Riprende da oggi il nostro appuntamento settimanale con la newsletter domenicale «Fissiamo il pensiero». È il primo del 2025, un anno che coincide con i vent’anni di presenza della Fondazione San Benedetto. Iniziamo questo nuovo tratto di strada ringraziando tutti coloro che ci seguono, con la speranza di poter continuare a offrire ogni settimana un piccolo contributo utile a ciascuno e alla vita comune attraverso la proposta di spunti di lettura. Non un flusso continuo di informazioni e di opinioni, ma semplicemente la segnalazione di un articolo o di un testo su cui fissare l’attenzione e il pensiero, oltre che delle iniziative che la fondazione promuoverà nel corso dell’anno.
Questa settimana vi suggeriamo la lettura dell’intervista al Foglio di Erik Varden, 50 anni, vescovo cattolico in Norvegia.
Erik Varden
«Avere speranza come cristiani – sottolinea nell’intervista – non significa aspettarsi che tutto vada bene. Non tutto va bene. Qui e ora, la speranza si manifesta come un barlume.Questo non vuol dire che sia irrilevante. La speranza ha un contagio benedetto che le permette di diffondersi di cuore in cuore. I poteri totalitari lavorano sempre per cancellare la speranza e indurre alla disperazione. Educarsi alla speranza significa esercitarsi alla libertà». Dopo essere cresciuto in una famiglia agnostica, Varden si è convertito dopo aver ascoltato una sinfonia di Gustav Mahler, abbracciando la fede cattolica a 19 anni. Monaco cistercense ha insegnato a Cambridge prima di essere nominato vescovo in un paese fra i più secolarizzati come la Norvegia. Pubblicata in occasione dello scorso Natale, l’intervista merita di essere letta integralmente per la bellezza e l’intelligenza delle rispostemai appiattite sui soliti cliché. Come ad esempio queste considerazioni sulla secolarizzazione: «La secolarizzazione ha fatto il suo corso. È esaurita, priva di finalità positiva. L’essere umano, nel frattempo, rimane vivo con aspirazioni profonde. Si consideri il fatto che Marilynne Robinson e Jon Fosse sono letti in tutto il mondo; che la gente accorre al cinema per vedere i film di Terrence Malick; che migliaia di persone cercano un’istruzione nella fede. Questi sono segni dei tempi. Dovrebbero riempirci di coraggio. Dovrebbero renderci determinati a non mettere la nostra lampada sotto il moggio. La Chiesa possiede le parole e i segni con cui trasmettere l’eterno come realtà».
«La secolarizzazione si è esaurita»
Intervista a Erik Varden
di Matteo Matzuzzi – da Il Foglio – 24 dicembre 2024
“Il cristianesimo non è un’utopia. La religione biblica è in sommo grado e in modo sconcertante realistica. I grandi maestri della fede hanno sempre insistito sul fatto che la vita soprannaturale deve basarsi su una profonda considerazione della natura. Dobbiamo allenarci a vedere le cose come sono, noi stessi come siamo. Avere speranza come cristiani non significa aspettarsi che tutto vada bene. Non tutto va bene”. Erik Varden è un monaco cistercense che dal 2019 è vescovo di Trondheim e dal 2023 amministratore apostolico di Tromsø, in Norvegia. Ha cinquant’anni, è stato abate trappista di Mount Saint Bernard, in Inghilterra. Ha insegnato teologia a Cambridge. Di famiglia formalmente appartenente alla Chiesa luterana di Norvegia, ma in pratica agnostica, si è convertito a quindici anni dopo aver ascoltato la Sinfonia n. 2 (“Risurrezione”) di Gustav Mahler. Nel 1993 è diventato cattolico e nel 2002 è entrato nell’ordine dei Cistercensi di stretta osservanza. Con il Foglio parla di Natale e di speranza (tema cardine del Giubileo che si apre oggi), di Europa e periferie, di guerra e cristianesimo. Da poco è in libreria il suo ultimo libro, Castità (San Paolo, 208 pp., 20 euro), dove si interroga sul significato più profondo di un tema che può apparire fuori dal tempo.
