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Fissiamo il Pensiero

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Il mondo in frantumi

  • Data 17 Marzo 2024

Nella newsletter di questa settimana vogliamo proporvi la lettura di un discorso storico: quello che l’8 giugno 1978 lo scrittore russo Aleksandr Solzenicyn, premio Nobel per la letteratura, fece all’università di Harvard in occasione del conferimento della laurea honoris causa.

Lo scrittore Aleksandr Solzenicyn rappresentato in un murales (foto Thierry Ehrmann)

Costretto all’esilio dall’Unione Sovietica nel 1974, da qualche tempo si era stabilito negli Stati Uniti, andando ad abitare nel Vermont. A 46 anni di distanza, in un contesto mondiale sempre più frammentato dove soffiano venti di guerra e le democrazie appaiono indebolite, le sue parole mantengono una straordinaria attualità. Dallo squilibrio fra la libertà di fare il bene e quella di fare il male, a un legalismo senz’anima che porta alla mediocrità spirituale, fino alla superficialità menzognera dei media, sono tanti gli spunti che questo discorso offre, utili per considerare con più attenzione e consapevolezza quanto sta avvenendo nelle nostre società.

Mese Letterario, posti quasi esauriti

Sono quasi esauriti i posti per partecipare alla 14° edizione del Mese Letterario in programma nel prossimo mese di aprile. Chi non si fosse ancora iscritto è invitato a farlo al più presto. Le iscrizioni si ricevono esclusivamente online sul sito dell’Associazione Mese Letterario cliccando su questo link https://www.meseletterario.it/edizione-2024.  Sul sito potete trovare anche il programma dettagliato della rassegna che ha come titolo “L’altro necessario“. Tre gli appuntamenti in programma: il 4 aprile su Italo Svevo con Valerio Capasa, l’11 aprile su James Joyce con Enrico Terrinoni e il 18 aprile su T.S. Eliot con Edoardo Rialti. Gli incontri si svolgeranno nell’auditorium Capretti agli Artigianelli (via Avogadro 23 con parcheggio all’interno).  

Il discorso di Solzenicyn ad Harvard

Sono veramente felice di essere qui con voi in occasione del 327° anniversario della nascita di questa antica e illustre università. I miei complimenti e i migliori auguri a tutti i nuovi laureati. Motto di Harvard è “Veritas”. Molti di voi hanno già scoperto e altri lo scopriranno nel corso della loro vita, che la verità ci sfugge, non appena iniziamo a vivere sotto la nostra “bandiera”, lasciandoci per tutto il tempo l’illusione che stiamo continuando a esercitarla. Questo è fonte di grande discordia.  Inoltre, raramente la verità è dolce; è quasi sempre amara. Una parte di amara verità sarà anche nel mio discorso di oggi, che offro come amico, e non come avversario. Tre anni fa, negli Stati Uniti, ho detto certe cose che sono state respinte e sono apparse inaccettabili. Oggi, tuttavia, molte persone sono d’accordo con quanto ho detto allora….

La spaccatura del nostro mondo è evidente perfino a uno sguardo frettoloso. Qualsiasi nostro contemporaneo distingue infatti nel mondo quantomeno due forze contrapposte ormai in grado di annientarsi reciprocamente. Ma spesso ci si limita proprio a questa raffigurazione politica e all’illusione che il pericolo possa comunque essere scongiurato grazie a opportuni contatti diplomatici o all’equilibrio degli armamenti. In realtà il mondo è percorso da crepe più profonde, più larghe e più numerose di quanto non appaia al primo sguardo e questa frantumazione profonda e multiforme è gravida per tutti noi di vari rischi mortali. Secondo l’antica verità per la quale qualsiasi regno diviso contro se stesso – oggi la nostra Terra – è destinato a perire.

I mondi contemporanei

Esiste oggi il concetto di terzo mondo: abbiamo così tre mondi. Tuttavia senza dubbio il loro numero è ancora maggiore; sono soltanto mondi troppo lontani per essere percepiti. Ogni cultura autonoma antica e profondamente radicata, soprattutto se si è diffusa su di una vasta parte della superficie della terra, costituisce un mondo indipendente, pieno di rebus e di sorprese per il pensiero occidentale. Come minimo, dobbiamo includere in questa categoria la Cina, l’India, il mondo musulmano e l’Africa, se accettiamo di accostare anche le ultime due per uniformità di visione. Per mille anni la Russia appartenne a una tale logica, anche se il pensiero occidentale ha sistematicamente commesso l’errore di negare il suo carattere particolare, e quindi non lo ha mai capito, così come oggi l’Occidente non conosce ancora a fondo la Russia comunista. (…)

