«Quando le persone smettono di leggere – di dare un senso al testo su una pagina – perdono anche la capacità di dare un senso al mondo. In gioco c’è nientemeno che il destino dell’umanità, data l’intima connessione tra la parola scritta e la civiltà stessa». Lo scrive l’economista e saggista britannico Niall Ferguson in un articolo pubblicato il 16 novembre sul quotidiano inglese The Times di cui vi invitiamo a leggere una sintesi sul nostro sito. Un intervento che segue di qualche giorno un editoriale di Ernesto Galli della Loggiasul Corriere della Seranel quale veniva evidenziato «il progressivo abbandono della lettura», in questo caso riferito al nostro paese. «Qui ne va davvero dell’avvenire del Paese – scriveva -, della qualità civile e umana degli italiani. Solo la lettura risveglia la mente, alimenta l’intelligenza, rende liberi. Tutte cose di cui c’è un gran bisogno». Il 22 novembre è stato invece Papa Leonea richiamare l’importanza della lettura «oggi più che mai». Leggere aiuta ad «unire mente, cuore e mani».
Foto Pexels – Efrem Efre
Apparentemente il crollo della letturapuò risultare un dato del tutto secondario rispetto ad altri problemi più impellenti, in realtà rappresenta una regressione pericolosa che mina la stessa libertà delle persone come segnala Ferguson. Nel nostro piccolo ci sembra interessante l’esperienza fatta in questi anni come Fondazione San Benedetto, soprattutto attraverso il Mese Letterario ma anche con la nostra newsletter domenicale, nel far appassionare alla lettura di grandi autori come di articoli dalla stampa o di testi significativi. Per molti è stato anche un percorso di riaffezione «per contagio» all’esperienza della lettura. Una strada sulla quale intendiamo continuare.
Presentato a Brescia il rapporto sul welfare territoriale
Lunedì 24 novembre a Brescia su iniziativa della Fondazione San Benedetto e della Fondazione per la Sussidiarietà si è svolto l’incontro «Dove va a finire lo Stato sociale». Un dibattito che ha offerto molti spunti di discussione e che ha visto una partecipazione molto qualificata. L’appuntamento è stato promosso in occasione della presentazione del rapporto «Sussidiarietà e… welfare territoriale» che potete scaricare gratuitamente aquesto link. Il rapporto è stato illustrato da Giorgio Vittadini, presidente Fondazione per la Sussidiarietà. Al dibattito che è seguito, moderati da Graziano Tarantini, presidente della Fondazione San Benedetto, sono intervenuti Laura Castelletti, sindaca di Brescia, Mario Mistretta, presidente della Fondazione Comunità Bresciana, Giuseppe Pasini, presidente del Gruppo Feralpi, e Claudio Teodori, professore del Dipartimento Economia e Management dell’Università di Brescia. «Investire sullo stato sociale, sulla sua universalità e inclusività, non è solo un dovere di solidarietà verso i più fragili, ma significa anche costruire società più coese, sistemi più resilienti e una crescita economica più stabile – ha sottolineato Vittadini -. È venuto il momento di rinnovare ilpatto sociale che ci unisce, con la cultura della sussidiarietà, che è ricerca del bene comune attraverso la messa a sistema del contributo di tutti. Per questo servono più società epiù Stato insieme».
«Le case di Maria», il 7 dicembre spettacolo a Santo Stefano
Domenica 7 dicembre alle 17a Brescia nella chiesa di Santo Stefano in via Bonatelli 16 è in programma lo spettacolo «Le case di Maria» tratto dal libro di padre Ermes Ronchie con la partecipazione dell’attore Luciano Bertoli e di Ombretta Ghidini(voce e chitarra). L’iniziativa, alla quale invitiamo a partecipare, è stata promossa in occasione del 58° anniversario di consacrazione della chiesa di Santo Stefano e alla vigilia della festa dell’Immacolata. Si tratta di un viaggio attraverso le case che Maria ha abitato nel corso della sua esistenza: da quella di Nazaret, dove a parlare è un angelo, a quella di Gerusalemme, dove parlano il vento e il fuoco. L’ingresso è libero.
