Questa settimana partiamo anzitutto dalle Olimpiadi. Venerdì sera in tanti abbiamo potuto ammirare la cerimonia inaugurale dei giochi olimpici di Milano – Cortina. È stata un’occasione straordinaria per riscoprire la grandezza del nostro paese, unico al mondo per bellezza e creatività. Ne dobbiamo essere orgogliosi e prendercene cura.
Venendo al tema di questa newsletter, l’assenza dei giovani nella vita pubblica è un dato di fatto. Sembrano diventati una rarità. La situazione non è molto diversa anche tra i giovani che fanno riferimento al cosiddetto mondo cattolico e che per retroterra culturale dovrebbero essere più sensibili a un impegno sociale e politico (pensiamo solo a quanto in passato hanno inciso figure come Aldo Moroo Giorgio La Pirache proprio in età giovanile avevano iniziato il loro percorso). Più volte in questi anni sia Papa Francesco che Papa Leone hanno invitato i giovani a impegnarsi in politica, non vivendo la fede come un fatto privato o marginale. Sicuramente oggi c’è un problema di solitudine e anche di isolamento collegato alla scomparsa di qualsiasi senso di comunità, che riguarda tutti ma si riflette in modo più forte proprio sui giovani che si ritrovano spesso paralizzati in tale condizione e bloccati nella loro capacità decisionale. Una condizione, per esempio, che porta a rinviare qualunque scelta definitiva e ogni impegno troppo vincolante nell’illusione di mantenersi liberi. La causa di tutto questo non sono le tecnologie digitali, non è la dipendenza dallo smartphoneche è semmai una conseguenza della mancanza di qualcos’altro, un «surrogato di felicità» (come abbiamo scritto due settimane fa riprendendo le parole di Papa Leone), una comfort zone illusoria nella quale rifugiarsi. In realtà la vera causa è aver atrofizzato il desiderio che ci rende uomini, cioè quella nostalgia di pienezza inscritta nella nostra naturache non trova mai pieno esaudimento. Per la loro chiarezza riproponiamo qui alcune osservazioni di Papa Francesco sul desiderio: «A differenza della voglia o dell’emozione del momento, il desiderio dura nel tempo, un tempo anche lungo, e tende a concretizzarsi. Se, per esempio, un giovane desidera diventare medico, dovrà intraprendere un percorso di studi e di lavoro che occuperà alcuni anni della sua vita, di conseguenza dovrà mettere dei limiti, dire dei “no”, anzitutto ad altri percorsi di studio, ma anche a possibili svaghi e distrazioni, specialmente nei momenti di studio più intenso. Però, il desiderio di dare una direzione alla sua vita e di raggiungere quella meta – gli consente di superare queste difficoltà. Il desiderio ti fa forte, ti fa coraggioso, ti fa andare avanti sempre. Spesso è proprio il desiderio a fare la differenzatra un progetto riuscito, coerente e duraturo, e le mille velleità e i tanti buoni propositidi cui, come si dice, “è lastricato l’inferno”: “Sì, io vorrei, io vorrei, io vorrei…” ma non fai nulla. L’epoca in cui viviamo sembra favorire la massima libertà di scelta, ma nello stesso tempo atrofizza il desiderio – tu vuoi soddisfarti continuamente – per lo più ridotto alla voglia del momento. E dobbiamo stare attenti a non atrofizzare il desiderio. Siamo bombardati da mille proposte, progetti, possibilità, che rischiano di distrarci e non permetterci di valutare con calma quello che veramente vogliamo».
