Mattarella, il Papa e Saporito: spunti per l’anno appena iniziato
Data 10 Gennaio 2026
Con questa prima newsletter del 2026 vogliamo iniziare un nuovo tratto di camminopartendo da alcune parole del presidente Mattarella, nel discorso di fine anno, e di Papa Leone, nella messa di Capodanno. Perché questa scelta? Di fronte a quello che accade ci assale facilmente la sensazione che il tempo in cui viviamo sia «uscito dai cardini» come Shakespeare fa dire ad Amleto. E per molti versi non è solo una sensazione, è davvero così. Incrociare perciò nel nostro percorso quotidiano parole, fatti, persone, gesti, che possano illuminare la strada e aprire una prospettiva diversaè come una boccata di ossigeno.
Dal discorso di Mattarella riprendiamo due spunti che sentiamo nostri in quanto appartengono al dna della nostra fondazione e sui quali sin dall’inizio siamo impegnati. Dopo aver rilanciato l’invito del Papa a disarmare le parole il presidente ha aggiunto: «Di fronte all’interrogativo: “cosa posso fare io?” dobbiamo rimuovere il senso fatalistico di impotenza che rischia di opprimere ciascuno». Il secondo passaggio di Mattarella che vogliamo evidenziare riguarda i giovani: «Qualcuno – che vi giudica senza conoscervi davvero – vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati: non rassegnatevi. Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna».
Da Papa Leone raccogliamo invece un suggerimento a cambiare punto di vista. Oggi nel mondo si confrontano «strategie, che mirano a conquistare mercati, territori, zone di influenza. Strategie armate, ammantate di discorsi ipocriti, di proclami ideologici, di falsi motivi religiosi». Il Papa ribalta questa prospettiva: «Ogni giorno può essere, per ciascuno di noi, l’inizio di una vita nuova, grazie all’amore generoso di Dio, alla sua misericordia e alla risposta della nostra libertà. Ed è bello pensare in questo modo all’anno che inizia: come a un cammino aperto, da scoprire, in cui avventurarci, per grazia, liberi e portatori di libertà, perdonati e dispensatori di perdono, fiduciosi nella vicinanza e nella bontà del Signore che sempre ci accompagna».
Da ultimo, in continuità con queste parole, vi segnaliamo la storia di Francesco Saporitoraccontata da Giuseppe Frangi in un articolo che vi invitiamo a leggere, tratto dal quotidiano online ilsussidiario.net. Colpito dalla SLA in lui non è venuta meno la voglia di vivere, anzi è diventata ancora più forte e sorprendente, insieme a un’incredibile dose di ironia. Adesso ha raccontato in un libro appena pubblicato la sua esperienza. Si potrebbe pensare a una storia triste. «Nient’affatto – scrive Frangi -: nei racconti di Saporito vince sempre la vita, con le sue sorprese e la sua nascosta bellezza. O come li definisce lui, con i suoi “interstizi di felicità”».
Francesco Saporito con i suoi amici
Ucraina, 4 anni di guerra: possiamo far finta di niente?
Incontro a Brescia il 29 gennaio
Giovedì 29 gennaio alle 18 a Brescia promosso dalla Fondazione San Benedetto si terrà un incontro aperto a tutti a ormai quattro anni dall’inizio della guerra in Ucraina. L’appuntamento è al Centro Paolo VI (Sala Morstabilini) in via Gezio Calini 30 (parcheggio interno).
Interverranno due testimoniche in questi anni hanno raccontato e documentato il conflitto in corso:
la giornalista, scrittrice e blogger russa Katerina Gordeeva, autrice del libro «Oltre la soglia del dolore» nel quale presenta 24 storie sconvolgenti, di persone – ucraini e russi – unite dallo strazio dell’esperienza diretta della guerra e dall’evidenza della sua insensatezza. Come giornalista indipendente è stata dichiarata «agente straniero» dal regime di Putin. Per il suo lavoro nel 2022 le è stato conferito il Premio Anna Politkovskaja.
il giornalista e inviato di guerra Gian Micalessin, autore di numerosi reportage dal fronte. Oltre alle sue corrispondenze su Il Giornale, ha realizzato reportage e documentari che sono stati trasmessi dai più importanti network nazionali e internazionali (Cbs, Nbc, Channel 4, France 2, Tf1, Ndr, Tsi, Canale 5, Rai 1, Rai2, Mtv).
A volte capita di trovarsi tra le mani libri che sprigionano un’inattesa felicità. Libri che ti sorprendono per la freschezza con cui sanno scavalcare la durezza delle situazioni che raccontano. Libri che ti spalancano orizzonti anche se sono stati vissuti e poi scritti in un ritaglio minimo di mondo. Febronia è passata di qui (Apalós, 2025) è uno di questi libri.
