• Chi siamo
  • Attività
  • Video
  • Archivio
  • Sostienici
  • Statuto
  • Organi
  • Contatti
Email:
info@fondazionesanbenedetto.it
Fondazione San BenedettoFondazione San Benedetto
  • Chi siamo
  • Attività
  • Video
  • Archivio
  • Sostienici
  • Statuto
  • Organi
  • Contatti

Fissiamo il Pensiero

  • Home
  • Fissiamo il Pensiero
  • Nella notte del mondo passione e compassione

Nella notte del mondo passione e compassione

  • Data 29 Ottobre 2023

Le immagini drammatiche di morte e distruzione che di continuo ci arrivano dalla Terra Santa ci lasciano attoniti di fronte al mistero del male. La televisione ce le mostra ogni sera ma tutto scorre via, passando, come se nulla fosse, dalla notizia dell’ultimo massacro al solito gioco a quiz. Nella realtà non è così. Ce lo dicono i due articoli di cui proponiamo la lettura questa settimana. Il primo è di Antonio Socci su Libero. Racconta come l’esperienza della bellezza – in questo caso incarnata dal duomo di Siena – può cambiare la vita. Diventa la fonte di una passione e di una compassione per l’uomo e per la realtà che illumina «la notte del mondo» oppresso da guerre e violenze. Sulla stessa lunghezza d’onda e da punti di vista completamente diversi si ritrovano Adriano Sofri e Roberto D’Agostino citati da Socci. Il secondo articolo pubblicato dal Wall Street Journal e ripreso dal Foglio descrive come le atrocità di Hamas siano la manifestazione di una malvagità dai cui germi nessuno è immune come scriveva Dostoevskij: «l’aberrazione più totale del cuore e della mente umana è sempre possibile». E l’ideologia è sempre stata l’arma utilizzata per giustificare i peggiori crimini, come ha raccontato Solgenitsin. Una possibilità sempre presente da cui stare in guardia.

———————————————————-

Così Wagner trovò a Siena il senso della vita cristiana

di Antonio Socci

da Libero – 22 ottobre 2023

Soffiano venti di guerra. E pensieri dolorosi e confusi riempivano la mia mente, nei giorni scorsi, mentre, tornato a Siena, salivo fino al Duomo. Quando, in cima a via dei Fusari, appare di colpo lo splendore della facciata scolpita da Giovanni Pisano, si è investiti da emozioni che – come diceva Federico Tozzi – «fanno mancare il respiro e scoppiare il cuore». Non si trovano parole. Anche se si sono letti mille studi che spiegano tutti i dettagli di quel capolavoro. Anche se si è nati lì ed è la millesima volta che si torna su quella piazza.

Il libro di marmo della facciata e poi quello dell’immenso pavimento istoriato, lo struggente Pulpito di Nicola Pisano e poi l’opera di Duccio, di Donatello, di Michelangelo… Quella fuga di marmi e di colonne bianche e nere… Si comprende perché Richard Wagner – che arrivò a Siena nell’estate 1880 – ne rimase folgorato. Era il 23 agosto. La moglie Cosima annotò: «Visita al Duomo! Richard si è commosso fino alle lacrime, dice che è l’impressione più forte che abbia mai ricevuto da un edificio. Vorrei ascoltare il preludio del Parsifal sotto questa cupola».

Wagner tornerà più volte nella Cattedrale (il mese successivo ci porterà pure il suocero Franz Liszt): «Gli sembra quasi un miracolo aver trovato in Siena, nel suo duomo – ha scritto Attilio Brilli – l’ambientazione tante volte sognata per la scena conclusiva del Parsifal, e averla trovata proprio nel momento in cui sta ponendo materialmente fine all’opera». Infatti a Siena, a Villa Torre Fiorentina, la porterà a termine. È con lui il pittore Paul Joukovsky a cui fa realizzare dei bozzetti degli interni della Cattedrale grazie ai quali dipingerà la scenografia montata poi a Bayreuth nel 1882, per la rappresentazione del Parsifal (Wagner vedeva il Duomo di Siena come la perfetta Sala del Graal).

