• Chi siamo
  • Attività
  • Video
  • Archivio
  • Sostienici
  • Statuto
  • Organi
  • Contatti
Email:
info@fondazionesanbenedetto.it
Fondazione San BenedettoFondazione San Benedetto
  • Chi siamo
  • Attività
  • Video
  • Archivio
  • Sostienici
  • Statuto
  • Organi
  • Contatti

Fissiamo il Pensiero

  • Home
  • Fissiamo il Pensiero
  • L’abbeveratoio di McCarthy e la promessa di un destino buono

L’abbeveratoio di McCarthy e la promessa di un destino buono

  • Data 22 Luglio 2023

 «Quando uscivi dalla porta del retro di casa, da un lato trovavi un abbeveratoio di pietra in mezzo a quelle erbacce. C’era un tubo zincato che scendeva dal tetto e l’abbeveratoio era quasi sempre pieno, e mi ricordo che una volta mi fermai lì, mi accovacciai, lo guardai e mi misi a pensare. Non so da quanto tempo stava lì. Cento anni. Duecento. Sulla pietra si vedevano le tracce dello scalpello. Era scavato nella pietra dura, lungo quasi due metri, largo suppergiù mezzo e profondo altrettanto. Scavato nella pietra a colpi di scalpello. E mi misi a pensare all’uomo che l’aveva fabbricato. Quel paese non aveva avuto periodi di pace particolarmente lunghi, a quanto ne sapevo. Dopo di allora ho letto un po’ di libri di storia e mi sa che di periodi di pace non ne ha avuto proprio nessuno. Ma quell’uomo si è messo lì con una mazza ed uno scalpello e aveva scavato un abbeveratoio di pietra, che sarebbe potuto durare diecimila anni. E perché? in che cosa credeva questo tizio? Di certo non credeva che non sarebbe cambiato nulla. Uno potrebbe pensare anche a questo. Ma, secondo me, non poteva essere così ingenuo. Ci ho riflettuto tanto. Ci riflettei anche dopo essermene andato da lì quando la casa era ridotta a un mucchio di macerie. E ve lo dico, secondo me quell’abbeveratoio è ancora lì. Ci voleva ben altro per spostarlo, ve lo assicuro. E allora penso a quel tizio seduto lì con la mazza e lo scalpello, magari un paio d’ore dopo cena, non lo so. E devo dire che l’unica cosa che mi viene da pensare è che quello aveva una specie di promessa dentro il cuore. E io non ho certo intenzione di mettermi a scavare un abbeveratoio di pietra. Ma mi piacerebbe essere capace di fare quel tipo di promessa. È la cosa che mi piacerebbe fare più di tutte».
Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi

————————————————————————

Cormac McCarthy: l’uomo e la sua disperata speranza

Quel che ci lascia il grande scrittore americano morto il 13 giugno sono libri pieni di tutto. Quindi di vita intera. Romanzi che vedono lontano e prima. Che respingono la facile consolazione. Perché la realtà va vissuta da uomini veri. In terra di confine. Su scomodi cavalli. Senza chinarsi alla rassegnazione. Perché con la vita si duella. Come nei western. Magari con la Bibbia sul tavolo troppo segnato.

di Enzo Manes

articolo pubblicato sul sito del Centro Culturale di Milano

https://www.centroculturaledimilano.it/cormac-mccarthy-luomo-e-la-sua-disperata-speranza/

