Segnali di vita a cinquant’anni dal terremoto in Friuli
Data 9 Maggio 2026
In questi giorni è stato ricordato il terremoto che cinquant’anni fa, il 6 maggio 1976, colpì il Friuli facendo quasi mille morti, oltre duemila feriti e più di 100 mila sfollati. Con la newsletter di oggi anche noi vogliamo soffermarci su quella pagina molto dolorosadella nostra storia che, allo stesso tempo, fece emergere una grande forza nel riprendersi dal disastro e nella ricostruzione. Lo facciamo proponendovi la lettura di due articoli. Il primo è stato scritto nel 2016, nel quarantesimo anniversario del sisma, dal poeta Pierluigi Cappello nato e cresciuto nella zona dell’epicentro del terremoto. Nel maggio 1976 non aveva ancora compiuto 9 anni. Testimone diretto di quei giorni drammatici (fino al 2014 è vissuto in una baracca di legno costruita per gli sfollati), all’età di 16 anni riporta lesioni permanenti in un incidente stradale ed è costretto su una sedia a rotelle per il resto dei suoi giorni. È anche attraverso queste esperienze che matura la sua passione per la poesia, coltivata fino alla morte prematura nel 2017. Come Fondazione San Benedetto siamo molto legati a lui e alla sua poesia, che è stata per noi una vera scoperta. Nel 2019, d’intesa con i suoi familiari e amici, gli abbiamo intitolato la nostra Scuola di lettura e scrittura.
Il poeta Pierluigi Cappello
L’articolo è stato scritto da Cappello un anno prima della sua scomparsa quando già stava combattendo contro la malattia. Nelle sue parole c’è tutto il senso della cesura segnata dal terremoto. In un minuto – racconta – sono venuti meno tutto un mondo e una cultura «che sapeva sostenere con umiltà ma con occhi ben dritti e asciutti lo sguardo della vita e della morte». Non è nostalgia per qualcosa che non c’è più. Quello di Cappello è invece un invito appassionato a non diventare «sovranamente estranei alla contaminazione con la vita». Un invito che oggi ci riguarda direttamente. In un tempo in cui siamo estremamente abili «nello sfiorare con rapidità ed eleganza gli schermi tattili di tablet ed iPhone», la vera sfida è contaminarsi con la vita reale.
Il secondo articolo che vi segnaliamo è un’intervista al Corriere del presidente della Fondazione per la Sussidiarietà Giorgio Vittadiniper il quale la ricostruzione in Friuli dopo il terremoto è stata un modello di «collaborazione tra istituzioni e realtà sociali» che ha molto da dire anche per il presente. «Prima si diceva: più società, meno Stato. Ora abbiamo capito che servepiù Stato e più società», sottolinea Vittadini. Soprattutto la sussidiarietà non è uno slogan o un principio astratto.
Giorgio Vittadini
«Non possiamo limitarci a una sussidiarietà fissata giuridicamente, perché se le comunità e i corpi intermedi non sono costituiti di persone che discutono e hanno interessi non corporativi, allora non funzionano. L’uomo solo al comando non dipende esclusivamente da una volontà accentratrice di potere, ma è anche responsabilità di una società senza ideali. La sussidiarietà rimette tutto in moto se ci si apre al confronto, se non si è corporativi, se accettiamo l’altro, se si superano le ideologie. Così – continua Vittadini – diventa un fattore fondamentale di sviluppo. Ecco, in questa prospettiva la sussidiarietà può essere una chiave di volta, se non la si limita alla riserva indiana del Terzo settore o peggio ancora del privato. È tempo di riprendere un dialogo in Italia e nel mondo, che realtà diverse ragionino per il bene comune accettando la diversità». Oggi come cinquant’anni fa.
