Nella successione dei cosiddetti «fatti di cronaca» la notizia del suicidio a Catanzaro di una mamma, Anna Democrito, che si è buttata dal terzo piano con i suoi tre bambini (Nicola e Giuseppe sono morti con lei, mentre Maria Luce è sopravvissuta), per il grido di dolore che porta con sé rompe per un attimo la corazza di distrazione e abitudine con cui normalmente cerchiamo di proteggere le nicchie confortevoli in cui viviamo. Costringe a interrogarsi sul perché di un male così grande che lascia sgomenti. Domanda a cui è impossibile rispondere con qualche spiegazione rassicurante. Siamo di fronte a un mistero che interroga ognuno di noi, che siamo fatti non per il male ma per il bene. Nello stesso tempo raccogliere quel grido di dolore porta anche a chiedersi come mai sia diventato così difficile essere genitori. Lo fa la scrittrice Susanna Tamaro in un articolo pubblicato qualche giorno fa sul Corriere della Sera e che vi invitiamo a leggere. È come se fossero venute meno quelle che per secoli sono state «le pietre miliari della crescita umana».
La scrittrice Susanna Tamaro (foto Fondazione San Benedetto)
Dopo la terribile tragedia di Catanzaro – scrive la Tamaro – «ho capito in maniera inequivocabile che l’Italia non è un Paese per bambini perché non è un Paese che ama e protegge le donne. Lo Stato “mammella” che offre bonus a pioggia a tutti, senza alcuna discriminazione, infatti non ha mai pensato di organizzare un aiuto fondamentale per le donne come un “reddito di maternità”. Gli ultimi cinquant’anni hanno portato grandi cambiamenti nel rapporto delle donne con il loro corpo e con la maternità; quello che era stato per secoli un imprescindibile “obbligo sociale”a cui solo poche donne riuscivano a sottrarsi, è diventata ormai una scelta personale. Abbiamo però allo stesso tempo dei livelli di riproduzione che ci pongono sull’orlo del baratro e, nonostante questo, non si è mai pensato di aiutare davvero le donne che vogliono avere figliad affrontare questa condizione senza essere sopraffatte dallo stress di dover tornare al lavoro a solo sei mesi dal parto».
Da giorni non riesco a togliermi dalla mente l’immagine di un ciuccio sull’asfalto accanto ai pneumatici di un’auto, quel ciuccio è tutto ciò che ci rimane della vita di Anna Democrito e dei suoi bambini. Anna, nel cuore della notte, si è alzata con un piano preciso: ha vestito a festa i suoi tre figli poi li ha lanciati nel vuoto, seguendoli subito dopo. Notizia di cronaca che genera orrore, ma un orrore che si dissolve in un paio di giorni perché, pronta ad attenderci, c’è la spiegazione medica: depressione post partum. Si sa che questo disturbo esiste e può essere foriero di gesti estremi, ma archiviare la notizia con la solita ovvia constatazione: «Ah se ci fosse stato vicino uno psicologo, uno psichiatra…» rende vano il sacrificio di Anna e dei suoi figli, perché il male che non viene compreso continua a generare opacità, mentre il male che si affronta con la volontà di capire può trasformare un evento tragico in un cammino che porta al bene.
Il grido di dolore
Vogliamo provare dunque a fare un percorso che accolga quel grido di dolore e non lo archivi come fatto di cronaca? Anna aveva quarantasei anni, lavorava in una Rsa e, negli ultimi cinque anni, era diventata madre tre volte. Era una persona credente, attiva, stimata in parrocchia e sul luogo di lavoro. Il cuore dell’uomo è un abisso ma mettere l’insondabilità come scusa non fa onore alla nostra razionalità. Il mito di dover essere sempre performanti e giovani che domina nella nostra società ci impedisce di ragionare sulla vera realtà del nostro corpo, e la realtà è che, a quarantasei anni, quello di una donna comincia a rallentare, a perdere energia, un po’ come fanno gli aeroplani, che in prossimità dell’atterraggio, abbassano i motori. Avere tre figli a quarantasei anni non è certo come averli a ventisei anni, le energie sono fatalmente diverse. Inoltre Anna lavorava come Oss in una Rsa e chiunque abbia avuto a che fare con una persona anziana, magari affetta da Alzheimer o da demenza sa quanta spossante energia possa richiedere un lavoro del genere.
