• Chi siamo
  • Attività
  • Video
  • Archivio
  • Sostienici
  • Statuto
  • Organi
  • Contatti
Email:
info@fondazionesanbenedetto.it
Fondazione San BenedettoFondazione San Benedetto
  • Chi siamo
  • Attività
  • Video
  • Archivio
  • Sostienici
  • Statuto
  • Organi
  • Contatti

Fissiamo il Pensiero

  • Home
  • Fissiamo il Pensiero
  • Dal Medio Oriente al Donbass dove l’umanità è cancellata

Dal Medio Oriente al Donbass dove l’umanità è cancellata

  • Data 5 Ottobre 2024

Lunedì 7 ottobre ricorre il primo anniversario dell’attacco di Hamas a Israele, un atto che ha innescato la nuova guerra che da un anno sta insanguinando il Medio Oriente, dopo quelle, prima in Iraq e poi in Siria, che hanno segnato i primi decenni del secolo. Di questo nuovo conflitto non si intravede la fine e preoccupa adesso il suo allargamento anche al Libano. Di fronte a questa situazione drammatica il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa e poi anche Papa Francesco hanno invitato a dedicare la giornata di lunedì alla preghiera e al digiuno per implorare la pace nel mondo. Un invito che facciamo nostro. A Brescia, in duomo alle 12.45 è previsto un momento di preghiera con il vescovo. Per aiutarci a comprendere quanto sta accadendo in Terra Santa questa settimana segnaliamo l’articolo del professor Vittorio Emanuele Parsi, esperto di relazioni internazionali, pubblicato sul quotidiano Il Foglio, nel quale analizza in particolare i rischi della strategia portata avanti dal premier israeliano Benjamin Netanyahu. Una strategia che, scrive Parsi, «appare tanto ambiziosa quanto pericolosa per la sicurezza di Israele, del Medio Oriente e dell’Europa. È l’eterna illusione che sulla sola e semplice punta delle baionette (come si diceva una volta) possa essere costruito un ordine stabile e duraturo: un progetto che abbiamo visto fallire molte volte nel corso della storia europea». La guerra, se mai lo è stata in passato, oggi non può più essere in alcun modo una risposta accettabile a qualunque controversia o situazione di tensione. Anche quando è stata giustificata da ragioni superiori come l’esportazione della democrazia, per esempio in Iraq o in Libia, ha prodotto solo una catena infinita di disastri. Soprattutto porta alla cancellazione di ogni traccia di umanità. La vita umana non conta più nulla. Ci si può permettere persino di fucilare i prigionieri in spregio a tutte le convenzioni internazionali come è avvenuto nei giorni scorsi a sedici soldati ucraini uccisi nel Donbass, la cui esecuzione a freddo è stata ripresa dall’alto da un drone. Immagini sconvolgenti. Su questo episodio invitiamo a leggere da Avvenire l’articolo di Marina Corradi. Segnaliamo infine un’occasione concreta per aiutare la popolazione del Libano. Martedì 15 ottobre alle 18 a Brescia a Palazzo Martinengo delle Palle (Sala del Camino) in via San Martino 18 si terrà un incontro aperto a tutti sul tema «Libano – Uniti con La Speranza». Saranno proposte riflessioni e testimonianze per la pace in Medio Oriente con un aiuto concreto per la popolazione libanese. L’iniziativa è promossa dall’associazione La Speranza, con il sostegno anche della Fondazione San Benedetto. Interverranno Mario Mauro, già ministro della Difesa, Graziano Tarantini, presidente Fondazione San Benedetto, Amal Baghdadi e Dorian Cara, rispettivamente presidente e vicepresidente de La Speranza odv.   

Elezioni Usa, online il video dell’incontro del 27 settembre

È online a questo link il video dell’incontro promosso dalla Fondazione San Benedetto sulle elezioni americane lo scorso 27 settembre. L’incontro ha visto gli interventi di Marco Bardazzi e di Lorenzo Pregliasco.    