È Natale, si parla tanto di speranza. Spesso si usa questa parola con superficialità, come fosse un augurio di stare bene oppure che “tutto andrà per il meglio”. Invece, pensando alle trincee ucraine, a Gaza, al Libano e alla Siria, la realtà è che questo mondo è in pezzi e che dire che tutto andrà bene pare quasi un insulto. La speranza cristiana ci viene in aiuto: qual è il suo vero significato anche in relazione al mondo in guerra?
“Sperare è avere fiducia che tutto, anche l’ingiustizia, possa comunque avere un senso e uno scopo. La luce ‘brilla nelle tenebre’. Non toglie di mezzo le tenebre; questo avverrà nei nuovi cieli e nella nuova terra in cui ‘non ci sarà più notte’. Qui e ora, la speranza si manifesta come un barlume. Questo non vuol dire che sia irrilevante. La speranza ha un contagio benedetto che le permette di diffondersi di cuore in cuore. I poteri totalitari lavorano sempre per cancellare la speranza e indurre alla disperazione. Educarsi alla speranza significa esercitarsi alla libertà. In una poesia, Péguy descrive la speranza come la fiamma della lampada del santuario. Questa fiamma, dice, ‘ha attraversato la profondità delle notti’. Ci permette di vedere ciò che è ora, ma anche prevedere ciò che potrebbe essere. Sperare significa scommettere la propria esistenza sulla possibilità del divenire. È un’arte da praticare assiduamente nell’atmosfera fatalista e deterministica in cui viviamo”.
Il Natale ha qualcosa di misterioso che cattura anche chi non crede. Viene da pensare a Paul Claudel, che si convertì ascoltando un Vespro a Notre-Dame, nel Natale del 1886. E a Jean Paul Sartre, l’ateo per eccellenza che scrisse in un suo racconto: “La Vergine è pallida e guarda il bambino. Ciò che bisognerebbe dipingere sul suo viso è uno stupore ansioso che non è apparso che una volta su un viso umano”. Qual è questo mistero del Natale che attira tutti?
“Lo stupore di cui parla Sartre non appare forse in alcune rappresentazioni della Vergine nell’iconografia bizantina? L’attrattiva del Natale è insita nelle più emblematiche rappresentazioni evangeliche: il bambino appena nato; la proclamazione della pace; l’affermazione che gli uomini sono dopo tutto capaci di ‘buona volontà’; il silenzio pacifico di una notte durante la quale tutto il creato – uomini, animali e stelle – si dispone armoniosamente in attesa intorno a un centro in sé evidente. Claudel scrive ne L’annuncio a Maria, che rileggo ogni Natale: ‘Molte cose si consumano nel fuoco di un cuore ardente’. Il Natale ci fa intuire il desiderio del nostro cuore. Ci dà il senso di ciò che passa, di ciò che resta. La sfida è lasciare che questa intuizione diventi concreta nelle decisioni che definiscono la nostra vita, non confinata in un sentimento passeggero, fiacco”.
Lei è vescovo in una delle periferie tanto citate da Papa Francesco. Periferia europea, per di più. A sud è evidente come la fede nel Vecchio continente si stia perdendo, incalzata da un laicismo che si fa sempre più forte. Qual è la sua prospettiva, appunto, dalla periferia?
“Una periferia è definita rispetto a un centro. In un’ottica cristiana, il centro non è un punto sulla mappa. Il centro è dove il mistero di Cristo è presente in pienezza. La periferia è chiamata a diventare centro. Vediamo questa dinamica all’opera nella storia della missione della Chiesa. La fiamma della fede risplende sempre di nuovo in luoghi inaspettati. Qual è stato lo stupore di quegli europei sicuri di sé, che arrivarono in India nel XVI secolo, pensandosi arrivati ai margini della civiltà, per poi scoprire che lì il centro lo avevano raggiunto fin dai tempi apostolici, mentre i loro propri antenati adoravano pezzi di legno e pietre? La terminologia delle periferie è spesso utilizzata da istituzioni o persone certe di essere al centro in virtù di privilegi ereditari. La fede sfida questo assunto. Così la terminologia diventa un utile auto-sovvertitore. Ci sfida a chiederci: ‘Dov’è, in effetti, il centro?’. In termini biblici, si tratta di seguire l’Agnello ovunque vada, abbandonando la confortevole convinzione che egli rimanga necessariamente dove sono io”.