Convergenza

Tuttavia una persistente cecità – che nasce da un senso di superiorità illusorio – induce a credere che tutte le vaste zone in cui è diviso il nostro pianeta debbano seguire uno sviluppo che le porterà a sistemi analoghi a quelli occidentali attuali, i più avanzati da un punto di vista teorico, i più attraenti da un punto di vista pratico; che tutti gli altri mondi siano solo temporaneamente trattenuti – vuoi da cattivi governanti o da sconvolgimenti interni, o dalla barbarie e l’incomprensione – dal lanciarsi sulla via della democrazia pluripartitica di tipo occidentale e dall’adottare il modo di vita dell’Occidente. E ogni paese viene giudicato sulla base del suo grado di avanzamento su questa via. ma in realtà questa concezione è nata dall’incomprensione da parte dell’Occidente dell’essenza degli altri mondi, che vengono arbitrariamente misurati col metro occidentale. Il quadro reale dello sviluppo del nostro pianeta è ben diverso.

Il malessere provocato dalla frantumazione del mondo ha anche dato vita alla teoria della convergenza tra il più avanzato Occidente e l’Unione Sovietica, teoria ingannevole che ha quantomeno il torto di trascurare il fatto che lo sviluppo di ciascuno di questi mondi non li conduce assolutamente verso una fusione, e anzi è inimmaginabile che uno dei due mondi si possa trasformare sul modello dell’altro senza ricorso alla violenza. A ciò si aggiunga che la convergenza implica necessariamente che ognuna delle due parti adotti anche i vizi dell’altra parte, fatto che non si vede come possa essere auspicato. Se questo discorso di oggi lo pronunciassi nel mio paese, avrei scelto di porre l’accento, in questo schema generale della frantumazione del mondo, sulle disgrazie dell’Oriente, ma poiché da quattro anni sono costretto a vivere qui poiché mi trovo dinnanzi ad un uditorio occidentale, sarà più utile che presenti, così come io li vedo, alcuni tratti dell’Occidente contemporaneo.

Il declino del coraggio

Il declino del coraggio é la caratteristica più sorprendente che un osservatore  può oggi riscontrare in Occidente. Il mondo occidentale ha perso il suo coraggio civile, sia nel suo insieme che separatamente, in ogni paese, in ogni governo, in ogni partito politico e, naturalmente, nell’ambito delle Nazioni Unite. Il declino del coraggio é particolarmente evidente tra le élites intellettuali, generando l’impressione di una perdita di coraggio dell’intera società. Vi sono ancora molte persone coraggiose, ma non hanno alcuna determinante influenza sulla vita pubblica. Funzionari politici e classi intellettuali presentano questa caratteristica, che si concretizza in passività e dubbi nelle loro azioni e nelle loro dichiarazioni, e ancor di più nel loro egoistico considerare razionalmente come realistico, ragionevole, intellettualmente e persino moralmente giustificato il poter basare le politiche dello Stato sulla debolezza e sulla vigliaccheria.

E questo declino del coraggio, a volte raggiunge quella che potrebbe essere definita come una mancanza di carattere, sottolineata quasi con ironia da occasionali scoppi di audacia e di rigidità da parte degli stessi funzionari politici quando trattano con governi deboli, con paesi privi di sostegno o con correnti perdenti che chiaramente non saranno in grado di offrire alcuna resistenza. Si hanno invece silenzio e paralisi quando si tratta di affrontare governi potenti e forze minacciose, con aggressori e terroristi internazionali. È necessario sottolineare che fin dai tempi antichi il declino del coraggio è stato considerato il primo sintomo della fine?

Il benessere

Quando si sono costituiti, gli Stati occidentali moderni hanno proclamato il seguente principio: il governo deve essere al servizio dell’uomo e l’uomo vive su questa Terra per godere della libertà e cercare la felicità (vedi ad esempio la Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America). Ora, nel corso degli ultimi decenni, il progresso tecnico e il progresso sociale hanno finalmente permesso che si realizzasse questo sogno: uno Stato che assicuri il benessere generale. Ogni cittadino ha ricevuto l’ambita libertà nonché la quantità e la qualità dei beni materiali che avrebbero dovuto assicurare la sua felicità – perlomeno in quell’accezione immiserita del termine che ha preso piede nel corso degli stessi decenni. (Si è trascurato solo un piccolo dettaglio psicologico: il costante desiderio di possedere sempre di più, e sempre meglio, e la lotta accanita ch’esso comporta imprimono su molti visi occidentali il marchio della preoccupazione e persino della prostrazione, nonostante gli usi prescrivano che sentimenti del genere devono essere accuratamente dissimulati. Questa concorrenza attiva e serrata assorbe tutti i pensieri dell’uomo ed è ben lontana dal favorire il suo libero sviluppo spirituale). Ognuno si vede assicurare la piena indipendenza in rapporto a molte forme di pressione statale, la maggioranza dispone di un’agiatezza inimmaginabile soltanto una o due generazioni fa, si può ormai educare la gioventù nello spirito dei nuovi ideali, chiamandola alla fioritura fisica e alla felicità, preparandola a disporre di cose, di denaro, di svaghi, abituandole a una libertà di godimento pressoché illimitata, e allora ditemi: in nome di chi, e a che scopo certuni dovrebbero strapparsi da tutto questo e rischiare la loro preziosa vita per la difesa del bene comune, specialmente nella nebulosa eventualità che si debba difendere la sicurezza del proprio popolo in un paese per il momento ancora lontano? È noto perfino in biologia: condizioni troppo favorevoli non sono vantaggiose per gli esseri viventi. E oggi è nella vita della società occidentale che il benessere ha cominciato a rivelare il suo volto funesto.

