Martedì 2 dicembre si è concluso il viaggio di Leone XIV in Turchia e in Libano, il primo del nuovo papa. Un viaggio carico di significati, spesso del tutto ignorati nei servizi dei telegiornali e nei resoconti di molti quotidiani. Significati su cui vogliamo invece soffermarci nella nostra newsletter di oggi proponendovi la lettura di due articoli. Il primo tratto da il Foglio è dedicato alla tappa del papa a Nicea, sulle rovine dell’antica basilica, a 1700 anni dal concilio che là definì il Credo che ancora oggi viene recitato ogni domenica nella messa. Stabilì un punto fermo sconfessando le posizioni ariane che negavano la natura divina di Gesù. Ma, ha sottolineato papa Leone, «se Dio non si è fatto uomo, come possono i mortali partecipare alla sua vita immortale? Questo era in gioco a Nicea ed è in gioco oggi: la fede nel Dio che, in Gesù Cristo, si è fatto come noi per renderci partecipi della natura divina». Non è una questione che riguarda secoli molto lontani. Il papa ha parlato infatti del rischio di un arianesimo di ritorno quando Gesù viene ridotto a una sorta di «leader carismatico o di superuomo».
L’incontro del papa con i familiari delle vittime dell’esplosione al porto di Beirut nel 2020
Il secondo articolo, di Andrea Tornielli dal sito Vatican News, riguarda la parte libanese del viaggio papale. Il Libano, caso unico nel Medio Oriente tormentato da guerre e terrorismo, da lacerazioni profonde e da contrapposizioni radicali, è un paese in cui ancora oggi convivono fedi diverse. È un segno che non è inevitabile arrendersi alla guerra e all’odio. È un paese che documenta concretamente che ci sono le condizioni, sia pur tra mille difficoltà, per affermare la pace.
Libano, col sostegno della San Benedetto ricostruita la scuola di Khiyam
Proprio dal Libano in questi giorni ci è arrivata una notizia di cui siamo lieti di rendervi partecipi. A Khiyam, nel sud del paese, è stata ricostruita la scuola che era stata distrutta durante una rappresaglia israeliana nel corso della guerra con le milizie islamiste di Hezbollah. Il progetto di ricostruzione curato dall’ong Avsiè stato realizzato anche grazie al sostegno della nostra fondazione e della famiglia di Paolo Fumagalli, tra i fondatori della San Benedetto, scomparso all’inizio del 2025 e impegnato da anni in molte iniziative a favore del Libano. In particolare con questi contributi è stato finanziato l’acquisto di uno dei sei prefabbricati che formano il corpo della scuola. Nelle foto potete vedere la scuola distrutta e il nuovo edificio che ora consente di nuovo a centinaia di bambini di tornare a studiarein spazi sicuri e dignitosi.
L’area dove sorgeva la scuolaI prefabbricati del nuovo edificioL’arrivo dei primi moduli prefabbricati
Ricordiamo che negli ultimi anni la San Benedetto ha anche contribuito, sempre nel sud del Libano, in unazona completamente devastata dalla guerra con città letteralmente rase al suolo, alla costruzione del Fadaii, il centro multiservizi progettato gratuitamente dall’architetto di fama internazionale Mario Botta. Aperto nel 2023 oggi ospita corsi di recupero e doposcuola per migliaia di ragazzi, corsi per donne e agricoltori. È uno spazio di incontro e di attività per i giovaniche offre pure servizi psicopedagogici e attività ricreative, in un’area in cui oltre a comunità libanesi sono presenti anchediversi campi di profughi siriani. Tutte iniziative attraverso le quali la vita in una situazione di gravissima emergenza può tornare a fiorire.
«Le case di Maria», il 7 dicembre spettacolo a Santo Stefano
Oggi, 7 dicembre, alle 17 a Brescia nellachiesa di Santo Stefano in via Bonatelli 16è in programma lo spettacolo «Le case di Maria» tratto dal libro di padreErmes Ronchi e con la partecipazione dell’attore Luciano Bertoli e diOmbretta Ghidini (voce e chitarra). L’iniziativa, alla quale invitiamo a partecipare, è stata promossa in occasione del 58° anniversario di consacrazione della chiesa di Santo Stefano e alla vigilia della festa dell’Immacolata. Si tratta di un viaggio attraverso le case che Maria ha abitato nel corso della sua esistenza: da quella di Nazaret, dove a parlare è un angelo, a quella di Gerusalemme, dove parlano il vento e il fuoco. L’ingresso è libero.