Giovanni Minnucci, Rettore dell’Opera del Duomo, ha rievocato questi fatti per spiegare la serie di eventi musicali – dal 20 ottobre al 12 novembre – intitolati “Wagner und Siena” e realizzati in collaborazione con l’Accademia Musicale Chigiana (ci sarà anche l’esecuzione di alcune parti del Parsifal in Cattedrale). Fra l’altro proprio quest’opera sancì la rottura fra Wagner e Nietzsche. Era troppo cristiana. Come sottolinea René Girard, «Nietzsche afferma di essere stato sconvolto dall’abietto cedimento al cristianesimo che il Parsifal rappresenta».

Eppure in uno dei suoi frammenti lascerà scritto che il “Preludio del Parsifal” è «il più grande beneficio che da tempo mi sia stato reso… Non conosco nulla che prenda così in profondità il cristianesimo e che spinga così acutamente verso la compassione… Il più grande capolavoro della sublimità che io conosca, una espressione indescrivibile della grandezza nella compassione al riguardo; nessun pittore ha dipinto un tale sguardo oscuro, triste, come ciò è riuscito a Wagner nell’ultima parte del preludio. Neppure Dante, neppure Leonardo… è come se, dopo molti anni, qualcuno mi parlasse dei problemi che mi preoccupano, non naturalmente con le risposte che tengo pronte in proposito, ma con le risposte cristiane – alla fine questa è stata la risposta di anime più forti di quelle prodotte dai nostri ultimi due secoli».

Girard commenta giustamente che questo frammento «contraddice tutto quanto l’ultimo Nietzsche afferma non solo sul Parsifal e su Wagner, ma, in particolare, sulla volontà di potenza, il risentimento e il cristianesimo, ossia su tutto quanto sembra più indiscutibile nel credo professato dall’ultimo Nietzsche».

Se si considera che Nietzsche è il filosofo di riferimento nella demolizione, in corso, della civiltà giudaico-cristiana, si può capire quanto è significativo il Parsifal che sarà eseguito nel luogo ideale che Wagner aveva immaginato: il Duomo di Siena.

Forse quella «compassione cristiana» contro cui Nietzsche tuonava, ma che poi, tradotta in musica da Wagner, sentiva come la risposta più vera, è proprio il messaggio che ci arriva dalla Grande Bellezza che in Italia ci circonda.

SOFRI E D’AGOSTINO

Mi sono sorpreso, in questi giorni, quando ho ritrovato considerazioni simili in due personaggi lontani (fra loro e da me) come idee: Adriano Sofri e Roberto D’Agostino.

Sofri ha raccontato sul Foglio di un suo girovagare per Firenze dove vive. Quasi per caso è entrato, come tante altre volte, alla Badia Fiorentina («quella dove Dante vide Beatrice») e poi al Bargello che «una volta mi era famigliarissimo». Scrive: «È uno di quei luoghi in cui ci si chiede come sia stato possibile. In cui è troppo». Dove si ha «la sensazione di essere soverchiati, di non saper né voler decidere davanti a quale Michelangelo, a quale Donatello, a quale Verrocchio, a quale Cellini… fermarsi. Viene da chiudere gli occhi. Dimettersi. Lasciare che quell’adunata di opere meravigliose passino inosservate… La bellezza fa soggezione, naturalmente… così impassibile e al tempo stesso così vulnerabile alla guerra mondiale…». Alla fine Sofri confessa di aver provato «una specie di compassione» per la gente che c’era. «Il Bargello mi è sembrato come un rifugio, in cui correre disciplinatamente a ripararsi quando risuonano le sirene d’allarme in tempo di pace».

Roberto D’Agostino – noto per il suo sito scanzonato – ha dato un’intervista a Repubblica dove parla del suo recente film “Roma santa e dannata”, raccontata come una «selva oscura», come «Caput mundi e chiavica der monno». Ma quando gli viene chiesto se considerarla “città eterna” è un luogo comune, dà una risposta folgorante: «No, quello è vero. Roma è eterna perché davanti alla Fornarina di Raffaello, al Mosè di Michelangelo o alla cupola del Pantheon, senti che quelli sono molto più vivi di te. Quando noi saremo polvere, i quadri del Caravaggio a S. Luigi dei Francesi o la Cappella Sistina saranno sempre contemporanei. Una volta a Stendhal chiesero a che serve il Colosseo, lui rispose: a far battere il cuore. È la migliore spiegazione di cosa sia l’arte».

