Riprende da oggi il nostro appuntamento settimanale con la newsletter domenicale «Fissiamo il pensiero». È il primo del 2025, un anno che coincide con i vent’anni di presenza della Fondazione San Benedetto. Iniziamo questo nuovo tratto di strada ringraziando tutti coloro che ci seguono, con la speranza di poter continuare a offrire ogni settimana un piccolo contributo utile a ciascuno e alla vita comune attraverso la proposta di spunti di lettura. Non un flusso continuo di informazioni e di opinioni, ma semplicemente la segnalazione di un articolo o di un testo su cui fissare l’attenzione e il pensiero, oltre che delle iniziative che la fondazione promuoverà nel corso dell’anno.
Questa settimana vi suggeriamo la lettura dell’intervista al Foglio di Erik Varden, 50 anni, vescovo cattolico in Norvegia.
Erik Varden
«Avere speranza come cristiani – sottolinea nell’intervista – non significa aspettarsi che tutto vada bene. Non tutto va bene. Qui e ora, la speranza si manifesta come un barlume.Questo non vuol dire che sia irrilevante. La speranza ha un contagio benedetto che le permette di diffondersi di cuore in cuore. I poteri totalitari lavorano sempre per cancellare la speranza e indurre alla disperazione. Educarsi alla speranza significa esercitarsi alla libertà». Dopo essere cresciuto in una famiglia agnostica, Varden si è convertito dopo aver ascoltato una sinfonia di Gustav Mahler, abbracciando la fede cattolica a 19 anni. Monaco cistercense ha insegnato a Cambridge prima di essere nominato vescovo in un paese fra i più secolarizzati come la Norvegia. Pubblicata in occasione dello scorso Natale, l’intervista merita di essere letta integralmente per la bellezza e l’intelligenza delle rispostemai appiattite sui soliti cliché. Come ad esempio queste considerazioni sulla secolarizzazione: «La secolarizzazione ha fatto il suo corso. È esaurita, priva di finalità positiva. L’essere umano, nel frattempo, rimane vivo con aspirazioni profonde. Si consideri il fatto che Marilynne Robinson e Jon Fosse sono letti in tutto il mondo; che la gente accorre al cinema per vedere i film di Terrence Malick; che migliaia di persone cercano un’istruzione nella fede. Questi sono segni dei tempi. Dovrebbero riempirci di coraggio. Dovrebbero renderci determinati a non mettere la nostra lampada sotto il moggio. La Chiesa possiede le parole e i segni con cui trasmettere l’eterno come realtà».
«La secolarizzazione si è esaurita»
Intervista a Erik Varden
di Matteo Matzuzzi – da Il Foglio – 24 dicembre 2024
“Il cristianesimo non è un’utopia. La religione biblica è in sommo grado e in modo sconcertante realistica. I grandi maestri della fede hanno sempre insistito sul fatto che la vita soprannaturale deve basarsi su una profonda considerazione della natura. Dobbiamo allenarci a vedere le cose come sono, noi stessi come siamo. Avere speranza come cristiani non significa aspettarsi che tutto vada bene. Non tutto va bene”. Erik Varden è un monaco cistercense che dal 2019 è vescovo di Trondheim e dal 2023 amministratore apostolico di Tromsø, in Norvegia. Ha cinquant’anni, è stato abate trappista di Mount Saint Bernard, in Inghilterra. Ha insegnato teologia a Cambridge. Di famiglia formalmente appartenente alla Chiesa luterana di Norvegia, ma in pratica agnostica, si è convertito a quindici anni dopo aver ascoltato la Sinfonia n. 2 (“Risurrezione”) di Gustav Mahler. Nel 1993 è diventato cattolico e nel 2002 è entrato nell’ordine dei Cistercensi di stretta osservanza. Con il Foglio parla di Natale e di speranza (tema cardine del Giubileo che si apre oggi), di Europa e periferie, di guerra e cristianesimo. Da poco è in libreria il suo ultimo libro, Castità (San Paolo, 208 pp., 20 euro), dove si interroga sul significato più profondo di un tema che può apparire fuori dal tempo.