Vita legalistica

In conformità ai propri obiettivi la società occidentale ha scelto la forma dell’esistenza che le era più comoda e che definirei giuridica. I limiti (molto larghi) dei diritti e del buon diritto di ogni uomo sono definiti dal sistema delle leggi. A forza di attenersi a queste leggi, di muoversi al loro interno e di destreggiarsi nel loro fitto ordito, gli occidentali hanno acquisito in materia una grande e salda perizia. (Ma le leggi restano comunque così complesse che il semplice cittadino non è in grado di raccapezzarcisi senza l’aiuto di uno specialista). Ogni conflitto riceve una soluzione giuridica, e questa viene considerata la più elevata. Se un uomo si trova giuridicamente nel proprio diritto, non si può chiedergli niente di più. Provategli a dirgli, dopo la suprema sanzione giuridica, che non ha completamente ragione, provatevi a consigliargli di limitare da se stesso le sue esigenze e a rinunciare a quello che gli spetta di diritto, provatevi a chiedergli di affrontare un sacrificio o di correre un rischio gratuito… vi guarderà come si guarda un idiota. L’autolimitazione liberamente accettata è una cosa che non si vede quasi mai: tutti praticano per contro l’autoespansione, condotta fino all’estrema capienza delle leggi, fino a che le cornici giuridiche cominciano a scricchiolare. (…)

Io che ho passato tutta la mia vita sotto il comunismo affermo che una società dove non esiste una bilancia giuridica imparziale è una cosa orribile. Nemmeno una società che dispone in tutto e per tutto solo della bilancia giuridica può dirsi veramente degna dell’uomo. Una società che si è installata sul terreno della legge, senza voler andare più in alto, utilizza solo debolmente le facoltà più elevate dell’uomo. Il diritto è troppo freddo e troppo informale per esercitare una influenza benefica sulla società. Quando tutta la vita è compenetrata dai rapporti giuridici, si determina un’atmosfera di mediocrità spirituale che soffoca i migliori slanci dell’uomo. E contare di sostenere le prove che il secolo prepara reggendo solo sui soli puntelli giuridici sarà per l’innanzi sempre meno possibile.

La direzione della libertà

Nella società occidentale di oggi è avvertibile uno squilibrio fra la libertà di fare il bene e la libertà di fare il male. Un uomo politico che voglia realizzare, nell’interesse del suo paese, una qualche opera importante, si trova costretto a procedere a passi prudenti e perfino timidi, assillato da migliaia di critiche affrettate (e irresponsabili) e bersagliato com’è dalla stampa e dal Parlamento. Deve giustificare ogni passo che fa e dimostrarne l’assoluta rettitudine. Di fatto è escluso che un uomo fuori dall’ordinario, un grande uomo che si riprometta di prendere delle iniziative insolite e inattese, possa mai dimostrare ciò di cui è capace: riceverebbe tanti di quegli sgambetti da doverci rinunciare fin dall’inizio. Ed è così che col pretesto di controllo democratico si assicura il trionfo della mediocrità. Per contro è cosa facilissima scalzare l’autorità dell’Amministrazione, e in tutti i paesi occidentali i poteri pubblici sono considerevolmente indeboliti. La difesa dei diritti del singolo giunge a tali eccessi che la stessa società si trova disarmata davanti a certi suoi membri: è giunto decisamente il momento per l’Occidente di affermare non tanto i diritti della gente, quanto i suoi doveri.

