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W la storia!

  • Data 7 Aprile 2024

Cosa c’entra la storia con la nostra vita? Apparentemente sembra sia qualcosa che in fondo non ci riguardi, di cui ci possiamo permettere di fare a meno. Il disinteresse e l’ignoranza infatti aumentano a dismisura. Su questo tema si sofferma con alcuni esempi significativi Glauco Genga, psicanalista, che nello scorso mese di febbraio a Brescia, su iniziativa della Fondazione San Benedetto, ha messo in scena lo spettacolo teatrale «Father & Freud». In un articolo pubblicato sul sito culturacattolica.it si chiede: «Che cosa occorre perché si possa fare tesoro della storia, nella cultura come nella scienza, nell’economia o nell’arte? Direi: il racconto affidabile di chi sa di avere seguito, nel proprio lavoro, una passione; non importa in quale disciplina o campo del sapere». Proprio questo racconto è ciò che può rompere il clima di disinteresse in cui spesso siamo immersi. L’articolo è stato pubblicato domenica scorsa con un riferimento finale alla Pasqua che rimane comunque del tutto attuale per capire cosa sia la storia.

Video inedito: quando Cossiga a Brescia parlò dell’Europa e di don Giussani

Il presidente Cossiga durante il suo intervento

Il quotidiano online ilsussidiario.net ha pubblicato pochi giorni fa un video inedito che contiene ampi stralci dell’intervento dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga in occasione della sua partecipazione all’assemblea della Compagnia delle Opere di Brescia il 28 novembre 2003. Vi invitiamo a vederlo, lo trovate a questo link. In quel periodo si stava discutendo del progetto, poi fallito, di una Costituzione europea. Proprio attorno a questo tema Cossiga sviluppò il suo intervento affrontando il tema dell’Europa e della sua identità. Un discorso di grande spessore culturale, che ancora oggi, a oltre vent’anni di distanza, rimane pienamente attuale. All’inizio, davanti al pubblico che gremiva l’aula magna della facoltà di Ingegneria, Cossiga spiegò perché aveva accettato l’invito della Compagnia delle Opere, ricordando il suo incontro con don Luigi Giussani avvenuto a metà degli anni ‘70 su espressa indicazione di Aldo Moro. Il video proviene da una trasmissione speciale realizzata dall’emittente locale Brescia.Tv oggi non più attiva.

Mese Letterario, giovedì la serata su Joyce

L’auditorium degli Artigianelli gremito per la prima serata del Mese Letterario

Giovedì si è aperta la nuova edizione del Mese Letterario con la serata dedicata a Italo Svevo e la coscienza di Zeno che ha visto un intervento appassionante di Valerio Capasa di fronte a un pubblico foltissimo e attento. Più di 500 i presenti nell’auditorium (vedi foto sopra) e nell’altra sala videocollegata, e, nonostante questo, non tutti sono riusciti a entrare. Si continua giovedì 11 aprile alle 20.30, sempre agli Artigianelli, con l’incontro su James Joyce. Interverrà Enrico Terrinoni, massimo conoscitore in Italia dello scrittore irlandese.


Fare tesoro della storia

di Glauco Maria Genga

da culturacattolica.it – 31 marzo 2024

Sono diventato un fan del Corriere della Sera. Abito da vent’anni a due passi da via Solferino, ma non l’ho mai sentito così vicino come in questo mese. Dal 1° marzo, infatti, il Corriere pubblica, il mercoledì e giovedì di ogni settimana, le sue prime pagine, dall’esordio del 5 marzo 1876 ad oggi: qui l’annuncio dell’inizio della Repubblica all’indomani del referendum del 2 giugno 1946. Lodevolissima iniziativa, che spero incontri il successo che merita. Si sa, infatti che un numero crescente di giovani, e meno giovani, non leggono i quotidiani. Per Hegel la lettura della Gazzetta era «la preghiera del mattino dell’uomo moderno», ma le cose non stanno più così. La prima volta che udii questo giudizio fu nel 1978: lo sosteneva Giacomo Contri, in un corso che tenne al Circolo Filologico (in seguito vi è tornato più volte, come in questo blog: https://www.giacomocontri.it/2006/11/preghiera-laica/).