Questo desiderio è ciò che mette in moto la vita intera, che dà una prospettiva tenendo insieme tutto e non dividendo l’esistenzain tanti compartimenti stagni (gli affetti, lo studio, il lavoro, il tempo libero, le amicizie). E quando si ha l’opportunità, la fortuna o la grazia (chiamatela come volete) di incrociare sulla propria strada persone o luoghi disposti a prendere sul serio tale desiderio, qualcosa di nuovo può iniziare. La newsletter di oggi è solo l’inizio di una riflessione su un tema che ci sta a cuore. Per continuare l’approfondimento vi segnaliamo due articoli tratti dal Sole 24Ore. Il primo è di Daniele Marinie si sofferma su come i giovani stanno affrontando un tempo in cui «il cambiamento è la nuova normalità» e il futuro ha un orizzonte sempre più breve, quasi appiattito sul presente. Il secondo articolo di Rosario De Lucasottolinea invece la necessità di un nuovo patto tra le generazioni per garantire l’equilibrio e la tenuta del sistema previdenziale, una questione che riguarda direttamente tanto gli adulti quanto i giovani, tanto chi lavora o sta per entrare nel mondo del lavoro quanto chi è in pensione, perché siamo tutti collegati.
Referendum giustizia, il 6 marzo a Brescia incontro con Luciano Violante e Lorenza Violini
In vista del referendum del 22 e 23 marzo sulla riforma della giustizia la Fondazione San Benedetto propone un incontro pubblico venerdì 6 marzo alle 20.45 a Brescia, al Centro Paolo VI in via Gezio Calini 30. Intervengono Luciano Violante,
Luciano ViolanteLorenza Violini
presidente emerito della Camera dei Deputati, già professore ordinario di Istituzioni di diritto e Procedura penale, e Lorenza Violini, già professoressa ordinaria di Diritto costituzionale all’Università degli Studi di Milano. Introduce Graziano Tarantini, presidente Fondazione San Benedetto.
Crediamo sia fondamentale conoscere anzitutto quali siano i contenutidi una riforma non semplice per i non addettiai lavori, ma con ricadute su tutti. Come fondazione ci facciamo carico di aiutare i cittadini a fare una scelta ponderata e consapevole, senza adesioni precostituite a uno schieramento politico. Per questo abbiamo invitato Luciano Violante e Lorenza Violini, che, per la loro conoscenzaed esperienza, potranno aiutarci ad approfondire l’oggetto del quesito referendario rispondendo anche alle domande del pubblico.
Il futuro è il presente: quando l’unica certezza è l’incertezza
di Daniele Marini – da Il Sole 24Ore – 4 febbraio 2026
Alzi la mano chi non ha mai udito affermazioni del tipo «i giovani vogliono fare carriera presto, senza fare gavetta»; oppure «non hanno voglia di lavorare»; «vogliono fare i soldi velocemente, senza faticare». E l’elenco potrebbe allungarsi di molto. Nulla di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire: forse che anche noi più adulti non abbiamo ascoltato analoghe affermazioni in gioventù? Si perpetua così l’antico adagio popolare del “dopo di noi il diluvio”. Le coorti più adulte, di fronte al nuovo che avanza, esprimono resistenza e autoconservazione. Non hanno fiducia nelle capacità di chi gli succederà. E quanto più la società invecchia, com’è il caso del nostro paese, tanto più affermeranno una simile visione, non lasciando spazio e non attribuendo responsabilità ai giovani.
Basti pensare a quante imprese, soprattutto fra le piccole,sperimentano il “passaggio generazionale” quando il fondatore ha 80 anni e più, e il giovane (sic!) figlio naviga oltre i 60. Oppure si guardi all’età media dei componenti dei board e dei consigli di amministrazione di società o banche: non di rado si trovano membri che siedono a quei tavoli da 10 o 20 anni. Per non dire poi di cariche apicali come direttori generali, Ceo e presidenti. In particolare, in Italia, fra le classi dirigenti, lo spazio occupato dalle nuove generazioni è residuale, e dalle donne ancor meno. Proviamo a domandarci se ci sentiremmo rassicurati all’idea che in una posizione di responsabilità – di un’azienda o di un ente pubblico – ci fosse una persona di 35-40 anni. Oppure non saremmo assaliti dal dubbio: avrà l’esperienza sufficiente? Avrà maturato le competenze necessarie? In questo modo, fatichiamo a investire, dare fiducia e, perché no, scommettere sul futuro. Così facendo non assegniamo “responsabilità” alle giovani generazioni.