L’illusione di Netanyahu di creare con la forza un ordine stabile

di Vittorio Emanuele Parsi

da Il Foglio – 3 ottobre 2024  

Ristrutturare con la forza l’assetto della regione, transitare da un multilateralismo in salsa mediorientale con prevalenza israeliana a una egemonia fondata sul predominio dello stato ebraico, sostituire l’invulnerabilità israeliana tragicamente affondata il 7 ottobre in una vera e propria onnipotenza, riesumare l’esportazione della democrazia dalla tomba delle pessime idee sepolte nei deserti iracheni e negli altopiani afgani per applicarla all’Iran. So che questo giornale ha idee diverse, ma a mio modo di vedere sono questi gli snodi della strategia di Benjamin Netanyahu, che appare tanto ambiziosa quanto pericolosa per la sicurezza di Israele, del medio oriente e dell’Europa.

A mano a mano che il conflitto scatenato dal terribile pogrom del 7 ottobre continua, in un’ordalia di sangue che ha causato almeno 42 mila morti a Gaza, oltre duemila in Libano e un numero imprecisato nei vari raid dei coloni estremisti (nell’indifferenza dell’esercito e della polizia israeliane) in Cisgiordania – e che si sommano ai circa 1.500 cittadini israeliani uccisi e rapiti in quel tragico giorno – sembra precisarsi la scommessa di Bibi Netanyahu. Cogliere l’occasione offerta da quella strage e dal vuoto di potere negli Stati Uniti per compiere un deciso passo in avanti nel disegnare un medio oriente in cui nessuno possa mettersi di traverso rispetto al progetto della creazione di un “grande Israele”, from the river to the sea, e costruire la sicurezza assoluta dello stato ebraico fondandola sulla forza delle armi.

È l’eterna illusione che sulla sola e semplice punta delle baionette (come si diceva una volta) possa essere costruito un ordine stabile e duraturo: un progetto che abbiamo visto fallire molte volte nel corso della storia europea. Probabilmente, nella testa di Bibi e dei suoi consiglieri, questa dovrebbe essere “la guerra che metterà fine a tutte le guerre”, oltre che ai guai giudiziari del peggior premier della storia di Israele; ma nessuna stabilità può essere raggiunta attraverso la mera annichilazione dei propri oppositori, la delegittimazione delle loro aspettative e dei loro diritti e la loro disumanizzazione. Non parlo, evidentemente, di Hamas, del Jihad islamico o Hezbollah e dei loro leader e accoliti, ma innanzitutto del popolo palestinese, il cui diritto all’indipendenza, internazionalmente riconosciuto da quasi ottant’anni, dal 1967 è stato sistematicamente negato dall’occupazione militare e dalla colonizzazione israeliana.

Ciò che rende pericolosa la strategia israeliana, al di là delle grossolane violazioni dei princìpi del diritto internazionale e umanitario che a mio avviso ci sono (che pure non sono ammennicoli sacrificabili sull’altare del cosiddetto realismo politico), è l’illusione che il passaggio da un assetto di “multilateralismo ponderato” a uno di supremazia assoluta possa essere realizzabile e difendibile. So bene che la situazione in cui Israele storicamente si trova in medio oriente è estremamente complessa, che per molti decenni (ma non più ora) molti attori della regione ne hanno contestato il diritto all’esistenza, mentre formazioni politiche dal carattere terroristico hanno continuato a cercare di affermare con ricorrenti assalti questa visione. Ma non posso non constatare che il fallimento, direi proprio il sabotaggio sistematico, degli accordi di Oslo e della strada verso la creazione effettiva di un’entità statale palestinese sovrana è stato ricorrente nella pratica dei governi israeliani e massimizzata da Netanyahu. La stessa trama degli accordi di Abramo, che vorrebbero portare a un sistema regionale tra il Golfo e il Levante nel quale i sauditi e le monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo costituiscano i pilastri di un ordine pacifico e di sviluppo che comprenda Israele, lascia concretamente nel limbo il tema della Palestina. E anche contro questo aspetto, Hamas ha scatenato il suo attacco bestiale il 7 ottobre.