Ma oggi? Nessuno stacca lo sguardo dallo smartphone… con molte conseguenze. Quando, come consulente dell’Aeronautica, mi trovo a firmare un provvedimento di idoneità a chi vuole conseguire la licenza per pilotare un aereo, non mi lascia affatto indifferente costatare (più di talvolta) che un giovane aspirante pilota non conosce il nome del nostro Presidente della Repubblica, pur sapendo pressoché tutto dell’ultima polemica social sui Ferragnez… Quando frequentavo il liceo, l’educazione civica era chiamata la Cenerentola di tutte le materie. Cosa curiosa, era così anche per la religione. Un errore nell’impostazione degli studi classici. Ma l’ho compreso solo “da grande”.

L’iniziativa del Corriere mi fa pensare ai fatti che hanno cambiato la storia.
Nel suo discorso del 31 dicembre 2017, il Presidente Mattarella ha definito la Costituzione Italiana la nostra «cassetta degli attrezzi». Notevole. Nel novembre scorso, sono stato invitato dal Centro Asteria di Milano ad un incontro con la professoressa Marta Cartabia, dal titolo La Costituzione al centro. L’auditorium era gremito di centinaia di liceali e altrettanti erano collegati online. In uno dei passaggi più rilevanti, l’ex-ministro della Giustizia, già Presidente della Corte Costituzionale, ha ricordato il contributo decisivo di Giorgio La Pira ai lavori dell’Assemblea Costituente, e in particolare il significato della sua rinuncia al Preambolo. Accadde che «il 22 dicembre 1947 il giurista siciliano prese la parola un’ultima volta per chiedere che fosse posta in qualità di preambolo alla Costituzione la formula: “In nome di Dio il popolo italiano si dà la presente Costituzione”. Alla proposta seguì un dibattito ferratissimo che mise in pericolo l’unità dell’assemblea. La Pira, pallido in volto, si fece un ampio e devotissimo segno di croce e ritirò la proposta, dicendo: “Se tutto questo dovesse produrre la scissione dell’Assemblea, io per conto mio non posso dire che questo: che ho compiuto secondo la mia coscienza il gesto che dovevo compiere”.» https://www.politicainsieme.com/giorgio-la-pira-e-la-costituzione-di-nino-giordano/
Questo punto meriterebbe un approfondimento molto più ponderato; ora lo menziono solo perché la vicenda del Preambolo è un ottimo esempio dell’eccellente lavoro legislativo dei 556 Padri costituenti. Faremmo bene ad averlo presente, al netto di ogni considerazione di natura politica. Non nascondo che non mi sono mai piaciute le espressioni giornalistiche Prima e Seconda Repubblica, perché sono fuorvianti.

Un altro esempio, tra i molti possibili. Nel giugno scorso ero appena tornato da Siracusa dove avevo assistito alla rassegna del teatro antico (tutti dovrebbero andarvi almeno una volta), quando ho incontrato al bar due giovani colleghe, cui ho detto: «L’interpretazione di Laura Marinoni della Medea è stata fantastica! Invece il Prometeo incatenato non mi ha convinto…»
Le colleghe mi guardavano con occhi smarriti: i nomi Medea e Prometeo non dicevano loro nulla: «Ma doc, lei ha fatto il classico!». Non era mia intenzione metterle in imbarazzo, dunque non ho insistito, ma l’eco di quell’episodio non si è affievolita in me. Quando esse riceveranno nei loro studi professionali donne affette da psicosi post partum o lavoreranno a perizie in casi di infanticidio, la vicenda di Medea sarebbe loro di grande aiuto. Ma non lo sanno! Eppure, anche chi non proviene da studi classici può entrare in libreria o sfogliare un quotidiano e imbattersi in un allestimento teatrale di Medea. Informo i lettori che nel prossimo mese di luglio si svolgerà presso l’Università di Urbino una Summer School, promossa da Maria Gabriella Pediconi, dal titolo «Attualità freudiana. Un giurista legge Freud. Con esercizi sulla tragedia greca». Parleremo anche di Medea: il testo di Euripide verrà commentato da giuristi e psicoanalisti.

Può capitare a tutti di imbattersi in modo personale nel racconto di un fatto storico. Ad esempio, un giovane studente universitario mi racconta di avere appreso dalla lettura del Vasari che Michelangelo, prima di morire, “abruciò gran numero di disegni, schizzi e cartoni fatti di man sua, acciò nessuno vedessi le fatiche durate da lui et i modi di tentare l’ingegno suo per non apparire se non perfetto.” La notizia l’ha colpito perché anch’egli non tollera che la sua preparazione sia men che perfetta. Gli rispondo che i cartoni preparatori dei grandi artisti mettono al lavoro schiere di studiosi: lo stesso Buonarroti non sarebbe mai arrivato ad affrescare la Sistina senza quei cartoni. Resta che quel giovane ha avuto accesso, in un modo o in un altro, alle Vite del Vasari. Non capita spesso.