È Natale, si parla tanto di speranza. Spesso si usa questa parola con superficialità, come fosse un augurio di stare bene oppure che “tutto andrà per il meglio”. Invece, pensando alle trincee ucraine, a Gaza, al Libano e alla Siria, la realtà è che questo mondo è in pezzi e che dire che tutto andrà bene pare quasi un insulto. La speranza cristiana ci viene in aiuto: qual è il suo vero significato anche in relazione al mondo in guerra?
“Sperare è avere fiducia che tutto, anche l’ingiustizia, possa comunque avere un senso e uno scopo. La luce ‘brilla nelle tenebre’. Non toglie di mezzo le tenebre; questo avverrà nei nuovi cieli e nella nuova terra in cui ‘non ci sarà più notte’. Qui e ora, la speranza si manifesta come un barlume. Questo non vuol dire che sia irrilevante. La speranza ha un contagio benedetto che le permette di diffondersi di cuore in cuore. I poteri totalitari lavorano sempre per cancellare la speranza e indurre alla disperazione. Educarsi alla speranza significa esercitarsi alla libertà. In una poesia, Péguy descrive la speranza come la fiamma della lampada del santuario. Questa fiamma, dice, ‘ha attraversato la profondità delle notti’. Ci permette di vedere ciò che è ora, ma anche prevedere ciò che potrebbe essere. Sperare significa scommettere la propria esistenza sulla possibilità del divenire. È un’arte da praticare assiduamente nell’atmosfera fatalista e deterministica in cui viviamo”.
Il Natale ha qualcosa di misterioso che cattura anche chi non crede. Viene da pensare a Paul Claudel, che si convertì ascoltando un Vespro a Notre-Dame, nel Natale del 1886. E a Jean Paul Sartre, l’ateo per eccellenza che scrisse in un suo racconto: “La Vergine è pallida e guarda il bambino. Ciò che bisognerebbe dipingere sul suo viso è uno stupore ansioso che non è apparso che una volta su un viso umano”. Qual è questo mistero del Natale che attira tutti?
“Lo stupore di cui parla Sartre non appare forse in alcune rappresentazioni della Vergine nell’iconografia bizantina? L’attrattiva del Natale è insita nelle più emblematiche rappresentazioni evangeliche: il bambino appena nato; la proclamazione della pace; l’affermazione che gli uomini sono dopo tutto capaci di ‘buona volontà’; il silenzio pacifico di una notte durante la quale tutto il creato – uomini, animali e stelle – si dispone armoniosamente in attesa intorno a un centro in sé evidente. Claudel scrive ne L’annuncio a Maria, che rileggo ogni Natale: ‘Molte cose si consumano nel fuoco di un cuore ardente’. Il Natale ci fa intuire il desiderio del nostro cuore. Ci dà il senso di ciò che passa, di ciò che resta. La sfida è lasciare che questa intuizione diventi concreta nelle decisioni che definiscono la nostra vita, non confinata in un sentimento passeggero, fiacco”.
Lei è vescovo in una delle periferie tanto citate da Papa Francesco. Periferia europea, per di più. A sud è evidente come la fede nel Vecchio continente si stia perdendo, incalzata da un laicismo che si fa sempre più forte. Qual è la sua prospettiva, appunto, dalla periferia?
