Un’alta capacità di autoironia come antidoto alle tentazioni del potere. A suggerirla caldamente è il presidente della Repubblica Mattarella. Questa settimana vi proponiamo alcuni passaggi di un suo discorso fatto nei giorni scorsi a un gruppo di giovani giornalisti. Già Giorgio Gaberconsigliava l’autoironia come esercizio per«guardare se stessi da un’altra angolazione, cercando di capire qualcosa in più di ciò che siamo. L’ironia ci deve coinvolgere, altrimenti si trasforma in sarcasmo, che è un modo ingeneroso di avvicinarsi agli altri». Crediamo sia un punto di vista interessanteper leggere anche le cronache dell’ultima settimana (comprese anche quelle relative agli attacchi di Trump al Papa e alla Meloni). Mattarella ha rivolto il suo suggerimento all’autoironia consigliando di leggere il messaggio che Papa Leone ha inviato all’Accademia di Scienze sociali della Santa Sede. Un messaggio nel quale si mette in guardia dal potere come «eccessiva esaltazione di sé» e si sottolinea che la democrazia senza «una vera visione della persona umana rischia di diventare o una tirannia maggioritariao una maschera per il dominio delle élites economiche e tecnologiche». Insieme l’autoironia è un antidoto efficace anche al moralismo, molto diffuso, sempre pronto a impartire lezioni su come gli altri e il mondo dovrebbero cambiare.
Mese letterario, martedì incontro su Ungaretti
Continua a Brescia il Mese letterario. Martedì 21 aprile alle 20.45, nell’auditorium degli Artigianelli, è in programma il quarto incontro che sarà dedicato a Giuseppe Ungaretti con l’intervento di Valerio Capasa.
Intanto nella settimana appena trascorsa si sono svolti due incontri sempre molto partecipati. Il primo sull’Odissea di Kazantzakisnella rilettura che ne ha fatto Giacomo Scanzi, il quale con un lavoro di alcuni anni ha trasposto in forma narrativa il lungo viaggio di Ulisseche il poeta cretese aveva raccontato in ben 33.333 versi. Ne hanno parlato il cantautore e scrittore Massimo Bubolae il giornalista Enrico Mirani. Scanzi, non presente a causa della malattia, ha mandato un messaggio nel quale in poche frasi toccanti ha riassunto il senso del suo lavoro.
La seconda serata del Mese letterario con Enrico Mirani e Massimo Bubola
Il secondo incontro sul poeta latino Ovidio ha visto l’intervento di Carlo Simone, giovanissimo insegnante e scrittore, con una capacità espositiva che ha appassionato la platea. Ha accompagnato il pubblico in un viaggio alla scoperta delle Metamorfosi, l’opera principale di Ovidio, soffermando l’attenzione su alcuni versi folgoranti che a più di duemila anni di distanza rendono questo poeta molto contemporaneo.
L’incontro su Ovidio con Carlo Simone
L’incontro su Ovidio sarà trasmesso a questo link su ilsussidiario.tv lunedì 20 aprile alle 21. Venerdì sera è stato invece trasmesso sempre da ilsussidiario.tv l’incontro sull’Odissea dí Kazantzakis con Bubola e Mirani. Tutte le serate del Mese letterario possono inoltre essere sempre riviste sul canale YouTube @ilsussidiario.tv. Il primo incontro su Coleridge con Edoardo Rialti in una settimana ha già avuto oltre 25mila visualizzazioni, mentre quello su Kazantzakis e Scanzi più di 3.300 in un solo giorno.
Le parole di Mattarella: potere e autoironia
dall’intervento del presidente della Repubblica all’incontro con una delegazione di studenti di scuole di giornalismo – Quirinale – 14 aprile 2026
Venendo qui dallo studioin cui ho ricevuto un ospite straniero poc’anzi, ho letto i lanci delle agenzie sul Messaggio che Leone XIV– questa mattina – ha inviato all’Accademia di Scienze Sociali della Santa Sede.
Uno splendido messaggio, sul potere, che – ancora una volta – rende evidente il debito di riconoscenza che nei confronti del Papa deve nurtire e avvertire il mondo per i suoi richiami, in questo periodo così difficile.
