• Chi siamo
  • Attività
  • Video
  • Archivio
  • Sostienici
  • Statuto
  • Organi
  • Contatti
Email:
info@fondazionesanbenedetto.it
Fondazione San BenedettoFondazione San Benedetto
  • Chi siamo
  • Attività
  • Video
  • Archivio
  • Sostienici
  • Statuto
  • Organi
  • Contatti

Fissiamo il Pensiero

  • Home
  • Fissiamo il Pensiero
  • La vita è un carcere, ci serve la grazia di un Liberatore

La vita è un carcere, ci serve la grazia di un Liberatore

  • Data 23 Marzo 2024
Scorrono davanti ai nostri occhi le immagini della strage di venerdì a Mosca. Scene di una crudeltà inaudita che per un attimo interrompono l’assuefazione alle notizie. La violenza, di cui la guerra e il terrorismo sono le espressioni più inquietanti, sembra non avere argini nella sua opera di distruzione. La realtà nella sua crudezza appare insopportabile e a ben poco vale l’illusione di costruirsi un rifugio sicuro. Dentro questo frangente storico, nel 2024 ricorrono anche i cento anni della morte di Franz Kafka. Proprio la lettura dei suoi scritti, talvolta sconcertanti e scandalosi, può essere d’aiuto ad affrontare il momento che stiamo vivendo senza soccombere agli eventi. Nelle sue pagine il grido umano, il bisogno inascoltato, l’attesa del bene assente, sono una costante, come sottolinea l’articolo di Daniela Notarbartolo, di cui questa settimana vi proponiamo la lettura, pubblicato dal quotidiano online ilsussidiario.net.  “Questa vita – scriveva Kafka – ci sembra insopportabile, un’altra irraggiungibile. Non ci si vergogna più di voler morire; si prega di venir trasferiti dalla vecchia cella, che odiamo, in una nuova, che dobbiamo ancora imparare ad odiare. C’entra anche un briciolo di fede che, durante il trasferimento, il Signore passi per caso nel corridoio, guardi in faccia il prigioniero e dica: ‘Costui non richiudetelo più. Ora viene da me’”.

Rileggendo Kafka 

di Daniela Notarbartolo – da ilsussidiario.net del 20 marzo 2024

Nel 2024 ricorrono i cento anni della morte dello scrittore. Il grido umano, il bisogno inascoltato, l’attesa del bene assente: una costante della sua opera

Nel centenario dalla morte di Franz Kafka (1883-1924) ho riletto alcune sue memorabili pagine e mi accingo a riferirne, ben sapendo che ogni romanzo, ogni racconto di Kafka è un enigma che chiede lo sforzo di essere sciolto, ma senza promettere soluzioni. Il mondo kafkiano appare nitido nei particolari ma incoerente nell’insieme, deformato e incomprensibile: svegliarsi una mattina trasformato in un insetto disgustoso (La metamorfosi), non sapere neppure di essere stato condannato a morte e tantomeno conoscerne il motivo (Nella colonia penale), passare tutta la vita davanti a un ingresso cui non si può accedere (Davanti alla legge), solo per citare alcune di tali situazioni.

Franz Kafka (foto National Library Israel)

Facile interpretarlo come autore che denuncia la mancanza di significato delle cose, come sarebbero tanti autori novecenteschi. Meno frequente cogliere un grido in tanta desolazione, come don Luigi Giussani, che in tante occasioni ha citato una massima rivelatrice come “Esiste un punto d’arrivo, ma nessuna via” (Considerazioni, n. 26). Il mondo infatti ha anche una sua evidente positività. L’uomo “di campagna” che nel racconto Davanti alla legge passa tutta la vita chiedendo invano di poter “entrare nella legge”, distingue “uno splendore che erompe inestinguibile dalla porta della legge”. Un guardiano glielo impedisce e solo risponde alle sue domande (“sei insaziabile”). L’uomo muore senza essere potuto entrare, ma il guardiano gli dice all’ultimo che “Nessun altro poteva entrare qui perché questo ingresso era destinato soltanto a te. Ora vado a chiuderlo”. C’è una specie di chiamata personale nella realtà a cui non pare corrispondere una possibilità di accesso: sei “destinato a un grande lunedì” ma “la domenica non finisce mai” (Diari, 1921).

