Segnali di vita a cinquant’anni dal terremoto in Friuli
Data 9 Maggio 2026
In questi giorni è stato ricordato il terremoto che cinquant’anni fa, il 6 maggio 1976, colpì il Friuli facendo quasi mille morti, oltre duemila feriti e più di 100 mila sfollati. Con la newsletter di oggi anche noi vogliamo soffermarci su quella pagina molto dolorosadella nostra storia che, allo stesso tempo, fece emergere una grande forza nel riprendersi dal disastro e nella ricostruzione. Lo facciamo proponendovi la lettura di due articoli. Il primo è stato scritto nel 2016, nel quarantesimo anniversario del sisma, dal poeta Pierluigi Cappello nato e cresciuto nella zona dell’epicentro del terremoto. Nel maggio 1976 non aveva ancora compiuto 9 anni. Testimone diretto di quei giorni drammatici (fino al 2014 è vissuto in una baracca di legno costruita per gli sfollati), all’età di 16 anni riporta lesioni permanenti in un incidente stradale ed è costretto su una sedia a rotelle per il resto dei suoi giorni. È anche attraverso queste esperienze che matura la sua passione per la poesia, coltivata fino alla morte prematura nel 2017. Come Fondazione San Benedetto siamo molto legati a lui e alla sua poesia, che è stata per noi una vera scoperta. Nel 2019, d’intesa con i suoi familiari e amici, gli abbiamo intitolato la nostra Scuola di lettura e scrittura.
Il poeta Pierluigi Cappello
L’articolo è stato scritto da Cappello un anno prima della sua scomparsa quando già stava combattendo contro la malattia. Nelle sue parole c’è tutto il senso della cesura segnata dal terremoto. In un minuto – racconta – sono venuti meno tutto un mondo e una cultura «che sapeva sostenere con umiltà ma con occhi ben dritti e asciutti lo sguardo della vita e della morte». Non è nostalgia per qualcosa che non c’è più. Quello di Cappello è invece un invito appassionato a non diventare «sovranamente estranei alla contaminazione con la vita». Un invito che oggi ci riguarda direttamente. In un tempo in cui siamo estremamente abili «nello sfiorare con rapidità ed eleganza gli schermi tattili di tablet ed iPhone», la vera sfida è contaminarsi con la vita reale.
Il secondo articolo che vi segnaliamo è un’intervista al Corriere del presidente della Fondazione per la Sussidiarietà Giorgio Vittadiniper il quale la ricostruzione in Friuli dopo il terremoto è stata un modello di «collaborazione tra istituzioni e realtà sociali» che ha molto da dire anche per il presente. «Prima si diceva: più società, meno Stato. Ora abbiamo capito che servepiù Stato e più società», sottolinea Vittadini. Soprattutto la sussidiarietà non è uno slogan o un principio astratto.
Giorgio Vittadini
«Non possiamo limitarci a una sussidiarietà fissata giuridicamente, perché se le comunità e i corpi intermedi non sono costituiti di persone che discutono e hanno interessi non corporativi, allora non funzionano. L’uomo solo al comando non dipende esclusivamente da una volontà accentratrice di potere, ma è anche responsabilità di una società senza ideali. La sussidiarietà rimette tutto in moto se ci si apre al confronto, se non si è corporativi, se accettiamo l’altro, se si superano le ideologie. Così – continua Vittadini – diventa un fattore fondamentale di sviluppo. Ecco, in questa prospettiva la sussidiarietà può essere una chiave di volta, se non la si limita alla riserva indiana del Terzo settore o peggio ancora del privato. È tempo di riprendere un dialogo in Italia e nel mondo, che realtà diverse ragionino per il bene comune accettando la diversità». Oggi come cinquant’anni fa.