Cormac McCarthy avrebbe compiuto novant’anni il 10 luglio. Invece si è spento il 13 giugno nella sua appartata residenza di Santa Fè, New Messico, profondo Sud degli Stati Uniti.  Prima di andarsene ha lasciato due romanzi a cui ha lavorato per anni: “Il passeggero” e “Stella Maris”. Negli Usa usciti insieme, in Italia, “Stella Maris” avrà distribuzione dopo l’estate. Sempre per Einaudi, come per tutti i suoi libri. Due romanzi che possono vivere separatamente, ma assolutamente intrecciati.
McCarthy ha reso la sua letteratura un intreccio totale con la vita che non risparmia nulla.In quel che ha scritto niente è mai risultato innocuo. Ha plasmato storie di individui sempre al limite, se non oltre, innervate da una diffusa sete di disperata speranza. Verità e non ossimoro.
Ha scritto secondo i suoi tempi, quando aveva da dire qualcosa. Se lo è preso tutto il tempo che gli occorreva Ha parlato quasi solo con i suoi romanzi, i suoi pensieri li trovi nella sua letteratura, in quella lingua severa, asciutta, memorabile esaltata nei dialoghi ordinari, viscerali, appesi a un esile filo che, nonostante i travagli, pare tenere e trattenere l’essenziale. Non cercava altre forme per esprimersi, non certo le interviste che rifuggiva. Le interviste, diceva, fanno male alla testa di uno scrittore. «Se hai qualcosa da dire: scrivi».


Lontano dalle domande ipotetiche

Così ha fatto. Quella di Cormac McCarthy non è una letteratura di domande ipotetiche. Non ha mai girato intorno alle cose. Non si è affidato ai se. La sua è una letteratura dell’adesso. Dell’urgenza dell’adesso: dei delitti, delle pene, delle odissee, dei viaggi, della frontiera, dei confini, dei deserti fisici e metafisici, della civiltà occidentale sderenata tra l’olocausto e l’atomica di Hiroshima, dell’America sudista delle facce bruciate e dei ranch che sono più autentici della patinata Manhattan. Del sangue che scorre nei morti ammazzati, dell’epica dei duellanti, del tanto male, dell’inferno sulla terra, dell’inferno che, però, non incenerisce tutto. Delle domande che sono solo una domanda: che affiora a modo suo. Non certo per mettersi d’accordo con la vita ma per impastarsi con la vita. McCarthy vede nel presente quel qualcosa che ai più sfugge e non solo per distrazione. Gli scrittori discordanti e poco confortevoli sono fatti di questa pasta. Uomini, null’altro. E allora, in ogni parola, McCarthy non poteva che farci i conti con gli uomini. Uomini nelle loro storie sgangherate. Il più spesso terribili. Storie piene di cose che si muovono e li muovono anche quando il tempo sembra procedere appena. Piene di vita fangosa. Nei luoghi derelitti di vita. Ha detto, una volta: “Le cose separate dalle loro storie non hanno senso. Sono semplici forme. La storia, d’altro canto, non può mai venir separata dal luogo al quale appartiene, perché essa è quel luogo”. La storia è il luogo. La storia è Dio nella storia. È Dio nel luogo. McCarthy non ci prova nemmeno a cacciarlo via. Dio c’è reso nella maniera rude di uno scrittore mai appagato, del Sud fino al midollo, a cavallo su una sella francamente insicura.


Il fuoco della vita che resta acceso

Come prendere allora parte ai romanzi di McCarthy? Da dove incominciare la traversata con lui? Da qualsiasi parte peschi bene. Azzardiamo: a cavalcioni sul quadrupede per cavalcare la “Trilogia della frontiera”: “Cavalli selvaggi”; Oltre il confine”; “Città della pianura”.Cioè: Il viaggio iniziatico del giovanissimo cowboy Billy e del suo fratellino Boyd, a cavallo fra Texas e Messico. Un attraversamento fisico e metafisico, ovviamente con i tempi del western. Gli incontri sono fatti, il confine è più di una meta da raggiungere e varcare, i duelli sono nelle circostanze che si impongono. E anche le bestie sono personaggi. Perché nulla vive per caso.
Poi? Per seguirlo in quel che McCarthy intende per disperata speranza ecco “Suttree” (scritto nel 1979 e pubblicato in Italia nel 2009). Il protagonista è proprio uno dei suoi, ne ha viste e patite, la sua solitudine mette a disagio (così è troppo!); eppure, la sua condizione quasi estrema, desolante e desolata, non lo annulla. C’è dell’altro in quell’uomo disarcionato dalla vita. McCarthy non lo molla a quel che parrebbe un destino segnato dalla sconfitta su tutta la linea. E nella franchezza descrittiva ci provoca a non allontanarlo da noi. Perché, guardandoci allo specchio, potremmo imbatterci nella sua dolente figura.
“La strada”, Premio Pulitzer 2007. Padre e figlio, McCarthy non attribuisce loro un nome, avanzano su un terreno che punta a Sud. Per vivere, per scampare alla distruzione, agli effetti di una catastrofe originata da qualche accadimento che non viene esplicitato. In un contesto slegato tra padre e figlio cresce un legame che commuove. L’amore non può essere schematico:

Ce la caveremo, vero, papà?
Sì. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco?
Sì. Perché noi portiamo il fuoco.

In un mondo spazzato via il fuoco della vita rimane acceso in quella relazione, così naturale. L’umano resiste, non si scioglie come la neve che si posa sulla mano del figlio.  Questo è l’ispiratissimo McCarthy de “La strada”: «Tutte le cose piene di grazia e bellezza che ci portiamo nel cuore hanno un’origine comune nel dolore. Nascono dal cordoglio e dalle ceneri. ‘Ecco’ sussurrò al bambino addormentato. ‘Io ho te’».

Temi che non danno scampo

Con “Non è un paese per vecchi” (2005) rieccoci in Texas, lungo il confine con il Messico. Il male si prende il centro della scena. La violenza è sfuggita di mano, il grilletto facile è il ritornello quotidiano. Anton Chigurth incarna quel presente ormai cieco di valori. Lui fa dell’assassinio una legge. Prova a braccarlo lo sceriffo Bell. Mentre, entrambi, sono sulle tracce di un reduce del Vietnam, un certo Llewelyn Moss, che si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Lui che si era illuso di aver sfruttato la materiale e fruttifera occasione di una carneficina fra narcotrafficanti. Un romanzo infernale, che mozza il respiro. Laddove lo sceriffo Bell non ha scartato dalla propria vita i valori della convivenza codificata che hanno segnato il Texas.

“Sunset Limited” (2006) non è un romanzo, ma una sceneggiatura teatrale. Anche qui, come ne “La strada” i nomi non importano. Il duello, fatto di incalzanti domande e risposte, è fra un bianco e un nero. Sul tavolo, una Bibbia. Nel loro dialogare così serrato e sempre più acuminato non vi è scarto, ma tutto è sostanza. Stare al mondo e come starci è il punto. È il tema: carne, sangue. Nel loro duro confronto si ragiona non per assecondare l’arte del ragionamento. Si ragiona perché le domande abbiano un senso, affondino in quel che conta per davvero. A McCarthy non interessa buttarla sulla consolazione. Non è cosa per uno scrittore che ha scelto di azzannare la letteratura come si fa come la carne al sangue, solo scottata. Il libro si legge in poco più di un’ora. Poi lo si rilegge. Perché quelle domande non danno scampo, non possono darlo.

E siamo a “Figlio di Dio” (1973). Il protagonista è tale Laster Ballard, un personaggio respingente, brutto, piccolo, rozzo, con il viso affondato in una barba che quasi lo nasconde come una maschera desolata. Spavaldo. Vive nell’abbandono. Uno così non può che cadere, sprofondare giù: viene condannato innocente per violenza carnale. È un libro dove la violenza domina. Il titolo provoca indirizzando: che nessuno sia innocente pur figlio di Dio? Il culmine del degrado umano si raggiunge con “Meridiano di sangue” (1985). Massacri, aggressioni, asfissia. Prevale in modo inesorabile l’insensatezza della violenza cifra di una vita che pare perdersi in pozze di sangue vivo e rappreso. Un assaggio del clima irrespirabile che si respira in quelle pagine che comunque attraggono è doveroso:

«Gli uccisi giacevano in una grande pozza di sangue comune. Si era rappreso in una specie di budino segnato da orme di lupi o cani, e ai margini si era seccato e crepato come una ceramica rosso borgogna. C’era sangue che si allungava in lingue scure sul pavimento e c’era sangue che copriva come malta le pietre del lastricato e correva nel portico dove le pietre erano state scavate dai piedi dei fedeli e da quelli dei loro padri prima di loro, ed era colato giù lungo gli scalini e sgocciolato dalle pietre fra le tracce rosso scuro dei devastatori».

