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Dove sono i giovani oggi?

  • Data 7 Febbraio 2026

Questa settimana partiamo anzitutto dalle Olimpiadi. Venerdì sera in tanti abbiamo potuto ammirare la cerimonia inaugurale dei giochi olimpici di Milano – Cortina. È stata un’occasione straordinaria per riscoprire la grandezza del nostro paese, unico al mondo per bellezza e creatività. Ne dobbiamo essere orgogliosi e prendercene cura.

Venendo al tema di questa newsletter, l’assenza dei giovani nella vita pubblica è un dato di fatto. Sembrano diventati una rarità. La situazione non è molto diversa anche tra i giovani che fanno riferimento al cosiddetto mondo cattolico e che per retroterra culturale dovrebbero essere più sensibili a un impegno sociale e politico (pensiamo solo a quanto in passato hanno inciso figure come Aldo Moro o Giorgio La Pira che proprio in età giovanile avevano iniziato il loro percorso). Più volte in questi anni sia Papa Francesco che Papa Leone hanno invitato i giovani a impegnarsi in politica, non vivendo la fede come un fatto privato o marginale. Sicuramente oggi c’è un problema di solitudine e anche di isolamento collegato alla scomparsa di qualsiasi senso di comunità, che riguarda tutti ma si riflette in modo più forte proprio sui giovani che si ritrovano spesso paralizzati in tale condizione e bloccati nella loro capacità decisionale. Una condizione, per esempio, che porta a rinviare qualunque scelta definitiva e ogni impegno troppo vincolante nell’illusione di mantenersi liberi. La causa di tutto questo non sono le tecnologie digitali, non è la dipendenza dallo smartphone che è semmai una conseguenza della mancanza di qualcos’altro, un «surrogato di felicità» (come abbiamo scritto due settimane fa riprendendo le parole di Papa Leone), una comfort zone illusoria nella quale rifugiarsi. In realtà la vera causa è aver atrofizzato il desiderio che ci rende uomini, cioè quella nostalgia di pienezza inscritta nella nostra natura che non trova mai pieno esaudimento. Per la loro chiarezza riproponiamo qui alcune osservazioni di Papa Francesco sul desiderio: «A differenza della voglia o dell’emozione del momento, il desiderio dura nel tempo, un tempo anche lungo, e tende a concretizzarsi. Se, per esempio, un giovane desidera diventare medico, dovrà intraprendere un percorso di studi e di lavoro che occuperà alcuni anni della sua vita, di conseguenza dovrà mettere dei limiti, dire dei “no”, anzitutto ad altri percorsi di studio, ma anche a possibili svaghi e distrazioni, specialmente nei momenti di studio più intenso. Però, il desiderio di dare una direzione alla sua vita e di raggiungere quella meta – gli consente di superare queste difficoltà. Il desiderio ti fa forte, ti fa coraggioso, ti fa andare avanti sempre. Spesso è proprio il desiderio a fare la differenza tra un progetto riuscito, coerente e duraturo, e le mille velleità e i tanti buoni propositi di cui, come si dice, “è lastricato l’inferno”: “Sì, io vorrei, io vorrei, io vorrei…” ma non fai nulla. L’epoca in cui viviamo sembra favorire la massima libertà di scelta, ma nello stesso tempo atrofizza il desiderio – tu vuoi soddisfarti continuamente – per lo più ridotto alla voglia del momento. E dobbiamo stare attenti a non atrofizzare il desiderio. Siamo bombardati da mille proposte, progetti, possibilità, che rischiano di distrarci e non permetterci di valutare con calma quello che veramente vogliamo».

