Riprendiamo da oggi l’appuntamento domenicalecon la nostra newsletter «Fissiamo il pensiero» e ripartiamo dal Meeting per l’amicizia fra i popoliche si è svolto a Rimini a fine agosto. Il motivo è presto detto: il Meeting nasce dalla stessa storiadi cui come Fondazione San Benedetto, nel nostro piccolo, siamo parte. Quello che siamo, facciamo e proponiamo durante l’anno riflette infatti la stessa passione e le stesse preoccupazioniche si sono viste a Rimini. Il Meeting è anzitutto un grande luogo di incontroche nel panorama attuale non ha pari. Come ha detto Papa Leonedurante la sua visita, non è «una sorta di enclave», al contrario «è diventato un croceviaper la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini». Cosa non da poco in un tempo in cui la capacità di incontrarsi e di entrare in relazione con l’altro sembra sempre più a rischio. A questo link trovate il testo del discorso del Papa che vi invitiamo a leggere con attenzione.
Leone XIV al Meeting di Rimini il 22 agosto
Dell’aria nuova che si è respirata al Meeting sembra essersi accorto questa volta anche il sistema mediatico. In genere giornali e tv hanno sempre trattato il Meeting alla stregua di un festival parapolitico occupandosi solo dei vari leader politici o ministri presenti a Rimini e trascurando tutto il resto, cioè la parte più interessante.
Sono stati 150 gli incontri che si sono svolti durante i 6 giorni del Meeting
Quest’anno almeno qualcuno ha provato a uscire dai soliti schemi e a raccontare veramente il Meeting. A raccontare le storie di cui attraverso incontri e mostre è uno straordinario crocevia. Probabilmente a tale cambio di prospettiva ha contribuito la presenza del Papa che ha costretto a non accontentarsi delle solite versioni preconfezionate. Su questo vi invitiamo a leggere l’articolo di Lucio Brunelli, già vaticanista del Tg2 e poi direttore di Tv2000, pubblicato dal quotidiano online ilsussidiario.net. Scrive: «Rischiamo pure l’ingenuità, ma sembra che qualcosa di questo cuore sia arrivato, quest’anno, anche ad un pubblico più grande del popolo del Meeting. Molta gente, d’altra parte, non vede più i tg e non compra più i giornali perché è stanca di una politica ridotta a propaganda e di una cronaca che non è solo nera, ma tenebrosa. C’è fame di storie vere, belle, positive. Di umanità autentica.Chissà – aggiunge Brunelli – se l’esperienza riminese incoraggerà i grandi media a proseguire su questa strada nuova, stretta ma suggestiva. Quella che Italo Calvino tratteggiava nelle Città invisibili, quando scriveva che l’unica alternativa a non lasciarsi assimilare dal vuoto infernale del nostro tempo è riconoscere “chi e cosa inferno non è” e farlo durare e dargli spazio». Da qui ricomincia il nostro percorso.
Meeting, quando le storie belle cambiano gli schemi
Il Meeting 2026 è stato diverso: la bellezza di molti incontri e testimonianze ha prevalso sull’attenzione normalmente riservata alla politica
Quello che si è concluso il 26 agosto a Riminiè stato un Meeting diverso, c’è chi lo ha definito un Meeting “spartiacque”. Lo è stato sicuramente nella narrazione mediatica. Negli anni passati era la presenza dei politici a monopolizzare l’attenzione dei giornali: la kermesse riminese, nelle prime pagine dei quotidiani, era trattata come la manifestazione che, a fine agosto, segnava il ritorno della politica dopo la pausa estiva. Questo racconto è stato sempre sentito come ingiusto dal popolo del Meeting, che tra i padiglioni della Fiera ha sempre cercato in primis le mostre più interessanti e le testimonianze più avvincenti, e solo in seconda battuta andava ad ascoltare (ed applaudire, a volte molto generosamente) gli interventi dei leader politici.
Trattamento politicista, percepito come ingiustoperché non corrispondeva all’esperienza concreta vissuta dai partecipanti, in buona parte discepoli, vecchi o giovani, di don Giussani: sempre alla ricerca, prima di tutto, di conferme della persuasività esistenziale dell’esperienza cristiana.