“Una periferia è definita rispetto a un centro. In un’ottica cristiana, il centro non è un punto sulla mappa. Il centro è dove il mistero di Cristo è presente in pienezza. La periferia è chiamata a diventare centro. Vediamo questa dinamica all’opera nella storia della missione della Chiesa. La fiamma della fede risplende sempre di nuovo in luoghi inaspettati. Qual è stato lo stupore di quegli europei sicuri di sé, che arrivarono in India nel XVI secolo, pensandosi arrivati ai margini della civiltà, per poi scoprire che lì il centro lo avevano raggiunto fin dai tempi apostolici, mentre i loro propri antenati adoravano pezzi di legno e pietre? La terminologia delle periferie è spesso utilizzata da istituzioni o persone certe di essere al centro in virtù di privilegi ereditari. La fede sfida questo assunto. Così la terminologia diventa un utile auto-sovvertitore. Ci sfida a chiederci: ‘Dov’è, in effetti, il centro?’. In termini biblici, si tratta di seguire l’Agnello ovunque vada, abbandonando la confortevole convinzione che egli rimanga necessariamente dove sono io”.
Le chiese sono abitate sempre più da persone anziane, si fa fatica a intercettare il bisogno di senso delle nuove generazioni. Che però ce l’hanno: spesso diciamo che pensano solo al divertimento o allo smartphone. Però, come in tutte le età e come per tutte le generazioni, sentono un desiderio “alto”. Cosa può fare la Chiesa per intercettare questa esigenza?
“La mia esperienza è assai diversa. Incontro molti giovani affamati di significato, sinceri nella loro ricerca, lucidi nelle loro analisi. Sorrido un po’ di fronte alle diagnosi, siano laiche o ecclesiastiche, in cui anziani commentatori propongono tesi sui ‘giovani’ come se questi ultimi fossero una specie tenuta in vita artificiosamente in un frigorifero di laboratorio, confinata nei presupposti e nell’habitat culturale dei decenni passati. Come può la Chiesa impegnarsi con i giovani di oggi? Prendendoli sul serio. Non parlando loro con sufficienza. Osando presentare ideali alti e belli. Rispettando il loro desiderio di abbracciare la pienezza della tradizione. Non dando loro sassi, o dolcetti, come pane”.
Nel suo libro “La solitudine spezzata” (Qiqajon, 151 pp., 16 euro), scriveva che “per vivere, si deve imparare a guardare la morte negli occhi. Prima che potessi sapere ciò che significava la parola, ero stanco della superficialità”. Parlavamo dei giovani e della guerra e le chiedo: non è che, forse, in questo clima di assopimento collettivo pesa anche il fatto che da generazioni l’Europa di fatto non sa più cosa sia la guerra e la morte in casa sua? Ci siamo troppo abituati alla pace in casa nostra tanto da non sapere più neanche guardare la morte in faccia?
“Il rischio è quello di dare per scontata la pace, pensando che sia in qualche modo la normalità. Non è così. La storia ce lo ricorda con insistenza. Andando avanti negli anni, sono sempre più toccato dal fatto che la prima morte riportata nelle Scritture sia una morte per fratricidio. È un paradigma che vediamo ripetersi con terribile coerenza fino ai nostri giorni. Il Prologo della Regola di san Benedetto cita un Salmo che dà un’utile prospettiva. San Benedetto ci esorta a ‘cercare la pace e a seguirla’. Ci viene ricordato che la pace è dinamica, una realtà viva da promuovere. Un mezzo secolo europeo senza grandi guerre è stato una specie di miracolo. Ora l’orizzonte si fa oscuro. In Ucraina infuria una guerra ingiusta; il crollo di un governo dopo l’altro, con l’esplosione di fragili coalizioni, genera ansia; la retorica dell’aggressione si diffonde come un fumo nefasto. Ho l’impressione però che il nostro continente, e non da ultimo i suoi giovani, si stiano svegliando. Il Covid è stato un campanello d’allarme. Ha avvicinato lo spettro della morte. Ha infranto l’illusione che il benessere o la competenza scientifica ci tengano al sicuro, che la morte sia solo qualcosa che accade agli altri. Abbiamo riflettuto abbastanza su queste lezioni della storia recente? Io credo di no. La vedo come un’occasione persa, dal punto di vista politico e catechetico”.