Il Papa sulle rovine della Chiesa unita riparte dai fondamentali
Il viaggio in Turchia, in fin dei conti, era stato organizzato principalmente per le celebrazioni del 1.700esimo anniversario del primo Concilio di Nicea, quello in cui – tra le altre cose – fu definito e fissato il Credo. Fino all’ultimo Papa Francesco fece il possibile per esserci e solo la morte gliel’ha impedito. Leone XIV ha rimediato, anche se il momento clou appariva un po’ in sordina: il Papa e gli esponenti delle altre confessioni religiose (autoesclusisi gli ortodossi d’obbedienza moscovita) su un piccolo palchetto posto tra il lago e le rovine dell’antica basilica di San Neofito, davanti a un cumulo di pietre. Allo stesso tempo, però, era un’immagine che dava perfetta testimonianza della forza del cristianesimo: il cielo passa, la Parola resta. E così la fede. Anche senza templi maestosi. Proprio qui Leone ha detto che “i cristiani rischiano di ridurre Gesù Cristo a una sorta di leader carismatico o di superuomo, un travisamento che alla fine porta alla tristezza e alla confusione”. Ma, ha proseguito Prevost, “se Dio non si è fatto uomo, come possono i mortali partecipare alla sua vita immortale? Questo era in gioco a Nicea ed è in gioco oggi: la fede nel Dio che, in Gesù Cristo, si è fatto come noi per renderci partecipi della natura divina”. Di primo mattino, nella cattedrale dello Spirito santo a Istanbul, il Pontefice aveva incontrato i vescovi, i religiosi e i collaboratori laici: “E’ sempre necessario mediare la fede cristiana nei linguaggi e nelle categorie del contesto in cui viviamo, come fecero i Padri a Nicea e negli altri Concili”, ha detto, prima di ricordare che “il neo dottore della Chiesa, John Henry Newman, insiste sullo sviluppo della dottrina cristiana, perché essa non è un’idea astratta e statica”.
La speranza per il Libano e per il mondo
Il messaggio che il Paese dei Cedri offre, pur nella sofferenza, è quello di testimoniare la speranza raffigurata dai giovani che credono nella pace, dalle famiglie che non vedono le differenze di credo ma accolgono quando serve aiuto. Questa terra è stata testimone di alcuni episodi della vita pubblica di Gesù: qui umiltà, fiducia e perseveranza superano ogni barriera e incontrano l’amore sconfinato di Dio
La convivenza possibile tra chi professa fedi diverse e una fraternitàche va oltre le barriere etniche e le divisioni ideologiche: questo è ciò che il martoriato Libano, “Paese messaggio”, continua ad indicare al mondo come possibilità concreta e come via per la pace. A questo Libano, e alla sua speranza testimoniata nei giovani che non si arrendono alla guerra e all’odio, Papa Leone ha indicato la via per costruire il futuro. Quando ha preso la parola, davanti a migliaia di ragazzi radunati nella sede del Patriarcato di Antiochia dei Maroniti, alla fine di una giornata intensa di incontri, il Successore di Pietro ha detto loro: “Voi avete speranza! Voi avete il tempo! Avete più tempo per sognare, organizzare e compiere il bene. Voi siete il presente e tra le vostre mani già si sta costruendo il futuro! E avete l’entusiasmo per cambiare il corso della storia! La vera resistenza al male non è il male, ma l’amore, capace di guarire le proprie ferite, mentre si curano quelle degli altri”.