Nel suo Messaggio, il Papa – mi permetto di consigliarvi di leggerlo, è un bel messaggio sul potere – mette in guardia dal pericolo dell’autoesaltazione.
Mi torna in mente quanto– in questo salone, numerosi anni fa, mi sembra otto, nove anni fa – uno studente delle scuole superiori mi ha chiesto come si fa a resistere alle tentazioni del potere. Gli ho risposto che il potere, o quello cosidetto tale, per chi ricopre ruoli di vertice nello Stato, nei sistemi sociali, può – in effetti – inebriare e far perdere l’equilibrio.
Ma vi sono due antidoti. Il primo istituzionale, l’equilibrio tra i poteri, la distribuzione delle funzioni di potere dello Stato tra i vari organi costituzionali.
Il secondo è rimesso alla coscienza personale, individuale, ed è una alta capacità di autoironia. Credetemi, ragazzi: è preziosa!
Se i cosiddetti potenti della terrane facessero un po’ di uso, anche in piccole dosi, il mondo ne avrebbe grande giovamento e loro stessi eviterebbero tante difficoltà e motivi di imbarazzo.
Questa settimana siamo stati accompagnati dalle immagini degli scontri e delle devastazioni di cui sono stati protagonisti ragazzi, tra cui molti poco più che adolescenti, in diverse città a cominciare da Milano. Una settimana fa mentre scrivevamo dei due minorenni della minicar che a Roma se ne andavano in giro a colpire i passanti come in un gioco demenziale, nelle stesse ore via social centinaia di ragazzini venivano convocati all’assalto di vetrine e negozi in un’esplosione di violenza e di rabbia collettiva. Naturalmente non entriamo qui nelle questioni di ordine pubblico che per contrastare il dilagare della violenza esigono anche adeguate azioni di repressione. E senz’altro interroga anche il fatto che la presunta mente delle convocazioni via social sarebbe un giovane, peraltro residente nel Bresciano, plurilaureato con master, non insomma un emarginato proveniente da qualche periferia degradata.
Ci interessa invece, e non certo da oggi, il tema dei giovani e della manipolazione di cui sono oggetto. In questi giorni abbiamo letto tanti commenti. Tra questi ve ne proponiamo due che si distolgono dalle diverse narrazioni ideologiche cercando di guardare oltre gli aspetti immediati ed emotivi della questione con una preoccupazione costruttiva. Il primo è dello psicanalista Massimo Recalcati su Repubblica, il secondo è di Luciano Violante che ha rilasciato un’intervista al Quotidiano Nazionale.
«Lo abbiamo fatto per divertimento, ci annoiavamo». Hanno confessato così i due minorenni che a Roma a bordo di una minicar sono stati protagonisti nelle ultime settimane di sei aggressioni a pedoni, ciclisti, persone in monopattino. Hanno agito «senza mostrare pentimento, senza dare l’impressione di avere piena coscienza della gravità di ciò che avevano fatto», riferiscono i verbali della confessione. Osserva Concita De Gregorio su Repubblica: «resto con la sensazione che sia qui il nodo del guasto, quello che non sappiamo dei giovanissimi, eppure non so metterlo a fuoco fino in fondo. Non hanno piena coscienza. Come se il mondo fosse un videogioco, un film d’azione, come se non esistesse la responsabilità: le conseguenze delle cose. Zero, nessuna conseguenza, nemmeno il timore di essere scoperti. Hanno parcheggiato la minicar sotto casa. Il giorno dopo sono tornati a scuola».