La rappresaglia che Israele ha scatenato contro Gaza sembra voler fornire la cornice di sicurezza all’interno della quale fissare quegli accordi, eliminando per sempre la prospettiva della sovranità palestinese all’interno dei confini del 1967, gli unici internazionalmente validi e riconosciuti. E in questo contesto si colloca il deliberato tentativo di allargare il conflitto al Libano, per attirarvi l’Iran – grande protettore di Hezbollah – e chiudere una volta per tutti i conti con un regime – quello degli ayatollah – che predica esplicitamente la distruzione di Israele e che per decenni ha provato a costituire una minaccia esistenziale anche per i regimi delle monarchie sunnite del Golfo: in effetti con scarsi risultati.

Evidentemente, non si può applicare a un paese grande e popoloso come l’Iran la ricetta di spostamento forzoso della popolazione che porzioni consistenti della maggioranza e del governo di Netanyahu perseguono, di qui l’idea di provocare, attraverso un duro colpo militare, il crollo della Repubblica islamica, ovvero un regime change, di cui l’appello dell’altra sera di Netanyahu “ai persiani” forniva una prima narrazione. Ora, se i cittadini iraniani chiedessero ai libanesi cristiano-maroniti (non agli sciiti), quanto si possa fare affidamento sulle promesse israeliane potrebbero farsi due conti. Nel 1982, una volta finito il lavoro sporco di liquidare la presenza militare dell’Olp in Libano e di mandare il terribile ammonimento dei massacri di Sabra e Chatila, i maroniti vennero abbandonati a loro stessi e il presidente eletto Bachir Gemayel morì in un attentato, della cui responsabilità tanto le formazioni musulmane quanto gli israeliani restano i principali sospetti.

Ma la cosa più incredibile è come facciano gli israeliani a pensare di poter riesumare e portare al successo una strategia – quella dell’esportazione militare della democrazia – che è risultata fallimentare per l’America di George W. Bush del 2001 e del 2003 (anche qui so che questo giornale ha idee diverse), oltretutto in uno scenario internazionale incredibilmente più favorevole di quello attuale: erano gli anni dell’unipolarismo americano, nel quale nessuno poteva opporsi a Washington e dove, soprattutto, nessuno era in grado di sfruttarne i possibili errori né di proporre modelli di ordine alternativi a quello liberale. E oltre tutto, l’America come paladino della libertà era, persino in medio oriente, decisamente più credibile di quanto non possa esserlo Israele. Anche quell’America, che si era scoperta vulnerabile a un vile attacco terroristico, si illuse di sostituire la perduta invulnerabilità con una nuova onnipotenza. Sappiamo tutti come è andata finire.

Al di là delle per nulla trascurabili questioni di principio, dunque, che per le democrazie costituiscono temi vitali per il proprio futuro, credo che sia la velleitarietà della strategia israeliana a renderla estremante pericolosa. La sola via per disinnescare la situazione passa da quella tregua immediata a Gaza, in cambio della liberazione degli ostaggi superstiti, che fornirebbe anche a tutti gli attori di questo tremendo conflitto la possibilità di muoversi verso una de-escalation. Si tratta della proposta francoamericana, che Netanyahu aveva fatto mostra di accettare mentre volava verso New York e in realtà programmava l’omicidio di Nasrallah. Ed è in questa direzione che andrebbero esercitate le pressioni alla moderazione sulle autorità israeliane, invece di lanciare generici appelli alla pace e alla deescalation.