Un dolore lungo un addio
di Pierluigi Cappello
La fotografia è in mezzo alle altre, sparse sul tavolo:a colpo d’occhio distinguo quel che rimane del campanile di Gemona, si snodano resti di muri pericolanti come denti malcerti negli alveoli, affiorano case sventrate che hanno rovesciato nella polvere la loro intimità: arredi di camere matrimoniali, tavoli zoppi, il tenero di tendine di pizzo ingenue dentro la catastrofe; nel bianco e nero spicca la polpa del legno di travi smozzicate. E poi le panoramiche dall’alto, i tetti accasciati, le tegole volate via per diciottomila volte, quante furono le case distrutte. Sono trentanove anni più vecchi, circa la metà di una vita, i miei occhi che scorrono a una a una le immagini, eppure, mentre le guardo, mi accorgo che qualcosa, in me, è rimasta accesa da allora: un dolore lungo un addio, l’idea di trovarmi al di qua di un ponte interrotto, davanti a me la civiltà che vivo, il mio diteggiare sulla tastiera del pc, dall’altra parte, ben visibile anche se lontano, il profilo della cultura cui appartengo: fatta con il culto delle mani rovinate, con i gesti che hanno attraversato i secoli, con le bestemmie a fior di labbra, con le novene, con la pena di Adamo e la nostalgia dell’Eden. Una cultura contadina e artigianale che sapeva sostenere con umiltà ma con occhi ben dritti e asciutti lo sguardo della vita e della morte.
Scrivo questo cercando di non essere troppo retorico,ma quanto conosco della parola dignità viene da quel mondo, quanto conosco della parola durezza fruttifica da lì, quanto conosco della parola pietas, affiora dalla penombra di quegli androni. Sono parole che ho fiutato nel sudore dei corpi non lavati. Nei modesti abiti lindi i giorni delle feste grandi, nel rigore dei passi quando ci si addentrava in montagna. La reticenza delle carezze, un misurato torpore degli affetti, che si incendiava quando veniva dischiuso dalla fiducia, il valore dei sì e dei no inappellabili quando pronunciati hanno segnato la mia testa di bambino. Per chi ha vissuto dentro quelle consuetudini millenarie, è un disagio innanzitutto ritmico di vivere la società contemporanea, perché la parola subito non era contemplata, meno che mai la parola tutto e tutto e subito messe insieme suonavano come una dismisura inaudita. Il tempo era il momento dell’attesa e il ritmo del gesto veniva accordato allo scoccare del tempo propizio, così come c’era un arnese adatto a ogni lavoro, c’era un momento che cadeva giusto per ogni azione. Il pudore e l’allegria, la brutalità e lo slancio, la meschinità e il sublime, il decoro e ciò che è indecoroso, venivano regolati dal suono delle campane, scanditi dalle stagioni e dal corso del sole e della luna. Gli scenari dove si rivelavano i caratteri erano sempre quelli da millenni: gli orti magri, le stalle con le mucche, i pergolati, il taglio dei boschi, le domeniche nelle chiese e nelle osterie.Era un mondo composto e duro, quello che ricordo, piccolo e fermo, da accettare o lasciare, com’è stato lasciato, infatti, migliaia di volte da uomini e donne disposti ad attraversare gli oceani, a percorrere in tutte le direzioni l’Europa, decisi a rincorrere la speranza – in molti casi illusoria – di una vita meno agra, meno segnata dai bisogni, capace di garantire qualcosa di più della mera sopravvivenza. Finché quarant’anni fa, quel giovedì di un mese di maggio, dopo il tramonto e poco prima della notte, la terra ha raccolto tutte le forze delle sue viscere e si è incaricata di lanciare dentro il futuro il mondo piccolo dei miei ricordi e tutti coloro che erano rimasti.Proprio la terra, misurata dalla notte dei tempi con ogni cura, segnata con scrupolo dalle pietre di confine, capace di accendere malumori e rancori secolari quando veniva rivendicata e contesa da più famiglie, ha perpetrato il grande tradimento. Proprio la terra. La cjere. Certa, concreta, immutabile come il crescere del sole e il tramontare della luna, in un minuto, sessanta secondi, ha sradicato e sconvolto, insieme ai muri delle case, la compostezza di un mondo che affondava le sue certezze nel possesso dei campi e delle bestie.
Un minuto: la storia, ogni tanto, si veste con i tempi che appartengono al quotidiano per plasmare le sue trasformazioni. In un minuto, non riesco a fumare per intero la miasigaretta, venti volte tanto è il tempo che mi serve per lavarmi la mattina, in un minuto e cinquanta secondi riesco appena ad accendere il pc con il quale scrivo. Il sei agosto 1945, il B-29 battezzato “Enola Gay” ha sganciato su Hiroshima la prima bomba atomica scaraventando l’umanità dentro un’epoca nuova. Dallo sgancio all’esplosione ci sono voluti 43 secondi. Qui, il 6 maggio 1976 in un minuto, un mondo che prima c’era, dopo non c’era più.