Questo desiderio è ciò che mette in moto la vita intera, che dà una prospettiva tenendo insieme tutto e non dividendo l’esistenza in tanti compartimenti stagni (gli affetti, lo studio, il lavoro, il tempo libero, le amicizie). E quando si ha l’opportunità, la fortuna o la grazia (chiamatela come volete) di incrociare sulla propria strada persone o luoghi disposti a prendere sul serio tale desiderio, qualcosa di nuovo può iniziare. La newsletter di oggi è solo l’inizio di una riflessione su un tema che ci sta a cuore. Per continuare l’approfondimento vi segnaliamo due articoli tratti dal Sole 24Ore. Il primo è di Daniele Marini e si sofferma su come i giovani stanno affrontando un tempo in cui «il cambiamento è la nuova normalità» e il futuro ha un orizzonte sempre più breve, quasi appiattito sul presente. Il secondo articolo di Rosario De Luca sottolinea invece la necessità di un nuovo patto tra le generazioni per garantire l’equilibrio e la tenuta del sistema previdenziale, una questione che riguarda direttamente tanto gli adulti quanto i giovani, tanto chi lavora o sta per entrare nel mondo del lavoro quanto chi è in pensione, perché siamo tutti collegati. 

Referendum giustizia, il 6 marzo a Brescia incontro con Luciano Violante e Lorenza Violini

In vista del referendum del 22 e 23 marzo sulla riforma della giustizia la Fondazione San Benedetto propone un incontro pubblico venerdì 6 marzo alle 20.45 a Brescia, al Centro Paolo VI in via Gezio Calini 30. Intervengono Luciano Violante,

Luciano Violante
Lorenza Violini

presidente emerito della Camera dei Deputati, già professore ordinario di Istituzioni di diritto e Procedura penale, e Lorenza Violini, già professoressa ordinaria di Diritto costituzionale all’Università degli Studi di Milano. Introduce Graziano Tarantini, presidente Fondazione San Benedetto.
Crediamo sia fondamentale conoscere anzitutto quali siano i contenuti di una riforma non semplice per i non addetti ai lavori, ma con ricadute su tutti. Come fondazione ci facciamo carico di aiutare i cittadini a fare una scelta ponderata e consapevole, senza adesioni precostituite a uno schieramento politico. Per questo abbiamo invitato Luciano Violante e Lorenza Violini, che, per la loro conoscenza ed esperienza, potranno aiutarci ad approfondire l’oggetto del quesito referendario rispondendo anche alle domande del pubblico.


Il futuro è il presente: quando l’unica certezza è l’incertezza

di Daniele Marini – da Il Sole 24Ore – 4 febbraio 2026

Alzi la mano chi non ha mai udito affermazioni del tipo «i giovani vogliono fare carriera presto, senza fare gavetta»; oppure «non hanno voglia di lavorare»; «vogliono fare i soldi velocemente, senza faticare». E l’elenco potrebbe allungarsi di molto. Nulla di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire: forse che anche noi più adulti non abbiamo ascoltato analoghe affermazioni in gioventù? Si perpetua così l’antico adagio popolare del “dopo di noi il diluvio”. Le coorti più adulte, di fronte al nuovo che avanza, esprimono resistenza e autoconservazione. Non hanno fiducia nelle capacità di chi gli succederà. E quanto più la società invecchia, com’è il caso del nostro paese, tanto più affermeranno una simile visione, non lasciando spazio e non attribuendo responsabilità ai giovani.

Basti pensare a quante imprese, soprattutto fra le piccole, sperimentano il “passaggio generazionale” quando il fondatore ha 80 anni e più, e il giovane (sic!) figlio naviga oltre i 60. Oppure si guardi all’età media dei componenti dei board e dei consigli di amministrazione di società o banche: non di rado si trovano membri che siedono a quei tavoli da 10 o 20 anni. Per non dire poi di cariche apicali come direttori generali, Ceo e presidenti. In particolare, in Italia, fra le classi dirigenti, lo spazio occupato dalle nuove generazioni è residuale, e dalle donne ancor meno. Proviamo a domandarci se ci sentiremmo rassicurati all’idea che in una posizione di responsabilità – di un’azienda o di un ente pubblico – ci fosse una persona di 35-40 anni. Oppure non saremmo assaliti dal dubbio: avrà l’esperienza sufficiente? Avrà maturato le competenze necessarie? In questo modo, fatichiamo a investire, dare fiducia e, perché no, scommettere sul futuro. Così facendo non assegniamo “responsabilità” alle giovani generazioni.