Questa vicenda insieme a tutti gli elementi sconcertanti che porta con sé fa venire a galla l’urgenza di ritrovare un vero rapporto con la realtà della vita, delle persone, delle cose, di diventare coscienti di ciò che siamo, di uscire dal grande «videogioco» in cui si rischia di restare intrappolati. Una questione da cui nessuno può chiamarsi fuori, che riguarda tutti, tanto i ragazzi quanto gli adulti. Proprio in questi giorni lo scrittore Marco Lodoli, che per molti anni ha insegnato lettere nelle scuole professionali della periferia romana, sull’Osservatore Romano parlando del Deserto dei Tartari di Dino Buzzati sottolinea che «tutti gli adolescenti hanno abitato per qualche tempo, tanto o poco, nella Fortezza Bastiani, davanti al deserto dei Tartari, affascinati e spaventati dalla stasi assoluta, dal rifiuto di partecipare alla giostra del mondo» in attesa della «grande occasione, del momento glorioso in cui la vita si presenterà squillando e tambureggiando sotto forma di un grande amore, di un viaggio avventuroso, di una scelta inevitabile ed eroica». Ma la storia del sottotenente Drogo, il protagonista del romanzo di Buzzati, svela la trappola e mostra «il pericolo di vivere solo come spettatori, affacciati a una finestra immobile o nel buio perenne sotto qualche palcoscenico», rilanciando – scrive Lodoli – «la volontà di esistere, di crearsi una vita vera, magari confusa, traballante, ma comunque incamminata lungo una strada reale». Su questa strada reale si muove anche il nostro tentativo come Fondazione San Benedetto con un’attenzione concreta a sostenere i giovani nel loro percorso di educazione e di formazione. In questo quadro rientra la nuova iniziativa che prevede ogni anno un programma di dieci borse di studio a favore di studenti meritevoli provenienti da famiglie in difficoltà economica iscritti a istituti tecnici o professionali paritari cattolici nelle province di Brescia, Bergamo e Milano. L’iniziativa raccoglie l’appello lanciato un anno fa da Papa Leone alla rete degli istituti scolastici cattolici perché sia garantito l’accesso ai più poveri, sostenendo famiglie fragili e promuovendo borse di studio e politiche inclusive.
Oggi nella nostra newsletter ci occupiamo di un tema di cui normalmente non si parla mai: la risurrezione dei morti. È un tema confinato alla recita delle formule del Credo durante la messa. Eppure la risurrezione di Gesù e, di conseguenza, degli esseri umani, è uno dei contenuti portanti e fondamentali delle fede cristiana. Al tempo stesso però è una questione che interpella tutti, credenti e non, fin da quando san Paolo fece il suo discorso all’Areopago di Atene deriso da quasi tutti. Lo scrittore spagnolo Javier Cercas, non credente, nel suo libro «Il folle di Dio alla fine del mondo» ha scritto: «E se la resurrezione della carne e la vita eterna fossero la massima forma di insurrezione alla portata degli uomini, la ribellione superlativa? E se in questo consistesse la vittoria suprema di Cristo, nell’aver postulato che non siamo qui per accettare la morte ma per sollevarci contro la morte? E se l’impossibile fosse realtà?». Attorno a questo tema martedì scorso a Brescia si è sviluppato l’incontro, molto partecipato, promosso da Morcelliana, Fondazione San Benedetto e Libreria Paoline, in occasione dell’uscita del libro di monsignor Giacomo Canobbio «Sulla risurrezione, un mistero teologico e scientifico» (ed. Morcelliana). Invitandovi a leggere il libro, già di per sé coraggioso nell’affrontare una questione decisiva come la risurrezione, di questo incontro vogliamo riproporvi sul nostro sito alcuni passaggi salienti degli interventi dei tre relatori. Oltre a monsignor Canobbio c’erano il presidente emerito di Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli e il vescovo di Brescia Pierantonio Tremolada. Quella che arriva dal libro è anche una provocazione che la teologia pone alla scienza, sollecitandola in un dialogo serrato a uscire da uno schematismo che la riduce solo a ciò che può essere constatato empiricamente. Se si osserva invece il procedere della scienza, questa è spinta ad andare sempre oltre lo stretto perimetro di ciò che è immediatamente constatabile. Abituati a non riflettere sulla morte, come se questa riguardasse soltanto gli altri, diventando quindi oggetto di una grande rimozione, troviamo irrealistico porre il tema della risurrezione. E se questo fosse invece l’atto più realistico che possiamo fare? Su questo tema della risurrezione torneremo comunque presto. Vi anticipiamo infatti che venerdì 27 novembre alle 18 la Fondazione San Benedetto presenterà a Brescia il libro del filosofo Massimo Borghesi «Esiste un pensiero cattolico?» dedicato in ampia parte proprio alla questione della risurrezione. Quindi intanto Save the Date, seguiranno dettagli.
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