Al contrario della libertà di fare il bene, la libertà di distruggere, la libertà dell’irresponsabilità, ha visto aprirsi davanti a sé vasti campi d’azione. La società si è rivelata scarsamente difesa contro gli abissi del decadimento umano, per esempio contro l’utilizzazione della libertà per esercitare una violenza morale sulla gioventù: si pretende che il fatto di poter proporre film pieni di pornografia, di crimini o di satanismo costituisca anch’esso una libertà, il cui contrappeso teorico è la libertà per i giovani di non andarli a vedere. Così la vita basata sul giuridismo si rivela incapace di difendere perfino se stessa contro il male e se ne lascia poco a poco divorare. E che dire degli oscuri spazi in cui si muove la criminalità vera e propria? L’ampiezza dei limiti giuridici (specialmente in America) costituisce per l’individuo non solo un incoraggiamento a esercitare la sua libertà ma anche un incoraggiamento a commettere certi crimini, poiché offre al criminale la possibilità di sfuggire al castigo o di beneficiare di un’immeritata indulgenza, grazie magari al sostegno di un migliaio di voci che si leveranno in suo favore. E quando in un paese i poteri pubblici affrontano con durezza il terrorismo e si prefiggono di sradicarlo, l’opinione pubblica li accusa immediatamente di aver calpestato i diritti civili dei banditi. Ci sono al riguardo numerosi esempi.

La libertà non ha così deviato verso il male in un colpo solo, c’è stata un’evoluzione graduale, ma credo si possa affermare che il punto di partenza sia stato la filantropica concezione umanistica per la quale l’uomo, padrone del mondo, non porta in sé alcun germe del male, e tutto ciò che vi è di viziato nella nostra esistenza deriva unicamente da sistemi sociali erronei che è importante appunto correggere. Che strano però: l’Occidente, dove le condizioni sociali sono le migliori, presenta una criminalità indiscutibilmente elevata e decisamente più forte che nell’Unione Sovietica, con tutta la sua miseria e il disprezzo della legge. (Da noi, nei campi di lavoro, ci sono moltissimi detenuti definiti comuni, che in realtà, nella stragrande maggioranza, non sono affatto criminali, ma gente che ha cercato di difendersi con mezzi non giuridici contro uno Stato senza legge)

La tendenza della stampa

Anche la stampa (uso il termine “stampa” per designare tutti i mass media) gode naturalmente della massima libertà. Ma come la usa? Lo sappiamo già: guardandosi bene dall’oltrepassare i limiti giuridici ma senza alcuna vera responsabilità morale se snatura i fatti e deforma le proporzioni. Un giornalista e il suo giornale sono veramente responsabili davanti ai loro lettori o davanti alla storia? Se, fornendo informazioni false o conclusioni erronee, capita loro di indurre in errore l’opinione pubblica o addirittura di far compiere un passo falso a tutto lo Stato, li si vede mai dichiarare pubblicamente la loro colpa? No, naturalmente, perché questo nuocerebbe alle vendite. In casi del genere lo Stato può anche lasciarci le penne, ma il giornalista ne esce sempre pulito. Anzi, potete giurarci che si metterà a scrivere con rinnovato sussiego il contrario di ciò che affermava prima.

La necessità di dare una informazione immediata e che insieme appaia autorevole costringe a riempire le lacune con delle congetture, a riportare voci e supposizioni che in seguito non verranno mai smentite e si sedimenteranno nella memoria delle masse. Quanti giudizi affrettati, temerari, presuntuosi ed erronei confondono ogni giorno il cervello di lettori e ascoltatori e vi si fissano! la stampa ha il potere di contraffare l’opinione pubblica e anche quello di pervertirla. Così, la vediamo coronare i terroristi del lauro di Erostato, svelare perfino i segreti della difesa del proprio paese, violare impunemente la vita privata delle celebrità al grido «Tutti hanno il diritto di sapere tutto» (slogan menzognero per un secolo di menzogna, perché assai al di sopra di questo diritto ce n’è un altro, perduto oggigiorno: il diritto per l’uomo di non sapere, di non ingombrare la sua anima divina di pettegolezzi, chiacchiere, oziose futilità. Chi lavora veramente, chi ha la vita colma, non ha affatto bisogno di questo fiume pletorico di informazioni abbrutenti). È nella stampa che si manifestano, più che altrove, quella superficialità e quella fretta che costituiscono la malattia mentale del XX secolo. Penetrare in profondità i problemi è controindicato, non è nella sua natura, essa si limita ad afferrare al volo qualche elemento di effetto. E, con tutto questo, la stampa è diventata la forza più importante degli Stati occidentali, essa supera per potenza i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario. Ma chiediamoci un momento: in virtù di quale legge è stata eletta e a chi rende conto del suo operato? Se nell’Est comunista un giornalista viene apertamente designato dall’alto come ogni altro funzionario statale, chi sono gli elettori cui i giornalisti occidentali devono invece la posizione di potere che occupano? E per quanto tempo la occupano? E con quale mandato?