Il tema della legge e il sentimento di una colpa commessa (anche Freud circa negli stessi anni indagava il senso di colpa) sono costanti negli scritti dell’ebreo Kafka, intriso suo malgrado di cultura ebraica (anche se non da credente), e per di più laureato in legge: una legge incomprensibile di cui si è persa la ragione, imposta da un padre che non è più Padre. Quanto gioca in questa perdita di senso il fatto che gli ebrei europei nel secolo precedente si fossero “assimilati” e avessero ormai assunto i valori della società borghese facendosene attivi e acuti promotori? Ci si può convincere di che cosa significhi perdere il senso della propria tradizione visitando lo Jüdisches Museum di Berlino, o leggendo tanta letteratura (penso per esempio a La famiglia Karnowskij di Israel J. Singer), da cui si capisce lo sgomento incredulo degli ebrei tedeschi respinti da un mondo di cui avevano voluto con tutte le forze fare parte e che avevano contribuito in gran parte a creare.

Per questo motivo non è detto che ad aver influito su questa onnipresenza dei temi della legge e della colpa sia proprio il padre di Kafka, anche se nella Lettera al padre (peraltro mai spedita, e non pubblicata in vita come molte sue opere) è acutamente descritto il contrasto con il genitore: un pragmatico ebreo operoso che ha messo su una bottega florida, e vorrebbe un figlio operoso e pragmatico come lui, mentre il figlio aspira ad essere uno scrittore (socialmente inutile). Franz Kafka lo descrive come “un vero Kafka, per forza, salute, appetito, intensità vocale, capacità oratorie, autocompiacimento, senso di superiorità, resistenza, presenza di spirito, conoscenza degli uomini” (Lettera al padre). Lui invece era alto e magro, mingherlino a paragone del padre, fragile di salute (morì a 42 anni di tubercolosi). Certo non si sentiva minimamente incoraggiato dal padre nelle sue aspirazioni e nella sua sensibilità. Al padre rimprovera tra l’altro di avergli comunicato una religione in cui lui stesso non credeva, una tradizione formale risalente ai suoi anni giovanili e alla vita del villaggio dal quale era emigrato, ma ormai priva di una qualche sensatezza, incapace di dare un qualche ordine alla sua vita, ormai piegata ad altri interessi (Lettera al padre).

Ne La metamorfosi il personaggio Gregor Samsa non è tanto determinato dal conflitto con il padre (che pure nel racconto lo ferisce a morte bombardandolo con delle mele: una specie di lapidazione), quanto dal desiderio di essere capito e accolto totalmente per quello che è, nonostante non corrisponda (più) al ruolo codificato: diventato insetto non riesce ad alzarsi e a prendere il treno, come ci si aspetta dal ligio impiegato che mantiene la famiglia. Un’incomprensione altrove denunciata: “Per quanto poco io sia, qui non c’è nessuno che abbia comprensione di me nel mio complesso. Oh, possedere qualcuno che abbia questa comprensione, non so, una donna, vorrebbe dire essere sostenuto da ogni parte, avere Dio” (Diari, 1915). Gregor, escluso dalla vita dei familiari, che prendono a pigione degli estranei per mantenersi, vive tutta la sua inaccettabile solitudine: “Io ho appetito – diceva tra sé Gregor preoccupato – ma non di queste cose. Come si nutrono questi inquilini, mentre io muoio di fame!”. Privato di una autentica unità con gli altri esseri e di una ragione che spieghi le cose, la vita si presenta come una prigione dalla quale è impossibile uscire (nel racconto, la sua stanza, in cui è ormai prigioniero). “Tutto è fantasia: la famiglia, l’ufficio, gli amici, la strada, tutto fantasia, lontana o vicina, la donna; ma la verità più prossima è che tu premi la testa contro il muro d’una cella senza finestre e senza porte” (Diari, 1921).

Certo la non adesione all’ordine delle cose è tema novecentesco: mi viene in mente in La coscienza di Zeno la descrizione della moglie Augusta, per la quale “la terra girava, ma tutte le altre cose restavano al loro posto. … i vestiti, il verde, il nero, quello da passeggio che andava in armadio quando si arrivava a casa e quello di sera che in nessun caso si avrebbe potuto indossare di giorno, né quando io non m’adattavo di mettermi in marsina. E le ore dei pasti erano tenute rigidamente e anche quelle del sonno. Esistevano, quelle ore, e si trovavano sempre al loro posto”. Una “salute” mentale alla quale il marito non può aderire. C’è qualcosa che stona in questo ordine, che si autoalimenta ma non pare avere un fondamento di Verità.