Tre bambini piccoli, dunque, e un’attività usurante: un carico di stress e di logoramento psicofisico capace di atterrare anche le persone più forti; e, su questa stanchezza che cresce di giorno in giorno, si insinua un pensiero che, in breve, diventa una segreta ossessione: l’incubo che possa accadere quello che è accaduto alla famiglia Trevallion. Cosa sarebbe successo, infatti, se i servizi sociali, allertati da qualcuno, avessero intercettato la sua fragilità? Non c’è alcun dubbio che i figli le sarebbero stati portati via. Ed è stata quella la paura che negli ultimi mesi continuava a esprimere al sacerdote con cui si confidava: i suoi bambini strappati dal suo amore come quelli della povera Catherine.
Reddito di maternità
Dopo questa terribile tragedia ho capito in maniera inequivocabile che l’Italia non è un Paese per bambini perché non è un Paese che ama e protegge le donne. Lo Stato «mammella» che offre bonus a pioggia a tutti, senza alcuna discriminazione, infatti non ha mai pensato di organizzare un aiuto fondamentale per le donne come un «reddito di maternità». Gli ultimi cinquant’anni hanno portato grandi cambiamenti nel rapporto delle donne con il loro corpo e con la maternità; quello che era stato per secoli un imprescindibile «obbligo sociale»a cui solo poche donne riuscivano a sottrarsi, è diventata ormai una scelta personale. Abbiamo però allo stesso tempo dei livelli di riproduzione che ci pongono sull’orlo del baratro e, nonostante questo, non si è mai pensato di aiutare davvero le donne che vogliono avere figliad affrontare questa condizione senza essere sopraffatte dallo stress di dover tornare al lavoro a solo sei mesi dal parto.
Dato l’esiguo numero di madri, non sarebbe cosa buona permettere loro di avere un congedo di almeno un anno, prorogabile secondo la necessità? Noi, in quanto mammiferi, nasciamo in una condizione di grande vulnerabilità, condizione che richiede attenzione costante e soprattutto protezione. Se è un rischio prendere un cane o un gatto che non abbia passato almeno due mesi in compagnia della madre perché, con molta probabilità, sarà affetto da problemi di comportamento, a maggior ragione questa tutela dovrebbe essere applicata ai cuccioli d’uomo che invece vengono, nella maggior parte dei casi, irregimentati a sei mesi negli asili nido per permettere alle madri di tornare al lavoro. Ma a sei mesi un bambino non ha bisogno di socialità quanto piuttosto di vivere protetto nel tepore della tana, vicino alla persona che lo ha messo al mondo. Si tratta di biologia, non d’ideologia.
Il lavoro di genitori
Fare i genitori è un lavoro a tempo pieno e lo è ancora di più in una società complessa come la nostra in cui le strutture familiari sono disgregate — una coppia su due si separa — e i cuccioli vengono sballottati in un mondo di incertezze affettive, compensate da gratificazioni materiali e da distrazioni elettroniche. Forse, con il tempo, un cambiamento di rotta ci farebbe risparmiare anche la necessità dei bonus psicologici con cui si cerca di arginare il malessere e la disperazione giovanili, che hanno radici ben più profonde. Quando vedo le madri e i padri spingere la carrozzina con una mano sola, senza mai distogliere lo sguardo dal loro cellulare mentre il bambino vaga con il suo, cercando di intercettare l’attenzione del genitore, mi domando anche se non sia il caso di istituire dei corsi di genitorialità per adulti, gestiti da pediatri e da psicologi, capaci di mettere a fuoco quelle che sono state per migliaia di anni le pietre miliari della crescita umana. Ed è forse anche il caso di cominciare a domandarsi se l’esplosione di problemi comportamentali — un bambino su dieci è ormai certificato — non vada ricercato nell’assenza di sguardo e nell’incapacità di ascolto dei genitori. In un Paese ormai senile come il nostro tutte le forze politiche dovrebbero puntare sull’emergenza riproduttiva e sul confuso vuoto in cui è scivolata l’educazione.
Il Paese dei bambini
Se l’Italia non è un Paese per donne, lo è ancora di meno per i bambini. 40.000 minori nelle case-famiglia ci parlano di un sistema fuori controllo, umanamente ed economicamente forse più dannoso di un bonus. Ogni bambino ha un costo giornaliero che va dal 100 ai 300 euro, e questo costo — grazie al retaggio di una norma di tutela sociale risalente all’epoca del fascismo — è affidato ai Comuni. Una spesa abnorme che, come è successo a Palmoli e come accade in tutti i piccoli Comuni, è in grado di mettere in ginocchio le loro già scarse risorse economiche. 40.000 bambini equivalgono agli abitanti di una piccola città e di fronte a questo numero sproporzionato dovremmo cominciare a mettere a fuoco cosa non funzioni in un sistema che, fino al caso Trevallion, ha lavorato in sordina, devastando le vite dei bambini, delle famiglie e le finanze dei Comuni. Oltre a ciò, è un fatto allarmante che le case-famiglia siano composte di maschi e femmine: non è un mistero che, in una situazione di promiscuità e disagio, proliferano i soprusi dei prepotenti sui soggetti più vulnerabili. Dovrebbe esistere una forza di rapido intervento, capace di sottrarre in 24 ore alle famiglie i piccoli a rischio di abusi e violenze importanti. Penso alle bambine promesse spose a nove anni, penso al rischio di infibulazione che corrono molte neonate senza che la cosa inquieti minimamente i servizi sociali.
