IL NOSTRO DESTINO E LA GABBIA
- Data 3 Giugno 2019
Il problema del nostro destino, della nostra esistenza nell’universo, del valore o della precarietà delle condizioni esistenziali nelle quali viviamo, tutto questo non è più stato preso in considerazione. È il problema essenziale che è stato dimenticato, dei nostri fini ultimi. Li abbiamo abbandonati per dei fini immediati. Non sappiamo più cosa fare, dove dirigerci e, a causa del voler vivere, ci è diventato impossibile vivere. Gli uomini girano in tondo nella loro gabbia che è il pianeta, hanno dimenticato che si può guardare il cielo (Eugène Ionesco, il Foglio)
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«Vent’anni sembran pochi», ma… Due storie emblematiche
Oggi vogliamo parlare di due giovani ventenni, vogliamo soffermarci su quanto le loro storie, apparentemente segnate da un destino opposto, ci suggeriscono. La prima è una storia di successo, quella di Kimi Antonelli, nuovo campione di Formula 1, il pilota più giovane ad aver mai conquistato il titolo mondiale. Se non ci fermiamo alla superficie di una riuscita importante, nell’exploit di Kimi scopriamo anzitutto un adulto come Toto Wolff, il manager della Mercedes che lo ha fatto crescere. Scrive Massimo Gramellini sul Corriere: «Per fare un giovane come Antonelli serve un adulto come Wolff. Uno capace di “vederti” quando sei ancora sconosciuto anche a te stesso, di investire su di te. Dopo l’esordio da incubo di Kimi, due anni fa a Monza, chiunque altro lo avrebbe tolto dai circuiti e riaccompagnato alle giostre. Wolff invece ha continuato a credergli e a crederci. Non ha negato o giustificato i suoi errori, ma non glieli ha neanche scagliati addosso per farlo sentire un fallito. Gli ha semplicemente insegnato ad accettarli per quello che erano: non un baratro, ma un trampolino. Se vogliamo crescere degli Antonelli, abbiamo bisogno dei Wolff, che non “risolvono problemi”, ma mostrano il verso in cui affrontarli. Ne abbiamo bisogno in famiglia, a scuola, in ufficio, nella politica e nell’imprenditoria. Persone adulte, in grado di trasmettere ai giovani soltanto due cose, però decisive: le radici e le ali».
La seconda è la storia di un tragico fallimento: giovedì, dopo una breve agonia in ospedale, a Brescia è morta una ragazza di vent’anni, di cui non conosciamo il nome, che a fine ottobre aveva tentato il suicidio nel carcere di Verziano dove era detenuta da pochi giorni. In una lettera al Giornale di Brescia, Massimo Lanzini, giornalista nonché impegnato nel volontariato in carcere, scrive: «Questa storia ci lascia nel cuore molte più domande – e infinitamente più profonde della inutile manciata di risposte che spesso ci portiamo in tasca. Questo succede ogni volta che ci troviamo di fronte al gesto disperato di una persona e all’abisso delle sue fragilità. E succede ancora di più quando questo accade dentro un carcere, che è luogo nel quale una persona viene “presa in custodia” dallo Stato. Cioè da tutti noi».
La forza della democrazia e i seminatori di violenza
In questi giorni ha fatto discutere la decisione del gip di Milano che ha respinto la richiesta di convalidare la detenzione in carcere di Youssef Siher, il trentenne considerato la mente del cosiddetto Movimento 17 ottobre. Va precisato che non si tratta di un’assoluzione e che le indagini vanno comunque avanti. Semplicemente per il giudice mancavano i presupposti per convalidare il fermo chiesto dalla procura. Al di là del caso particolare, vogliamo tornare su questa vicenda perché rivela qualcosa di sostanziale sulla nostra democrazia e sulla distanza siderale che c’è tra lo stato di diritto e l’ideologia della violenza. Qualcosa che magari sfugge o viene dimenticato nel gioco continuo delle contrapposizioni e nel chiasso delle opposte propagande. Su questo tema vi invitiamo perciò a leggere la lettera di Letizia Moratti pubblicata dal Foglio. Spiega bene in cosa consista la superiorità di una democrazia autentica. Scrive: «Proprio lo stato rappresentato come un nemico da combattere e abbattere ha garantito a Siher un giudice indipendente. Gli ha garantito il diritto alla difesa. Gli ha garantito la presunzione di innocenza. Ha sottoposto l’azione della propria Procura al controllo di un’altra autorità giudiziaria. E quando quel giudice ha ritenuto che non vi fossero i presupposti per convalidare il fermo, lo stato ha aperto la porta della sua cella. È difficile – continua – immaginare una dimostrazione più limpida della forza della democrazia e, al contempo, il fallimento meschino dell’ideologia rivoluzionaria e della deriva autoritaria propugnata da Siher. La democrazia autentica non si misura da come tratta chi la applaude. Si misura da come tratta chi la contesta. Persino chi la disprezza. Persino chi vorrebbe sovvertirla con la violenza». Moratti poi aggiunge: «La violenza divide il mondo tra amici e nemici. La democrazia riconosce diritti. La violenza pretende di imporre la propria verità. La democrazia accetta che un giudice possa dire no persino allo stato. La violenza cerca colpevoli. La giustizia cerca responsabilità provate. Questo non significa essere deboli. Al contrario».
Oltre la rabbia dei burattini diretti via social, chi insegna la fatica di costruire?
Questa settimana siamo stati accompagnati dalle immagini degli scontri e delle devastazioni di cui sono stati protagonisti ragazzi, tra cui molti poco più che adolescenti, in diverse città a cominciare da Milano. Una settimana fa mentre scrivevamo dei due minorenni della minicar che a Roma se ne andavano in giro a colpire i passanti come in un gioco demenziale, nelle stesse ore via social centinaia di ragazzini venivano convocati all’assalto di vetrine e negozi in un’esplosione di violenza e di rabbia collettiva. Naturalmente non entriamo qui nelle questioni di ordine pubblico che per contrastare il dilagare della violenza esigono anche adeguate azioni di repressione. E senz’altro interroga anche il fatto che la presunta mente delle convocazioni via social sarebbe un giovane, peraltro residente nel Bresciano, plurilaureato con master, non insomma un emarginato proveniente da qualche periferia degradata.
Ci interessa invece, e non certo da oggi, il tema dei giovani e della manipolazione di cui sono oggetto. In questi giorni abbiamo letto tanti commenti. Tra questi ve ne proponiamo due che si distolgono dalle diverse narrazioni ideologiche cercando di guardare oltre gli aspetti immediati ed emotivi della questione con una preoccupazione costruttiva. Il primo è dello psicanalista Massimo Recalcati su Repubblica, il secondo è di Luciano Violante che ha rilasciato un’intervista al Quotidiano Nazionale.