Abbiamo visto in mondovisione lo spettacolo dell’inaugurazione della cattedrale di Notre-Dame restaurata dopo l’incendio. Una folla enorme, i potenti in coda per entrare, la gente comune che ha contribuito al finanziamento dell’opera come accadeva nel Medioevo. Allora, nonostante tutto, siamo ancora attaccati a questi simboli che parlano della nostra identità?
“Il fatto che restiamo attaccati ad alcuni simboli sembra evidente. Le manifestazioni di dolore che sono seguite all’incendio di Notre-Dame sono state commoventi. Onore a tutti coloro che hanno contribuito alla sua ricostruzione! Ma a cosa siamo legati? A un grande santuario cristiano? O a un simulacro culturale? Durante l’Avvento la Chiesa ci fa leggere il profeta Isaia. È una lettura sconvolgente. Isaia ci offre meravigliose immagini di consolazione, misteriose profezie dell’incarnazione. Allo stesso tempo dice che la redenzione nascerà dalla rovina. Chiarisce che è il Signore che predispone la distruzione di Gerusalemme e l’esilio del suo popolo, volendo insegnare loro, appunto, a non riporre la loro fiducia in monumenti di forza ma a vivere, invece, secondo la grazia, sostenuti giorno per giorno nell’umana fragilità esistenziale. È compito della Chiesa far sì che il nostro patrimonio architettonico e artistico rimanga un segno potente della bontà di Dio, che permetta l’incontro del nostro essere di terra con lo splendore increato, divino. Abbiamo sufficiente fiducia nella nostra tradizione, per aiutare i nostri contemporanei a vedere cosa significano e implicitamente promettono i luoghi e gli oggetti che formano in superficie la nostra identità culturale? C’è qui un’ampia prospettiva per un esame di coscienza. Spesso, infatti, mi sembra che ci diamo per vinti di fronte alla modernità secolare. Ci sforziamo di rendere il nostro patrimonio ‘rilevante’ alle sue condizioni, mentre i nostri tempi chiedono da noi qualcosa di diverso”.
Domanda al vescovo che opera in Norvegia: noi europei del Terzo millennio abbiamo forse un problema d’identità? Sappiamo ancora chi siamo e da dove veniamo?
“Da tempo il consenso non è mai stato così teso su questioni fondamentali: cosa significhi essere un uomo o una donna, cosa sia un essere umano, cosa debba essere una società. Per molto tempo i dibattiti pubblici sembravano ronzare in modo sinistro come nidi di vespe. Chiunque vi partecipava correva il rischio di essere punto. Ho l’impressione che ora la tendenza si stia gradualmente invertendo: un numero maggiore di persone si pone domande, cerca ragionamenti validi e parametri affidabili. La tradizione intellettuale cattolica ha un immenso contributo da dare in questo senso. Senza voler per nulla sminuire l’importanza del lavoro caritativo o delle cause di giustizia e di pace, credo che l’apostolato intellettuale sia fondamentale per i prossimi decenni. Il Verbo si è fatto carne per impregnare di logos la nostra stessa natura, creata a immagine del Verbo. Accogliere questo aspetto del nostro essere e articolarlo significa iniziare a ricordare la nostra dignità”.
Non è raro sentire nella cosiddetta “opinione pubblica” che la Chiesa propone qualcosa di anacronistico, soprattutto sul piano della morale e perfino della bioetica: dopotutto, si dice, perché bisogna dire no all’eutanasia se una persona soffre? La via più semplice è quella che piace di più. Il problema è che spesso sono anche tanti uomini di Chiesa che, sui media, chiedono di “cambiare” e “riformare” perché il messaggio non arriva più al Popolo di Dio. Qual è la sua opinione? Quanto è utile o rischioso dare ascolto allo Zeitgeist (lo spirito del tempo)?