Se la guerra vista dal drone mostra uomini schiacciati come formiche

di Marina Corradi

da Avvenire – 3 ottobre 2024

Un drone vola alto sopra ai fumi di una battaglia, nel Donbass. Sotto, c’è una boscaglia confusa nella nebbia dei colpi di cannone. Dalla nebbia spuntano, su una sterrata, dei puntini bianchi piccoli come formiche. Alcuni puntini ne afferrano a forza altri, li mettono in fila. Tutti in fila: sedici puntini. Poi, fuoco. I puntini ora sono riversi a terra, immobili. Tranne un paio, che ancora si contorcono. Un colpo di grazia li finisce, si vede il fumo dalla canna. (a questo link si può vedere il video)

Quei 16 puntini erano uomini, soldati ucraini che vicino al villaggio di Mykolaivka, nel Donetsk, si erano arresi ai russi. Fucilati sul campo. Una delle più gravi violazioni del diritto internazionale operate in Ucraina dai russi, secondo Kiev. Ma il diritto internazionale non è granché tenuto in considerazione, in questa guerra feroce. Ci sarà un tribunale, ci sarà un giudice per questi crimini? Chissà. I tribunali, li fanno i vincitori. Resta il fatto che quei 16 puntini erano uomini. Molto giovani probabilmente, perché Kiev sta mandando al fronte, nella carenza di soldati, le leve più giovani. Male addestrati, mandati allo sbaraglio. Alcuni presi a forza nelle città, e spediti al fronte.

Da lì, non pochi cercano di scappare. Ragazzi di diciotto o vent’anni: mai saputo cos’è una guerra, nessuna memoria di quando l’Ucraina era Urss. Non sanno perché dovrebbero combattere, non sanno tenere in mano un mitra. Tra quei sedici, quanti erano appena ragazzi? Li hanno messi in fila, loro sono rimasti immobili, sgomenti. Appena il tempo di pensare alla madre, di balbettare un’ultima quasi dimenticata preghiera: quanto disperatamente non si vuole morire, a vent’anni. Già arresi, le braccia alzate e inermi: annientati in un secondo. Il drone ronzava alto, e da lassù quei puntini minuscoli paiono tutti uguali. Offende quasi, la ripresa dal cielo che racconta gli uomini eguali, insignificanti come insetti.

Insetti. Appena chiudo il video, dalla memoria risale un ricordo lontano. Giocavo da bambina in giardino in montagna e, inginocchiata per terra, osservavo con stupore e rispetto una fila di formiche operose. Un ragazzino arriva accanto a me e prende a schiacciarle con le scarpe. “Ma perché?” gli ho chiesto, arrabbiata. “Che te ne importa, non vedi come sono piccole?” Alcune formiche si contorcevano negli spasmi. Sono passati quasi sessant’anni e le vedo ancora, sulla ghiaia bianca del cortile. Anche due di quei puntini nel Donetsk si contorcevano così.

Mai avrei pensato, una vita dopo, di ritrovarmi davanti qualcosa di analogo, ma con uomini al posto delle formiche. L’occhio alto e imperturbabile dei droni ci racconta a volte la vita, e la morte, in un modo che spaventa. Come nello sguardo di un angelo d’acciaio, algido e indifferente. Muoiono? Che importa, da lassù paiono insetti. Se il web ci mostra la guerra in questo modo, dobbiamo imparare e insegnarci a tradurre quelle immagini in termini umani. A saper riconoscere in ogni puntino un uomo, e la sua angoscia. Mentre, a casa, sua madre, ignara, prega e aspetta.

Non tornerà, non torneranno. Forse nemmeno i loro corpi verranno restituiti. Quei corpi formatisi lentamente, per nove mesi, nel ventre di una donna: attesi, sognati, dati alla luce, abbracciati. E poi, il video lo prova chiaramente, quanto poco basta, per annichilirli: un colpo di pistola. Tutto, visto dal drone, è così insignificante e lontano: formiche. Dobbiamo insegnare ai figli a vedere davvero queste immagini. E ricordarci che ciascun punto in un video sfocato, traballante, annebbiato di fumi di cannoni, è un figlio. Uguale ai nostri. Quindi amato, unico, irripetibile.