L’infelicità è una scelta

E veniamo a “Il passeggero”, uscito in Italia da poco più di mese. L’uomo della storia è Bobby Western (il cognome è perfetto per il McCarthy pensiero, così tanto cowboy). Sappiamo che gli è morta la sorella Alicia, suicidatasi per il Natale: il regalo che non ti aspetti. Bobby ha ottimi studi alle spalle, non proprio geniale come la sorella, matematica sopraffina. Ora, perché non gli è andata per il verso giusto, fa il sommozzatore di recupero. Durante un’immersione nel Mississippi trova un velivolo intatto, con i corpi senza vita di nove persone perfettamente accomodati al proprio posto. Nessuno ha scritto un rigo su quell’inabissamento. Non si trova la scatola nera. Strano, pensa Bobby. Ma la stranezza maggiore la scopre quando due tipi lo raggiungono a casa per saperne di più visto che nel velivolo manca il decimo corpo. Il decimo passeggero è scomparso. E i due chiedono a lui. Naturalmente non ottengono risposta perché Bobby Western non sa nulla di quel mistero. Non gli credono i due figuri, forse al soldo dell’Fbi o di altra agenzia governativa. Quel fattaccio enigmatico rischia di far molto male a Bobby. Allora decide che è meglio fuggire dall’inevitabile arresto. Si tratta di una fuga, anche qui fisica e metafisica. Di disperata speranza. Scandita da incontri sinceri, da perdite che fanno male, vere quindi. Il libro racconta del rapporto fra Bobby e l’amata sorella. Di persone che intendono aiutarlo (indimenticabile l’amica trans Debussy Fields). Con disinteresse, sono le diverse forme dell’amore e dell’amicizia che esistono anche in quel mondo buio, misterioso, fatto di caccia all’uomo e di fuga per vivere senza magari non dover più inabissarsi. Però, chi cerca ancora il sogno americano è un illuso, non può che andare a fondo come quei passeggeri, scomparso compreso. McCarthy lo ha sempre scritto. E qui insiste nel renderci partecipi della deriva. Di quella deriva umana che è anche la nostra. Vietato illudersi. Il tramonto dell’Occidente non è finzione. L’alba? Nella disperata speranza.

Dopo l’estate, in “Stella Maris”, il luogo che ha raccolto l’allucinata Alicia, scopriremo di più del grande e impossibile amore fra lei e Bobby. Dalla prospettiva della suicida. Mentre lui, per intanto al termine della provvisoria fuga, continua a misurarsi con la realtà come fanno i guardiani del faro. Silenti, che vedono e osservano l’orizzonte. Comunque, non rassegnato al male di vivere:

«La sofferenza fa parte della condizione umana e bisogna sopportarla. Ma l’infelicità è una scelta».

Tag:Cormac McCarthy, Letteratura

  • Condividi
piergiorgio

Articolo precedente

L'Europa e le «guerre culturali» sull'ambiente
22 Luglio 2023

Prossimo articolo

L’appiattimento del mondo ci ha distrutti, perché mi interessa CL
3 Settembre 2023

Ti potrebbe interessare anche

Non lamentarsi ma costruire ponti, la nostra sfida. Invito a due incontri
28 Febbraio, 2026