“Lo Zeitgeist – dice mons. Varden – è volubilissimo! Certo, dobbiamo ascoltarlo: trasmette messaggi di cui dobbiamo tenere conto. Ma cercare di seguirlo è un atto di sfida verso se stessi. Quando siamo arrivati al punto in cui si trovava un momento fa, è già più in là. La Chiesa per sua natura si muove lentamente. C’è il rischio che ci impegniamo in quelle che riteniamo siano tendenze contemporanee quando già non sono rimaste altro che braci morenti. Così passiamo senza fortuna, e in modo leggermente assurdo, da un falò spento all’altro. È sicuramente più promettente, interessante e gioioso rimanere aggrappati a ciò che resiste. Questo è ciò che parlerà ai cuori e alle menti umane nella nostra epoca come in ogni altra epoca. Il Concilio Vaticano II è stato caratterizzato dalla sollecitazione a bere con abbondanza dalle fonti. La maggiore vitalità della vita cattolica del XX secolo è scaturita dall’entusiasmo di scoprire pozzi dimenticati, trovando in essi acqua limpida e fresca. Dov’è finito quell’entusiasmo? Perché ora sentiamo di dover abbandonare i pozzi per allestire invece pieghevoli stand accanto a distributori automatici?”.
Un’ultima domanda: si dice spesso che il nostro mondo, quello occidentale, è ormai post-cristiano. È d’accordo con questa definizione? Non c’è il rischio di generalizzare troppo? E poi, come può l’uomo di oggi che si definisce cristiano rendere viva la sua presenza in questa realtà?
“Su questo non mi trovo d’accordo. Teologicamente, il termine ‘post-cristiano’ non ha senso. Cristo è l’Alfa e l’Omega, e tutte le lettere intermedie. Egli porta costituzionalmente la freschezza della rugiada del mattino: non per niente durante l’Avvento tempestiamo il cielo cantando ‘Rorate!’. Il cristianesimo è dell’alba. Se a volte, in determinati periodi, ci sentiamo avvolti dal crepuscolo, è perché sta nascendo un altro giorno. Se vogliamo parlare di ‘pre’ e di ‘post’, mi sembra più appropriato suggerire che ci troviamo alle soglie di un’epoca che definirei ‘post-secolare’. La secolarizzazione ha fatto il suo corso. È esaurita, priva di finalità positiva. L’essere umano, nel frattempo, rimane vivo con aspirazioni profonde. Si consideri il fatto che Marilynne Robinson e Jon Fosse sono letti in tutto il mondo; che la gente accorre al cinema per vedere i film di Terrence Malick; che migliaia di persone cercano un’istruzione nella fede. Questi sono segni dei tempi. Dovrebbero riempirci di coraggio. Dovrebbero renderci determinati a non mettere la nostra lampada sotto il moggio. La Chiesa possiede le parole e i segni con cui trasmettere l’eterno come realtà. La scrittrice inglese Helen Waddell ha detto: ‘Avere anche una minima concezione dell’infinito è come togliere la pietra dalla bocca di un pozzo. Non è forse questo il compito cristiano fondamentale per il momento attuale? Sursum corda!”.
Davide Simone Cavallo è un giovane universitario milanese di 22 anni. Lo scorso ottobre è stato aggredito da un gruppo di cinque ragazzi che gli volevano rubare 50 euro e poi accoltellato riportando lesioni permanenti che gli hanno compromesso l’uso delle gambe. Un grave fatto di cronaca come altri che purtroppo si ripetono nei quali giovani e giovanissimi sono protagonisti e vittime di aggressioni, risse, accoltellamenti, ecc. Un’esplosione di violenza. In questo caso però la vera notizia è un’altra. Non sono il male e la violenza di cui un giovane è stato vittima. Non è neppure la legittima richiesta di giustizia. È la decisione di Davide di perdonare i suoi aggressori e la scelta di abbracciare due di loro durante il processo. In una lettera ripresa da alcuni quotidiani ha voluto dar conto di questo. Le sue sono parole che non hanno bisogno di commenti o di spiegazioni. Scrive: «Non odio. Dovrei farlo, credo, sarebbe logico, ma non mi riesce. L’odio non è logico, e manco io. A volte penso che il mio cuore ha già perdonato un po’ quello che mi è stato fatto, perché so come si sentono i responsabili, o almeno mi piace pensarlo, quanto probabilmente ne soffrano, quanto è facile fare cazzate immense quando ci si perde. AMARE mi ha spinto dove sono. Se non amassi le mie gambe, anche dopo quanto gli è successo, non sarei riuscito a muoverle. Se non amassi il mondo, che, posso capire, può sembrare un posto orribile, non ci sarei mai voluto tornare. Per quanto riguarda i ragazzi responsabili, mi auguro facciate qualcosa di costruttivo di questo periodo, so che è difficile, ma non abbiamo altra scelta. Abbiate pietà di voi stessi, non lasciatevi definire da quello che è successo. Non siete perduti». Altri stralci della lettera li trovate sul nostro sito.