Eppure, le società hanno progredito economicamente e socialmente, e non si può certo sostenere che prima le situazioni fossero migliori. Basti pensare alle condizioni di vita della grande maggioranza della popolazione nel Secondo Dopoguerra, senza risalire ancora più indietro nel tempo. Le generazioni che si sono succedute hanno apportato trasformazioni che nel tempo sono diventate sempre più veloci nel manifestarsi. Soprattutto, i giovani sono diventati una categoria cui si è guardato con una crescente apprensione perché rompevano gli schemi e i modelli consolidati. Negli anni 70 sono stati studiati perché costituivano la rottura coi valori del passato e si cercava di comprendere quali orizzonti volessero affermare. Negli anni 80-90 sono stati analizzati perché erano scomparsi dalla ribalta pubblica, rifluendo nel privato dopo la sbornia del “tutto è politica”. Nei primi 20 anni del nuovo secolo sono stati considerati soprattutto per la loro precarietà nel mondo del lavoro, per la progressiva assenza di una parte di essi (Neet), per la disoccupazione crescente che li attanagliava.

Oggi si può ben dire che siano tornati di moda per almeno due ordini di motivi. Da un lato, sono diventati una risorsa scarsa: il calo demografico, avviato già negli anni 80 e denunciato allora da demografi e dall’Istat, di cui colpevolmente le classi dirigenti tutte non hanno voluto comprenderne la gravità, in questi anni sta manifestando appieno le sue conseguenze. Scuole che si svuotano, classi che non si riescono a formare, imprese di tutti i settori che non trovano personale. Un problema che in assenza di politiche adeguate – che ancora non si palesano – ci trascineremo per i prossimi 15-20 anni.

Dall’altro lato, in particolare dopo l’esperienza del Covid, i giovani sono portatori di un approccio diverso nei confronti del lavoro e, più in generale, di una nuova idea di equilibrio fra la sfera privata e quella del lavoro. Le tracce di questo cambiamento, si potevano percepire già prima dell’esperienza pandemica. Ma durante il biennio 2020-21 si è sperimentato che un’altra organizzazione della vita e del lavoro era possibile. E usciti dal recinto della pandemia, quell’esperimento è diventato progressivamente una modalità che viene ricercata e, in taluni casi, data per scontata. In quanti colloqui di lavoro i giovani candidati chiedono, ancor prima del livello di stipendio, se è concesso lo smart working oppure sono accordate flessibilità di orario sul lavoro? In assenza dei quali decidono di scegliere un’altra opportunità dove quei regimi di orario sono disponibili.

Si potrà obbiettare che tutte le generazioni hanno cercato di affermare nuove visioni e nuovi sistemi di valore. La differenza rispetto alle coorti di età precedenti, però, è che ciò sta avvenendo in un contesto di discontinuità del paradigma dello sviluppo. E tale frattura incide sui sistemi cognitivi delle nuove generazioni. Da un lato, il concetto di “cambiamento” ha mutato di senso: il “cambiamento è la nuova normalità” di vita, non solo dell’economia. L’unica certezza di cui si dispone è l’incertezza. E le generazioni attuali hanno in buona misura introiettato questo sistema di vita. Tutto muta molto rapidamente, tutto diventa flessibile: il futuro ha un orizzonte sempre più prossimo. Anzi il futuro è il presente. Dall’altro lato, questa condizione è alimentata dalle tecnologie digitali con le quali le attuali generazioni crescono e socializzano. Tecnologie che modificano gli schemi cognitivi cui eravamo abituati e con cui gli adulti di oggi sono cresciuti. Ciò significa che le attuali giovani generazioni utilizzano un dizionario diverso dalle precedenti, con linguaggi e codici che faticano a dialogare. Quindi, diventa necessario realizzare un’opera di mediazione culturale fra le generazioni.

testo tratto dal libro di Daniele Marini, «Quello che i giovani (non) dicono. E gli adulti (non) capiscono»  (Guerini e Associati)


Garantire ai giovani un sistema che possa proteggerli domani

di Rosario De Luca* – da Il Sole 24Ore – 4 febbraio 2026

C’è un filo profondo, spesso ignorato nel dibattito pubblico perché poco adatto alla logica dell’immediatezza, che lega le trasformazioni sociali più lente e silenziose agli equilibri economici più delicati. È un filo che non si misura sul breve periodo, ma che attraversa decenni, incidendo sulla struttura produttiva del Paese, sulla sostenibilità dei conti pubblici e, in ultima analisi, sulla tenuta del patto sociale tra generazioni.