In una società nella quale il dibattito pubblico su qualsiasi tema è sempre più polarizzato, dove sembra diventato impossibile far convivere e dialogare esperienze e posizioni diverse, dove chi non appartiene alla propria parte politica per principio sbaglia qualunque cosa faccia, dove l’avversario è un nemico e alimentare il rancore è lo sport preferito, costruire un luogo di amicizia che metta al centro l’incontro con l’altro è una sfida che può apparire ardua e, per qualcuno, inutile («è tempo perso, sappiamo già come la pensa»). La storia della Fondazione San Benedetto racconta proprio questa sfida. Già nella scelta stessa del nome – San Benedetto – c’è l’indicazione chiara di una traiettoria ideale e, al tempo stesso, di un metodo: non perdere tempo a lamentarsi dei tempi che viviamo, ma creare relazioni e costruire ponti che rappresentino un passo nuovo, positivo e costruttivo negli ambiti di vita e nella società. In fondo è una declinazione pratica di cosa voglia dire essere un corpo intermedio in un’epoca nella quale a tutti i livelli si tende invece a promuovere la disintermediazione come modello a cui ispirarsi. Nel suo percorso ventennale la fondazione ha trovato nei papi che si sono succeduti, prima Benedetto XVI e poi Francesco, e ora Leone XIV, dei punti di riferimento a cui guardare per vivere con adeguato «spirito critico» il momento storico presente. 

Se si dovesse descrivere cosa fa la San Benedetto si potrebbe elencare una lunga serie di iniziative, talvolta dettate dall’attualità ma più spesso dal desiderio di dialogare con personalità o testimoni dei più diversi orientamenti ideali, culturali o politici. Questa vivacità culturale è solo l’espressione di una vita che cresce non secondo un programma predefinito, ma in modo creativo valorizzando le realtà e le persone incrociate nel proprio percorso. Altrettanto numerosi sono gli aiuti messi a disposizione: si va dall’erogazione di borse di studio, alla promozione e al sostegno di progetti come la ricostruzione ad Aleppo in Siria di una palazzina per otto famiglie distrutta dai bombardamenti oppure in Libano, in collaborazione con Avsi, di una scuola e di un centro sociale in un’area duramente provata dalla guerra. Questo modo di porsi ha portato la San Benedetto a essere riconosciuta pubblicamente come un bene per il territorio in cui opera. Oltre alla sempre significativa partecipazione ai suoi eventi, lo confermano le donazioni private che riceve da imprenditori e da singole persone, anche attraverso lasciti testamentari. 

La «Vita eterna» di Bazoli in dialogo coi giovani
21 Febbraio, 2026

Lunedì 2 marzo alle 17.30 a Brescia, nell’aula magna dell’Università Cattolica in via Trieste 17, verrà presentato il libro di Giovanni Bazoli «Vita eterna – Conversazioni con i miei nipoti». L’incontro, di cui sotto trovate l’invito, è promosso da Editrice Morcelliana, Fondazione San Benedetto e Università Cattolica. Che un personaggio pubblico come il presidente emerito di Intesa Sanpaolo abbia sentito la necessità, attraverso un dialogo con i suoi nipoti, di mettere a tema argomenti fondamentali come il senso e il destino della vita, che normalmente vengono omessi o accuratamente evitati nel dibattito oppure relegati nella sfera del privato, è già di per sé un fatto interessante, che merita attenzione. Lo è ancora di più perché tali argomenti non vengono affrontati in modo astratto o accademico, ma mettendosi a confronto su un piano esistenziale con dei giovani che oggi spesso si sentono distanti dalle verità della fede cristiana. E questo nella consapevolezza profonda che si può essere conquistati dall’esperienza della fede «solo per attrazione», come sottolineava papa Francesco. In preparazione all’incontro oggi vi invitiamo a leggere l’intervista che Bazoli ha rilasciato nelle scorse settimane al quotidiano La Repubblica in occasione dell’uscita del libro.