Favole nere
Tanto la tragica morte di Anna e dei suoi bambini ci dovrebbe costringere a pensare a un reale sostegno alla maternità per le donne meno abbienti, altrettanto la favola nera della famiglia Trevallion ci porta a mettere in discussione il potere assoluto e fuori controllo dei servizi sociali. Come possono due sole persone devastare una famiglia che si ama in base a dei teoremi standard che poco o nulla hanno a che vedere con il reale sviluppo dell’umano ma piuttosto con un’obbedienza sociologica imposta dalla rigidità di un sistema? E dato che i Trevallion non padroneggiano l’italiano, mi domando quale sia il livello della lingua inglese delle persone che, dopo solo due interrogatori, hanno deciso di dividerli: molte tragedie infatti nascono banalmente da errori di comunicazione. Queste decisioni, che rischiano di essere drastiche, andrebbero valutate da un’équipe di persone in cui siano presenti anche figure maschili, pediatri, psicologi, medici, stemperando così quello che, al momento, è un feudo femminile. Dove non c’è polarità, non c’è equilibrio. Maschile e femminile devono essere in continuo dialogo tra loro, altrimenti si rischia di imboccare strade che, anziché risolvere i problemi, li aggravano. L’idea che esistano genitori perfetti è un’aberrazione ideologica. Siamo tutti figli dell’imperfezione dei nostri genitori. Quale famiglia non sarebbe distrutta dopo una violazione così grave come la sottrazione arbitraria dei figli e della patria potestà a due persone che si amano e amano i loro figli? Le coppie esplodono e si dilaniano per eventi molto meno traumatici ma i coniugi Trevallion hanno confermato di amarsi ancora di più e di non vedere l’ora di potere riabbracciare i loro figli e continuare il cammino di amore e di crescita insieme.
Tutelare gli anticonformisti
Mentre scrivo mi sono resa conto che non poche delle mie amiche storiche negli anni Ottanta hanno allevato i figli in situazioni simili a quella della famiglia Trevallion, e i loro figli, ora ultratrentenni, sono diventate persone serene, appassionate e libere. Ogni società democratica comprende, anzi deve comprendere al suo interno, degli anticonformisti. Gli anticonformisti, in quanto persone non manipolabili, sono il sale e il nutrimento di una comunità e di queste persone una società sana dovrebbe avere cura, non perseguitarle. Ma forse, ho pensato, vedendo le lacrime dei Trevallion, alla base di questo odio che pervade la società contro la maternità e la famiglia c’è quell’immortale verità pronunciata da San Francesco ottocento anni fa. «L’amore non è amato». Non c’è nulla che suscita infatti più invidia, diffidenza e desiderio di distruzione dell’amore che si dona gratuitamente.