Un dolore lungo un addio
di Pierluigi Cappello
La fotografia è in mezzo alle altre, sparse sul tavolo:a colpo d’occhio distinguo quel che rimane del campanile di Gemona, si snodano resti di muri pericolanti come denti malcerti negli alveoli, affiorano case sventrate che hanno rovesciato nella polvere la loro intimità: arredi di camere matrimoniali, tavoli zoppi, il tenero di tendine di pizzo ingenue dentro la catastrofe; nel bianco e nero spicca la polpa del legno di travi smozzicate. E poi le panoramiche dall’alto, i tetti accasciati, le tegole volate via per diciottomila volte, quante furono le case distrutte. Sono trentanove anni più vecchi, circa la metà di una vita, i miei occhi che scorrono a una a una le immagini, eppure, mentre le guardo, mi accorgo che qualcosa, in me, è rimasta accesa da allora: un dolore lungo un addio, l’idea di trovarmi al di qua di un ponte interrotto, davanti a me la civiltà che vivo, il mio diteggiare sulla tastiera del pc, dall’altra parte, ben visibile anche se lontano, il profilo della cultura cui appartengo: fatta con il culto delle mani rovinate, con i gesti che hanno attraversato i secoli, con le bestemmie a fior di labbra, con le novene, con la pena di Adamo e la nostalgia dell’Eden. Una cultura contadina e artigianale che sapeva sostenere con umiltà ma con occhi ben dritti e asciutti lo sguardo della vita e della morte.
Scrivo questo cercando di non essere troppo retorico,ma quanto conosco della parola dignità viene da quel mondo, quanto conosco della parola durezza fruttifica da lì, quanto conosco della parola pietas, affiora dalla penombra di quegli androni. Sono parole che ho fiutato nel sudore dei corpi non lavati. Nei modesti abiti lindi i giorni delle feste grandi, nel rigore dei passi quando ci si addentrava in montagna. La reticenza delle carezze, un misurato torpore degli affetti, che si incendiava quando veniva dischiuso dalla fiducia, il valore dei sì e dei no inappellabili quando pronunciati hanno segnato la mia testa di bambino. Per chi ha vissuto dentro quelle consuetudini millenarie, è un disagio innanzitutto ritmico di vivere la società contemporanea, perché la parola subito non era contemplata, meno che mai la parola tutto e tutto e subito messe insieme suonavano come una dismisura inaudita. Il tempo era il momento dell’attesa e il ritmo del gesto veniva accordato allo scoccare del tempo propizio, così come c’era un arnese adatto a ogni lavoro, c’era un momento che cadeva giusto per ogni azione. Il pudore e l’allegria, la brutalità e lo slancio, la meschinità e il sublime, il decoro e ciò che è indecoroso, venivano regolati dal suono delle campane, scanditi dalle stagioni e dal corso del sole e della luna. Gli scenari dove si rivelavano i caratteri erano sempre quelli da millenni: gli orti magri, le stalle con le mucche, i pergolati, il taglio dei boschi, le domeniche nelle chiese e nelle osterie.Era un mondo composto e duro, quello che ricordo, piccolo e fermo, da accettare o lasciare, com’è stato lasciato, infatti, migliaia di volte da uomini e donne disposti ad attraversare gli oceani, a percorrere in tutte le direzioni l’Europa, decisi a rincorrere la speranza – in molti casi illusoria – di una vita meno agra, meno segnata dai bisogni, capace di garantire qualcosa di più della mera sopravvivenza. Finché quarant’anni fa, quel giovedì di un mese di maggio, dopo il tramonto e poco prima della notte, la terra ha raccolto tutte le forze delle sue viscere e si è incaricata di lanciare dentro il futuro il mondo piccolo dei miei ricordi e tutti coloro che erano rimasti.Proprio la terra, misurata dalla notte dei tempi con ogni cura, segnata con scrupolo dalle pietre di confine, capace di accendere malumori e rancori secolari quando veniva rivendicata e contesa da più famiglie, ha perpetrato il grande tradimento. Proprio la terra. La cjere. Certa, concreta, immutabile come il crescere del sole e il tramontare della luna, in un minuto, sessanta secondi, ha sradicato e sconvolto, insieme ai muri delle case, la compostezza di un mondo che affondava le sue certezze nel possesso dei campi e delle bestie.