L’autore, Francesco Saporito, abita a Patti, provincia di Messina,ai piedi di Tindari, uno dei luoghi più suggestivi della Sicilia. Da lì da tanti anni non si muove perché, come racconta con l’ironia che lo contraddistingue, gli è successo di essersi unito ad “una donna che decide unilateralmente di innamorarsi di un uomo e di stare con lui tutta la vita”. Questa donna si chiama SLA. “Inizialmente appare garbata”, scrive Saporito, “si avvicina silenziosa, in punta di piedi, oserei dire nobilmente. Ti prende per un braccio o per una gamba e poi con fare subdolo si impossessa di te. Non pretende null’altro che te”.
Affettuosamente l’autore la definisce “la stronza”perché mura vivi non solo la persona a cui si unisce, ma anche chi gli o le sta accanto. Nulla però può fare la strana signora contro la voglia di vivere, la fantasia, la capacità di guardare oltre i muri dei soggetti a cui si è proditoriamente unita. Ed è proprio il caso di Francesco Saporito che è giunto al suo terzo libro, questo in prosa dopo i due di poesia.
È un libro di storia e storie vere, di cui sentiamo profumi,voci, persino sapori grazie all’empatia con cui l’autore le accosta e poi ce le restituisce. Febronia è il nome di una delle protagoniste di questo mondo attorno a cui ruota la narrazione. Donna dal fare arcaico, come arcaico è quel nome derivato da una santa martire del IV secolo venerata a Patti. È rimasta vedova presto e ha avuto per tutta la vita in carico un figlio disabile, Tano, amico d’infanzia dell’autore.
Si può pensare: tristezza s’aggiunge a tristezza.Nient’affatto: nei racconti di Saporito vince sempre la vita, con le sue sorprese e la sua nascosta bellezza. O come li definisce l’autore, con i suoi “interstizi di felicità”. Uno di questi interstizi era rappresentato, ad esempio, da quei pomeriggi d’estate in cui Francesco si recava a casa di Febronia e lì restava con Tano fino all’ora di cena.
Sulla terrazza di quella casa povera, non si sa come, s’imbandivano dei banchetti estemporanei, i cui profumi lui sente ancora impressi sulla pelle: “Il profumo dei peperoni dai quali si alzava una timida scia di fumo che, a causa dell’aria ferma, sembrava un immobile guardiano sulle nostre teste”.
Aggiunge Saporito che in quelle situazioni mancavasolo l’acqua. Ma c’era un’imprevedibile alternativa. “Tutto era magico e surreale, nel giardino di Febronia, persino il bainu stracolmo di ghiaccio e bottigliette da 250 cl di birra Messina”. Le conseguenze di quelle bevute fatte a 12 o 13 anni potete immaginarle, o meglio leggerle, nelle pagine del libro. A rischio, per punizione, c’era l’Atala rossa, la bicicletta di tante scorribande giovanili: è anche quel rosso vibra di una intatta felicità.
Ci sono tante altre persone e situazioni di cui pagina dopo pagina ci si innamora.Quasi, leggendo il libro, ci si dimentica della “stronza” che pur incombe nella fatica di ogni singola lettera dettata al computer con lo sguardo, grazie all’aiuto dell’amico Alessandro “presenza vitale”.
Ce ne si dimentica perché Saporito, come scrive in conclusione,ha saputo individuare il tallone d’Achille della signora: “Posso solo affermare, senza il beneficio del dubbio questa volta, che la SLA, suo malgrado, mi ha concesso l’opportunità di completarmi, e io questo suo tallone d’Achille l’ho centrato in pieno, usando le frecce d’amore che trovo sparse ovunque nelle mie briciole di forza”.
La newsletter di questa settimana è l’ultima prima della pausa estiva e la dedichiamo, come già negli anni scorsi, ad alcune proposte di lettura per le vacanze. Prima però di suggerirvi alcuni libri che riteniamo interessanti, vogliamo ricordare Giacomo Scanzi, un amico della Fondazione San Benedetto, che ci ha lasciato pochi giorni fa dopo una breve malattia che non gli ha dato scampo. Di lui ricordiamo soprattutto la grande amicizia e la simpatia intelligente con cui in tanti anni di incontri e di frequentazioni ha sempre guardato ai nostri tentativi e alle nostre iniziative. Si tratta di un’amicizia e di una stima nate ben prima che diventasse direttore del Giornale di Brescia quando, da semplice cronista, aveva scritto con grande attenzione e proprietà di contenuti (cosa del tutto inusuale) di alcune nostre iniziative. Un’attenzione che è poi proseguita in modo più intenso quando ha assunto la guida del quotidiano. Ricordiamo in particolare i diversi incontri promossi dalla nostra fondazione nei quali era intervenuto come relatore. Tra questi soprattutto quello in occasione della beatificazione di Paolo VI nel 2014, insieme all’ex direttore del Foglio Giuliano Ferrara, nell’aula magna dell’Università Cattolica. Un rapporto che non è mai venuto meno anche una volta lasciata l’attività giornalistica. In anni più recenti dalla comune passione per la letteratura era nata la collaborazione con il Mese letterario. Nell’ultima edizione, la primavera scorsa, si era così deciso insieme di dedicare una serata alla presentazione della sua rilettura dell’Odissea di Nikos Kazantzakis, lo scrittore e poeta greco da lui molto amato. Una rilettura alla quale aveva lavorato senza sosta per molti mesi nel suo eremitaggio in Val Camonica. È un libro che vi invitiamo a leggere, è stato pubblicato da Marcianum Press. Purtroppo l’aggravarsi della malattia non aveva consentito a Scanzi di essere presente alla serata del Mese letterario. Aveva però voluto che fosse letto un suo messaggio che oggi suona ancora più vero: “Il viaggio dell’Ulisse di Kazantzakis – scriveva – è il viaggio del ritorno, non a Itaca, ma alla terra o, se si preferisce, al Cielo. È un inno alla morte, lo sbocco di ogni desiderio, la misura di ogni presunzione. E la più terribile delle presunzioni umane, è ritenersi Dio. Evviva la morte dunque, che salva l’uomo dall’illusione di essere Dio. Quando ho iniziato questo lavoro ho immaginato un testo per una lettura collettiva, quasi teatrale. Questo mi piacerebbe fosse questa serata. Una grande lettura di popolo”. A Giacomo va dunque tutta la nostra gratitudine, e ai suoi familiari, alla moglie e ai figli, la nostra vicinanza in questo momento di profondo dolore.