Se smettiamo di leggere, torneremo barbari
I baby boomer ancora leggevano; millennial e generazione Z no. Per tre motivi, in gioco c’è il destino dell’umanità. Spunti da un articolo del quotidiano inglese Times
«Nel romanzo più noto di Ray Bradbury, il classico distopico Fahrenheit 451, l’autore ha combinato il ricordo dei roghi nazisti di libri con l’esperienza della “paura rossa” di Joseph McCarthy per immaginare un’America del futuro in cui i pompieri non sono impiegati per spegnere gli incendi, ma per appiccarli in qualsiasi casa in cui venga rilevata la lettura illecita di libri» scrive Niall Ferguson sul Times. «Bradbury naturalmente dava per scontato che qualsiasi società in cui i libri fossero generalmente proibiti sarebbe stata una società totalitaria. La città senza nome che immagina nel suo romanzo del 1953 è per molti aspetti una versione americana della Londra del 1984di George Orwell. Ciò che Bradbury non aveva previsto è che la sua nativa America – e in effetti il mondo occidentale – avrebbe potuto abbandonare volontariamente l’alfabetizzazione, senza bisogno di una tirannia politica. Da tempo si stanno accumulando prove del fatto che non scegliamo più di leggere. Un recente studio, basato sul Time Use Survey del governo statunitense condotto su 236 mila americani, ha rilevato che in un giorno medio nel 2004 il 28 per cento degli americani leggeva; nel 2023, questa percentuale era scesa al 16.
Secondo un sondaggio del 2022, uno su dieci non legge un libroda più di dieci anni. Ma la vera preoccupazione è il declino della lettura tra i giovani. Nel 2022 i baby boomer americani leggevano più del doppio dei libri all’anno rispetto ai millennial e alla Generazione Z. La stessa situazione si verifica in Gran Bretagna. Secondo il National Literacy Trust, la percentuale di bambini e ragazzi che affermano di amare la lettura è scesa al livello più basso degli ultimi 20 anni. Solo un britannico su tre di età compresa tra gli otto e i diciotto anni ama leggere nel tempo libero, con un calo del 36% rispetto all’inizio dell’indagine nel 2005. Il calo dell’interesse per la lettura è stato particolarmente marcato tra i ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 16 anni.
Mi sorprenderei se chiunque si dedicasse all’arcaica attività di leggerequesto saggio rimanesse sorpreso da questi dati. Perché le prove sono ovunque intorno a noi. In treno, in autobus o in metropolitana a Londra, vediamo i nostri compagni di viaggio curvi sui loro smartphone. In passato, almeno alcuni di loro avrebbero stretto tra le mani un libro. A casa, litighiamo incessantemente con i nostri figli per il “tempo trascorso davanti allo schermo”, anche perché sappiamo che sta prendendo il posto del tempo dedicato ai libri. Noi amanti dei libri esaltiamo il bestseller di Jonathan Haidt, “La generazione ansiosa – Come i social hanno rovinato i nostri figli“ . Il nostro rimedio universale per la moltitudine di disturbi mentali della Generazione Z è rinchiuderli tutti nella biblioteca di Londra per un mese. Ma questa non è una sensazione condivisa da molti genitori più giovani. Secondo un sondaggio della casa editrice HarperCollins , meno della metà dei genitori di bambini fino a 13 anni afferma che leggere ad alta voce ai propri figli è “divertente per me”. I genitori della Generazione Z tendono a considerare la lettura “più una materia da imparare” che un’attività piacevole.