Forse la risposta che cerchiamo, nella notte del mondo, è attorno a noi. È fatta di passione e di compassione.

——————————————————————

Dostoevskij a Gaza

da Il Foglio – 23 ottobre 2023

https://www.ilfoglio.it/il-foglio-internazionale/2023/10/23/news/perche-i-fan-occidentali-di-hamas-sono-pronti-a-giustificare-i-terroristi-5818837/

“Intere famiglie sterminate; donne violentate e torturate; persone vive umiliate e cadaveri maltrattati; bambini assassinati davanti agli occhi dei loro genitori; e, in un caso che sconvolse particolarmente Dostoevskij, una bambina costretta a guardare suo padre scorticato vivo”. Così Gary Saul Morson (un critico letterario slavo-americano noto per il suo lavoro accademico sui grandi romanzieri russi Lev Tolstoj e Fëdor Dostoevskij, e sul teorico della letteratura Mikhail Bakhtin) scrive sul Wall Street Journal.

“Se sembra che solo gli incivili possano essere tali sadici, avverte Dostoevskij, sappiate che la stessa cosa potrebbe accadere anche tra gli europei civilizzati. ‘Per il momento è ancora contro la legge’, scrive, ‘ma se dipendesse da noi, forse, niente ci fermerebbe nonostante tutta la nostra civiltà’. Per il momento ‘la gente è semplicemente intimidita da qualche abitudine’, continua Dostoevskij, ma se qualche esperto progressista avanzasse una teoria che dimostrasse che a volte scuoiare la pelle può giovare alla giusta causa perché ‘il fine giustifica ogni mezzo, e se quell’esperto esprimesse il suo punto di vista usando lo stile appropriato’, allora, ‘credetemi’, ci sarebbero tra noi persone rispettabili ‘disposte a realizzare l’idea’.

Dopo l’11 settembre si è scoperto che i terroristi erano spesso benestanti e istruiti. La crudeltà spesso prospera tra le persone sofisticate. Dostoevskij ricorda il Terrore francese, quando le persone venivano umiliate e uccise in nome dei più alti principi, ‘e questo dopo Rousseau e Voltaire!’. Ma non poteva immaginare che durante i terrori staliniani milioni di persone sarebbero state torturate nel modo più degradante possibile; e che durante la collettivizzazione dell’agricoltura, altri milioni sarebbero stati fatti morire di fame deliberatamente, con i giovani idealisti bolscevichi introdotti per imporre la carestia e togliere pezzi di cibo ai bambini. In occidente, gli intellettuali giustificavano tale comportamento perché veniva fatto in nome del socialismo e dell’antimperialismo. Dostoevskij aggiunge che non è necessario ricorrere a esempi del passato perché la stessa dinamica può verificarsi in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento in cui il lato oscuro della natura umana si manifesti, rivestito del linguaggio di ciò che passa per progressista e illuminato. ‘Credetemi’, si rivolge Dostoevskij ai suoi lettori, ‘l’aberrazione più totale del cuore e della mente umana è sempre possibile’.

È un terribile errore immaginare che gli atti criminali vengano compiuti solo da delinquenti. Ricordando gli inizi della sua carriera di rivoluzionario, Dostoevskij sostiene che il suo gruppo, che avrebbe potuto facilmente compiere gli atti più terribili, era composto da persone sofisticate con l’equivalente russo dell’istruzione dell’Ivy League. Ma nonostante si considerino un’élite colta – o forse proprio perché lo facevano – pochi ‘di noi… potevano resistere a quel noto ciclo di idee e concetti che aveva una presa così salda sulla giovane società’. Allora era ‘socialismo teorico’, ma avrebbe potuto essere qualsiasi cosa, e non c’è alcuna buona ragione per ‘pensare che anche l’omicidio… ci avrebbe fermato, non tutti, ovviamente, ma almeno alcuni di noi… circondato da dottrine che avevano catturato le nostre anime’. Dostoevskij ricorda che nel suo romanzo ‘I demoni’ ha mostrato come anche i cuori più innocenti possano essere trascinati a commettere azioni mostruose e sentirsi orgogliosi di averle commesse. ‘E qui sta il vero orrore: che… si può commettere l’atto più ignobile e più scellerato senza essere minimamente un cattivo! E questo accade… in tutto il mondo, fin dall’inizio dei tempi’. ‘La possibilità di considerarsi – e talvolta anche di essere, di fatto – una persona onorevole mentre commette una malvagità evidente e innegabile’, aggiunge, è una possibilità che trascuriamo a nostro rischio e pericolo. Un secolo dopo, Alexander Solgenitsin, contemplando gli idealisti russi che si unirono alla tortura e gli intellettuali occidentali illuminati che la mascherarono, si chiese perché i cattivi di Shakespeare uccisero solo poche persone mentre i bolscevichi ne uccisero milioni. Per rispondere a questa domanda, riflette, bisogna comprendere che nessuno si considera malvagio. Per compiere azioni malvagie una persona deve trovare ‘una giustificazione per le sue azioni’, in modo da poter considerare come un bene il furto, l’umiliazione e l’uccisione. ‘Le autogiustificazioni di Macbeth erano deboli’, e quindi la coscienza lo trattenne. Non aveva alcuna ideologia, osserva Solgenitsin, niente come ‘antimperialismo’ o ‘decolonizzazione’ per alleviare i sensi di colpa. Solgenitsin conclude: ‘L’ideologia è ciò che dà al male la giustificazione a lungo cercata e dà al malfattore la necessaria fermezza e determinazione’.