La narrazione come desiderio e capacità di raccontare storie è uno dei caratteri singolari che identificano la nostra umanità. Una peculiarità che non potrà mai essere sostituita o rimpiazzata da un flusso di dati o di informazioni, che sarà sempre più generato dall’intelligenza artificiale. Un flusso da cui già oggi siamo continuamente subissati e che spesso appare più simile a una grande operazione di distrazione di massa che ci impedisce di cogliere i veri connotati della realtà. Proprio al tema della narrazione è stata dedicata la Summer School promossa dall’associazione «Il Rischio educativo» in collaborazione con la Fondazione San Benedetto e il Mese letterario, che si è svolta a Brescia dal 7 al 9 luglio. Sono state tre giornate molto intense per il centinaio di partecipanti, in larga parte insegnanti, provenienti da varie città. Ci si è soffermati sulle diverse tipologie di narrazione, da quella storica a quella scientifica, da quella letteraria o artistica a quella biblica. Nelle varie declinazioni ritornava però sempre come nota di sottofondo la dimensione narrativa non come una tecnica, ma come la forma attraverso la quale la vita può esprimersi nella sua pienezza ed essere condivisa e tramandata. Questo è stato possibile grazie all’aiuto di relatori che si sono coinvolti nel lavoro con passione e intelligenza facendo toccare con mano l’esperienza della narrazione: il filosofo Sergio Belardinelli, Stas’ Gawronski, gli storici Mariapina Dragonetti e Andrea Caspani, l’astrofisico Marco Bersanelli, Giulio Maspero (sacerdote con un passato da fisico che oggi insegna alla Pontificia Università Santa Croce), Giuseppe Frangi che ha guidato la visita alla Collezione di arte contemporanea Paolo VI a Concesio.
Con la newsletter di oggi vogliamo anzitutto rendervi partecipi di quanto è avvenuto a Brescia la scorsa settimana nell’ambito della festa di San Pietro promossa in Castello dai padri Carmelitani Scalzi. Siamo grati al priore padre Roberto Magni per aver voluto alcune iniziative, alle quali volentieri abbiamo offerto la nostra collaborazione come fondazione. Iniziative che hanno sorpreso le numerose persone presenti per la verità e la bellezza che hanno trasmesso. Ci riferiamo in particolare ai due incontri di sabato e domenica scorsi con don Pigi Banna e con il professor Rocco Buttiglione (due testimonianze in dialogo con alcuni giovani costellate di racconti e di esempi) e allo spettacolo teatrale ispirato alla vicenda dell’Innominato dai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni e messo in scena in modo magistrale da un gruppo di giovani di Desenzano riuniti attorno a don Gabriele Vrech nella compagnia teatrale «Profumo di Cielo». Al termine dello spettacolo don Gabriele ha invitato sul palco Buttiglione che aveva assistito alla rappresentazione tra il pubblico. Un momento commovente in cui un uomo di grande cultura ha reso omaggio al lavoro dei ragazzi valorizzando soprattutto la serietà con cui si sono messi in gioco di fronte alle pagine del Manzoni lasciandosi provocare da esse. Un esempio concreto di come la letteratura può diventare occasione di incontri veri che aprono a un’esperienza umana piena di fascino e di senso, come è accaduto tante volte anche al Mese letterario. Alla fine in tanti, fra cui diversi giovani, si sono fermati a parlare con Buttiglione colpiti da quanto aveva detto o semplicemente per stringergli la mano o chiedergli un autografo. Cosa ci dice tutto questo? Soltanto di quanta fame ci sia di incontri veri con persone, con testimoni che con la loro vita diventano maestri e compagni di strada come è avvenuto in questo caso con don Pigi, col professor Buttiglione e con don Gabriele. E di questo si può solo essere grati.
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