Il primo grande dato strutturale è rappresentato dall’inverno demografico. Le proiezioni indicano con chiarezza che nei prossimi dieci anni il mercato del lavoro italiano dovrà fare i conti con circa tre milioni e mezzo di giovani in meno in ingresso. Non si tratta di una stima congetturale, ma della semplice traduzione economica di un dato anagrafico consolidato: quei giovani non sono nati. E prima di loro non sono nati i loro potenziali genitori. È l’esito di dinamiche demografiche che affondano le loro radici negli ultimi decenni, frutto di cambiamenti profondi nei modelli familiari, nelle condizioni economiche e nelle scelte individuali. Pensare di affrontare questo fenomeno come se fosse contingente significa, di fatto, rinunciare a comprenderne la natura.

A questo scenario si affianca un secondo grande processo strutturale: l’allungamento dell’aspettativa di vita, accompagnato da un miglioramento significativo della qualità della salute nelle età più avanzate. È un dato che modifica radicalmente il perimetro tradizionale della vita lavorativa. La permanenza al lavoro tende ad allungarsi non soltanto per necessità economica, ma perché cresce la possibilità concreta di restare attivi più a lungo, in condizioni di maggiore sostenibilità fisica e professionale. La nozione stessa di «età lavorativa» si dilata, rompendo schemi che appartenevano a un’altra stagione storica e a un’altra struttura sociale. Mentre, nel contempo, cambiano e variano le tipologie dei lavori «usuranti».

Queste dinamiche peraltro trovano riscontro puntuale nelle statistiche sul mercato del lavoro. L’analisi delle nuove assunzioni mostra con costanza come la quota più elevata riguardi le fasce di età over 50. Un dato che, se isolato dal contesto, può apparire anomalo, ma che in realtà riflette fedelmente la composizione demografica del Paese. Dove i giovani sono meno numerosi, è fisiologico che il peso relativo delle generazioni più mature risulti maggiore. Non è una distorsione del mercato, ma la sua naturale coerenza con la realtà sociale. Siamo dunque di fronte a un processo di lungo periodo, che impone uno sforzo di analisi prima ancora che di valutazione politica.

In questo quadro, il tema dell’equilibrio del sistema previdenziale assume un ruolo centrale e non più rinviabile. Un Paese che vive più a lungo e che entra nel mercato del lavoro con generazioni sempre meno numerose non può prescindere da una riflessione strutturale sulla sostenibilità del rapporto tra attivi e pensionati. La previdenza non è una variabile autonoma, ma lo specchio fedele dell’andamento demografico e occupazionale. Ignorare questo legame significa esporre il Paese a tensioni progressive, facilmente prevedibili.

È in questo contesto che il Ministero dell’Economia e delle Finanze è chiamato a svolgere un ruolo di sintesi e di visione. Governare queste trasformazioni significa costruire politiche che non separino il presente dal futuro, ma che tengano insieme sostenibilità finanziaria, crescita economica ed equità sociale. Il punto di caduta non può che essere il patto intergenerazionale: quel principio non scritto che regge l’intero impianto del welfare e che impone a ciascuna generazione di non scaricare sulle successive i costi delle proprie scelte.

Rafforzarlo significa riconoscere che l’equilibrio previdenziale non è un mero vincolo tecnico, ma una responsabilità collettiva. Significa garantire ai giovani di oggi un sistema ancora in grado di proteggerli domani, senza penalizzare chi oggi sostiene il peso maggiore della contribuzione. È una sfida che richiede lucidità, gradualità e coerenza, ma soprattutto una visione di lungo periodo. Perché la demografia non concede scorciatoie: può essere ignorata nel dibattito politico, ma non può essere aggirata nelle scelte del decisore pubblico. Ed è proprio su questo terreno, fatto di realismo e responsabilità, che si misura la solidità di un Paese maturo.

*Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro

Tag:Giovani

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