Ho sentito commentatori preoccupati che la cancellazione della cultura e la soppressione delle diverse opinioni possano portare a un ‘totalitarismo morbido’. Dobbiamo riconoscere che alcuni di coloro che giustificano le atrocità di Hamas sarebbero pronti a commetterle contro i nemici designati. E a differenza dei turchi di Dostoevskij o dell’Hamas di oggi, avrebbero a disposizione mezzi ad alta tecnologia per estendere il loro raggio d’azione. Temo che gli orrori del XX secolo possano rivelarsi solo un assaggio di qualcosa di molto peggiore nel prossimo futuro”.

Tag:Adriano Sofri, Antonio Socci, bellezza, Dostoevskij, Gaza, Nietzsche, Roberto D’Agostino, Wagner

  • Condividi
piergiorgio

Articolo precedente

Ciò che conta è sempre e solo la posizione umana: due esempi
29 Ottobre 2023

Prossimo articolo

Da Omero a Guareschi per riscoprire se stessi
5 Novembre 2023

Ti potrebbe interessare anche

Il maledetto vizio della gogna
31 Gennaio, 2026

Oggi vogliamo partire da una notizia della cronaca perché ci sembra emblematica di una posizione comune, molto diffusa, che genera solo rancore e risentimento senza contribuire in alcun modo né alla verità né alla giustizia. In questi giorni abbiamo assistito a una levata di scudi, con atti formali di protesta anche del nostro governo, dopo la decisione della magistratura elvetica di concedere la libertà su cauzione al titolare del locale di Crans-Montana dove si è verificata la strage di Capodanno nella quale hanno perso la vita 40 persone. Sottolineiamo solo che la libertà su cauzione è un istituto giuridico espressamente previsto dal sistema giudiziario svizzero che è diverso da quello italiano. E non è una sentenza di assoluzione. Se il governo di un altro paese come l’Italia decide di puntare il dito contro questa decisione per assecondare il sentimento di rabbia verso i presunti colpevoli, il problema diventa inevitabilmente politico. Condividiamo in toto quanto scritto nei giorni scorsi da Giuliano Ferrara sul Foglio: «Tanto valeva impiccare i coniugi Moretti al primo albero. Una cosa spiccia ma agile, semplice, corrispondente al sentimento generale verso il capro espiatorio prima e al di là di ogni regola e accertamento di responsabilità. Siamo un paese folle, costruito sulla gogna pubblica per i presunti colpevoli». «Il dolore per le vittime del fuoco divoratore e dei sopravvissuti – continua Ferrara – non ha niente a che vedere con la soddisfazione invocata: punire in catene due presunti colpevoli, fottersene della divisione dei poteri, dei controlli e delle garanzie di un processo giusto, elevare un patibolo, inventarsi un sistema di complicità ambientale e processarlo per vie brevi, sommariamente, perché si possa sanare l’inquietudine, lenire la rabbia e la sacrosanta volontà di giustizia della comunità offesa, garantendo nel contempo un consenso facile truce immediato a chi la spara più grossa». (Qui trovate il link all’articolo del Foglio)