Le chiese sono abitate sempre più da persone anziane, si fa fatica a intercettare il bisogno di senso delle nuove generazioni. Che però ce l’hanno: spesso diciamo che pensano solo al divertimento o allo smartphone. Però, come in tutte le età e come per tutte le generazioni, sentono un desiderio “alto”. Cosa può fare la Chiesa per intercettare questa esigenza?
“La mia esperienza è assai diversa. Incontro molti giovani affamati di significato, sinceri nella loro ricerca, lucidi nelle loro analisi. Sorrido un po’ di fronte alle diagnosi, siano laiche o ecclesiastiche, in cui anziani commentatori propongono tesi sui ‘giovani’ come se questi ultimi fossero una specie tenuta in vita artificiosamente in un frigorifero di laboratorio, confinata nei presupposti e nell’habitat culturale dei decenni passati. Come può la Chiesa impegnarsi con i giovani di oggi? Prendendoli sul serio. Non parlando loro con sufficienza. Osando presentare ideali alti e belli. Rispettando il loro desiderio di abbracciare la pienezza della tradizione. Non dando loro sassi, o dolcetti, come pane”.
Nel suo libro “La solitudine spezzata” (Qiqajon, 151 pp., 16 euro), scriveva che “per vivere, si deve imparare a guardare la morte negli occhi. Prima che potessi sapere ciò che significava la parola, ero stanco della superficialità”. Parlavamo dei giovani e della guerra e le chiedo: non è che, forse, in questo clima di assopimento collettivo pesa anche il fatto che da generazioni l’Europa di fatto non sa più cosa sia la guerra e la morte in casa sua? Ci siamo troppo abituati alla pace in casa nostra tanto da non sapere più neanche guardare la morte in faccia?
“Il rischio è quello di dare per scontata la pace, pensando che sia in qualche modo la normalità. Non è così. La storia ce lo ricorda con insistenza. Andando avanti negli anni, sono sempre più toccato dal fatto che la prima morte riportata nelle Scritture sia una morte per fratricidio. È un paradigma che vediamo ripetersi con terribile coerenza fino ai nostri giorni. Il Prologo della Regola di san Benedetto cita un Salmo che dà un’utile prospettiva. San Benedetto ci esorta a ‘cercare la pace e a seguirla’. Ci viene ricordato che la pace è dinamica, una realtà viva da promuovere. Un mezzo secolo europeo senza grandi guerre è stato una specie di miracolo. Ora l’orizzonte si fa oscuro. In Ucraina infuria una guerra ingiusta; il crollo di un governo dopo l’altro, con l’esplosione di fragili coalizioni, genera ansia; la retorica dell’aggressione si diffonde come un fumo nefasto. Ho l’impressione però che il nostro continente, e non da ultimo i suoi giovani, si stiano svegliando. Il Covid è stato un campanello d’allarme. Ha avvicinato lo spettro della morte. Ha infranto l’illusione che il benessere o la competenza scientifica ci tengano al sicuro, che la morte sia solo qualcosa che accade agli altri. Abbiamo riflettuto abbastanza su queste lezioni della storia recente? Io credo di no. La vedo come un’occasione persa, dal punto di vista politico e catechetico”.
Abbiamo visto in mondovisione lo spettacolo dell’inaugurazione della cattedrale di Notre-Dame restaurata dopo l’incendio. Una folla enorme, i potenti in coda per entrare, la gente comune che ha contribuito al finanziamento dell’opera come accadeva nel Medioevo. Allora, nonostante tutto, siamo ancora attaccati a questi simboli che parlano della nostra identità?
