quindi lancinante, consapevole del terribile male compiuto. E compiuto — questo il paradosso più drammatico di quella storia — in nome di un ideale di giustizia.
Nel 1998 Anna Laura Braghetti pubblicòcon la giornalista Paola Tavella il libro autobiografico Il prigioniero in cui raccontava della prigionia di Moro e dell’assassinio di Bachelet. Mettendosi a nudo scriveva: «Dopo l’azione provai un senso di vuoto assoluto. Per uccidere qualcuno che non ti ha fatto niente, che non conosci, che non odi, devi mettere da parte l’umana pietà, in un angolo buio e chiuso, e non passare mai più di lì con il pensiero. Devi evitare sentimenti di qualunque tipo, perché sennò, con le altre emozioni, viene a galla l’orrore. Ormai lascio che mi succeda, che mi attraversi un’onda di dolore tremendo, la coscienza di avere ucciso un uomo con le mie mani. Lo rivedo dove l’ho lasciato, per terra. La mia punizione non è il carcere, ma quell’immagine. Sono condannata ad averla per sempre davanti agli occhi, e a non volerla scacciare».
L’incontro per lei più imprevisto e trasformanteavvenne in carcere, con il fratello dell’uomo che aveva ucciso. Si chiamava Adolfo Bachelet, era un gesuita. Fu lui che andò a cercarla. Ancora una volta non ci sono parole più vere, per raccontare questo incontro, di quelle usate da Anna Laura nel suo libro di ricordi: «Ai funerali di Vittorio Bachelet la famiglia perdonò gli assassini, pregò per me. Adolfo Bachelet prese a girare per le carceri e a intrattenersi con i detenuti politici. Fu così che incontrò Francesca, e le chiese di me. Mi raccontava spesso dei figli e delle figlie dell’uomo che io ho assassinato, ma la domanda “perché proprio mio fratello?” non era un ingombro fra noi. Da lui ho avuto una grande energia per ricominciare, e un aiuto decisivo nel capire come e da dove potevo riprendere a vivere nel mondo e con gli altri. Ho capito di avere mancato, innanzitutto, verso la mia propria umanità, e di aver travolto per questo quella di altri. Non è stato un cammino facile.Quando si ammalò trascorsi molto tempo con lui, e verso la fine mi disse: “Io muoio, ma non ti lascio sola, perché per te c’è sempre mio fratello Paolo”. Don Paolo è il cappellano della città universitaria. Non sono andata ai funerali di Adolfo. Lo desideravo, ma in quella chiesa sarebbero potute esserci persone cui non posso imporre la mia presenza, per le quali io sono un insulto. Ho mandato una lettera senza firma per ringraziarlo».
A un convegno sul carcere organizzato dalla Caritas, qualche tempo dopo, la Braghetti incontrò il figlio di Bachelet, Giovanni. Si riconobbero e si salutarono. Giovanni le disse: «Bisogna saper riaccogliere chi ha sbagliato». Anna Laura commentò: «Lui e i suoi familiari sono stati capaci di farlo addirittura con me. Li ho danneggiati in modo irreparabile e ne ho avuto in cambio solo del bene».
Forse sono ingenuo o forse è la vecchiaia ma ogni volta che leggo queste pagine mi commuovo nel profondo. E penso che solo un Dio, e un Dio vivo, può fare miracoli così.