Siamo invece profondamente persuasi dall’esperienza stessa della vita che il male non si combatte mai con il castigo e tantomeno con la gogna pubblica o mediatica che serve solo da brodo di coltura di un risentimento infelice e meschino. Solo il bene seminato e costruito nelle sue mille forme quotidiane può consentire di contrastare il male e talvolta anche di trasformarlo paradossalmente in un’occasione di riscatto e di crescita umana. Su questo vogliamo proporvi la lettura di un articolo di Gloria Amicone pubblicato sul quotidiano online ilsussidiario.net. La sua è una testimonianza personale, pensando a chi è stato coinvolto nella strage di Crans-Montana. Scrive: «In un mondo dove c’è chi dice che quei ragazzi non avrebbero dovuto essere lì, quando tutti avremmo potuto essere lì; dove c’è chi dice che è stato il caso, o addirittura il fato. Non è stato il caso, non è stato il fato. Qui ci sono stati gravi errori umani. È ingiusto dire questo a chi ha perso un figlio. È ingiusto dirlo ai ragazzi con le ustioni sul corpo. E mi azzarderò a dire di più. È ingiusto dirlo anche a quei gestori, perché è come dire loro che non potevano fare meglio e non possono fare meglio ora. Che è finita. Che in galera marciranno perché lo vuole il fato. E invece no». Un articolo molto vero da leggere dall’inizio alla fine. 

I surrogati della felicità
24 Gennaio, 2026

«All’approvazione, al consenso, alla visibilità viene data spesso un’importanza eccessiva, tale da condizionare le idee, i comportamenti e gli stati d’animo delle persone, da causare sofferenze e divisioni, da produrre stili di vita e di relazione effimeri, deludenti, imprigionanti. In realtà, non abbiamo bisogno di questi “surrogati di felicità”». Nella newsletter di oggi vogliamo riproporvi, per la loro profonda verità, queste parole di Leone XIV pronunciate all’Angelus di domenica scorsa (sotto trovate il testo integrale). Ne facciamo tesoro in un’epoca in cui la parola come mezzo per esprimere un significato, una verità, sembra sparita dall’orizzonte, sostituita da chiacchiere, finzioni, slogan, affermazioni o rivendicazioni di qualche piccolo potere, invidie e risentimenti. Il Papa in modo chiaro e diretto descrive la condizione nella quale oggi spesso ci troviamo. Amplificata dai mezzi di cui disponiamo dilaga la ricerca della visibilità e del consenso come se la nostra consistenza dipendesse da presunti riconoscimenti sociali o «social» che Leone XIV non esita a definire «surrogati di felicità». È evidente che il problema non sono i mezzi o le tecnologie in sé ma siamo anzitutto noi che abbiamo scelto di rinunciare alla ricerca della verità e della felicità per cui siamo stati fatti affidandoci invece a «illusioni passeggere di successo e di fama» e diventando poi magari schiavi di like, algoritmi, etc. Prevalgono le apparenze che anche inconsapevolmente alimentano un’immagine artefatta di sé. Una questione che non riguarda solo i giovani, ma gli stessi adulti. Pensiamo solo al gesto banale di genitori che postano sui social le foto dei figli in vacanza o in altri contesti particolari, in genere di tempo libero,  trasmettendo indirettamente ai più piccoli l’importanza di apparire ed esponendoli anche alle invidie  e ai pettegolezzi dei loro compagni o dei loro genitori che non hanno magari le stesse possibilità. Sappiamo per esperienza come facilmente gli schermi anziché contribuire a far crescere relazioni vere, possano diventare lo specchio di un mondo finto. Il Papa ci invita a non sprecare «tempo ed energie inseguendo ciò che è solo apparenza», «amando le cose semplici e le parole sincere». Indipendentemente dal fatto di essere credenti o non credenti, chiediamoci se nel mondo di oggi c’è qualche altro leader oltre al Papa che dica queste cose riportandoci alla verità di noi stessi.