Ormai da mesi, ogni giorno, tra presunti scoop e fake news, tra le congetture più disparate e la pubblicazione centellinata di atti di indagine (che dovrebbero essere riservati) usciti non si sa come dalle procure, puntuale arriva una nuova svolta sul caso Garlasco. Naturalmente non intendiamo entrare nel merito della vicenda giudiziaria. Ci soffermiamo invece sulla sovraesposizione mediatica, voluta e ricercata, attorno a questo caso quasi si dovesse fare giustizia in diretta tv. E qui il cosiddetto diritto di cronaca proprio non c’entra. In proposito segnaliamo un articolo davvero interessante di Antonio Polito pubblicato nei giorni scorsi sul Corriere. «C’è forse qualcosa di nuovo – scrive – nella straordinaria partecipazione di massa ai processi mediatici cui stiamo assistendo negli ultimi tempi, che assomiglia sempre più a un’ossessione nazionale, in grado perfino di oscurare l’interesse popolare per ben più gravi vicende (le guerre, per esempio). E può darsi che si tratti di un aspetto di quel più generale fenomeno definito “populismo”, che non è una tendenza solo politica ma anche culturale e antropologica». Il giustizialismo che in passato era sempre pronto a puntare il dito contro i partiti e i politici, adesso si è esteso «alle vite private, alle famiglie, alle villette, alle macchie di sangue nelle cantine». Un’altra caratteristica di questo nuovo giustizialismo è, sottolinea Polito, «l’insofferenza verso la competenza. Non è necessario saperne di chimica o di Dna per militare nel partito di Stasi o in quello di Sempio. Anzi, non è necessario neanche essere particolarmente informati. Il bello di questo gioco sta proprio nel fatto che vi possono partecipare tutti: grazie, o a causa, dell’inedita diffusione di notizie, pettegolezzi, supposizioni e suggestioni che l’era dei social ha introdotto nella storia umana». Siamo di fronte a un populismo giudiziario di tipo nuovo, «veicolato attraverso un populismo digitale senza precedenti». Una situazione inedita per le sue caratteristiche ma con molte analogie a quanto la storia ha già visto, ad esempio quando, ricorda Polito, le tricoteuses«assistevano allo spettacolo della ghigliottina nella Parigi rivoluzionaria». La credibilità del sistema giudiziario ne esce distrutta, il dolore delle vittime è del tutto irrilevante e viene rinnovato dal «rovistare mediatico» nella vita delle persone, la gogna dilaga. Possiamo pensare che tutto questo non ci riguardi?
In questi giorni è stato ricordato il terremoto che cinquant’anni fa, il 6 maggio 1976, colpì il Friuli facendo quasi mille morti, oltre duemila feriti e più di 100 mila sfollati. Con la newsletter di oggi anche noi vogliamo soffermarci su quella pagina molto dolorosa della nostra storia che, allo stesso tempo, fece emergere una grande forza nel riprendersi dal disastro e nella ricostruzione. Lo facciamo proponendovi la lettura di due articoli. Il primo è stato scritto nel 2016, nel quarantesimo anniversario del sisma, dal poeta Pierluigi Cappello nato e cresciuto nella zona dell’epicentro del terremoto. Nel maggio 1976 non aveva ancora compiuto 9 anni. Testimone diretto di quei giorni drammatici (fino al 2014 ha vissuto in una baracca di legno costruita per gli sfollati), all’età di 16 anni riporta lesioni permanenti in un incidente stradale ed è costretto su una sedia a rotelle per il resto dei suoi giorni. È anche attraverso queste esperienze che matura la sua passione per la poesia, coltivata fino alla morte prematura nel 2017. Come Fondazione San Benedetto siamo molto legati a lui e alla sua poesia, che è stata per noi una vera scoperta. Nel 2019, d’intesa con i suoi familiari e amici, gli abbiamo intitolato la nostra Scuola di lettura e scrittura. L’articolo è stato scritto da Cappello un anno prima della sua scomparsa quando già stava combattendo contro la malattia. Nelle sue parole c’è tutto il senso della cesura segnata dal terremoto. In un minuto – racconta – sono venuti meno tutto un mondo e una cultura «che sapeva sostenere con umiltà ma con occhi ben dritti e asciutti lo sguardo della vita e della morte». Non è nostalgia per qualcosa che non c’è più. Quello di Cappello è invece un invito appassionato a non diventare «sovranamente estranei alla contaminazione con la vita». Un invito che ci riguarda oggi. In un tempo in cui siamo estremamente abili «nello sfiorare con rapidità ed eleganza gli schermi tattili di tablet ed iPhone», la vera sfida è contaminarsi con la vita reale.
Il secondo articolo che vi segnaliamo è un’intervista al Corriere del presidente della Fondazione per la Sussidiarietà Giorgio Vittadini per il quale la ricostruzione in Friuli dopo il terremoto è stata un modello di «collaborazione tra istituzioni e realtà sociali» che ha molto da dire anche per il presente. «Prima si diceva: più società, meno Stato. Ora abbiamo capito che serve più Stato e più società», sottolinea Vittadini. Soprattutto la sussidiarietà non è uno slogan o un principio astratto. «Non possiamo limitarci a una sussidiarietà fissata giuridicamente, perché se le comunità e i corpi intermedi non sono costituiti di persone che discutono e hanno interessi non corporativi, allora non funzionano. L’uomo solo al comando non dipende esclusivamente da una volontà accentratrice di potere, ma è anche responsabilità di una società senza ideali. La sussidiarietà rimette tutto in moto se ci si apre al confronto, se non si è corporativi, se accettiamo l’altro, se si superano le ideologie. Così diventa un fattore fondamentale di sviluppo. Ecco, in questa prospettiva la sussidiarietà può essere una chiave di volta, se non la si limita alla riserva indiana del Terzo settore o peggio ancora del privato. È tempo di riprendere un dialogo in Italia e nel mondo, che realtà diverse ragionino per il bene comune accettando la diversità». Oggi come cinquant’anni fa.