Eppure, le società hanno progredito economicamente e socialmente, e non si può certo sostenere che prima le situazioni fossero migliori. Basti pensare alle condizioni di vita della grande maggioranza della popolazione nel Secondo Dopoguerra, senza risalire ancora più indietro nel tempo. Le generazioni che si sono succedute hanno apportato trasformazioni che nel tempo sono diventate sempre più veloci nel manifestarsi. Soprattutto, i giovani sono diventati una categoria cui si è guardato con una crescente apprensione perché rompevano gli schemi e i modelli consolidati. Negli anni 70 sono stati studiati perché costituivano la rottura coi valori del passato e si cercava di comprendere quali orizzonti volessero affermare. Negli anni 80-90 sono stati analizzati perché erano scomparsi dalla ribalta pubblica, rifluendo nel privato dopo la sbornia del “tutto è politica”. Nei primi 20 anni del nuovo secolo sono stati considerati soprattutto per la loro precarietà nel mondo del lavoro, per la progressiva assenza di una parte di essi (Neet), per la disoccupazione crescente che li attanagliava.
Oggi si può ben dire che siano tornati di moda per almeno due ordini di motivi. Da un lato, sono diventati una risorsa scarsa: il calo demografico, avviato già negli anni 80 e denunciato allora da demografi e dall’Istat, di cui colpevolmente le classi dirigenti tutte non hanno voluto comprenderne la gravità, in questi anni sta manifestando appieno le sue conseguenze. Scuole che si svuotano, classi che non si riescono a formare, imprese di tutti i settori che non trovano personale. Un problema che in assenza di politiche adeguate – che ancora non si palesano – ci trascineremo per i prossimi 15-20 anni.
Dall’altro lato, in particolare dopo l’esperienza del Covid,i giovani sono portatori di un approccio diverso nei confronti del lavoro e, più in generale, di una nuova idea di equilibrio fra la sfera privata e quella del lavoro. Le tracce di questo cambiamento, si potevano percepire già prima dell’esperienza pandemica. Ma durante il biennio 2020-21 si è sperimentato che un’altra organizzazione della vita e del lavoro era possibile. E usciti dal recinto della pandemia, quell’esperimento è diventato progressivamente una modalità che viene ricercata e, in taluni casi, data per scontata. In quanti colloqui di lavoro i giovani candidati chiedono, ancor prima del livello di stipendio, se è concesso lo smart working oppure sono accordate flessibilità di orario sul lavoro? In assenza dei quali decidono di scegliere un’altra opportunità dove quei regimi di orario sono disponibili.
Si potrà obbiettare che tutte le generazioni hanno cercato di affermarenuove visioni e nuovi sistemi di valore. La differenza rispetto alle coorti di età precedenti, però, è che ciò sta avvenendo in un contesto di discontinuità del paradigma dello sviluppo. E tale frattura incide sui sistemi cognitivi delle nuove generazioni. Da un lato, il concetto di “cambiamento” ha mutato di senso: il “cambiamento è la nuova normalità” di vita, non solo dell’economia. L’unica certezza di cui si dispone è l’incertezza. E le generazioni attuali hanno in buona misura introiettato questo sistema di vita. Tutto muta molto rapidamente, tutto diventa flessibile: il futuro ha un orizzonte sempre più prossimo. Anzi il futuro è il presente. Dall’altro lato, questa condizione è alimentata dalle tecnologie digitali con le quali le attuali generazioni crescono e socializzano. Tecnologie che modificano gli schemi cognitivi cui eravamo abituati e con cui gli adulti di oggi sono cresciuti. Ciò significa che le attuali giovani generazioni utilizzano un dizionario diverso dalle precedenti, con linguaggi e codici che faticano a dialogare. Quindi, diventa necessario realizzare un’opera di mediazione culturale fra le generazioni.
testo tratto dal libro di Daniele Marini, «Quello che i giovani (non) dicono. E gli adulti (non) capiscono» (Guerini e Associati)
Garantire ai giovani un sistema che possa proteggerli domani
di Rosario De Luca*– da Il Sole 24Ore – 4 febbraio 2026
C’è un filo profondo, spesso ignorato nel dibattito pubblico perché poco adatto alla logica dell’immediatezza, che lega le trasformazioni sociali più lente e silenziose agli equilibri economici più delicati. È un filo che non si misura sul breve periodo, ma che attraversa decenni, incidendo sulla struttura produttiva del Paese, sulla sostenibilità dei conti pubblici e, in ultima analisi, sulla tenuta del patto sociale tra generazioni.