E infine c’è un altro tratto inatteso per un uomo che proviene dall’Est totalitario, dove la stampa è rigidamente unificata: se si considera la stampa occidentale nel suo insieme, si scopre che anch’essa presenta degli orientamenti uniformi, nella stessa direzione (quella del vento del secolo), dei giudizi mantenuti entro determinati limiti accettati da tutti e forse anche degli interessi corporativi comuni, e tutto ciò ha per risultato non la concorrenza ma una certa unificazione. E se la stampa gode di una libertà senza freno, non si può dire altrettanto dei suoi lettori: infatti i giornali danno rilievo risonanza soltanto a quelle opinioni che non sono troppo in contraddizione con quelle dei giornali stessi e della tendenza generale della stampa di cui si è detto.

Pensieri e tendenze di moda 

In Occidente, anche senza bisogno della censura, viene operata una puntigliosa selezione che separa le idee alla moda da quelle che non lo sono, e benché queste ultime non vengano colpite da alcun esplicito divieto, non hanno la possibilità di esprimersi veramente né nella stampa periodica, né in un libro, né da alcuna cattedra universitaria. Lo spirito dei vostri ricercatori è sì libero, giuridicamente, ma in realtà impedito dagli idoli del pensiero alla moda, senza che ci sia, come all’Est, un’aperta violenza, quella selezione operata dalla mode, questa necessità di conformare ogni cosa a dei modelli standardizzati, impediscono ai pensatori più originali e indipendenti di apportare il loro contributo alla vita pubblica e determinano il manifestarsi di un pericoloso spirito gregario che è di ostacolo a qualsiasi sviluppo degno di questo nome. Da quando sono in America, ho ricevuto lettere da persone straordinariamente intelligenti, ad esempio da un certo professore di un college sperduto in una remota provincia, che potrebbe davvero fare molto per rinnovare e salvare il suo paese: ma il paese non potrà mai sentirlo perché i media non lo appoggiano. Ed è così che i pregiudizi si radicano nelle masse, che la cecità colpisce un intero paese, con conseguenze che nel nostro secolo dinamico possono risultare assai pericolose.

Prendiamo ad esempio l’illusoria rappresentazione che si ha dell’attuale situazione del mondo: essa forma attorno alle teste una corazza così dura che nessuna delle voci che ci provengono da 17 paesi dell’Europa dell’Est e dell’Asia orientale riesce ad attraversarla, in attesa che l’implacabile maglio degli eventi la faccia volare in mille pezzi. Ho enumerato alcuni tratti della vita occidentale che colpiscono il nuovo venuto. Le dimensioni e lo scopo di questo discorso non mi consentono di proseguire nell’analisi, mostrando quale riflesso abbiano queste caratteristiche della società occidentale in settori così importanti della vita di un paese come l’insegnamento elementare, l’insegnamento superiore delle scienze umane e l’arte.

Il socialismo

È l’Occidente, e quasi tutti lo riconoscono, a mostrare al mondo intero la via più vantaggiosa di sviluppo economico, perturbata negli ultimi tempi, questo è vero, da un’inflazione caotica. ma ci sono anche molte persone, in Occidente, che sono insoddisfatte della loro società, la disprezzano o le rimproverano di essere ormai inadeguata al livello di maturazione raggiunto dall’umanità. E questo induce molti a inclinare in direzione della corrente, falsa e pericolosa, del socialismo. Nessuno dei presenti, spero, vorrà sospettarmi di aver sviluppato questa parziale critica del sistema occidentale allo scopo di promuovere al suo posto l’idea di socialismo. No, potendomi basare sull’esperienza del paese del socialismo realizzato, non proporrei in nessun caso un’alternativa socialista. Che il socialismo, in generale e in tutte le sue sfumature, sfoci nell’annientamento universale dell’essenza spirituale dell’uomo e nel livellamento dell’umanità nella morte, l’ha mostrato l’accademico Šafarevic nelle profonde analisi storiche, brillantemente argomentate, del suo libro Il socialismo; sono già quasi due anni che il libro è stato pubblicato in Francia e ancora non s’è trovato nessuno che gli replicasse. Tra non molto verrà pubblicato anche in America

L’Occidente non è un modello

Ma, inversamente, se mi chiedessero: vorrebbe proporre al suo paese, come modello, l’Occidente così com’è oggi?, dovrei rispondere con franchezza: no, non potrei raccomandare la vostra società come ideale per la trasformazione della nostra. Data la ricchezza di crescita spirituale che in questo secolo il nostro paese ha acquisito nella sofferenza, il sistema occidentale, nel suo attuale stato di esaurimento spirituale, non presenta per noi alcuna attrattiva. Già la semplice enumerazione delle caratteristiche della vostra esistenza induce al più nero sconforto.