“Il fatto che restiamo attaccati ad alcuni simboli sembra evidente. Le manifestazioni di dolore che sono seguite all’incendio di Notre-Dame sono state commoventi. Onore a tutti coloro che hanno contribuito alla sua ricostruzione! Ma a cosa siamo legati? A un grande santuario cristiano? O a un simulacro culturale? Durante l’Avvento la Chiesa ci fa leggere il profeta Isaia. È una lettura sconvolgente. Isaia ci offre meravigliose immagini di consolazione, misteriose profezie dell’incarnazione. Allo stesso tempo dice che la redenzione nascerà dalla rovina. Chiarisce che è il Signore che predispone la distruzione di Gerusalemme e l’esilio del suo popolo, volendo insegnare loro, appunto, a non riporre la loro fiducia in monumenti di forza ma a vivere, invece, secondo la grazia, sostenuti giorno per giorno nell’umana fragilità esistenziale. È compito della Chiesa far sì che il nostro patrimonio architettonico e artistico rimanga un segno potente della bontà di Dio, che permetta l’incontro del nostro essere di terra con lo splendore increato, divino. Abbiamo sufficiente fiducia nella nostra tradizione, per aiutare i nostri contemporanei a vedere cosa significano e implicitamente promettono i luoghi e gli oggetti che formano in superficie la nostra identità culturale? C’è qui un’ampia prospettiva per un esame di coscienza. Spesso, infatti, mi sembra che ci diamo per vinti di fronte alla modernità secolare. Ci sforziamo di rendere il nostro patrimonio ‘rilevante’ alle sue condizioni, mentre i nostri tempi chiedono da noi qualcosa di diverso”.
Domanda al vescovo che opera in Norvegia: noi europei del Terzo millennio abbiamo forse un problema d’identità? Sappiamo ancora chi siamo e da dove veniamo?
“Da tempo il consenso non è mai stato così teso su questioni fondamentali: cosa significhi essere un uomo o una donna, cosa sia un essere umano, cosa debba essere una società. Per molto tempo i dibattiti pubblici sembravano ronzare in modo sinistro come nidi di vespe. Chiunque vi partecipava correva il rischio di essere punto. Ho l’impressione che ora la tendenza si stia gradualmente invertendo: un numero maggiore di persone si pone domande, cerca ragionamenti validi e parametri affidabili. La tradizione intellettuale cattolica ha un immenso contributo da dare in questo senso. Senza voler per nulla sminuire l’importanza del lavoro caritativo o delle cause di giustizia e di pace, credo che l’apostolato intellettuale sia fondamentale per i prossimi decenni. Il Verbo si è fatto carne per impregnare di logos la nostra stessa natura, creata a immagine del Verbo. Accogliere questo aspetto del nostro essere e articolarlo significa iniziare a ricordare la nostra dignità”.
Non è raro sentire nella cosiddetta “opinione pubblica” che la Chiesa propone qualcosa di anacronistico, soprattutto sul piano della morale e perfino della bioetica: dopotutto, si dice, perché bisogna dire no all’eutanasia se una persona soffre? La via più semplice è quella che piace di più. Il problema è che spesso sono anche tanti uomini di Chiesa che, sui media, chiedono di “cambiare” e “riformare” perché il messaggio non arriva più al Popolo di Dio. Qual è la sua opinione? Quanto è utile o rischioso dare ascolto allo Zeitgeist (lo spirito del tempo)?
“Lo Zeitgeist – dice mons. Varden – è volubilissimo! Certo, dobbiamo ascoltarlo: trasmette messaggi di cui dobbiamo tenere conto. Ma cercare di seguirlo è un atto di sfida verso se stessi. Quando siamo arrivati al punto in cui si trovava un momento fa, è già più in là. La Chiesa per sua natura si muove lentamente. C’è il rischio che ci impegniamo in quelle che riteniamo siano tendenze contemporanee quando già non sono rimaste altro che braci morenti. Così passiamo senza fortuna, e in modo leggermente assurdo, da un falò spento all’altro. È sicuramente più promettente, interessante e gioioso rimanere aggrappati a ciò che resiste. Questo è ciò che parlerà ai cuori e alle menti umane nella nostra epoca come in ogni altra epoca. Il Concilio Vaticano II è stato caratterizzato dalla sollecitazione a bere con abbondanza dalle fonti. La maggiore vitalità della vita cattolica del XX secolo è scaturita dall’entusiasmo di scoprire pozzi dimenticati, trovando in essi acqua limpida e fresca. Dov’è finito quell’entusiasmo? Perché ora sentiamo di dover abbandonare i pozzi per allestire invece pieghevoli stand accanto a distributori automatici?”.