L’Italia è un paese che sembra diventato incapace di pensare al proprio futuro. Un paese fermo che «si pasce di godere – per quel che può, fintanto che può – il patrimonio ereditato». Questa settimana vogliamo raccogliere alcuni spunti offerti da un editoriale del mensile Tempi che aggiunge: «Chi non pensa al domani muore già un po’ oggi, verrebbe da dire. Ed è così che si spiegano i tanti sì e i tanti no sulle scelte che, politicamente, questa società senza coscienza del futuro è stata chiamata a esprimere: no alle grandi opere, alle gallerie, alle autostrade, ai ponti sullo Stretto, in fondo, che ce ne facciamo? Rovinano solo la nostra tranquillità e il paesaggio. No ai treni ad alta velocità che passano per il nostro giardino, al rifacimento urbanistico delle nostre città che sconvolgono i nostri giretti in bicicletta. No al nucleare perché fa paura, e pazienza se siamo un paese tra i più poveri al mondo dal punto di vista energetico. No al Tap, no alle trivelle. No alla riforma delle pensioni. No a una effettiva parità scolastica. No a tutto. Sì, invece, a tutto ciò che garantisce una rendita comoda. Sì agli 80 euro, sì al reddito di cittadinanza, sì al bonus 110; e fa niente se siamo uno dei paesi col più alto debito pubblico al mondo. Lo Stato Pantalone dia oggi a noi, poi a pagare saranno i nostri figli (già, quali figli?). Sì anche a tutto ciò che ci levi d’impiccio da qualsiasi responsabilità verso gli altri e che ci costringa a fare i conti con qualcosa di più ampio del nostro ombelico e dei nostri desideri immediati. Così, coi nostri sì e i nostri no, stiamo seduti sul ciglio del burrone, sperando che non soffi troppo forte un vento che ci faccia precipitare. Si contano i giorni e nessuno pare saper indicare un centro di gravità permanente, che orienti i nostri giudizi e le nostre decisioni». E allora da dove può venire una scossa? Aspettarsi che sia compito della politica tirarci fuori da questa situazione è quanto di più vano ci possa essere. Sicuramente perché da almeno tre decenni non c’è più alcuna formazione e selezione della classe dirigente e gli effetti sono evidenti. Se anche però così non fosse, la politica da sola non sarebbe in grado di innescare un cambiamento che chiama in causa la società nel suo insieme arrivando fino a interpellare ciascuno di noi nella sua singolarità. Un’inversione di rotta può venire solo dal fiorire di luoghi di amicizia dove nascono e si sviluppano relazioni e dove si afferma un approccio positivo alla realtà della vita anche dentro le sue mille contraddizioni. Un approccio che taglia di netto le radici del risentimento e del rancore oggi molto diffusi. Nel suo viaggio in Africa Papa Leone, incontrando l’Università Cattolica del Camerun, ha osservato che oggi molti «vivono imprigionati nell’individualismo, nell’apparenza e nell’ipocrisia». L’alternativa a tale condizione è «un luogo di amicizia, di cooperazione e insieme di interiorità e di riflessione». La Fondazione San Benedetto nel suo piccolo è uno di questi luoghi. È nata ed esiste per questo. Quanto facciamo e proponiamo è unicamente espressione di questo tentativo aperto a tutti, senz’altro imperfetto ma mai ripiegato su se stesso. Il nostro desiderio è che questi luoghi di amicizia possano moltiplicarsi come spazi da cui continuamente ripartire.
Martedì con l’incontro dedicato a Giuseppe Ungaretti presentato da Valerio Capasa si è chiusa a Brescia la sedicesima edizione del Mese letterario. L’auditorium degli Artigianelli era sold out come potete vedere dalle foto.
Tutti gli incontri di questa edizione possono essere rivisti sul canale YouTube @ilsussidiario.tv dove hanno già registrato diverse migliaia di visualizzazioni.
All’inizio della serata di martedì è stata annunciata anche la Summer School sulla narrazione promossa da Associazione il Rischio educativo in collaborazione con Fondazione San Benedetto e Mese letterario, che si svolgerà a Brescia dal 7 al 9 luglio. A questo link trovate tutte le informazioni per partecipare.
Sono stati inoltre premiati tre giovani – Maria Teresa Villani, Marco Frosio e Benedetto Bontempi – che hanno partecipato al concorso di idee per il prossimo Mese letterario del 2027.
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