Sul tavolo restano le fotografie sparse,e anche se ognuna di esse meriterebbe almeno una voce, un sussurro nel bianco e nero, l’immagine che mi ha chiamato è quella di un bambino. Stretto in una maglietta chiara, in pantaloni a zampa d’elefante, avrà più o meno la mia età di allora. Non più di dieci anni. Prima della catastrofe, come tutti i bambini avrà pensato che l’infanzia sarebbe durata per sempre. Il retro della fotografia non riporta il luogo in cui è stata scattata, soltanto le indicazioni tipografiche: due colonne, pag. 33 eccetera. Per questo mi è facile eleggerla come un mio simbolo personale. In nessun luogo vuol dire in ogni luogo. Il bambino, scuro com’è, potrebbe benissimo essere un curdo di Kirkuk, o un profugo siriano perché è un bambino dentro una devastazione. Mi chiedo che cosa lo abbia indotto a fermarsi proprio lì, ad accovacciarsi accanto a una pietra grande, scoppiata via dai muri delle case, mi chiedo se sia l’ultimo della sua generazione, se sia un sopravvissuto alla sua famiglia, quanto trattenuto e grande sia il suo dolore e, proprio mentre lo faccio, mi accorgo del suo gesto: ha radunato sulla pietra grande una serie di pietruzze piccole e ora la leggera sfocatura della mano destra mi suggerisce che le ha radunate per raccoglierle e metterle in una scatola di scarpe aperta proprio sotto la pietra. È un gesto che mi commuove perché si colloca a metà strada tra il gioco e il lutto. Come se ricomponesse una salma, ha ricomposto un ordine nelle pietruzze, per consegnarle al silenzio, anzi: per consegnarle al sicuro del buio della scatola. È un gesto di una tale intensità che annienta i rumori che lo stringono intorno, il raschio metallico delle pale sui calcinacci, lo scoppiettare dei generatori, il battere ritmico degli elicotteri che mordono l’aria, lo sferragliare dei cingolati, lo scroscio delle pietre sulle benne, in breve i rumori che indicano la sepoltura del mondo che quel gesto trattiene ancora con sé.
Che cosa ci mettiamo dentro quella scatola contrassegnata “Made in Italy”? Di certo una morte, ma anche una nascita. Un modo di stare di una cultura assecondando i tempi dell’uomo, finirà di sicuro lì dentro. Quel bambino non lo sa, ma è già attraversato dalla faglia di un cambiamento.La scatola si porterà via l’igiene precaria e lui imparerà a lavarsi i denti dopo i pasti, azione che prima, forse, non lo avrebbe nemmeno sfiorato, perderà la confidenza con i prati, il fango, le cortecce e le rocce, e i suoi figli, se ne avrà, avranno persa la presa biologica con il mondo circostante, non avranno occasione di sporcarsi, non saranno padroni del proprio corpo e le loro piccole gambe non saranno più costellate di abrasioni, lividi, tagli. Se il bambino avrà un po’ di fortuna e di ingegno sarà il primo figlio istruito della famiglia e forse sarà capace di comunicare con il mondo semplicemente accedendo il pc, la violenza greve di sentimento che avrà conosciuto prima, si stingerà piano piano, fino a diventare indifferenza espressiva e, da lì, indifferenza sentimentale perché verrà rimossa la contiguità con la morte e gli anziani non moriranno più nelle case, le vecchie mogli non ne ricomporranno le salme, non le vestiranno con il vestito buono mettendovi nel taschino la fotografia che ne accompagni il viaggio, ma verranno affidati agli ospedali, e moriranno lì, impigliati in una ragnatela di cateteri, sonde, e deflussori come mosche incaute. Sparirà dentro la scatola il mondo di carni flaccide, sorrisi guasti, aliti pesanti che aveva conosciuto, e gli schermi ultrapiatti proporranno corpi scolpiti dagli dei, senza peli, senza odori, sovranamente estranei alla contaminazione con la vita. Crescerà dei figli più alti e meglio nutriti di lui, superiori a lui nello sfiorare con rapidità ed eleganza gli schermi tattili di tablet ed iPhone, gli arnesi che avrà visto da piccolo, dalle impugnature lucide per l’uso, tramandati di padre in figlio, li ritroverà nei musei della civiltà contadina, e di molti non ritroverà nemmeno il nome, chissà dove nascosto nella scatola, insieme a tutte le parole perdute della sua lingua. E mentre si adatterà e rincorrerà il tempo nuovo, forse, in coscienza o nell’incoscienza, sentirà di essere stato una transizione, metà in questo mondo e metà nell’altro, come certi animali la cui funzione è quella di attraversare le ere attendendo l’avvento della specie più adatta.