Di questo amore gratuito, capace di guarire le ferite degli altriperché nelle ferite degli altri vediamo le nostre ferite e soprattutto perché riconosciamo in chi soffre il volto di Dio, avevano parlato poco prima alcuni dei presenti nelle loro toccanti testimonianze. Come quella di Elie, che dopo tanti sacrifici per risparmiare e poter studiare ha visto sfumare i suoi progetti a causa del crollo dell’economia del Paese che gli ha fatto perdere tutto. Eppure ha deciso di non emigrare: “Come potrei andarmene mentre il mio Paese soffre?”. Come quella commovente di Joelle, che a un incontro di preghiera a Taizé ha incontrato una coetanea, Asil, libanese come lei ma di fede musulmana, che viveva nel Sud del Libano. Quando il villaggio di Asil è stato bombardato dai raid israeliani, si è rivolta a Joelle perché la sua famiglia non sapeva dove andare. Joelle e sua madre li hanno ospitati: “La differenza di religione non è mai stata un ostacolo… Abbiamo vissuto una profonda armonia… ho capito una verità essenziale: Dio non abita solo tra le mura di una chiesa o di una moschea. Dio si manifesta quando cuori diversi si incontrano e si amano come fratelli”.
Dopo di lei ha preso la parola Roukaya, la madre di Asil: “La madre di Joelle mi ha aperto la porta di casa sua e mi ha detto: questa è casa tua. Non mi ha chiesto chi fossi, da dove venissi, né in che cosa credessi… Ho capito che la religione non si dice: si vive, in un amore che supera ogni confine”. Che cosa ha reso possibile tutto questo? Che cosa ha reso possibile ciò che il Libano è stato e vuole continuare ad essere? Papa Leone ha indicato un fondamento che “non può essere un’idea, un contratto o un principio morale”. Il vero principio di vita nuova e riconciliata, “è la speranza che viene dall’alto: è Cristo! Gesù è morto e risorto per la salvezza di tutti. Egli, il Vivente, è il fondamento della nostra fiducia; Egli è il testimone della misericordia che redime il mondo da ogni male”.
Questo primo viaggio di Leone XIV che si conclude oggi, martedì 2 dicembre, con il rientro a Roma, fa comprendere che cosa significavano le parole pronunciate all’indomani dell’elezione, quando il nuovo Vescovo di Roma aveva detto che chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità deve “sparire perché rimanga Cristo”. Parole applicabili a chiunque annunci il Vangelo. Ai leader delle altre confessioni cristiane e ai leader musulmani delle diverse tradizioni che compongono il mosaico religioso libanese, il Papa ha ricordato che questa terra è stata testimone di alcuni episodi della vita pubblica di Gesù, e in particolare ha citato quello della donna cananea e della sua fede nel chiedere la guarigione della figlia: “Questa terra significa più di un semplice luogo d’incontro tra Gesù e una madre implorante: diventa un luogo in cui umiltà, fiducia e perseveranza superano ogni barriera e incontrano l’amore sconfinato di Dio, che abbraccia ogni cuore umano”.
Sparire perché rimanga Cristo non significa allora rifugiarsi nell’intimismo, costruire comunità chiuse di “perfetti”, né inseguire sogni di potere e di grandezza confidando nei numeri e dimenticando la logica di Dio che si manifesta nella piccolezza. Sparire perché rimanga Cristo significa farsi tramite, nonostante la nostra inadeguatezza, di quell’amore sconfinato di Dio che abbraccia ogni cuore umano, senza distinzioni, piegandosi sugli ultimi, sugli oppressi, sui sofferenti. Come hanno testimoniato i giovani libanesi davanti al Successore di Pietro venuto ad incoraggiarli.