Dove sono i giovani oggi? La loro assenza nella vita pubblica è un dato di fatto. Sembrano diventati una rarità. La situazione non è molto diversa anche tra i giovani che fanno riferimento al cosiddetto mondo cattolico e che per retroterra culturale dovrebbero essere più sensibili a un impegno sociale e politico (pensiamo solo a quanto in passato hanno inciso figure come Aldo Moro o Giorgio La Pira che proprio in età giovanile avevano iniziato il loro percorso). Più volte in questi anni sia Papa Francesco che Papa Leone hanno invitato i giovani a impegnarsi in politica, non vivendo la fede come un fatto privato o marginale. Sicuramente oggi c’è un problema di solitudine e anche di isolamento collegato alla scomparsa di qualsiasi senso di comunità, che riguarda tutti ma si riflette in modo più forte proprio sui giovani che si ritrovano spesso paralizzati in tale condizione e bloccati nella loro capacità decisionale. Una condizione, per esempio, che porta a rinviare qualunque scelta definitiva e ogni impegno troppo vincolante nell’illusione di mantenersi liberi. La causa di tutto questo non sono le tecnologie digitali, non è la dipendenza dallo smartphone che è semmai una conseguenza della mancanza di qualcos’altro, un «surrogato di felicità» (come abbiamo scritto due settimane fa riprendendo le parole di Papa Leone), una comfort zone illusoria nella quale rifugiarsi. In realtà la vera causa è aver atrofizzato il desiderio che ci rende uomini, cioè quella nostalgia di pienezza inscritta nella nostra natura che non trova mai pieno esaudimento. Per la loro chiarezza riproponiamo qui alcune osservazioni di Papa Francesco sul desiderio: «A differenza della voglia o dell’emozione del momento, il desiderio dura nel tempo, un tempo anche lungo, e tende a concretizzarsi. Se, per esempio, un giovane desidera diventare medico, dovrà intraprendere un percorso di studi e di lavoro che occuperà alcuni anni della sua vita, di conseguenza dovrà mettere dei limiti, dire dei “no”, anzitutto ad altri percorsi di studio, ma anche a possibili svaghi e distrazioni, specialmente nei momenti di studio più intenso. Però, il desiderio di dare una direzione alla sua vita e di raggiungere quella meta – gli consente di superare queste difficoltà. Il desiderio ti fa forte, ti fa coraggioso, ti fa andare avanti sempre. Spesso è proprio il desiderio a fare la differenza tra un progetto riuscito, coerente e duraturo, e le mille velleità e i tanti buoni propositi di cui, come si dice, “è lastricato l’inferno”: “Sì, io vorrei, io vorrei, io vorrei…” ma non fai nulla. L’epoca in cui viviamo sembra favorire la massima libertà di scelta, ma nello stesso tempo atrofizza il desiderio – tu vuoi soddisfarti continuamente – per lo più ridotto alla voglia del momento. E dobbiamo stare attenti a non atrofizzare il desiderio. Siamo bombardati da mille proposte, progetti, possibilità, che rischiano di distrarci e non permetterci di valutare con calma quello che veramente vogliamo».
Oggi vogliamo partire da una notizia della cronaca perché ci sembra emblematica di una posizione comune, molto diffusa, che genera solo rancore e risentimento senza contribuire in alcun modo né alla verità né alla giustizia. In questi giorni abbiamo assistito a una levata di scudi, con atti formali di protesta anche del nostro governo, dopo la decisione della magistratura elvetica di concedere la libertà su cauzione al titolare del locale di Crans-Montana dove si è verificata la strage di Capodanno nella quale hanno perso la vita 40 persone. Sottolineiamo solo che la libertà su cauzione è un istituto giuridico espressamente previsto dal sistema giudiziario svizzero che è diverso da quello italiano. E non è una sentenza di assoluzione. Se il governo di un altro paese come l’Italia decide di puntare il dito contro questa decisione per assecondare il sentimento di rabbia verso i presunti colpevoli, il problema diventa inevitabilmente politico. Condividiamo in toto quanto scritto nei giorni scorsi da Giuliano Ferrara sul Foglio: «Tanto valeva impiccare i coniugi Moretti al primo albero. Una cosa spiccia ma agile, semplice, corrispondente al sentimento generale verso il capro espiatorio prima e al di là di ogni regola e accertamento di responsabilità. Siamo un paese folle, costruito sulla gogna pubblica per i presunti colpevoli». «Il dolore per le vittime del fuoco divoratore e dei sopravvissuti – continua Ferrara – non ha niente a che vedere con la soddisfazione invocata: punire in catene due presunti colpevoli, fottersene della divisione dei poteri, dei controlli e delle garanzie di un processo giusto, elevare un patibolo, inventarsi un sistema di complicità ambientale e processarlo per vie brevi, sommariamente, perché si possa sanare l’inquietudine, lenire la rabbia e la sacrosanta volontà di giustizia della comunità offesa, garantendo nel contempo un consenso facile truce immediato a chi la spara più grossa». (Qui trovate il link all’articolo del Foglio)