Il primo grande dato strutturale è rappresentato dall’inverno demografico. Le proiezioni indicano con chiarezza che nei prossimi dieci anni il mercato del lavoro italiano dovrà fare i conti con circa tre milioni e mezzo di giovani in meno in ingresso. Non si tratta di una stima congetturale, ma della semplice traduzione economica di un dato anagrafico consolidato: quei giovani non sono nati. E prima di loro non sono nati i loro potenziali genitori. È l’esito di dinamiche demografiche che affondano le loro radici negli ultimi decenni, frutto di cambiamenti profondi nei modelli familiari, nelle condizioni economiche e nelle scelte individuali. Pensare di affrontare questo fenomeno come se fosse contingente significa, di fatto, rinunciare a comprenderne la natura.
A questo scenario si affianca un secondo grande processo strutturale: l’allungamento dell’aspettativa di vita, accompagnato da un miglioramento significativo della qualità della salute nelle età più avanzate. È un dato che modifica radicalmente il perimetro tradizionale della vita lavorativa. La permanenza al lavoro tende ad allungarsi non soltanto per necessità economica, ma perché cresce la possibilità concreta di restare attivi più a lungo, in condizioni di maggiore sostenibilità fisica e professionale. La nozione stessa di «età lavorativa» si dilata, rompendo schemi che appartenevano a un’altra stagione storica e a un’altra struttura sociale. Mentre, nel contempo, cambiano e variano le tipologie dei lavori «usuranti».
Queste dinamiche peraltro trovano riscontro puntuale nelle statistichesul mercato del lavoro. L’analisi delle nuove assunzioni mostra con costanza come la quota più elevata riguardi le fasce di età over 50. Un dato che, se isolato dal contesto, può apparire anomalo, ma che in realtà riflette fedelmente la composizione demografica del Paese. Dove i giovani sono meno numerosi, è fisiologico che il peso relativo delle generazioni più mature risulti maggiore. Non è una distorsione del mercato, ma la sua naturale coerenza con la realtà sociale. Siamo dunque di fronte a un processo di lungo periodo, che impone uno sforzo di analisi prima ancora che di valutazione politica.
In questo quadro, il tema dell’equilibrio del sistema previdenzialeassume un ruolo centrale e non più rinviabile. Un Paese che vive più a lungo e che entra nel mercato del lavoro con generazioni sempre meno numerose non può prescindere da una riflessione strutturale sulla sostenibilità del rapporto tra attivi e pensionati. La previdenza non è una variabile autonoma, ma lo specchio fedele dell’andamento demografico e occupazionale. Ignorare questo legame significa esporre il Paese a tensioni progressive, facilmente prevedibili.
È in questo contesto che il Ministero dell’Economia e delle Finanzeè chiamato a svolgere un ruolo di sintesi e di visione. Governare queste trasformazioni significa costruire politiche che non separino il presente dal futuro, ma che tengano insieme sostenibilità finanziaria, crescita economica ed equità sociale. Il punto di caduta non può che essere il patto intergenerazionale: quel principio non scritto che regge l’intero impianto del welfare e che impone a ciascuna generazione di non scaricare sulle successive i costi delle proprie scelte.
Rafforzarlo significa riconoscere che l’equilibrio previdenziale non è un mero vincolo tecnico, ma una responsabilità collettiva. Significa garantire ai giovani di oggi un sistema ancora in grado di proteggerli domani, senza penalizzare chi oggi sostiene il peso maggiore della contribuzione. È una sfida che richiede lucidità, gradualità e coerenza, ma soprattutto una visione di lungo periodo. Perché la demografia non concede scorciatoie: può essere ignorata nel dibattito politico, ma non può essere aggirata nelle scelte del decisore pubblico. Ed è proprio su questo terreno, fatto di realismo e responsabilità, che si misura la solidità di un Paese maturo.
*Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro
Oggi vogliamo partire da una notizia della cronaca perché ci sembra emblematica di una posizione comune, molto diffusa, che genera solo rancore e risentimento senza contribuire in alcun modo né alla verità né alla giustizia. In questi giorni abbiamo assistito a una levata di scudi, con atti formali di protesta anche del nostro governo, dopo la decisione della magistratura elvetica di concedere la libertà su cauzione al titolare del locale di Crans-Montana dove si è verificata la strage di Capodanno nella quale hanno perso la vita 40 persone. Sottolineiamo solo che la libertà su cauzione è un istituto giuridico espressamente previsto dal sistema giudiziario svizzero che è diverso da quello italiano. E non è una sentenza di assoluzione. Se il governo di un altro paese come l’Italia decide di puntare il dito contro questa decisione per assecondare il sentimento di rabbia verso i presunti colpevoli, il problema diventa inevitabilmente politico. Condividiamo in toto quanto scritto nei giorni scorsi da Giuliano Ferrara sul Foglio: «Tanto valeva impiccare i coniugi Moretti al primo albero. Una cosa spiccia ma agile, semplice, corrispondente al sentimento generale verso il capro espiatorio prima e al di là di ogni regola e accertamento di responsabilità. Siamo un paese folle, costruito sulla gogna pubblica per i presunti colpevoli». «Il dolore per le vittime del fuoco divoratore e dei sopravvissuti – continua Ferrara – non ha niente a che vedere con la soddisfazione invocata: punire in catene due presunti colpevoli, fottersene della divisione dei poteri, dei controlli e delle garanzie di un processo giusto, elevare un patibolo, inventarsi un sistema di complicità ambientale e processarlo per vie brevi, sommariamente, perché si possa sanare l’inquietudine, lenire la rabbia e la sacrosanta volontà di giustizia della comunità offesa, garantendo nel contempo un consenso facile truce immediato a chi la spara più grossa». (Qui trovate il link all’articolo del Foglio)
Siamo invece profondamente persuasi dall’esperienza stessa della vita che il male non si combatte mai con il castigo e tantomeno con la gogna pubblica o mediatica che serve solo da brodo di coltura di un risentimento infelice e meschino. Solo il bene seminato e costruito nelle sue mille forme quotidiane può consentire di contrastare il male e talvolta anche di trasformarlo paradossalmente in un’occasione di riscatto e di crescita umana. Su questo vogliamo proporvi la lettura di un articolo di Gloria Amicone pubblicato sul quotidiano online ilsussidiario.net. La sua è una testimonianza personale, pensando a chi è stato coinvolto nella strage di Crans-Montana. Scrive: «In un mondo dove c’è chi dice che quei ragazzi non avrebbero dovuto essere lì, quando tutti avremmo potuto essere lì; dove c’è chi dice che è stato il caso, o addirittura il fato. Non è stato il caso, non è stato il fato. Qui ci sono stati gravi errori umani. È ingiusto dire questo a chi ha perso un figlio. È ingiusto dirlo ai ragazzi con le ustioni sul corpo. E mi azzarderò a dire di più. È ingiusto dirlo anche a quei gestori, perché è come dire loro che non potevano fare meglio e non possono fare meglio ora. Che è finita. Che in galera marciranno perché lo vuole il fato. E invece no». Un articolo molto vero da leggere dall’inizio alla fine.