Tag:guerra, Hamas, Iran, Israele, Libano, Netanyahu, Ucraina

  • Condividi
piergiorgio

Articolo precedente

Elezioni Usa, conto alla rovescia: il video dell'incontro
5 Ottobre 2024

Prossimo articolo

Una Speranza per il Libano, martedì 15 incontro a Brescia 
12 Ottobre 2024

Ti potrebbe interessare anche

L’Italia in stand by e i luoghi per ripartire
25 Aprile, 2026

L’Italia è un paese che sembra diventato incapace di pensare al proprio futuro. Un paese fermo che «si pasce di godere – per quel che può, fintanto che può – il patrimonio ereditato». Questa settimana vogliamo raccogliere alcuni spunti offerti da un editoriale del mensile Tempi che aggiunge: «Chi non pensa al domani muore già un po’ oggi, verrebbe da dire. Ed è così che si spiegano i tanti sì e i tanti no sulle scelte che, politicamente, questa società senza coscienza del futuro è stata chiamata a esprimere: no alle grandi opere, alle gallerie, alle autostrade, ai ponti sullo Stretto, in fondo, che ce ne facciamo? Rovinano solo la nostra tranquillità e il paesaggio. No ai treni ad alta velocità che passano per il nostro giardino, al rifacimento urbanistico delle nostre città che sconvolgono i nostri giretti in bicicletta. No al nucleare perché fa paura, e pazienza se siamo un paese tra i più poveri al mondo dal punto di vista energetico. No al Tap, no alle trivelle. No alla riforma delle pensioni. No a una effettiva parità scolastica. No a tutto. Sì, invece, a tutto ciò che garantisce una rendita comoda. Sì agli 80 euro, sì al reddito di cittadinanza, sì al bonus 110; e fa niente se siamo uno dei paesi col più alto debito pubblico al mondo. Lo Stato Pantalone dia oggi a noi, poi a pagare saranno i nostri figli (già, quali figli?). Sì anche a tutto ciò che ci levi d’impiccio da qualsiasi responsabilità verso gli altri e che ci costringa a fare i conti con qualcosa di più ampio del nostro ombelico e dei nostri desideri immediati. Così, coi nostri sì e i nostri no, stiamo seduti sul ciglio del burrone, sperando che non soffi troppo forte un vento che ci faccia precipitare. Si contano i giorni e nessuno pare saper indicare un centro di gravità permanente, che orienti i nostri giudizi e le nostre decisioni». E allora da dove può venire una scossa? Aspettarsi che sia compito della politica tirarci fuori da questa situazione è quanto di più vano ci possa essere. Sicuramente perché da almeno tre decenni non c’è più alcuna formazione e selezione della classe dirigente e gli effetti sono evidenti. Se anche però così non fosse, la politica da sola non sarebbe in grado di innescare un cambiamento che chiama in causa la società nel suo insieme arrivando fino a interpellare ciascuno di noi nella sua singolarità. Un’inversione di rotta può venire solo dal fiorire di luoghi di amicizia dove nascono e si sviluppano relazioni e dove si afferma un approccio positivo alla realtà della vita anche dentro le sue mille contraddizioni. Un approccio che taglia di netto le radici del risentimento e del rancore oggi molto diffusi. Nel suo viaggio in Africa Papa Leone, incontrando l’Università Cattolica del Camerun, ha osservato che oggi molti «vivono imprigionati nell’individualismo, nell’apparenza e nell’ipocrisia». L’alternativa a tale condizione è «un luogo di amicizia, di cooperazione e insieme di interiorità e di riflessione». La Fondazione San Benedetto nel suo piccolo è uno di questi luoghi. È nata ed esiste per questo. Quanto facciamo e proponiamo è unicamente espressione di questo tentativo aperto a tutti, senz’altro imperfetto ma mai ripiegato su se stesso. Il nostro desiderio è che questi luoghi di amicizia possano moltiplicarsi come spazi da cui continuamente ripartire. 