È un fatto incontestabile: indebolimento del carattere dell’uomo dell’Ovest e il suo rafforzamento all’Est. Il nostro popolo, nel corso di sei decenni, e i popoli dell’Europa orientale, nel corso di tre, sono passati per una scuola spirituale che si lascia indietro di molto l’esperienza dell’Occidente. Una vita opprimente, complessa e mortale, vi ha forgiato dei caratteri più forti, più profondi e interessanti di quelli che si possono formare nella prospera e regolamentata vita dell’Occidente. Per questo motivo, se la trasformazione della nostra società nella vostra significherebbe per certi aspetti un’evoluzione , per certi altri – e quanto importanti! – significherebbe invece un abbassamento. No, la società non può restare in un abisso senza leggi come da noi, ma è anche derisoria la proposta di collocarsi, come qui da voi, sulla superficie tirata a specchio di un giuridismo senz’anima. Un’anima umana piagata da decenni di violenza aspira a qualcosa di più elevato, di più caldo, di più puro di ciò che può oggi proporle l’esistenza di massa in Occidente, annunciata, a modo di biglietto da visita, dalla nauseante pressione della pubblicità, dall’abbrutimento della televisione e dai clamori di una musica insopportabile.

E tutto questo lo vedono numerosi osservatori, dai diversi mondi del nostro pianeta. Il modo di vita occidentale ha sempre meno possibilità di diventare il modo di vita dominante. Ci sono avvertimenti sintomatici che la storia invia ad una società minacciata o in procinto di perire: ad esempio il declino delle arti o l’assenza di grandi uomini di Stato. Gli avvertimenti si fanno talvolta del tutto percettibili, diretti: il centro della vostra democrazia e della vostra civiltà è restato senza elettricità per qualche ora – niente di più – e subito intere folle di cittadini americani si sono abbandonate al saccheggio e alla violenza. A tal punto è sottile la pellicola! A tal punto è fragile la vostra struttura sociale, e carente di forze sane! Non è un fatto del domani o di chissà quando: la battaglia – fisica, spirituale, cosmica! – per il vostro pianeta è già cominciata. Scatenando l’assalto decisivo già avanza e preme il male universale, e i vostri schermi cinematografici, le vostre pubblicazioni traboccano di sorrisi a comando e di calici alzati. Tanta allegria, e perché poi?

La perdita della volontà

Nessun armamento, per vasto e potente che sia, varrà mai ad aiutare l’Occidente finché questo non avrà riacquistato la sua volontà di difendersi. Quando ci si è così indeboliti spiritualmente, quando si invoca la capitolazione, l’arma stessa diventa un inutile fardello. Per difendersi bisogna anche essere disposti a morire, e questa disponibilità è piuttosto rara in una società cresciuta nel culto del benessere materiale. (…)

Il pensiero occidentale è diventato conservatore: purché si conservi l’attuale assetto del mondo, perché nulla cambi! Il vagheggiamento debilitante dello statu quo è il sintomo di una società che è arrivata alla fine del suo corso. Bisogna essere ciechi per non vedere che gli oceani hanno smesso di appartenere all’Occidente e che la superficie continentale dei suoi territori si riduce sempre più. Le due guerre cosiddette mondiali – che sono state ben lontane dall’esserlo veramente – sono consistite nel fatto che il piccolo Occidente, culla del progresso, si è distrutto da sé stesso nel suo interno, ponendo così le premesse della propria fine. La prossima guerra – non necessariamente nucleare, non credo molto a questa eventualità – può seppellire definitivamente la società occidentale. E di fronte a questo pericolo, quando si ha alle spalle il patrimonio di tanti valori storici, con un tale livello di esperienza di libertà e di conclamata devozione ad essa, è mai possibile perdere a tal punto la volontà di difendersi?

Umanesimo e conseguenze

Come si è giunti a un rapporto di forze così svantaggioso per l’Occidente? Come ha fatto il mondo occidentale a cadere, dalla sua travolgente marcia trionfale, in un simile stato di impotenza? Ci sono state nel suo sviluppo delle svolte funeste, ha perduto la rotta? Sembrerebbe di no. L’Occidente non ha fatto che progredire e progredire ancora nella direzione sociale dichiarata, mano nella mano con uno smagliante Progresso tecnico. Ed ecco che all’improvviso si trova nell’attuale stato di debolezza. E allora non resta che cercare l’errore alla radice stessa, alla base del pensiero dell’Età moderna. Mi riferisco alla concezione del mondo dominante in Occidente che, nata nell’epoca del Rinascimento, ha assunto forme politiche a partire dall’Illuminismo ed è alla base di tutte le scienze dello Stato e della società: la si potrebbe chiamare umanesimo razionalista o autonomia umanistica in quanto proclama e promuove l’autonomia dell’uomo da qualsiasi forza. Oppure ancora – e altrimenti – antropocentrismo: l’idea dell’uomo come centro di tutto ciò che esiste. (…)