Il ritorno degli imperi, un’opportunità per l’Europa
17 Gennaio, 2026

Fine della globalizzazione e inizio di una nuova era degli imperi, è questo in sintesi il passaggio a cui siamo di fronte oggi nello scenario internazionale. Così sostiene l’intellettuale ed editorialista Nicolas Baverez, grande studioso di Tocqueville, in un interessante articolo pubblicato pochi giorni fa sul quotidiano francese Le Figaro. In effetti di questo processo di trasformazione abbiamo avuto parecchie avvisaglie negli ultimi anni con il ruolo crescente delle autocrazie e poi nel 2025 con l’allineamento degli Stati Uniti al nuovo clima dominante dopo l’arrivo di Trump. Per Baverez stiamo entrando in un’epoca «dominata dai predatori, in cui i rapporti di forza sostituiscono l’ordine mondiale e la forza prevale sul diritto». Un passaggio che significa un deciso «arretramento della democrazia». Proprio quella democrazia che nelle nostre società occidentali tendiamo a considerare come un dato acquisito, come qualcosa di scontato, con la sua cornice di garanzie, di tutela dei diritti, di sistemi di welfare che porta con sé. In realtà appare sempre più chiaro che non è così. In tale contesto, secondo Baverez, oggi l’Europa è «il continente più vulnerabile». E in un mondo «dominato da tiranni e bruti», la cui unica preoccupazione è perpetuare il proprio potere personale rincorrendo magari il sogno di vivere fino a 150 anni come Putin e Xi Jinping, «la tentazione di cedere alla disperazione e rinunciare è forte». Eppure – si legge nell’articolo – «la speranza è la migliore alleata della libertà e l’antidoto più efficace alla legge ferrea degli imperi, il cui principio risiede nell’unione della menzogna e del terrore». Qui l’Europa ha chances uniche e come Fondazione San Benedetto ne siamo sempre stati convinti come documentano anche le tante iniziative che abbiamo promosso in questi anni. In tale quadro rientra anche l’incontro del prossimo 29 gennaio sulla guerra in Ucraina che vi segnaliamo di seguito e al quale vi invitiamo. Baverez conclude così il suo articolo: «Dobbiamo soprattutto liberare le notevoli risorse dell’Europa e rafforzare la sua unità sfruttando appieno la sua storica opportunità di diventare il cuore della libertà nel Ventunesimo secolo». Parole che sottoscriviamo. 

Cerca

Categorie

  • Fissiamo il Pensiero
  • I nostri incontri
    • I nostri incontri – 2015
    • I nostri incontri – 2016
    • I nostri incontri – 2017
    • I nostri incontri – 2018
    • I nostri incontri – 2019
    • I nostri incontri – 2021
    • I nostri incontri – 2022
    • I nostri incontri – 2023
    • I nostri incontri – 2024
    • I nostri incontri – 2025
    • I nostri incontri – 2026
  • Mese Letterario
    • 2010 – I Edizione
    • 2011 – II Edizione
    • 2012 – III Edizione
    • 2013 – IV Edizione
    • 2014 – V Edizione
    • 2015 – VI Edizione
    • 2016 – VII Edizione
    • 2017 – VIII Edizione
    • 2018 – IX Edizione
    • 2019 – X Edizione
    • 2021 – XI Edizione
    • 2023 – XIII Edizione
    • 2024 – XIV Edizione
    • 2025 – XV Edizione
  • Scuola San Benedetto – edizioni passate
  • Tutti gli articoli

Education WordPress Theme by ThimPress. Powered by WordPress.

VUOI SOSTENERCI?

Siamo una fondazione che ha scelto di finanziarsi con il libero contributo di chi ne apprezza l’attività

Voglio fare una donazione
Borgo Wührer, 119 - 25123 Brescia
info@fondazionesanbenedetto.it

Resta sempre aggiornato

Iscriviti subito alla nostra newsletter per non perderti le attività e gli eventi organizzati dalla Fondazione San Benedetto.

Iscriviti

Sito Web sviluppato da Nida's - Nati con la crisi.

Copyright © Fondazione San Benedetto Educazione e Sviluppo

Mappa del sito | Privacy Policy | Cookie Policy

Sito Web sviluppato da Nida's - Nati con la crisi.

Privacy Policy | Cookie Policy

Fondazione San Benedetto
Gestisci Consenso
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici. L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.
  • Gestisci opzioni
  • Gestisci servizi
  • Gestisci {vendor_count} fornitori
  • Per saperne di più su questi scopi
Visualizza preferenze
  • {title}
  • {title}
  • {title}