Jovanotti: «Così Sammy ci ha insegnato l’essenziale»
14 Febbraio, 2026

Nella newsletter della scorsa settimana abbiamo voluto mettere a tema la questione dei giovani. Non ci interessa però parlarne in termini sociologici, come se si trattasse di una categoria sociale da analizzare in base a tendenze, stili di vita, ecc. Altri lo sanno fare meglio e sono più attrezzati. A noi interessano i giovani come persone reali, nella loro singolarità come nel loro mettersi insieme. Per questo oggi vogliamo segnalarvi la storia di un giovane che, dentro una condizione oggettivamente molto difficile, è diventato con la sua presenza suscitatore di una positività straordinaria. Stiamo parlando di Sammy Basso, il giovane, biologo e ricercatore, morto a ottobre 2024 all’età di 28 anni, affetto da una malattia genetica rarissima, la progeria, che porta all’invecchiamento precoce. In questi giorni è stato pubblicato un libro, edito da San Paolo, nel quale i suoi genitori raccontano la vita con lui. La prefazione, che vi invitiamo a leggere, è stata scritta da Jovanotti. Il cantautore si sofferma sulla sua amicizia con Sammy: «A scuola ci insegnano che il cuore è un muscolo involontario. Poi nella vita può capitare di imparare che sì, è involontario, ma fino a un certo punto. Ci sono incontri, azioni, cose che ci succedono che ci insegnano a risvegliarlo – scrive Jovanotti -, lo allenano, lo ingrandiscono, lo rendono più vivo, perfino un po’ “volontario”. Sono soprattutto gli incontri. Io ho incontrato Sammy ed è stata una benedizione sentire il suo affetto e la sua amicizia, ma incontrando lui ho incontrato un mondo di cui lui era un luminoso vitale energetico centro di gravità». Bellissima la conclusione della prefazione: «Sammy nella sua breve e infinita vita ci ha insegnato l’essenziale, che è vivere, un giorno alla volta, con gratitudine e coraggio».

In questi giorni ci ha colpito anche la storia di James Van Der Beek, un noto attore di serie tv, morto per un cancro. La malattia gli era stata diagnosticata nel 2023 e un anno dopo in un video aveva raccontato come fosse cambiata la sua vita.

Cerca

Categorie

  • Fissiamo il Pensiero
  • I nostri incontri
    • I nostri incontri – 2015
    • I nostri incontri – 2016
    • I nostri incontri – 2017
    • I nostri incontri – 2018
    • I nostri incontri – 2019
    • I nostri incontri – 2021
    • I nostri incontri – 2022
    • I nostri incontri – 2023
    • I nostri incontri – 2024
    • I nostri incontri – 2025
    • I nostri incontri – 2026
  • Mese Letterario
    • 2010 – I Edizione
    • 2011 – II Edizione
    • 2012 – III Edizione
    • 2013 – IV Edizione
    • 2014 – V Edizione
    • 2015 – VI Edizione
    • 2016 – VII Edizione
    • 2017 – VIII Edizione
    • 2018 – IX Edizione
    • 2019 – X Edizione
    • 2021 – XI Edizione
    • 2023 – XIII Edizione
    • 2024 – XIV Edizione
    • 2025 – XV Edizione
  • Scuola San Benedetto – edizioni passate
  • Tutti gli articoli

Education WordPress Theme by ThimPress. Powered by WordPress.

VUOI SOSTENERCI?

Siamo una fondazione che ha scelto di finanziarsi con il libero contributo di chi ne apprezza l’attività

Voglio fare una donazione
Borgo Wührer, 119 - 25123 Brescia
info@fondazionesanbenedetto.it

Resta sempre aggiornato

Iscriviti subito alla nostra newsletter per non perderti le attività e gli eventi organizzati dalla Fondazione San Benedetto.

Iscriviti

Sito Web sviluppato da Nida's - Nati con la crisi.

Copyright © Fondazione San Benedetto Educazione e Sviluppo

Mappa del sito | Privacy Policy | Cookie Policy

Sito Web sviluppato da Nida's - Nati con la crisi.

Privacy Policy | Cookie Policy

Fondazione San Benedetto
Gestisci Consenso
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici. L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.
  • Gestisci opzioni
  • Gestisci servizi
  • Gestisci {vendor_count} fornitori
  • Per saperne di più su questi scopi
Visualizza preferenze
  • {title}
  • {title}
  • {title}