Martedì con l’incontro dedicato a Giuseppe Ungaretti presentato da Valerio Capasa si è chiusa a Brescia la sedicesima edizione del Mese letterario. L’auditorium degli Artigianelli era sold out come potete vedere dalle foto. 

Tutti gli incontri di questa edizione possono essere rivisti sul canale YouTube @ilsussidiario.tv dove hanno già registrato diverse migliaia di visualizzazioni. 

All’inizio della serata di martedì è stata annunciata anche la Summer School sulla narrazione promossa da Associazione il Rischio educativo in collaborazione con Fondazione San Benedetto e Mese letterario, che si svolgerà a Brescia dal 7 al 9 luglio. A questo link trovate tutte le informazioni per partecipare. 

Sono stati inoltre premiati tre giovani – Maria Teresa Villani, Marco Frosio e Benedetto Bontempi – che hanno partecipato al concorso di idee per il prossimo Mese letterario del 2027. 

Autoironia cercasi
18 Aprile, 2026

Un’alta capacità di autoironia come antidoto alle tentazioni del potere. A suggerirla caldamente è il presidente della Repubblica Mattarella. Questa settimana vi proponiamo alcuni passaggi di un suo discorso fatto nei giorni scorsi a un gruppo di giovani giornalisti. Già Giorgio Gaber consigliava l’autoironia come esercizio per  «guardare se stessi da un’altra angolazione, cercando di capire qualcosa in più di ciò che siamo. L’ironia ci deve coinvolgere, altrimenti si trasforma in sarcasmo, che è un modo ingeneroso di avvicinarsi agli altri». Crediamo sia un punto di vista interessante per leggere anche le cronache dell’ultima settimana (comprese anche quelle relative agli attacchi di Trump al Papa e alla Meloni). Mattarella ha rivolto il suo suggerimento all’autoironia consigliando di leggere il messaggio che Papa Leone ha inviato all’Accademia di Scienze sociali della Santa Sede. Un messaggio nel quale si mette in guardia dal potere come «eccessiva esaltazione di sé» e si sottolinea che la democrazia senza «una vera visione della persona umana rischia di diventare o una tirannia maggioritaria o una maschera per il dominio delle élites economiche e tecnologiche». Insieme l’autoironia è un antidoto efficace anche al moralismo, molto diffuso, sempre pronto a impartire lezioni su come gli altri e il mondo dovrebbero cambiare. 

«Abbiamo perso di vista che cosa sia l’essere umano»
11 Aprile, 2026

Della settimana appena trascorsa ci restano due immagini. La prima è quella, del tutto inedita, della terra fotografata dal lato nascosto della luna durante la missione Artemis II che ha toccato il punto più lontano mai raggiunto in un viaggio umano nello spazio. Un’immagine che lascia stupefatti e porta a interrogarsi sulla nostra posizione nel cosmo, nel macrocosmo dello spazio e nel microcosmo delle nostre esistenze. Nello stesso tempo fa anche pensare a quanto notava Hannah Arendt dopo il lancio nello spazio nel 1957 del primo satellite da parte dell’Unione Sovietica. Allora si salutò la cosa con una reazione di sollievo per «il primo passo verso la liberazione degli uomini dalla prigione terrestre». Portò a galla «un desiderio di sfuggire alla condizione umana» che si nasconde, per esempio, anche «nella speranza», oggi da più parti perseguita, «di protrarre la durata della vita umana al di là del limite dei cento anni». «Quest’uomo del futuro – scriveva la Arendt -, che gli scienziati pensano di produrre nel giro di un secolo, sembra posseduto da una sorta di ribellione contro l’esistenza umana come gli è stata data, un dono gratuito proveniente da non so dove, che desidera scambiare, se possibile, con qualcosa che lui stesso abbia fatto». 