Siamo invece profondamente persuasi dall’esperienza stessa della vita che il male non si combatte mai con il castigo e tantomeno con la gogna pubblica o mediatica che serve solo da brodo di coltura di un risentimento infelice e meschino. Solo il bene seminato e costruito nelle sue mille forme quotidiane può consentire di contrastare il male e talvolta anche di trasformarlo paradossalmente in un’occasione di riscatto e di crescita umana. Su questo vogliamo proporvi la lettura di un articolo di Gloria Amicone pubblicato sul quotidiano online ilsussidiario.net. La sua è una testimonianza personale, pensando a chi è stato coinvolto nella strage di Crans-Montana. Scrive: «In un mondo dove c’è chi dice che quei ragazzi non avrebbero dovuto essere lì, quando tutti avremmo potuto essere lì; dove c’è chi dice che è stato il caso, o addirittura il fato. Non è stato il caso, non è stato il fato. Qui ci sono stati gravi errori umani. È ingiusto dire questo a chi ha perso un figlio. È ingiusto dirlo ai ragazzi con le ustioni sul corpo. E mi azzarderò a dire di più. È ingiusto dirlo anche a quei gestori, perché è come dire loro che non potevano fare meglio e non possono fare meglio ora. Che è finita. Che in galera marciranno perché lo vuole il fato. E invece no». Un articolo molto vero da leggere dall’inizio alla fine.
«All’approvazione, al consenso, alla visibilità viene data spesso un’importanza eccessiva, tale da condizionare le idee, i comportamenti e gli stati d’animo delle persone, da causare sofferenze e divisioni, da produrre stili di vita e di relazione effimeri, deludenti, imprigionanti. In realtà, non abbiamo bisogno di questi “surrogati di felicità”». Nella newsletter di oggi vogliamo riproporvi, per la loro profonda verità, queste parole di Leone XIV pronunciate all’Angelus di domenica scorsa (sotto trovate il testo integrale). Ne facciamo tesoro in un’epoca in cui la parola come mezzo per esprimere un significato, una verità, sembra sparita dall’orizzonte, sostituita da chiacchiere, finzioni, slogan, affermazioni o rivendicazioni di qualche piccolo potere, invidie e risentimenti. Il Papa in modo chiaro e diretto descrive la condizione nella quale oggi spesso ci troviamo. Amplificata dai mezzi di cui disponiamo dilaga la ricerca della visibilità e del consenso come se la nostra consistenza dipendesse da presunti riconoscimenti sociali o «social» che Leone XIV non esita a definire «surrogati di felicità». È evidente che il problema non sono i mezzi o le tecnologie in sé ma siamo anzitutto noi che abbiamo scelto di rinunciare alla ricerca della verità e della felicità per cui siamo stati fatti affidandoci invece a «illusioni passeggere di successo e di fama» e diventando poi magari schiavi di like, algoritmi, etc. Prevalgono le apparenze che anche inconsapevolmente alimentano un’immagine artefatta di sé. Una questione che non riguarda solo i giovani, ma gli stessi adulti. Pensiamo solo al gesto banale di genitori che postano sui social le foto dei figli in vacanza o in altri contesti particolari, in genere di tempo libero, trasmettendo indirettamente ai più piccoli l’importanza di apparire ed esponendoli anche alle invidie e ai pettegolezzi dei loro compagni o dei loro genitori che non hanno magari le stesse possibilità. Sappiamo per esperienza come facilmente gli schermi anziché contribuire a far crescere relazioni vere, possano diventare lo specchio di un mondo finto. Il Papa ci invita a non sprecare «tempo ed energie inseguendo ciò che è solo apparenza», «amando le cose semplici e le parole sincere». Indipendentemente dal fatto di essere credenti o non credenti, chiediamoci se nel mondo di oggi c’è qualche altro leader oltre al Papa che dica queste cose riportandoci alla verità di noi stessi.
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