Un minuto: la storia, ogni tanto, si veste con i tempi che appartengono al quotidiano per plasmare le sue trasformazioni. In un minuto, non riesco a fumare per intero la miasigaretta, venti volte tanto è il tempo che mi serve per lavarmi la mattina, in un minuto e cinquanta secondi riesco appena ad accendere il pc con il quale scrivo. Il sei agosto 1945, il B-29 battezzato “Enola Gay” ha sganciato su Hiroshima la prima bomba atomica scaraventando l’umanità dentro un’epoca nuova. Dallo sgancio all’esplosione ci sono voluti 43 secondi. Qui, il 6 maggio 1976 in un minuto, un mondo che prima c’era, dopo non c’era più.
Sul tavolo restano le fotografie sparse,e anche se ognuna di esse meriterebbe almeno una voce, un sussurro nel bianco e nero, l’immagine che mi ha chiamato è quella di un bambino. Stretto in una maglietta chiara, in pantaloni a zampa d’elefante, avrà più o meno la mia età di allora. Non più di dieci anni. Prima della catastrofe, come tutti i bambini avrà pensato che l’infanzia sarebbe durata per sempre. Il retro della fotografia non riporta il luogo in cui è stata scattata, soltanto le indicazioni tipografiche: due colonne, pag. 33 eccetera. Per questo mi è facile eleggerla come un mio simbolo personale. In nessun luogo vuol dire in ogni luogo. Il bambino, scuro com’è, potrebbe benissimo essere un curdo di Kirkuk, o un profugo siriano perché è un bambino dentro una devastazione. Mi chiedo che cosa lo abbia indotto a fermarsi proprio lì, ad accovacciarsi accanto a una pietra grande, scoppiata via dai muri delle case, mi chiedo se sia l’ultimo della sua generazione, se sia un sopravvissuto alla sua famiglia, quanto trattenuto e grande sia il suo dolore e, proprio mentre lo faccio, mi accorgo del suo gesto: ha radunato sulla pietra grande una serie di pietruzze piccole e ora la leggera sfocatura della mano destra mi suggerisce che le ha radunate per raccoglierle e metterle in una scatola di scarpe aperta proprio sotto la pietra. È un gesto che mi commuove perché si colloca a metà strada tra il gioco e il lutto. Come se ricomponesse una salma, ha ricomposto un ordine nelle pietruzze, per consegnarle al silenzio, anzi: per consegnarle al sicuro del buio della scatola. È un gesto di una tale intensità che annienta i rumori che lo stringono intorno, il raschio metallico delle pale sui calcinacci, lo scoppiettare dei generatori, il battere ritmico degli elicotteri che mordono l’aria, lo sferragliare dei cingolati, lo scroscio delle pietre sulle benne, in breve i rumori che indicano la sepoltura del mondo che quel gesto trattiene ancora con sé.