Tuttavia per un ebreo assimilato c’è qualcosa di più grave, la “promessa” non si compie e Mosè non arriva alla meta: “Questa suprema prospettiva ha un unico senso, quello di rappresentare fino a che punto la vita umana sia un istante imperfetto: imperfetto perché questa specie di vita (l’attesa della Terra Promessa) potrebbe durare indefinitamente senza che ne risultasse mai qualcosa di diverso da un istante. Mosè non raggiunse Canaan non perché la sua vita fu troppo breve, ma perché era la vita di un uomo” (Diari, 1921). Accettare dunque che nella vita umana non ci sia possibilità di compimento? Tuttavia, esiste un grido, un bisogno inascoltato, un’attesa: la sete di qualcosa di vero, di credibile. “Qualcuno che io possa almeno seguire” (Adriana Mascagni).

Eppure, una esperienza per lui è reale, in questo mondo incomprensibile, e dice che la meta ci deve essere, anche se non riesce a spiegarla: la possibilità di scrivere, “oggettivare il dolore pur nel dolore (…). E questa non è menzogna o lenimento del dolore, ma è una esuberanza di forze accordata dalla grazia in un momento in cui il dolore ha tuttavia esaurito tutte le forze sino in fondo al mio essere che ne è ancora tormentato. Che cosa è questa esuberanza dunque?” (Diari, 1917).

Il bene compare a sprazzi nei suoi scritti. “Si può benissimo pensare che la magnificenza della vita sia pronta intorno ad ognuno e in tutta la sua pienezza, ma velata nel profondo, indivisibile, lontanissima. È però non ostile, non riluttante, non sorda. Se la si chiama con la parola giusta, col giusto nome, viene. Questa è la natura della magia che non crea, ma chiama” (Diari, 1921). C’è una speranza: “l’incongruenza del mondo sembra, per fortuna, solo di natura quantitativa” (Terzo dei Quaderni in ottavo)

Esiste un punto di arrivo, dunque, ma Kafka non conosce la via. Davanti a questo don Giussani faceva notare: “È innegabile: c’è un ignoto (i geografi antichi tracciavano quasi un’analogia di questo ignoto con la famosa ‘terra incognita’ con cui terminava il loro grande foglio; ai margini del foglio segnavano: ‘terra incognita’). (…) Quello che Kafka dice (‘non c’è nessuna via’) non è vero storicamente. È vero, paradossalmente, si potrebbe dire, teoricamente, non è vero storicamente. Il mistero non si può conoscere! Questo è vero teoricamente. Ma se il mistero bussa alla tua porta… ‘Chi mi apre io entrerò e verrò a cena con lui’ (Ap 3,20); sono parole che si leggono nella Bibbia, parole di Dio nella Bibbia. Ma è un fatto accaduto. (…) ‘Esiste un punto di arrivo, ma nessuna via’. No! Un uomo che ha detto: ‘Io sono la via’ è un fatto storico accaduto”. Se la vita è un carcere, ci vuole un liberatore (il grido dunque è a Dio).

Ho ritrovato un passo che don Giussani citò quando io ero ragazza e che mi ha accompagnato negli anni come preghiera nel profondo. “Questa vita ci sembra insopportabile, un’altra irraggiungibile. Non ci si vergogna più di voler morire; si prega di venir trasferiti dalla vecchia cella, che odiamo, in una nuova, che dobbiamo ancora imparare ad odiare. C’entra anche un briciolo di fede che, durante il trasferimento, il Signore passi per caso nel corridoio, guardi in faccia il prigioniero e dica: ‘Costui non richiudetelo più. Ora viene da me’” (Terzo dei Quaderni in ottavo).