Elena Ugolini, già insegnante e preside ed ex sottosegretaria all’Istruzione, ha detto: «La lettera di Davide Simone Cavallo andrebbe letta in tutte le nostre classi. È incredibile che tutto il dolore che ha dovuto sopportare e sta sopportando si possa trasformare nell’apertura di bene e di speranza che testimonia con le sue parole. È una lettera che lascia senza parole. Non perché non parli della rabbia, del dolore, della ferita subita. Ma perché dentro quella rabbia Davide riesce a non lasciarsi divorare dall’odio. Riesce persino a guardare ai ragazzi che gli hanno cambiato la vita e a dire loro: non siete perduti. Questo non cancella nulla della gravità di ciò che è accaduto. Non attenua la responsabilità di chi ha colpito. Ma ci costringe a guardare più a fondo. Davide ci ricorda che la gratitudine e l’amore alla vita restano più grandi del male subito».
Ormai da mesi, ogni giorno, tra presunti scoop e fake news, tra le congetture più disparate e la pubblicazione centellinata di atti di indagine (che dovrebbero essere riservati) usciti non si sa come dalle procure, puntuale arriva una nuova svolta sul caso Garlasco. Naturalmente non intendiamo entrare nel merito della vicenda giudiziaria. Ci soffermiamo invece sulla sovraesposizione mediatica, voluta e ricercata, attorno a questo caso quasi si dovesse fare giustizia in diretta tv. E qui il cosiddetto diritto di cronaca proprio non c’entra. In proposito segnaliamo un articolo davvero interessante di Antonio Polito pubblicato nei giorni scorsi sul Corriere. «C’è forse qualcosa di nuovo – scrive – nella straordinaria partecipazione di massa ai processi mediatici cui stiamo assistendo negli ultimi tempi, che assomiglia sempre più a un’ossessione nazionale, in grado perfino di oscurare l’interesse popolare per ben più gravi vicende (le guerre, per esempio). E può darsi che si tratti di un aspetto di quel più generale fenomeno definito “populismo”, che non è una tendenza solo politica ma anche culturale e antropologica». Il giustizialismo che in passato era sempre pronto a puntare il dito contro i partiti e i politici, adesso si è esteso «alle vite private, alle famiglie, alle villette, alle macchie di sangue nelle cantine». Un’altra caratteristica di questo nuovo giustizialismo è, sottolinea Polito, «l’insofferenza verso la competenza. Non è necessario saperne di chimica o di Dna per militare nel partito di Stasi o in quello di Sempio. Anzi, non è necessario neanche essere particolarmente informati. Il bello di questo gioco sta proprio nel fatto che vi possono partecipare tutti: grazie, o a causa, dell’inedita diffusione di notizie, pettegolezzi, supposizioni e suggestioni che l’era dei social ha introdotto nella storia umana». Siamo di fronte a un populismo giudiziario di tipo nuovo, «veicolato attraverso un populismo digitale senza precedenti». Una situazione inedita per le sue caratteristiche ma con molte analogie a quanto la storia ha già visto, ad esempio quando, ricorda Polito, le tricoteuses«assistevano allo spettacolo della ghigliottina nella Parigi rivoluzionaria». La credibilità del sistema giudiziario ne esce distrutta, il dolore delle vittime è del tutto irrilevante e viene rinnovato dal «rovistare mediatico» nella vita delle persone, la gogna dilaga. Possiamo pensare che tutto questo non ci riguardi?