Che cosa occorre perché si possa fare tesoro della storia, nella cultura come nella scienza, nell’economia o nell’arte? Direi: il racconto affidabile di chi sa di avere seguito, nel proprio lavoro, una passione; non importa in quale disciplina o campo del sapere. Che c’entra tutto questo con la Pasqua? Per credenti e non credenti, è vero che la notizia di quella resurrezione ha fatto storia. Anzi, ha fatto la storia. Come mostra questo affresco: il geniale “pittore di Cluny” del XII secolo doveva avere in mente una qualche idea di Costituzione della Chiesa, perché il fondatore è rappresentato nell’atto di consegnare la legge a Pietro. Il nesso tra legge, diritto e legame sociale è ancora tutto da esplorare: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro» (Mt 18,15-20).

Tag:Cossiga, Don Giussani, Europa, Mese letterario

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piergiorgio

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Oggi vogliamo partire da una notizia della cronaca perché ci sembra emblematica di una posizione comune, molto diffusa, che genera solo rancore e risentimento senza contribuire in alcun modo né alla verità né alla giustizia. In questi giorni abbiamo assistito a una levata di scudi, con atti formali di protesta anche del nostro governo, dopo la decisione della magistratura elvetica di concedere la libertà su cauzione al titolare del locale di Crans-Montana dove si è verificata la strage di Capodanno nella quale hanno perso la vita 40 persone. Sottolineiamo solo che la libertà su cauzione è un istituto giuridico espressamente previsto dal sistema giudiziario svizzero che è diverso da quello italiano. E non è una sentenza di assoluzione. Se il governo di un altro paese come l’Italia decide di puntare il dito contro questa decisione per assecondare il sentimento di rabbia verso i presunti colpevoli, il problema diventa inevitabilmente politico. Condividiamo in toto quanto scritto nei giorni scorsi da Giuliano Ferrara sul Foglio: «Tanto valeva impiccare i coniugi Moretti al primo albero. Una cosa spiccia ma agile, semplice, corrispondente al sentimento generale verso il capro espiatorio prima e al di là di ogni regola e accertamento di responsabilità. Siamo un paese folle, costruito sulla gogna pubblica per i presunti colpevoli». «Il dolore per le vittime del fuoco divoratore e dei sopravvissuti – continua Ferrara – non ha niente a che vedere con la soddisfazione invocata: punire in catene due presunti colpevoli, fottersene della divisione dei poteri, dei controlli e delle garanzie di un processo giusto, elevare un patibolo, inventarsi un sistema di complicità ambientale e processarlo per vie brevi, sommariamente, perché si possa sanare l’inquietudine, lenire la rabbia e la sacrosanta volontà di giustizia della comunità offesa, garantendo nel contempo un consenso facile truce immediato a chi la spara più grossa». (Qui trovate il link all’articolo del Foglio)

Siamo invece profondamente persuasi dall’esperienza stessa della vita che il male non si combatte mai con il castigo e tantomeno con la gogna pubblica o mediatica che serve solo da brodo di coltura di un risentimento infelice e meschino. Solo il bene seminato e costruito nelle sue mille forme quotidiane può consentire di contrastare il male e talvolta anche di trasformarlo paradossalmente in un’occasione di riscatto e di crescita umana. Su questo vogliamo proporvi la lettura di un articolo di Gloria Amicone pubblicato sul quotidiano online ilsussidiario.net. La sua è una testimonianza personale, pensando a chi è stato coinvolto nella strage di Crans-Montana. Scrive: «In un mondo dove c’è chi dice che quei ragazzi non avrebbero dovuto essere lì, quando tutti avremmo potuto essere lì; dove c’è chi dice che è stato il caso, o addirittura il fato. Non è stato il caso, non è stato il fato. Qui ci sono stati gravi errori umani. È ingiusto dire questo a chi ha perso un figlio. È ingiusto dirlo ai ragazzi con le ustioni sul corpo. E mi azzarderò a dire di più. È ingiusto dirlo anche a quei gestori, perché è come dire loro che non potevano fare meglio e non possono fare meglio ora. Che è finita. Che in galera marciranno perché lo vuole il fato. E invece no». Un articolo molto vero da leggere dall’inizio alla fine. 

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