La seconda immagine è quella della guerra che sta infiammando il Medio Oriente (senza dimenticare i tanti altri conflitti in corso) e che in questi giorni ha visto dilagare senza freni la logica delle minacce e della violenza contro ogni razionalità. Una situazione che ora pare temporaneamente congelata nella speranza che possa evolversi davvero in un percorso di pace come ha ripetutamente chiesto papa Leone, pressoché unica voce nel silenzio di tutti i leader dei paesi non coinvolti nel conflitto. In questo scenario ci ha colpito la lettura dell’intervista che ha rilasciato al quotidiano La Stampa il vescovo norvegese Erik Varden. «Abbiamo perso di vista che cosa sia l’essere umano», dice. Su quest’intervista vi invitiamo a leggere il commento di Renato Farina pubblicato sul quotidiano online ilsussidiario.net. Scrive: «Varden non nega il male. Sa che “il diritto del più forte è sempre esistito e resterà la norma”. Non fa sconti: il mondo è ferito, la storia è una contesa. Ma rifiuta la resa: “Non dobbiamo rassegnarci alla Terza guerra mondiale”. E soprattutto sposta lo sguardo. Non l’ossessione per la notte, ma la fedeltà alla luce.“L’uomo è fatto per la libertà. La libertà conduce alla fioritura”. Non è una frase da convegno: è una constatazione. E aggiunge, con una precisione quasi brutale: “Per essere liberi, c’è bisogno di persone che mostrino cosa sia la libertà”. Non manuali, ma testimoni. Non programmi, ma vite».

Cerca

Categorie

  • Fissiamo il Pensiero
  • I nostri incontri
    • I nostri incontri – 2015
    • I nostri incontri – 2016
    • I nostri incontri – 2017
    • I nostri incontri – 2018
    • I nostri incontri – 2019
    • I nostri incontri – 2021
    • I nostri incontri – 2022
    • I nostri incontri – 2023
    • I nostri incontri – 2024
    • I nostri incontri – 2025
    • I nostri incontri – 2026
  • Mese Letterario
    • 2010 – I Edizione
    • 2011 – II Edizione
    • 2012 – III Edizione
    • 2013 – IV Edizione
    • 2014 – V Edizione
    • 2015 – VI Edizione
    • 2016 – VII Edizione
    • 2017 – VIII Edizione
    • 2018 – IX Edizione
    • 2019 – X Edizione
    • 2021 – XI Edizione
    • 2023 – XIII Edizione
    • 2024 – XIV Edizione
    • 2025 – XV Edizione
    • 2026 – XVI Edizione
  • Scuola San Benedetto – edizioni passate
  • Tutti gli articoli

Education WordPress Theme by ThimPress. Powered by WordPress.

VUOI SOSTENERCI?

Siamo una fondazione che ha scelto di finanziarsi con il libero contributo di chi ne apprezza l’attività

Voglio fare una donazione
Borgo Wührer, 119 - 25123 Brescia
info@fondazionesanbenedetto.it

Resta sempre aggiornato

Iscriviti subito alla nostra newsletter per non perderti le attività e gli eventi organizzati dalla Fondazione San Benedetto.

Iscriviti

Sito Web sviluppato da Nida's - Nati con la crisi.

Copyright © Fondazione San Benedetto Educazione e Sviluppo

Mappa del sito | Privacy Policy | Cookie Policy

Sito Web sviluppato da Nida's - Nati con la crisi.

Privacy Policy | Cookie Policy

Fondazione San Benedetto
Gestisci Consenso
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici. L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.
  • Gestisci opzioni
  • Gestisci servizi
  • Gestisci {vendor_count} fornitori
  • Per saperne di più su questi scopi
Visualizza preferenze
  • {title}
  • {title}
  • {title}