Dove sono i giovani oggi? La loro assenza nella vita pubblica è un dato di fatto. Sembrano diventati una rarità. La situazione non è molto diversa anche tra i giovani che fanno riferimento al cosiddetto mondo cattolico e che per retroterra culturale dovrebbero essere più sensibili a un impegno sociale e politico (pensiamo solo a quanto in passato hanno inciso figure come Aldo Moro o Giorgio La Pira che proprio in età giovanile avevano iniziato il loro percorso). Più volte in questi anni sia Papa Francesco che Papa Leone hanno invitato i giovani a impegnarsi in politica, non vivendo la fede come un fatto privato o marginale. Sicuramente oggi c’è un problema di solitudine e anche di isolamento collegato alla scomparsa di qualsiasi senso di comunità, che riguarda tutti ma si riflette in modo più forte proprio sui giovani che si ritrovano spesso paralizzati in tale condizione e bloccati nella loro capacità decisionale. Una condizione, per esempio, che porta a rinviare qualunque scelta definitiva e ogni impegno troppo vincolante nell’illusione di mantenersi liberi. La causa di tutto questo non sono le tecnologie digitali, non è la dipendenza dallo smartphone che è semmai una conseguenza della mancanza di qualcos’altro, un «surrogato di felicità» (come abbiamo scritto due settimane fa riprendendo le parole di Papa Leone), una comfort zone illusoria nella quale rifugiarsi. In realtà la vera causa è aver atrofizzato il desiderio che ci rende uomini, cioè quella nostalgia di pienezza inscritta nella nostra natura che non trova mai pieno esaudimento. Per la loro chiarezza riproponiamo qui alcune osservazioni di Papa Francesco sul desiderio: «A differenza della voglia o dell’emozione del momento, il desiderio dura nel tempo, un tempo anche lungo, e tende a concretizzarsi. Se, per esempio, un giovane desidera diventare medico, dovrà intraprendere un percorso di studi e di lavoro che occuperà alcuni anni della sua vita, di conseguenza dovrà mettere dei limiti, dire dei “no”, anzitutto ad altri percorsi di studio, ma anche a possibili svaghi e distrazioni, specialmente nei momenti di studio più intenso. Però, il desiderio di dare una direzione alla sua vita e di raggiungere quella meta – gli consente di superare queste difficoltà. Il desiderio ti fa forte, ti fa coraggioso, ti fa andare avanti sempre. Spesso è proprio il desiderio a fare la differenza tra un progetto riuscito, coerente e duraturo, e le mille velleità e i tanti buoni propositi di cui, come si dice, “è lastricato l’inferno”: “Sì, io vorrei, io vorrei, io vorrei…” ma non fai nulla. L’epoca in cui viviamo sembra favorire la massima libertà di scelta, ma nello stesso tempo atrofizza il desiderio – tu vuoi soddisfarti continuamente – per lo più ridotto alla voglia del momento. E dobbiamo stare attenti a non atrofizzare il desiderio. Siamo bombardati da mille proposte, progetti, possibilità, che rischiano di distrarci e non permetterci di valutare con calma quello che veramente vogliamo».
Oggi vogliamo partire da una notizia della cronaca perché ci sembra emblematica di una posizione comune, molto diffusa, che genera solo rancore e risentimento senza contribuire in alcun modo né alla verità né alla giustizia. In questi giorni abbiamo assistito a una levata di scudi, con atti formali di protesta anche del nostro governo, dopo la decisione della magistratura elvetica di concedere la libertà su cauzione al titolare del locale di Crans-Montana dove si è verificata la strage di Capodanno nella quale hanno perso la vita 40 persone. Sottolineiamo solo che la libertà su cauzione è un istituto giuridico espressamente previsto dal sistema giudiziario svizzero che è diverso da quello italiano. E non è una sentenza di assoluzione. Se il governo di un altro paese come l’Italia decide di puntare il dito contro questa decisione per assecondare il sentimento di rabbia verso i presunti colpevoli, il problema diventa inevitabilmente politico. Condividiamo in toto quanto scritto nei giorni scorsi da Giuliano Ferrara sul Foglio: «Tanto valeva impiccare i coniugi Moretti al primo albero. Una cosa spiccia ma agile, semplice, corrispondente al sentimento generale verso il capro espiatorio prima e al di là di ogni regola e accertamento di responsabilità. Siamo un paese folle, costruito sulla gogna pubblica per i presunti colpevoli». «Il dolore per le vittime del fuoco divoratore e dei sopravvissuti – continua Ferrara – non ha niente a che vedere con la soddisfazione invocata: punire in catene due presunti colpevoli, fottersene della divisione dei poteri, dei controlli e delle garanzie di un processo giusto, elevare un patibolo, inventarsi un sistema di complicità ambientale e processarlo per vie brevi, sommariamente, perché si possa sanare l’inquietudine, lenire la rabbia e la sacrosanta volontà di giustizia della comunità offesa, garantendo nel contempo un consenso facile truce immediato a chi la spara più grossa». (Qui trovate il link all’articolo del Foglio)