Tuttavia, quel suo modo, interamente umano, di mettere un po’ di ordinenel caos, concentrato come solo i bambini sono capaci di esserlo, mentre raduna le pietruzze per raccoglierle nella scatola, è un modo dentro il quale mi riconosco: quella manina destra è la mia, è di tutti coloro che sono stati bambini allora, ed è un poco la notte e un poco l’alba. Noi, bambini di allora, siamo stati quello, Il Friuli di allora è stato quello. Un poco tenebra e un poco splendore.
Il testo è tratto da Pierluigi Cappello, Un prato in pendio. Tutte le poesie 1922-2017, Rizzoli 2018
Vittadini: «Quel terremoto in Friuli, primo esempio di sussidiarietà»
Il sisma del 1976 è stato una tragedia che la gente e gli amministratori pubblici, locali e nazionali hanno affrontato in maniera esemplare tanto da trasformarsi in un caso studiato in tutto il mondo. Intervista al presidente della Fondazione per la Sussidiarietà
Cinquant’anni fa il terremoto del Friuli. Una tragedia che la gente e gli amministratori pubblici hanno affrontato in maniera esemplare tanto da trasformarsi in un caso studiato in tutto il mondo. Giorgio Vittadini, lei presiede la Fondazione per la Sussidiarietà che ha fondato quasi un quarto di secolo fa, è quello il modello a cui fate riferimento?
«Ciò che avvenne allora si capisce appieno solo oggi, alla luce della sentenza 192-2024 della Corte costituzionale, per la quale la sussidiarietà è la distribuzione dei poteri in base al criterio del bene comune, che si realizza attraverso la collaborazione tra istituzioni e realtà sociali. Prima si diceva: più società, meno Stato. Ora abbiamo capito che serve più Stato e più società».
L’idea però già esisteva…
«Nel 1976 andai come volontario nei luoghi del terremoto. Era evidente l’armonia di azione. Ma non era cosciente e soprattutto non si poteva prevedere quanto sarebbe diventato necessario oggi aprire i canali perché l’interesse privato si ponesse anche l’obiettivo del bene collettivo».
Quando e come è nata la Fondazione?
«Nel 2002, dopo la battaglia per far introdurre nella Costituzione l’idea di una sussidiarietà che si basi su democrazia e mercato non speculativo e che, nello stesso tempo, non rifiuti le regole della modernità. Abbiamo poi combattuto la battaglia sulle fondazioni bancarie insieme a Giuseppe Guzzetti. Stavano diventando appannaggio dei partiti, Guzzetti si oppose e si giunse alla sentenza della Corte costituzionale che riconosceva l’autonomia di realtà private senza scopo di lucro che realizzano l’interesse pubblico. Fu importante mostrare che l’economia civile porta benessere collettivo».
Il mondo, a dire il vero, sembra sospinto verso una deriva diversa da quella che voi proponete: solidarietà, welfare…
«Questa, ritengo, è la causa principale dell’attuale crisi della democrazia. In assenza di corpi intermedi in cui matura il senso critico nelle persone, queste inevitabilmente si chiudono in se stesse e si piegano al potere. Mai come oggi, per difendere le democrazie, occorrono comunità pensanti. Dal punto di vista del pensiero economico, forse si dovrebbe modificare l’idea di sostenibilità come è stata comunicata in questi anni: oltre a enunciare i diciassette obiettivi fissati dall’Onu è importante comprendere cos’hanno in comune la difesa dell’ambiente, il climate change, il lavoro per tutti, la lotta alla povertà, l’educazione: è il benessere di ogni singola persona, la cui natura è relazionale. A questo scopo serve la sussidiarietà, cioè la distribuzione dei poteri in base al criterio del bene comune e della “leale collaborazione” richiesto dalla specifica funzione. Inoltre, la sostenibilità diventa incomprensibile e sembra alternativa allo sviluppo, se non si dimostra che è possibile perseguire una crescita fatta di occupazione, di equità, di lotta alla povertà, di welfare universale. Abbiamo perso di vista, purtroppo, l’idea che welfare, sanità e istruzione universali siano un fattore di sviluppo».