Che cosa ci mettiamo dentro quella scatola contrassegnata “Made in Italy”? Di certo una morte, ma anche una nascita. Un modo di stare di una cultura assecondando i tempi dell’uomo, finirà di sicuro lì dentro. Quel bambino non lo sa, ma è già attraversato dalla faglia di un cambiamento.La scatola si porterà via l’igiene precaria e lui imparerà a lavarsi i denti dopo i pasti, azione che prima, forse, non lo avrebbe nemmeno sfiorato, perderà la confidenza con i prati, il fango, le cortecce e le rocce, e i suoi figli, se ne avrà, avranno persa la presa biologica con il mondo circostante, non avranno occasione di sporcarsi, non saranno padroni del proprio corpo e le loro piccole gambe non saranno più costellate di abrasioni, lividi, tagli. Se il bambino avrà un po’ di fortuna e di ingegno sarà il primo figlio istruito della famiglia e forse sarà capace di comunicare con il mondo semplicemente accedendo il pc, la violenza greve di sentimento che avrà conosciuto prima, si stingerà piano piano, fino a diventare indifferenza espressiva e, da lì, indifferenza sentimentale perché verrà rimossa la contiguità con la morte e gli anziani non moriranno più nelle case, le vecchie mogli non ne ricomporranno le salme, non le vestiranno con il vestito buono mettendovi nel taschino la fotografia che ne accompagni il viaggio, ma verranno affidati agli ospedali, e moriranno lì, impigliati in una ragnatela di cateteri, sonde, e deflussori come mosche incaute. Sparirà dentro la scatola il mondo di carni flaccide, sorrisi guasti, aliti pesanti che aveva conosciuto, e gli schermi ultrapiatti proporranno corpi scolpiti dagli dei, senza peli, senza odori, sovranamente estranei alla contaminazione con la vita. Crescerà dei figli più alti e meglio nutriti di lui, superiori a lui nello sfiorare con rapidità ed eleganza gli schermi tattili di tablet ed iPhone, gli arnesi che avrà visto da piccolo, dalle impugnature lucide per l’uso, tramandati di padre in figlio, li ritroverà nei musei della civiltà contadina, e di molti non ritroverà nemmeno il nome, chissà dove nascosto nella scatola, insieme a tutte le parole perdute della sua lingua. E mentre si adatterà e rincorrerà il tempo nuovo, forse, in coscienza o nell’incoscienza, sentirà di essere stato una transizione, metà in questo mondo e metà nell’altro, come certi animali la cui funzione è quella di attraversare le ere attendendo l’avvento della specie più adatta.
Tuttavia, quel suo modo, interamente umano, di mettere un po’ di ordinenel caos, concentrato come solo i bambini sono capaci di esserlo, mentre raduna le pietruzze per raccoglierle nella scatola, è un modo dentro il quale mi riconosco: quella manina destra è la mia, è di tutti coloro che sono stati bambini allora, ed è un poco la notte e un poco l’alba. Noi, bambini di allora, siamo stati quello, Il Friuli di allora è stato quello. Un poco tenebra e un poco splendore.
Il testo è tratto da Pierluigi Cappello, Un prato in pendio. Tutte le poesie 1922-2017, Rizzoli 2018
Vittadini: «Quel terremoto in Friuli, primo esempio di sussidiarietà»
Il sisma del 1976 è stato una tragedia che la gente e gli amministratori pubblici, locali e nazionali hanno affrontato in maniera esemplare tanto da trasformarsi in un caso studiato in tutto il mondo. Intervista al presidente della Fondazione per la Sussidiarietà
Cinquant’anni fa il terremoto del Friuli. Una tragedia che la gente e gli amministratori pubblici hanno affrontato in maniera esemplare tanto da trasformarsi in un caso studiato in tutto il mondo. Giorgio Vittadini, lei presiede la Fondazione per la Sussidiarietà che ha fondato quasi un quarto di secolo fa, è quello il modello a cui fate riferimento?
«Ciò che avvenne allora si capisce appieno solo oggi, alla luce della sentenza 192-2024 della Corte costituzionale, per la quale la sussidiarietà è la distribuzione dei poteri in base al criterio del bene comune, che si realizza attraverso la collaborazione tra istituzioni e realtà sociali. Prima si diceva: più società, meno Stato. Ora abbiamo capito che serve più Stato e più società».
L’idea però già esisteva…
«Nel 1976 andai come volontario nei luoghi del terremoto. Era evidente l’armonia di azione. Ma non era cosciente e soprattutto non si poteva prevedere quanto sarebbe diventato necessario oggi aprire i canali perché l’interesse privato si ponesse anche l’obiettivo del bene collettivo».
Quando e come è nata la Fondazione?
«Nel 2002, dopo la battaglia per far introdurre nella Costituzione l’idea di una sussidiarietà che si basi su democrazia e mercato non speculativo e che, nello stesso tempo, non rifiuti le regole della modernità. Abbiamo poi combattuto la battaglia sulle fondazioni bancarie insieme a Giuseppe Guzzetti. Stavano diventando appannaggio dei partiti, Guzzetti si oppose e si giunse alla sentenza della Corte costituzionale che riconosceva l’autonomia di realtà private senza scopo di lucro che realizzano l’interesse pubblico. Fu importante mostrare che l’economia civile porta benessere collettivo».