È vero, ovviamente, che stiamo assistendo all’ascesa degli audiolibri. (In America, secondo Publishers Weekly, i ricavi derivanti dalle vendite di audiolibri sono cresciuti del 22% nel 2022.) Si può discutere sui meriti relativi della lettura individuale o di quella di farsi leggere un libro ad alta voce da un’altra persona, ma sembra chiaro che gli audiolibri ci consentono di fruire di libri in modi che prima erano impossibili: mentre guidiamo, facciamo jogging, andiamo in bicicletta, persino mentre cuciniamo e laviamo i piatti. Ma gli audiolibri non aiutano a contrastare il declino dell’alfabetizzazione , ovvero la capacità di leggere e scrivere. Quando le persone smettono di leggere, perdono la capacità di leggere. E lo dico letteralmente. Secondo un rapporto del CBI del 2017, un terzo delle aziende del Regno Unito non è soddisfatto delle competenze di alfabetizzazione dei giovani al momento dell’ingresso nel mondo del lavoro.
E quando le persone smettono di leggere – di dare un senso al testo su una pagina – perdono anche la capacità di dare un senso al mondo. In gioco c’è nientemeno che il destino dell’umanità, data l’intima connessione tra la parola scritta e la civiltà stessa. In principio era la parola. E alla fine? Inizialmente, la parola scritta sembrava avere un successo notevole nell’era di Internet. Il World Wide Web era essenzialmente una rete di pagine web composte in gran parte da testo, con una modesta quantità di illustrazioni artistiche, collegate tra loro da URL testuali. Google cercava testo. La maggior parte dei post di Facebook erano scritti. Lo stesso valeva per la maggior parte dei post di X. Tre fattori stanno rapidamente erodendo il predominio del testo. Innanzitutto, favorito dalla particolare difficoltà della tastiera dell’iPhone, c’è l’ascesa degli emoji, che in realtà rappresentano un ritorno al pittogramma, una primitiva forma di comunicazione scritta pre-alfabetica.
Poi arriva l’ascesa dell’audio e del video, incarnata dalla proliferazione dei podcaste dall’ascesa di TikTok. Il cambiamento importante qui è la morte della sceneggiatura. Fino a poco tempo fa, quasi tutto l’intrattenimento alla radio, in televisione e al cinema nasceva da parole scritte. Solo nell’ultimo decennio le chiacchiere improvvisate hanno soppiantato le battute di dialogo accuratamente elaborate.
Infine, sebbene l’intelligenza artificiale rimanga in gran parte basata sul testo – poiché la maggior parte dei prompt deve ancora essere digitata – le cose stanno iniziando a cambiare. Gli input sono sempre più vocali… possiamo semplicemente chiedere a Siri. Il che ci porta alla fase successiva: anche gli output sono sempre più non testuali. Si pensi all’attuale sforzo di OpenAI per promuovere Sora 2 – che genera video da prompt testuali – ed è chiaramente visto come un potenziale generatore di profitti.
In breve, ci stiamo muovendo rapidamente verso un futuro in cui le informazioni saranno condivise tramite parole e immagini, non tramite testo. In un brillante saggio del 1963, “Le conseguenze dell’alfabetizzazione”, l’antropologo Jack Goody e il critico letterario Ian Watt sostenevano che l’invenzione della scrittura, avvenuta in modo decisivo nell’antica Atene, rappresentò una svolta fondamentale. Se cessiamo di basare la nostra organizzazione sociale e politica sulla parola scritta, saranno tre le conseguenze. In primo luogo, saremo rapidamente esclusi dall’eredità di tutte le grandi civiltà, poiché i libri sono il principale deposito del pensiero passato. In secondo luogo, torneremo alla fusione preletteraria di presente e passato, storia e mito, individuale e collettivo. In terzo luogo, perderemo rapidamente la capacità di pensare in modo analitico perché il modo cruciale in cui la nostra civiltà è stata trasmessa di generazione in generazione è attraverso i grandi scrittori, dai quali impariamo come strutturare un argomento in modo che sia chiaramente comprensibile agli altri. Fahrenheit 451 di Bradbury offriva la visione di un futuro autoritario e senza libri. Ma più rifletto su dove stiamo andando, più mi rendo conto che la perdita di alfabetizzazione equivarrà a tornare indietro nel tempo piuttosto che in avanti».