Siamo invece profondamente persuasi dall’esperienza stessa della vita che il male non si combatte mai con il castigo e tantomeno con la gogna pubblica o mediatica che serve solo da brodo di coltura di un risentimento infelice e meschino. Solo il bene seminato e costruito nelle sue mille forme quotidiane può consentire di contrastare il male e talvolta anche di trasformarlo paradossalmente in un’occasione di riscatto e di crescita umana. Su questo vogliamo proporvi la lettura di un articolo di Gloria Amicone pubblicato sul quotidiano online ilsussidiario.net. La sua è una testimonianza personale, pensando a chi è stato coinvolto nella strage di Crans-Montana. Scrive: «In un mondo dove c’è chi dice che quei ragazzi non avrebbero dovuto essere lì, quando tutti avremmo potuto essere lì; dove c’è chi dice che è stato il caso, o addirittura il fato. Non è stato il caso, non è stato il fato. Qui ci sono stati gravi errori umani. È ingiusto dire questo a chi ha perso un figlio. È ingiusto dirlo ai ragazzi con le ustioni sul corpo. E mi azzarderò a dire di più. È ingiusto dirlo anche a quei gestori, perché è come dire loro che non potevano fare meglio e non possono fare meglio ora. Che è finita. Che in galera marciranno perché lo vuole il fato. E invece no». Un articolo molto vero da leggere dall’inizio alla fine.
«All’approvazione, al consenso, alla visibilità viene data spesso un’importanza eccessiva, tale da condizionare le idee, i comportamenti e gli stati d’animo delle persone, da causare sofferenze e divisioni, da produrre stili di vita e di relazione effimeri, deludenti, imprigionanti. In realtà, non abbiamo bisogno di questi “surrogati di felicità”». Nella newsletter di oggi vogliamo riproporvi, per la loro profonda verità, queste parole di Leone XIV pronunciate all’Angelus di domenica scorsa (sotto trovate il testo integrale). Ne facciamo tesoro in un’epoca in cui la parola come mezzo per esprimere un significato, una verità, sembra sparita dall’orizzonte, sostituita da chiacchiere, finzioni, slogan, affermazioni o rivendicazioni di qualche piccolo potere, invidie e risentimenti. Il Papa in modo chiaro e diretto descrive la condizione nella quale oggi spesso ci troviamo. Amplificata dai mezzi di cui disponiamo dilaga la ricerca della visibilità e del consenso come se la nostra consistenza dipendesse da presunti riconoscimenti sociali o «social» che Leone XIV non esita a definire «surrogati di felicità». È evidente che il problema non sono i mezzi o le tecnologie in sé ma siamo anzitutto noi che abbiamo scelto di rinunciare alla ricerca della verità e della felicità per cui siamo stati fatti affidandoci invece a «illusioni passeggere di successo e di fama» e diventando poi magari schiavi di like, algoritmi, etc. Prevalgono le apparenze che anche inconsapevolmente alimentano un’immagine artefatta di sé. Una questione che non riguarda solo i giovani, ma gli stessi adulti. Pensiamo solo al gesto banale di genitori che postano sui social le foto dei figli in vacanza o in altri contesti particolari, in genere di tempo libero, trasmettendo indirettamente ai più piccoli l’importanza di apparire ed esponendoli anche alle invidie e ai pettegolezzi dei loro compagni o dei loro genitori che non hanno magari le stesse possibilità. Sappiamo per esperienza come facilmente gli schermi anziché contribuire a far crescere relazioni vere, possano diventare lo specchio di un mondo finto. Il Papa ci invita a non sprecare «tempo ed energie inseguendo ciò che è solo apparenza», «amando le cose semplici e le parole sincere». Indipendentemente dal fatto di essere credenti o non credenti, chiediamoci se nel mondo di oggi c’è qualche altro leader oltre al Papa che dica queste cose riportandoci alla verità di noi stessi.
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