Il mondo, a dire il vero, sembra sospinto verso una deriva diversa da quella che voi proponete: solidarietà, welfare…
«Questa, ritengo, è la causa principale dell’attuale crisi della democrazia. In assenza di corpi intermedi in cui matura il senso critico nelle persone, queste inevitabilmente si chiudono in se stesse e si piegano al potere. Mai come oggi, per difendere le democrazie, occorrono comunità pensanti. Dal punto di vista del pensiero economico, forse si dovrebbe modificare l’idea di sostenibilità come è stata comunicata in questi anni: oltre a enunciare i diciassette obiettivi fissati dall’Onu è importante comprendere cos’hanno in comune la difesa dell’ambiente, il climate change, il lavoro per tutti, la lotta alla povertà, l’educazione: è il benessere di ogni singola persona, la cui natura è relazionale. A questo scopo serve la sussidiarietà, cioè la distribuzione dei poteri in base al criterio del bene comune e della “leale collaborazione” richiesto dalla specifica funzione. Inoltre, la sostenibilità diventa incomprensibile e sembra alternativa allo sviluppo, se non si dimostra che è possibile perseguire una crescita fatta di occupazione, di equità, di lotta alla povertà, di welfare universale. Abbiamo perso di vista, purtroppo, l’idea che welfare, sanità e istruzione universali siano un fattore di sviluppo».
Il concetto di sussidiarietà messo in pratica su eventi drammatici ora si può applicare anche nella vita di tutti i giorni?
«Non possiamo limitarci a una sussidiarietà fissata giuridicamente, perché se le comunità e i corpi intermedi non sono costituiti di persone che discutono e hanno interessi non corporativi, allora non funzionano. L’uomo solo al comando non dipende esclusivamente da una volontà accentratrice di potere, ma è anche responsabilità di una società senza ideali. La sussidiarietà rimette tutto in moto se ci si apre al confronto, se non si è corporativi, se accettiamo l’altro, se si superano le ideologie. Così diventa un fattore fondamentale di sviluppo. Ecco, in questa prospettiva la sussidiarietà può essere una chiave di volta, se non la si limita alla riserva indiana del terzo settore o peggio ancora del privato. È tempo di riprendere un dialogo in Italia e nel mondo, che realtà diverse ragionino per il bene comune accettando la diversità».
La narrazione come desiderio e capacità di raccontare storie è uno dei caratteri singolari che identificano la nostra umanità. Una peculiarità che non potrà mai essere sostituita o rimpiazzata da un flusso di dati o di informazioni, che sarà sempre più generato dall’intelligenza artificiale. Un flusso da cui già oggi siamo continuamente subissati e che spesso appare più simile a una grande operazione di distrazione di massa che ci impedisce di cogliere i veri connotati della realtà. Proprio al tema della narrazione è stata dedicata la Summer School promossa dall’associazione «Il Rischio educativo» in collaborazione con la Fondazione San Benedetto e il Mese letterario, che si è svolta a Brescia dal 7 al 9 luglio. Sono state tre giornate molto intense per il centinaio di partecipanti, in larga parte insegnanti, provenienti da varie città. Ci si è soffermati sulle diverse tipologie di narrazione, da quella storica a quella scientifica, da quella letteraria o artistica a quella biblica. Nelle varie declinazioni ritornava però sempre come nota di sottofondo la dimensione narrativa non come una tecnica, ma come la forma attraverso la quale la vita può esprimersi nella sua pienezza ed essere condivisa e tramandata. Questo è stato possibile grazie all’aiuto di relatori che si sono coinvolti nel lavoro con passione e intelligenza facendo toccare con mano l’esperienza della narrazione: il filosofo Sergio Belardinelli, Stas’ Gawronski, gli storici Mariapina Dragonetti e Andrea Caspani, l’astrofisico Marco Bersanelli, Giulio Maspero (sacerdote con un passato da fisico che oggi insegna alla Pontificia Università Santa Croce), Giuseppe Frangi che ha guidato la visita alla Collezione di arte contemporanea Paolo VI a Concesio.