«All’approvazione, al consenso, alla visibilità viene data spesso un’importanza eccessiva, tale da condizionare le idee, i comportamenti e gli stati d’animo delle persone, da causare sofferenze e divisioni, da produrre stili di vita e di relazione effimeri, deludenti, imprigionanti. In realtà, non abbiamo bisogno di questi “surrogati di felicità”». Nella newsletter di oggi vogliamo riproporvi, per la loro profonda verità, queste parole di Leone XIV pronunciate all’Angelus di domenica scorsa (sotto trovate il testo integrale). Ne facciamo tesoro in un’epoca in cui la parola come mezzo per esprimere un significato, una verità, sembra sparita dall’orizzonte, sostituita da chiacchiere, finzioni, slogan, affermazioni o rivendicazioni di qualche piccolo potere, invidie e risentimenti. Il Papa in modo chiaro e diretto descrive la condizione nella quale oggi spesso ci troviamo. Amplificata dai mezzi di cui disponiamo dilaga la ricerca della visibilità e del consenso come se la nostra consistenza dipendesse da presunti riconoscimenti sociali o «social» che Leone XIV non esita a definire «surrogati di felicità». È evidente che il problema non sono i mezzi o le tecnologie in sé ma siamo anzitutto noi che abbiamo scelto di rinunciare alla ricerca della verità e della felicità per cui siamo stati fatti affidandoci invece a «illusioni passeggere di successo e di fama» e diventando poi magari schiavi di like, algoritmi, etc. Prevalgono le apparenze che anche inconsapevolmente alimentano un’immagine artefatta di sé. Una questione che non riguarda solo i giovani, ma gli stessi adulti. Pensiamo solo al gesto banale di genitori che postano sui social le foto dei figli in vacanza o in altri contesti particolari, in genere di tempo libero, trasmettendo indirettamente ai più piccoli l’importanza di apparire ed esponendoli anche alle invidie e ai pettegolezzi dei loro compagni o dei loro genitori che non hanno magari le stesse possibilità. Sappiamo per esperienza come facilmente gli schermi anziché contribuire a far crescere relazioni vere, possano diventare lo specchio di un mondo finto. Il Papa ci invita a non sprecare «tempo ed energie inseguendo ciò che è solo apparenza», «amando le cose semplici e le parole sincere». Indipendentemente dal fatto di essere credenti o non credenti, chiediamoci se nel mondo di oggi c’è qualche altro leader oltre al Papa che dica queste cose riportandoci alla verità di noi stessi.
Fine della globalizzazione e inizio di una nuova era degli imperi, è questo in sintesi il passaggio a cui siamo di fronte oggi nello scenario internazionale. Così sostiene l’intellettuale ed editorialista Nicolas Baverez, grande studioso di Tocqueville, in un interessante articolo pubblicato pochi giorni fa sul quotidiano francese Le Figaro. In effetti di questo processo di trasformazione abbiamo avuto parecchie avvisaglie negli ultimi anni con il ruolo crescente delle autocrazie e poi nel 2025 con l’allineamento degli Stati Uniti al nuovo clima dominante dopo l’arrivo di Trump. Per Baverez stiamo entrando in un’epoca «dominata dai predatori, in cui i rapporti di forza sostituiscono l’ordine mondiale e la forza prevale sul diritto». Un passaggio che significa un deciso «arretramento della democrazia». Proprio quella democrazia che nelle nostre società occidentali tendiamo a considerare come un dato acquisito, come qualcosa di scontato, con la sua cornice di garanzie, di tutela dei diritti, di sistemi di welfare che porta con sé. In realtà appare sempre più chiaro che non è così. In tale contesto, secondo Baverez, oggi l’Europa è «il continente più vulnerabile». E in un mondo «dominato da tiranni e bruti», la cui unica preoccupazione è perpetuare il proprio potere personale rincorrendo magari il sogno di vivere fino a 150 anni come Putin e Xi Jinping, «la tentazione di cedere alla disperazione e rinunciare è forte». Eppure – si legge nell’articolo – «la speranza è la migliore alleata della libertà e l’antidoto più efficace alla legge ferrea degli imperi, il cui principio risiede nell’unione della menzogna e del terrore». Qui l’Europa ha chances uniche e come Fondazione San Benedetto ne siamo sempre stati convinti come documentano anche le tante iniziative che abbiamo promosso in questi anni. In tale quadro rientra anche l’incontro del prossimo 29 gennaio sulla guerra in Ucraina che vi segnaliamo di seguito e al quale vi invitiamo. Baverez conclude così il suo articolo: «Dobbiamo soprattutto liberare le notevoli risorse dell’Europa e rafforzare la sua unità sfruttando appieno la sua storica opportunità di diventare il cuore della libertà nel Ventunesimo secolo». Parole che sottoscriviamo.