Tag:Kafka

  • Condividi
piergiorgio

Articolo precedente

Il mondo in frantumi
23 Marzo 2024

Prossimo articolo

Il mistero del Sabato Santo
29 Marzo 2024

Ti potrebbe interessare anche

I surrogati della felicità
24 Gennaio, 2026

«All’approvazione, al consenso, alla visibilità viene data spesso un’importanza eccessiva, tale da condizionare le idee, i comportamenti e gli stati d’animo delle persone, da causare sofferenze e divisioni, da produrre stili di vita e di relazione effimeri, deludenti, imprigionanti. In realtà, non abbiamo bisogno di questi “surrogati di felicità”». Nella newsletter di oggi vogliamo riproporvi, per la loro profonda verità, queste parole di Leone XIV pronunciate all’Angelus di domenica scorsa (sotto trovate il testo integrale). Ne facciamo tesoro in un’epoca in cui la parola come mezzo per esprimere un significato, una verità, sembra sparita dall’orizzonte, sostituita da chiacchiere, finzioni, slogan, affermazioni o rivendicazioni di qualche piccolo potere, invidie e risentimenti. Il Papa in modo chiaro e diretto descrive la condizione nella quale oggi spesso ci troviamo. Amplificata dai mezzi di cui disponiamo dilaga la ricerca della visibilità e del consenso come se la nostra consistenza dipendesse da presunti riconoscimenti sociali o «social» che Leone XIV non esita a definire «surrogati di felicità». È evidente che il problema non sono i mezzi o le tecnologie in sé ma siamo anzitutto noi che abbiamo scelto di rinunciare alla ricerca della verità e della felicità per cui siamo stati fatti affidandoci invece a «illusioni passeggere di successo e di fama» e diventando poi magari schiavi di like, algoritmi, etc. Prevalgono le apparenze che anche inconsapevolmente alimentano un’immagine artefatta di sé. Una questione che non riguarda solo i giovani, ma gli stessi adulti. Pensiamo solo al gesto banale di genitori che postano sui social le foto dei figli in vacanza o in altri contesti particolari, in genere di tempo libero,  trasmettendo indirettamente ai più piccoli l’importanza di apparire ed esponendoli anche alle invidie  e ai pettegolezzi dei loro compagni o dei loro genitori che non hanno magari le stesse possibilità. Sappiamo per esperienza come facilmente gli schermi anziché contribuire a far crescere relazioni vere, possano diventare lo specchio di un mondo finto. Il Papa ci invita a non sprecare «tempo ed energie inseguendo ciò che è solo apparenza», «amando le cose semplici e le parole sincere». Indipendentemente dal fatto di essere credenti o non credenti, chiediamoci se nel mondo di oggi c’è qualche altro leader oltre al Papa che dica queste cose riportandoci alla verità di noi stessi.

Il ritorno degli imperi, un’opportunità per l’Europa
17 Gennaio, 2026

Fine della globalizzazione e inizio di una nuova era degli imperi, è questo in sintesi il passaggio a cui siamo di fronte oggi nello scenario internazionale. Così sostiene l’intellettuale ed editorialista Nicolas Baverez, grande studioso di Tocqueville, in un interessante articolo pubblicato pochi giorni fa sul quotidiano francese Le Figaro. In effetti di questo processo di trasformazione abbiamo avuto parecchie avvisaglie negli ultimi anni con il ruolo crescente delle autocrazie e poi nel 2025 con l’allineamento degli Stati Uniti al nuovo clima dominante dopo l’arrivo di Trump. Per Baverez stiamo entrando in un’epoca «dominata dai predatori, in cui i rapporti di forza sostituiscono l’ordine mondiale e la forza prevale sul diritto». Un passaggio che significa un deciso «arretramento della democrazia». Proprio quella democrazia che nelle nostre società occidentali tendiamo a considerare come un dato acquisito, come qualcosa di scontato, con la sua cornice di garanzie, di tutela dei diritti, di sistemi di welfare che porta con sé. In realtà appare sempre più chiaro che non è così. In tale contesto, secondo Baverez, oggi l’Europa è «il continente più vulnerabile». E in un mondo «dominato da tiranni e bruti», la cui unica preoccupazione è perpetuare il proprio potere personale rincorrendo magari il sogno di vivere fino a 150 anni come Putin e Xi Jinping, «la tentazione di cedere alla disperazione e rinunciare è forte». Eppure – si legge nell’articolo – «la speranza è la migliore alleata della libertà e l’antidoto più efficace alla legge ferrea degli imperi, il cui principio risiede nell’unione della menzogna e del terrore». Qui l’Europa ha chances uniche e come Fondazione San Benedetto ne siamo sempre stati convinti come documentano anche le tante iniziative che abbiamo promosso in questi anni. In tale quadro rientra anche l’incontro del prossimo 29 gennaio sulla guerra in Ucraina che vi segnaliamo di seguito e al quale vi invitiamo. Baverez conclude così il suo articolo: «Dobbiamo soprattutto liberare le notevoli risorse dell’Europa e rafforzare la sua unità sfruttando appieno la sua storica opportunità di diventare il cuore della libertà nel Ventunesimo secolo». Parole che sottoscriviamo. 