Il concetto di sussidiarietà messo in pratica su eventi drammatici ora si può applicare anche nella vita di tutti i giorni?
«Non possiamo limitarci a una sussidiarietà fissata giuridicamente, perché se le comunità e i corpi intermedi non sono costituiti di persone che discutono e hanno interessi non corporativi, allora non funzionano. L’uomo solo al comando non dipende esclusivamente da una volontà accentratrice di potere, ma è anche responsabilità di una società senza ideali. La sussidiarietà rimette tutto in moto se ci si apre al confronto, se non si è corporativi, se accettiamo l’altro, se si superano le ideologie. Così diventa un fattore fondamentale di sviluppo. Ecco, in questa prospettiva la sussidiarietà può essere una chiave di volta, se non la si limita alla riserva indiana del terzo settore o peggio ancora del privato. È tempo di riprendere un dialogo in Italia e nel mondo, che realtà diverse ragionino per il bene comune accettando la diversità».
Lunedì 25 maggio è stata pubblicata la prima enciclica di Papa Leone XIV intitolata «Magnifica humanitas» e dedicata alla «custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale». Già queste parole dicono molto: non è un documento sull’intelligenza artificiale, l’obiettivo è ben più importante. Il Papa sottolinea che prima di preoccuparci di quanto sia umana l’IA, dobbiamo preoccuparci di quanto umani siamo noi, di custodire l’umano, questa realtà così magnifica e così fragile. In altri termini, più problematici, la questione non è se le macchine «pensino», ma quanto gli esseri umani stiano smettendo di pensare. In questi giorni, come è normale che sia, i giornali hanno dedicato molti commenti all’enciclica, ma il rischio è che tra qualche settimana non se parli più in un tempo in cui tutto viene «consumato» molto velocemente. Noi perciò vogliamo anzitutto invitare ad andare alla fonte, a leggere il testo di «Magnifica humanitas» che è disponibile anche online oltre all’edizione cartacea. E dopo l’estate come Fondazione San Benedetto vi preannunciamo già che promuoveremo un incontro pubblico per approfondire i contenuti di «Magnifica humanitas». Oggi insieme all’enciclica vogliamo proporvi la lettura del commento di padre Antonio Spadaro pubblicato su Repubblica. Tra i tanti pubblicati è sintetico e completo al tempo stesso. La mossa decisiva dell’enciclica, scrive Spadaro, «non è dove il lettore se la aspetta. Non è nella denuncia dei monopoli tecnologici, né nella richiesta di regolazione degli algoritmi, né nella condanna dei sistemi d’arma autonomi: tutte cose che il documento fa, e fa molto bene. È in una domanda che nessun white paper della Silicon Valley e nessun regolamento europeo avrebbero mai formulato: che cosa amiamo davvero?».
Davide Simone Cavallo è un giovane universitario milanese di 22 anni. Lo scorso ottobre è stato aggredito da un gruppo di cinque ragazzi che gli volevano rubare 50 euro e poi accoltellato riportando lesioni permanenti che gli hanno compromesso l’uso delle gambe. Un grave fatto di cronaca come altri che purtroppo si ripetono nei quali giovani e giovanissimi sono protagonisti e vittime di aggressioni, risse, accoltellamenti, ecc. Un’esplosione di violenza. In questo caso però la vera notizia è un’altra. Non sono il male e la violenza di cui un giovane è stato vittima. Non è neppure la legittima richiesta di giustizia. È la decisione di Davide di perdonare i suoi aggressori e la scelta di abbracciare due di loro durante il processo. In una lettera ripresa da alcuni quotidiani ha voluto dar conto di questo. Le sue sono parole che non hanno bisogno di commenti o di spiegazioni. Scrive: «Non odio. Dovrei farlo, credo, sarebbe logico, ma non mi riesce. L’odio non è logico, e manco io. A volte penso che il mio cuore ha già perdonato un po’ quello che mi è stato fatto, perché so come si sentono i responsabili, o almeno mi piace pensarlo, quanto probabilmente ne soffrano, quanto è facile fare cazzate immense quando ci si perde. AMARE mi ha spinto dove sono. Se non amassi le mie gambe, anche dopo quanto gli è successo, non sarei riuscito a muoverle. Se non amassi il mondo, che, posso capire, può sembrare un posto orribile, non ci sarei mai voluto tornare. Per quanto riguarda i ragazzi responsabili, mi auguro facciate qualcosa di costruttivo di questo periodo, so che è difficile, ma non abbiamo altra scelta. Abbiate pietà di voi stessi, non lasciatevi definire da quello che è successo. Non siete perduti». Altri stralci della lettera li trovate sul nostro sito.