«All’approvazione, al consenso, alla visibilità viene data spesso un’importanza eccessiva, tale da condizionare le idee, i comportamenti e gli stati d’animo delle persone, da causare sofferenze e divisioni, da produrre stili di vita e di relazione effimeri, deludenti, imprigionanti. In realtà, non abbiamo bisogno di questi “surrogati di felicità”». Nella newsletter di oggi vogliamo riproporvi, per la loro profonda verità, queste parole di Leone XIV pronunciate all’Angelus di domenica scorsa (sotto trovate il testo integrale). Ne facciamo tesoro in un’epoca in cui la parola come mezzo per esprimere un significato, una verità, sembra sparita dall’orizzonte, sostituita da chiacchiere, finzioni, slogan, affermazioni o rivendicazioni di qualche piccolo potere, invidie e risentimenti. Il Papa in modo chiaro e diretto descrive la condizione nella quale oggi spesso ci troviamo. Amplificata dai mezzi di cui disponiamo dilaga la ricerca della visibilità e del consenso come se la nostra consistenza dipendesse da presunti riconoscimenti sociali o «social» che Leone XIV non esita a definire «surrogati di felicità». È evidente che il problema non sono i mezzi o le tecnologie in sé ma siamo anzitutto noi che abbiamo scelto di rinunciare alla ricerca della verità e della felicità per cui siamo stati fatti affidandoci invece a «illusioni passeggere di successo e di fama» e diventando poi magari schiavi di like, algoritmi, etc. Prevalgono le apparenze che anche inconsapevolmente alimentano un’immagine artefatta di sé. Una questione che non riguarda solo i giovani, ma gli stessi adulti. Pensiamo solo al gesto banale di genitori che postano sui social le foto dei figli in vacanza o in altri contesti particolari, in genere di tempo libero, trasmettendo indirettamente ai più piccoli l’importanza di apparire ed esponendoli anche alle invidie e ai pettegolezzi dei loro compagni o dei loro genitori che non hanno magari le stesse possibilità. Sappiamo per esperienza come facilmente gli schermi anziché contribuire a far crescere relazioni vere, possano diventare lo specchio di un mondo finto. Il Papa ci invita a non sprecare «tempo ed energie inseguendo ciò che è solo apparenza», «amando le cose semplici e le parole sincere». Indipendentemente dal fatto di essere credenti o non credenti, chiediamoci se nel mondo di oggi c’è qualche altro leader oltre al Papa che dica queste cose riportandoci alla verità di noi stessi.
Fine della globalizzazione e inizio di una nuova era degli imperi, è questo in sintesi il passaggio a cui siamo di fronte oggi nello scenario internazionale. Così sostiene l’intellettuale ed editorialista Nicolas Baverez, grande studioso di Tocqueville, in un interessante articolo pubblicato pochi giorni fa sul quotidiano francese Le Figaro. In effetti di questo processo di trasformazione abbiamo avuto parecchie avvisaglie negli ultimi anni con il ruolo crescente delle autocrazie e poi nel 2025 con l’allineamento degli Stati Uniti al nuovo clima dominante dopo l’arrivo di Trump. Per Baverez stiamo entrando in un’epoca «dominata dai predatori, in cui i rapporti di forza sostituiscono l’ordine mondiale e la forza prevale sul diritto». Un passaggio che significa un deciso «arretramento della democrazia». Proprio quella democrazia che nelle nostre società occidentali tendiamo a considerare come un dato acquisito, come qualcosa di scontato, con la sua cornice di garanzie, di tutela dei diritti, di sistemi di welfare che porta con sé. In realtà appare sempre più chiaro che non è così. In tale contesto, secondo Baverez, oggi l’Europa è «il continente più vulnerabile». E in un mondo «dominato da tiranni e bruti», la cui unica preoccupazione è perpetuare il proprio potere personale rincorrendo magari il sogno di vivere fino a 150 anni come Putin e Xi Jinping, «la tentazione di cedere alla disperazione e rinunciare è forte». Eppure – si legge nell’articolo – «la speranza è la migliore alleata della libertà e l’antidoto più efficace alla legge ferrea degli imperi, il cui principio risiede nell’unione della menzogna e del terrore». Qui l’Europa ha chances uniche e come Fondazione San Benedetto ne siamo sempre stati convinti come documentano anche le tante iniziative che abbiamo promosso in questi anni. In tale quadro rientra anche l’incontro del prossimo 29 gennaio sulla guerra in Ucraina che vi segnaliamo di seguito e al quale vi invitiamo. Baverez conclude così il suo articolo: «Dobbiamo soprattutto liberare le notevoli risorse dell’Europa e rafforzare la sua unità sfruttando appieno la sua storica opportunità di diventare il cuore della libertà nel Ventunesimo secolo». Parole che sottoscriviamo.
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