Mattarella, il Papa e Saporito: spunti per l’anno appena iniziato
10 Gennaio, 2026

Con questa prima newsletter del 2026 vogliamo iniziare un nuovo tratto di cammino partendo da alcune parole del presidente Mattarella, nel discorso di fine anno, e di Papa Leone, nella messa di Capodanno. Perché questa scelta? Di fronte a quello che accade ci assale facilmente la sensazione che il tempo in cui viviamo sia «uscito dai cardini» come Shakespeare fa dire ad Amleto. E per molti versi non è solo una sensazione, è davvero così.  Incrociare perciò nel nostro percorso quotidiano parole, fatti, persone, gesti,  che possano illuminare la strada e aprire una prospettiva diversa è come una boccata di ossigeno.

Dal discorso di Mattarella riprendiamo due spunti che sentiamo nostri in quanto appartengono al dna della nostra fondazione e sui quali sin dall’inizio siamo impegnati. Dopo aver rilanciato l’invito del Papa a disarmare le parole il presidente ha aggiunto: «Di fronte all’interrogativo: “cosa posso fare io?” dobbiamo rimuovere il senso fatalistico di impotenza che rischia di opprimere ciascuno». Il secondo passaggio di Mattarella che vogliamo evidenziare riguarda i giovani: «Qualcuno – che vi giudica senza conoscervi davvero – vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati: non rassegnatevi. Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna».

Da Papa Leone raccogliamo invece un suggerimento a cambiare punto di vista. Oggi nel mondo si confrontano «strategie, che mirano a conquistare mercati, territori, zone di influenza. Strategie armate, ammantate di discorsi ipocriti, di proclami ideologici, di falsi motivi religiosi». Il Papa ribalta questa prospettiva: «Ogni giorno può essere, per ciascuno di noi, l’inizio di una vita nuova, grazie all’amore generoso di Dio, alla sua misericordia e alla risposta della nostra libertà. Ed è bello pensare in questo modo all’anno che inizia: come a un cammino aperto, da scoprire, in cui avventurarci, per grazia, liberi e portatori di libertà, perdonati e dispensatori di perdono, fiduciosi nella vicinanza e nella bontà del Signore che sempre ci accompagna».

Da ultimo, in continuità con queste parole, vi segnaliamo la storia di Francesco Saporito raccontata da Giuseppe Frangiin un articolo che vi invitiamo a leggere, tratto dal quotidiano online ilsussidiario.net. Colpito dalla SLA in lui non è venuta meno la voglia di vivere, anzi è diventata ancora più forte e sorprendente, insieme a un’incredibile dose di ironia. Adesso ha raccontato in un libro appena pubblicato la sua esperienza. Si potrebbe pensare a una storia triste. «Nient’affatto – scrive Frangi -: nei racconti di Saporito vince sempre la vita, con le sue sorprese e la sua nascosta bellezza. O come li definisce lui, con i suoi “interstizi di felicità”».

Cerca

Categorie

  • Fissiamo il Pensiero
  • I nostri incontri
    • I nostri incontri – 2015
    • I nostri incontri – 2016
    • I nostri incontri – 2017
    • I nostri incontri – 2018
    • I nostri incontri – 2019
    • I nostri incontri – 2021
    • I nostri incontri – 2022
    • I nostri incontri – 2023
    • I nostri incontri – 2024
    • I nostri incontri – 2025
  • Mese Letterario
    • 2010 – I Edizione
    • 2011 – II Edizione
    • 2012 – III Edizione
    • 2013 – IV Edizione
    • 2014 – V Edizione
    • 2015 – VI Edizione
    • 2016 – VII Edizione
    • 2017 – VIII Edizione
    • 2018 – IX Edizione
    • 2019 – X Edizione
    • 2021 – XI Edizione
    • 2023 – XIII Edizione
    • 2024 – XIV Edizione
    • 2025 – XV Edizione
  • Scuola San Benedetto – edizioni passate
  • Tutti gli articoli

Education WordPress Theme by ThimPress. Powered by WordPress.

VUOI SOSTENERCI?

Siamo una fondazione che ha scelto di finanziarsi con il libero contributo di chi ne apprezza l’attività

Voglio fare una donazione
Borgo Wührer, 119 - 25123 Brescia
info@fondazionesanbenedetto.it

Resta sempre aggiornato

Iscriviti subito alla nostra newsletter per non perderti le attività e gli eventi organizzati dalla Fondazione San Benedetto.

Iscriviti

Sito Web sviluppato da Nida's - Nati con la crisi.

Copyright © Fondazione San Benedetto Educazione e Sviluppo

Mappa del sito | Privacy Policy | Cookie Policy

Sito Web sviluppato da Nida's - Nati con la crisi.

Privacy Policy | Cookie Policy