Nelle prime democrazie, compresa quella americana alla sua nascita, tutti i diritti venivano riconosciuti alla persona umana solo in quanto creatura di Dio: in altre parole la liberà veniva conferita al singolo solo sotto condizione, presumendo una sua permanente responsabilità religiosa: tanto sentita era ancora l’eredità del millennio precedente. Solo duecento anni fa, ma anche cinquanta, in America sarebbe parso impossibile accordare all’uomo una libertà senza freni, così, per il soddisfacimento delle sue passioni. Tuttavia, da allora, in tutti i paesi occidentali questi limiti e condizionamenti sono stati erosi, ci si è definitivamente liberati dell’eredità morale dei secoli cristiani con le loro immense riserve di pietà e di sacrificio e i sistemi sociali hanno assunto connotati materialistici sempre più compiuti. In ultima analisi si può dire che l’Occidente abbia si difeso con successo, e perfino con larghezza, i diritti dell’uomo ma che nell’uomo si sia intanto completamente spenta la coscienza della sua responsabilità davanti a Dio e alla società. Durante questi ultimi decenni l’egoismo legalistico della filosofia occidentale ha prevalso definitivamente e il mondo si ritrova in un’acuta crisi spirituale e in un vicolo cieco politico. E tutti i successi tecnici, cosmo compreso, del tanto celebrato progresso non sono stati in grado di riscattare la miseria presente morale nella quale è piombato il XX secolo e che non era stati possibile prevedere, neanche a partire dal secolo XIX secolo.

Un’imprevista parentela

Più l’umanesimo, sviluppandosi, è diventato materialista, e più ha dato occasione alla speculazione da parte del socialismo e poi del comunismo. Così che Karl Marx ha potuto dire (1844): «il comunismo è un umanesimo naturalizzato». E questa affermazione non è del tutto priva di senso: nelle fondamenta dell’umanesimo eroso come in quelle di qualsiasi socialismo è possibile discernere delle pietre comuni: materialismo senza limiti; libertà dalla religione e dalla responsabilità religiosa (portata, sotto il comunismo, fino alla dittatura antireligiosa); concentrazione di ogni energia sulla costruzione sociale e apparenza scientifica della cosa (i Lumi del XVIII secolo e il marxismo). Non è un caso che tutti i giuramenti verbali dei comunisti ruotino attorno all’uomo con la U maiuscola e alla sua felicità terrena. Sembrerebbe un accostamento mostruoso: la constatazione di tratti comuni nella concezione del mondo e del modo di vivere dell’Occidente d’oggi e in quelli dell’Oriente d’oggi, ma tale è la logica di sviluppo del materialismo.

Inoltre questo rapporto di parentela obbedisce a una legge che è la seguente: la corrente materialistica più forte, più attraente, più vittoriosa è sempre quella che si situa più a sinistra ed è quindi la più conseguente . E l’umanesimo, ormai completamente privo d’ogni traccia dell’eredità cristiana, non è in grado di resistere in questa competizione. Così nel corso dei secoli passati e particolarmente degli ultimi decenni , che hanno registrato un’acutizzazione del processo, il liberalismo è stato ineluttabilmente scalzato dal radicalismo, che a sua volta è stato costretto a cedere di fronte al socialismo il quale non ha retto contro il comunismo. E se il sistema comunista ha potuto resistere e rafforzarsi nell’Est è precisamente per l’accanito e massiccio sostegno dell’intellettualità occidentale (sensibile ai legami di parentela), che non notava le sue scelleratezze o, quando proprio non poteva fare a meno di notarla, si sforzava comunque di giustificarle. E oggi è lo stesso: da noi all’Est il comunismo, da un punto di vista ideologico, ha subito un completo tracollo, vale ormai zero, o anche meno; è l’intellettualità occidentale a restare in larga misura sensibile alla sua attrazione e a conservargli le sue simpatie. Ed è questo che rende incomparabilmente difficile all’Occidente il compito di far fronte all’Est.

Prima della svolta

Non esamino qui l’eventualità di una catastrofe bellica universale e i cambiamenti che essa comporterebbe nella società umana. Ma fintanto che continuiamo a svegliarci ogni giorno sotto un sole tranquillo, siamo tenuti a vivere la nostra vita di tutti i giorni. C’è comunque una catastrofe già in corso: la catastrofe della coscienza umanistica religiosa. Questa coscienza ha fatto dell’uomo la misura di ogni cosa sulla Terra; dell’uomo imperfetto, mai esente dall’orgoglio, dalla cupidigia, dall’invidia, dalla vanità e da decine di altri difetti. Ed ecco che gli errori, sottostimati all’inizio del cammino, oggi si prendono una poderosa rivincita. Il cammino che abbiamo percorso a partire dal Rinascimento ha arricchito la nostra esperienza, ma ci ha fatto anche perdere quel Tutto, quel Più alto che un tempo costituiva un limite alle nostre passioni e alla nostra irresponsabilità. Abbiamo riposto troppe speranze nelle trasformazioni politico-sociali e il risultato è che ci viene tolto ciò che abbiamo di più prezioso: la nostra vita interiore. All’Est è il bazar del Partito a calpestarla, all’Ovest la fiera del commercio. Quello che fa paura, della crisi attuale, non è neanche il fatto della spaccatura del mondo, quanto che i frantumi più importanti siano colpiti da un’analoga malattia.