Un’ultima domanda: si dice spesso che il nostro mondo, quello occidentale, è ormai post-cristiano. È d’accordo con questa definizione? Non c’è il rischio di generalizzare troppo? E poi, come può l’uomo di oggi che si definisce cristiano rendere viva la sua presenza in questa realtà?
“Su questo non mi trovo d’accordo. Teologicamente, il termine ‘post-cristiano’ non ha senso. Cristo è l’Alfa e l’Omega, e tutte le lettere intermedie. Egli porta costituzionalmente la freschezza della rugiada del mattino: non per niente durante l’Avvento tempestiamo il cielo cantando ‘Rorate!’. Il cristianesimo è dell’alba. Se a volte, in determinati periodi, ci sentiamo avvolti dal crepuscolo, è perché sta nascendo un altro giorno. Se vogliamo parlare di ‘pre’ e di ‘post’, mi sembra più appropriato suggerire che ci troviamo alle soglie di un’epoca che definirei ‘post-secolare’. La secolarizzazione ha fatto il suo corso. È esaurita, priva di finalità positiva. L’essere umano, nel frattempo, rimane vivo con aspirazioni profonde. Si consideri il fatto che Marilynne Robinson e Jon Fosse sono letti in tutto il mondo; che la gente accorre al cinema per vedere i film di Terrence Malick; che migliaia di persone cercano un’istruzione nella fede. Questi sono segni dei tempi. Dovrebbero riempirci di coraggio. Dovrebbero renderci determinati a non mettere la nostra lampada sotto il moggio. La Chiesa possiede le parole e i segni con cui trasmettere l’eterno come realtà. La scrittrice inglese Helen Waddell ha detto: ‘Avere anche una minima concezione dell’infinito è come togliere la pietra dalla bocca di un pozzo. Non è forse questo il compito cristiano fondamentale per il momento attuale? Sursum corda!”.
«Incontrarsi per crescere». È questo il titolo di una serie di appuntamenti che la Fondazione San Benedetto intende promuovere nei prossimi mesi. Oltre agli incontri pubblici su temi al centro del dibattito contemporaneo o a iniziative consolidate come il Mese letterario, vogliamo favorire occasioni di incontro con persone interessanti che ci portino anzitutto la loro storia, la testimonianza di una vita, prima di venirci a spiegare come va il mondo o la loro analisi dei problemi (cose senz’altro utili ma secondarie). Siamo infatti profondamente persuasi che la crescita umana avviene sempre attraverso l’incontro con l’altro che in qualche modo sollecita, attrae, mette in moto le persone. Qualche giorno fa Papa Leone ha detto che occorre «fare in modo che i rapporti sociali abbiano spessore reale e profondità personale». Un compito che facciamo nostro in un momento in cui – ha precisato il Papa – «da una parte lo sviluppo tecnologico, la diffusione dei mass media e dei social media, il sempre crescente ricorso all’intelligenza artificiale aprono nuove possibilità, abbattendo barriere e distanze; dall’altra, le relazioni tendono a diventare sempre meno personali, più virtuali, e si rischia di abituarsi a delegare agli algoritmi decisioni che spettano solo alla coscienza umana».
«Incontrarsi per crescere» non è solo il titolo di un ciclo di incontri (di cui prossimamente vi daremo date e luoghi), ma descrive anche il nostro modo di essere attraverso tutte le iniziative che proponiamo. Una di queste è la Scuola di comunità che da tre anni si svolge nella nostra sede. Da lunedì 28 settembre dalle 18.30 alle 19.30 riprendono gli incontri quindicinali. Leggeremo insieme il libro di don Luigi Giussani «All’origine della pretesa cristiana» mettendolo a confronto con la nostra esperienza nelle diverse circostanze in cui ci troviamo a vivere. Gli incontri sono aperti a tutti, si richiede solo la costanza nella partecipazione. L’appuntamento è nella sede della San Benedetto a Brescia, Borgo Wührer 119 (secondo piano).