In questi giorni è stato ricordato il terremoto che cinquant’anni fa, il 6 maggio 1976, colpì il Friuli facendo quasi mille morti, oltre duemila feriti e più di 100 mila sfollati. Con la newsletter di oggi anche noi vogliamo soffermarci su quella pagina molto dolorosa della nostra storia che, allo stesso tempo, fece emergere una grande forza nel riprendersi dal disastro e nella ricostruzione. Lo facciamo proponendovi la lettura di due articoli. Il primo è stato scritto nel 2016, nel quarantesimo anniversario del sisma, dal poeta Pierluigi Cappello nato e cresciuto nella zona dell’epicentro del terremoto. Nel maggio 1976 non aveva ancora compiuto 9 anni. Testimone diretto di quei giorni drammatici (fino al 2014 ha vissuto in una baracca di legno costruita per gli sfollati), all’età di 16 anni riporta lesioni permanenti in un incidente stradale ed è costretto su una sedia a rotelle per il resto dei suoi giorni. È anche attraverso queste esperienze che matura la sua passione per la poesia, coltivata fino alla morte prematura nel 2017. Come Fondazione San Benedetto siamo molto legati a lui e alla sua poesia, che è stata per noi una vera scoperta. Nel 2019, d’intesa con i suoi familiari e amici, gli abbiamo intitolato la nostra Scuola di lettura e scrittura. L’articolo è stato scritto da Cappello un anno prima della sua scomparsa quando già stava combattendo contro la malattia. Nelle sue parole c’è tutto il senso della cesura segnata dal terremoto. In un minuto – racconta – sono venuti meno tutto un mondo e una cultura «che sapeva sostenere con umiltà ma con occhi ben dritti e asciutti lo sguardo della vita e della morte». Non è nostalgia per qualcosa che non c’è più. Quello di Cappello è invece un invito appassionato a non diventare «sovranamente estranei alla contaminazione con la vita». Un invito che ci riguarda oggi. In un tempo in cui siamo estremamente abili «nello sfiorare con rapidità ed eleganza gli schermi tattili di tablet ed iPhone», la vera sfida è contaminarsi con la vita reale.
Il secondo articolo che vi segnaliamo è un’intervista al Corriere del presidente della Fondazione per la Sussidiarietà Giorgio Vittadini per il quale la ricostruzione in Friuli dopo il terremoto è stata un modello di «collaborazione tra istituzioni e realtà sociali» che ha molto da dire anche per il presente. «Prima si diceva: più società, meno Stato. Ora abbiamo capito che serve più Stato e più società», sottolinea Vittadini. Soprattutto la sussidiarietà non è uno slogan o un principio astratto. «Non possiamo limitarci a una sussidiarietà fissata giuridicamente, perché se le comunità e i corpi intermedi non sono costituiti di persone che discutono e hanno interessi non corporativi, allora non funzionano. L’uomo solo al comando non dipende esclusivamente da una volontà accentratrice di potere, ma è anche responsabilità di una società senza ideali. La sussidiarietà rimette tutto in moto se ci si apre al confronto, se non si è corporativi, se accettiamo l’altro, se si superano le ideologie. Così diventa un fattore fondamentale di sviluppo. Ecco, in questa prospettiva la sussidiarietà può essere una chiave di volta, se non la si limita alla riserva indiana del Terzo settore o peggio ancora del privato. È tempo di riprendere un dialogo in Italia e nel mondo, che realtà diverse ragionino per il bene comune accettando la diversità». Oggi come cinquant’anni fa.
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