Se l’uomo fosse nato, come sostiene l’umanesimo, solo per la felicità, non sarebbe nato anche per la morte. Ma poiché è corporalmente votato alla morte, il suo compito su questa Terra non può essere che ancor più spirituale: non l’ingozzarsi di quotidianità, non la ricerca dei sistemi migliori di acquisizione, e poi di spensierata dilapidazione, dei beni materiali, ma il compimento di un duro e permanente dovere, così che l’intero cammino della nostra vita diventi l’esperienza di un’ascesa soprattutto morale: che ci trovi, al termine del cammino, creature più elevate di quanto non fossimo nell’intraprenderlo. (…)

Seppure ci verrà risparmiata la catastrofe di una guerra, la nostra vita, inevitabilmente, non potrà più restare quella che è ora, se non vorrà darsi da sé la morte. Non potremo far a meno di rivedere le definizioni fondamentali della vita umana e della società: l’uomo è veramente il criterio di ogni cosa? Veramente non esiste al di sopra dell’uomo uno Spirito supremo? Veramente la vita dell’uomo e l’attività della società devono anzitutto valutarsi in termini di espansione materiale? Ed è ammissibile sviluppare questa espansione a detrimento della nostra vita interiore?
Il mondo è oggi alla vigilia, se non della propria rovina, di una svolta della storia, equivalente per importanza alla svolta dal Medio Evo al Rinascimento; e tale svolta esigerà da noi tutti un impeto spirituale, un’ascesa verso nuove altezze di intendimenti, verso un nuovo livello di vita dove non verrà più consegnata alla maledizione, come nel Medio Evo, la nostra natura fisica, ma neppure verrà, come nell’Era contemporanea, calpestata la nostra natura spirituale. Quest’ascesa è paragonabile al passaggio a un nuovo grado antropologico. E nessuno, sulla Terra, ha alta via d’uscita che questa: andare più in alto.

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piergiorgio

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Il secondo articolo che vi segnaliamo è un’intervista al Corriere del presidente della Fondazione per la Sussidiarietà Giorgio Vittadini per il quale la ricostruzione in Friuli dopo il terremoto è stata un modello di «collaborazione tra istituzioni e realtà sociali» che ha molto da dire anche per il presente. «Prima si diceva: più società, meno Stato. Ora abbiamo capito che serve più Stato e più società», sottolinea Vittadini. Soprattutto la sussidiarietà non è uno slogan o un principio astratto. «Non possiamo limitarci a una sussidiarietà fissata giuridicamente, perché se le comunità e i corpi intermedi non sono costituiti di persone che discutono e hanno interessi non corporativi, allora non funzionano. L’uomo solo al comando non dipende esclusivamente da una volontà accentratrice di potere, ma è anche responsabilità di una società senza ideali. La sussidiarietà rimette tutto in moto se ci si apre al confronto, se non si è corporativi, se accettiamo l’altro, se si superano le ideologie. Così diventa un fattore fondamentale di sviluppo. Ecco, in questa prospettiva la sussidiarietà può essere una chiave di volta, se non la si limita alla riserva indiana del Terzo settore o peggio ancora del privato. È tempo di riprendere un dialogo in Italia e nel mondo, che realtà diverse ragionino per il bene comune accettando la diversità». Oggi come cinquant’anni fa.

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Martedì con l’incontro dedicato a Giuseppe Ungaretti presentato da Valerio Capasa si è chiusa a Brescia la sedicesima edizione del Mese letterario. L’auditorium degli Artigianelli era sold out come potete vedere dalle foto. 

Tutti gli incontri di questa edizione possono essere rivisti sul canale YouTube @ilsussidiario.tv dove hanno già registrato diverse migliaia di visualizzazioni. 

All’inizio della serata di martedì è stata annunciata anche la Summer School sulla narrazione promossa da Associazione il Rischio educativo in collaborazione con Fondazione San Benedetto e Mese letterario, che si svolgerà a Brescia dal 7 al 9 luglio. A questo link trovate tutte le informazioni per partecipare. 

Sono stati inoltre premiati tre giovani – Maria Teresa Villani, Marco Frosio e Benedetto Bontempi – che hanno partecipato al concorso di idee per il prossimo Mese letterario del 2027. 

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