Con la newsletter di oggi vogliamo anzitutto rendervi partecipi di quanto è avvenuto a Brescia la scorsa settimana nell’ambito della festa di San Pietro promossa in Castello dai padri Carmelitani Scalzi. Siamo grati al priore padre Roberto Magni per aver voluto alcune iniziative, alle quali volentieri abbiamo offerto la nostra collaborazione come fondazione. Iniziative che hanno sorpreso le numerose persone presenti per la verità e la bellezza che hanno trasmesso. Ci riferiamo in particolare ai due incontri di sabato e domenica scorsi con don Pigi Banna e con il professor Rocco Buttiglione (due testimonianze in dialogo con alcuni giovani costellate di racconti e di esempi) e allo spettacolo teatrale ispirato alla vicenda dell’Innominato dai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni e messo in scena in modo magistrale da un gruppo di giovani di Desenzano riuniti attorno a don Gabriele Vrech nella compagnia teatrale «Profumo di Cielo». Al termine dello spettacolo don Gabriele ha invitato sul palco Buttiglione che aveva assistito alla rappresentazione tra il pubblico. Un momento commovente in cui un uomo di grande cultura ha reso omaggio al lavoro dei ragazzi valorizzando soprattutto la serietà con cui si sono messi in gioco di fronte alle pagine del Manzoni lasciandosi provocare da esse. Un esempio concreto di come la letteratura può diventare occasione di incontri veri che aprono a un’esperienza umana piena di fascino e di senso, come è accaduto tante volte anche al Mese letterario. Alla fine in tanti, fra cui diversi giovani, si sono fermati a parlare con Buttiglione colpiti da quanto aveva detto o semplicemente per stringergli la mano o chiedergli un autografo. Cosa ci dice tutto questo? Soltanto di quanta fame ci sia di incontri veri con persone, con testimoni che con la loro vita diventano maestri e compagni di strada come è avvenuto in questo caso con don Pigi, col professor Buttiglione e con don Gabriele. E di questo si può solo essere grati.
«Ogni generazione, probabilmente, crede di essere destinata a rifare il mondo. La mia, tuttavia, sa che non lo rifarà. Ma il suo compito è forse più grande. Consiste nell’impedire che il mondo vada a pezzi». Lo scriveva Albert Camus e oggi queste parole, in un momento in cui sotto molti aspetti il mondo sembra in preda a una sorta di impazzimento, vengono fatte proprie dal filosofo Alain Finkielkraut in una conversazione con una rivista francese i cui passaggi salienti sono stati ripresi in Italia dal quotidiano il Foglio. Di quanto dice Finkielkraut meritano di essere sottolineati in particolare due aspetti. Il primo riguarda la trasformazione delle élite che in passato erano uno snodo fondamentale nella trasmissione della cultura. Oggi invece la gran parte delle nuove élite «ritiene di non avere alcun dovere verso nulla né verso nessuno, si vanta della propria ignoranza e ostenta la propria volgarità, si immagina ribelle perché non si preoccupa più di trasmettere nulla e disprezza l’eredità secolare, si crede moralmente superiore a tutto ciò che l’ha preceduta e allo stesso tempo si ritiene e si dichiara irresponsabile di tutto». Il secondo aspetto è la crescente incapacità di cogliere «la complessità del mondo» verso la quale siamo diventati allergici. Si cede così – dice Finkielkraut «al fascino del numero 2 (due blocchi, due forze, due schieramenti…), è uno dei grandi misteri del nostro tempo. Come diceva Péguy, “bisogna sempre dire ciò che si vede. Ma soprattutto, cosa più difficile, bisogna sempre vedere ciò che si vede”». Ecco una questione capitale: vedere ciò che si vede. Accorgersi di ciò che accade anche e soprattutto quando supera le nostre misure corte è il primo lavoro.
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