Con questa prima newsletter del 2026 vogliamo iniziare un nuovo tratto di cammino partendo da alcune parole del presidente Mattarella, nel discorso di fine anno, e di Papa Leone, nella messa di Capodanno. Perché questa scelta? Di fronte a quello che accade ci assale facilmente la sensazione che il tempo in cui viviamo sia «uscito dai cardini» come Shakespeare fa dire ad Amleto. E per molti versi non è solo una sensazione, è davvero così. Incrociare perciò nel nostro percorso quotidiano parole, fatti, persone, gesti, che possano illuminare la strada e aprire una prospettiva diversa è come una boccata di ossigeno.
Dal discorso di Mattarella riprendiamo due spunti che sentiamo nostri in quanto appartengono al dna della nostra fondazione e sui quali sin dall’inizio siamo impegnati. Dopo aver rilanciato l’invito del Papa a disarmare le parole il presidente ha aggiunto: «Di fronte all’interrogativo: “cosa posso fare io?” dobbiamo rimuovere il senso fatalistico di impotenza che rischia di opprimere ciascuno». Il secondo passaggio di Mattarella che vogliamo evidenziare riguarda i giovani: «Qualcuno – che vi giudica senza conoscervi davvero – vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati: non rassegnatevi. Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna».
Da Papa Leone raccogliamo invece un suggerimento a cambiare punto di vista. Oggi nel mondo si confrontano «strategie, che mirano a conquistare mercati, territori, zone di influenza. Strategie armate, ammantate di discorsi ipocriti, di proclami ideologici, di falsi motivi religiosi». Il Papa ribalta questa prospettiva: «Ogni giorno può essere, per ciascuno di noi, l’inizio di una vita nuova, grazie all’amore generoso di Dio, alla sua misericordia e alla risposta della nostra libertà. Ed è bello pensare in questo modo all’anno che inizia: come a un cammino aperto, da scoprire, in cui avventurarci, per grazia, liberi e portatori di libertà, perdonati e dispensatori di perdono, fiduciosi nella vicinanza e nella bontà del Signore che sempre ci accompagna».
Da ultimo, in continuità con queste parole, vi segnaliamo la storia di Francesco Saporito raccontata da Giuseppe Frangiin un articolo che vi invitiamo a leggere, tratto dal quotidiano online ilsussidiario.net. Colpito dalla SLA in lui non è venuta meno la voglia di vivere, anzi è diventata ancora più forte e sorprendente, insieme a un’incredibile dose di ironia. Adesso ha raccontato in un libro appena pubblicato la sua esperienza. Si potrebbe pensare a una storia triste. «Nient’affatto – scrive Frangi -: nei racconti di Saporito vince sempre la vita, con le sue sorprese e la sua nascosta bellezza. O come li definisce lui, con i suoi “interstizi di felicità”».