Elena Ugolini, già insegnante e preside ed ex sottosegretaria all’Istruzione, ha detto: «La lettera di Davide Simone Cavallo andrebbe letta in tutte le nostre classi. È incredibile che tutto il dolore che ha dovuto sopportare e sta sopportando si possa trasformare nell’apertura di bene e di speranza che testimonia con le sue parole. È una lettera che lascia senza parole. Non perché non parli della rabbia, del dolore, della ferita subita. Ma perché dentro quella rabbia Davide riesce a non lasciarsi divorare dall’odio. Riesce persino a guardare ai ragazzi che gli hanno cambiato la vita e a dire loro: non siete perduti. Questo non cancella nulla della gravità di ciò che è accaduto. Non attenua la responsabilità di chi ha colpito. Ma ci costringe a guardare più a fondo. Davide ci ricorda che la gratitudine e l’amore alla vita restano più grandi del male subito».
Ormai da mesi, ogni giorno, tra presunti scoop e fake news, tra le congetture più disparate e la pubblicazione centellinata di atti di indagine (che dovrebbero essere riservati) usciti non si sa come dalle procure, puntuale arriva una nuova svolta sul caso Garlasco. Naturalmente non intendiamo entrare nel merito della vicenda giudiziaria. Ci soffermiamo invece sulla sovraesposizione mediatica, voluta e ricercata, attorno a questo caso quasi si dovesse fare giustizia in diretta tv. E qui il cosiddetto diritto di cronaca proprio non c’entra. In proposito segnaliamo un articolo davvero interessante di Antonio Polito pubblicato nei giorni scorsi sul Corriere. «C’è forse qualcosa di nuovo – scrive – nella straordinaria partecipazione di massa ai processi mediatici cui stiamo assistendo negli ultimi tempi, che assomiglia sempre più a un’ossessione nazionale, in grado perfino di oscurare l’interesse popolare per ben più gravi vicende (le guerre, per esempio). E può darsi che si tratti di un aspetto di quel più generale fenomeno definito “populismo”, che non è una tendenza solo politica ma anche culturale e antropologica». Il giustizialismo che in passato era sempre pronto a puntare il dito contro i partiti e i politici, adesso si è esteso «alle vite private, alle famiglie, alle villette, alle macchie di sangue nelle cantine». Un’altra caratteristica di questo nuovo giustizialismo è, sottolinea Polito, «l’insofferenza verso la competenza. Non è necessario saperne di chimica o di Dna per militare nel partito di Stasi o in quello di Sempio. Anzi, non è necessario neanche essere particolarmente informati. Il bello di questo gioco sta proprio nel fatto che vi possono partecipare tutti: grazie, o a causa, dell’inedita diffusione di notizie, pettegolezzi, supposizioni e suggestioni che l’era dei social ha introdotto nella storia umana». Siamo di fronte a un populismo giudiziario di tipo nuovo, «veicolato attraverso un populismo digitale senza precedenti». Una situazione inedita per le sue caratteristiche ma con molte analogie a quanto la storia ha già visto, ad esempio quando, ricorda Polito, le tricoteuses«assistevano allo spettacolo della ghigliottina nella Parigi rivoluzionaria». La credibilità del sistema giudiziario ne esce distrutta, il dolore delle vittime è del tutto irrilevante e viene rinnovato dal «rovistare mediatico» nella vita delle persone, la gogna dilaga. Possiamo pensare che tutto questo non ci riguardi?
Gestisci Consenso
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.