«Incontrarsi per crescere» vuol dire anche ritrovarsi per vedere insieme un film. La scorsa primavera è successo con «Andrej Rublëv», il capolavoro del regista russo Andrej Tarkovskij. A sessant’anni dalla sua uscita oggi vi proponiamo la lettura di un articolo di Jean-Pierre Sonnet pubblicato sull’Osservatore Romano (in fondo trovate il link per leggerlo) e dedicato a questa straordinaria opera cinematografica. Basti pensare che Christopher Nolan nella preparazione della sua «Odissea» ha organizzato una proiezione speciale di «Andrej Rublëv» per il cast e la troupe del suo film proprio per far comprendere cosa sia la creazione artistica. Nei prossimi mesi proporremo altri film da vedere insieme, che possano essere significativi per il percorso che stiamo facendo. Un’altra occasione per incontrarsi, vedere qualcosa di bello e interessante, e condividere spunti e riflessioni.
«Che cosa permette a una persona di continuare a prendersi cura del futuro quando non ne ha alcuna garanzia? Che cosa ci consente di impegnarci quando il risultato rimane incerto?». Domande cruciali che, se ci pensiamo bene, riguardano ciascuno di noi nelle diverse situazioni che si trova a vivere. Un genitore può porsi tali interrogativi davanti al futuro di un figlio, chi ha un compito o una responsabilità può porseli, anche in modo drammatico, di fronte all’incertezza del tempo presente e a quanto accade ogni giorno nel proprio microcosmo o nel macrocosmo. Queste domande le ha poste venerdì pomeriggio il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa nel discorso tenuto in piazza Maggiore a Bologna parlando a circa 800 giovani, provenienti da ogni parte del mondo, che hanno terminato i master alla Bologna Business School in occasione del Graduation Day. Si tratta di giovani che sono pronti a entrare come manager in aziende e istituzioni assumendo ruoli di responsabilità che richiedono la capacità di scegliere e di decidere. Ed è senz’altro inusuale che a parlare a loro sia stato invitato il cardinale Pizzaballa, testimone diretto della difficilissima situazione che sta vivendo la Terra Santa dove il pensiero corre inevitabilmente alle immagini di distruzione, di guerra e di odio che da là ci arrivano ogni giorno attraverso i media. Il suo è stato un intervento di grande spessore. Vi invitiamo a leggerlo con attenzione.
Riaprono le scuole, comincia un nuovo anno che per centinaia di migliaia di bambini e ragazzi costituisce una tappa fondamentale nel loro percorso di crescita umana e quindi di educazione. Ci auguriamo, anzitutto per loro, che sia davvero così e che l’orizzonte con cui si guarda alla scuola non sia primariamente quello di una formazione funzionale ai cosiddetti sbocchi lavorativi oppure all’acquisizione di una serie di competenze o di capacità professionali, senz’altro importanti ma secondari. Se non si favorisce la crescita della persona nel suo insieme, le competenze serviranno a ben poco. È come se fossimo di fronte a un soggetto che ha sviluppato solo alcuni muscoli mentre il resto del corpo è rimasto atrofizzato. La Fondazione San Benedetto è nata ventuno anni fa come un luogo di amicizia che mettesse al centro della propria azione la questione dell’educazione come sfida più importante e decisiva per le persone e per l’intera società. Un piccolo contributo per contrastare l’atrofizzazione umana che riguarda tutti, giovani e adulti. Così è stato in tutti in questi anni attraverso tantissime iniziative a cominciare dalle molte borse di studio assegnate a giovani meritevoli per aiutarli a completare il loro percorso di studi. Diversi sono stati anche gli incontri a carattere formativo o di tipo didattico. L’attenzione all’educazione infatti non è mai astratta o di principio, ma si declina sempre dentro la serietà e la passione con cui si affrontano discipline o tematiche anche particolari o di tipo tecnico. Lo stesso Mese letterario è nato in questo contesto diventando negli anni, anzitutto attraverso il passaparola, un’occasione formidabile per incontrare la bellezza della grande letteratura come bene prezioso per la propria vita. E per tanti ha significato anche scoprire o riscoprire il gusto della lettura. Nelle ultime due estati si è inoltre tenuta a Brescia, in collaborazione con la nostra fondazione, la Summer School dell’associazione «Il rischio educativo», un’opportunità di formazione unica rivolta in primis agli insegnanti con l’intervento di un panel di relatori di assoluto livello.
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