Alle lamentale del popolo ciellino l’apparato mediaticorispondeva alzando le mani al cielo: tra una mostra sui misteri del firmamento e un’esternazione fiume di Berlusconi, era normale che la “legge della notizia” premiasse il secondo. Così, nel passare degli anni e delle stagioni politiche, lo schema si ripeteva.
L’edizione del Meeting di quest’anno è stata diversa.Sembra aver rotto lo schema. Effetto anche (o forse principalmente) della visita di Leone XIV, la politica-partitica è rimasta confinata negli interstizi della manifestazione. C’era mezzo governo, in realtà, a Rimini, ma la gente quasi non se n’è accorta. E i media ne hanno dato conto il giusto.
Il protagonista principaleè stato il Papa, ovviamente. Ma non solo lui. Come per un virtuoso effetto “trascinamento”, l’attenzione di tutti (giornali, visitatori e organizzatori) è andata a puntarsi sulle storie forti ospitate dal Meeting 2026. Cominciando dall’incontro di apertura, con l’abbraccio sorprendente tra la sorella di padre Jacques Hamel, sgozzato in chiesa da un giovane plagiato dall’Isis, e la madre dell’assassino. Abituati, ma anche disgustati ormai, dalla logica di una polarizzazione che vede nell’altro solo il nemico, l’incontro fra queste due donne non poteva non colpire e commuovere. Poteva obiettivamente essere considerato meno “notizia” delle ennesime esternazioni di qualche ministro o leader politico?
L’incontro fra la sorella di padre Hamel e la madre del terrorista che lo ha ucciso
E infatti, già prima dell’arrivo del Papa, questa storia primeggiavanelle pagine dei giornali, anche quelli considerati storicamente più laici. Poi sono arrivate mille altre voci e storie interessanti. Da Israele e dalla Palestina, ad esempio, quelle del cardinale Pizzaballa e del meraviglioso parroco di Gaza, padre Romanelli. Hanno portato a Rimini il dolore di una popolazione devastata, come dopo il passaggio di uno tsunami, “terre di nessuno” dove diritto e giustizia sono latitanti.
Ma hanno raccontato anche una quotidianitàdove, improvvisamente, si aprono brecce di umanità in un muro d’odio; storie semplici che allargano l’orizzonte e tengono in piedi la piccola speranza bambina, di cui scriveva Charles Péguy. Insomma, il cuore del Meeting. Proprio come l’ha descritto ed auspicato il Papa: non un’enclave ma un crocevia di incontri “che generano altri incontri”. Il cristianesimo come apertura e passione per il mondo: il grande custode dell’umano.
Rischiamo pure l’ingenuità, ma sembra che qualcosa di questo cuoresia arrivato, quest’anno, anche ad un pubblico più grande del popolo del Meeting. Molta gente, d’altra parte, non vede più i tg e non compra più i giornali perché è stanca di una politica ridotta a propaganda e di una cronaca che non è solo nera, ma tenebrosa. C’è fame di storie vere, belle, positive. Di umanità autentica.
Chissà se l’esperienza riminese incoraggerà i grandi mediaa proseguire su questa strada nuova, stretta ma suggestiva. Quella che Italo Calvino tratteggiava nelle Città invisibili, quando scriveva che l’unica alternativa a non lasciarsi assimilare dal vuoto infernale del nostro tempo è riconoscere “chi e cosa inferno non è” e farlo durare e dargli spazio.
La newsletter di questa settimana è l’ultima prima della pausa estiva e la dedichiamo, come già negli anni scorsi, ad alcune proposte di lettura per le vacanze. Prima però di suggerirvi alcuni libri che riteniamo interessanti, vogliamo ricordare Giacomo Scanzi, un amico della Fondazione San Benedetto, che ci ha lasciato pochi giorni fa dopo una breve malattia che non gli ha dato scampo. Di lui ricordiamo soprattutto la grande amicizia e la simpatia intelligente con cui in tanti anni di incontri e di frequentazioni ha sempre guardato ai nostri tentativi e alle nostre iniziative. Si tratta di un’amicizia e di una stima nate ben prima che diventasse direttore del Giornale di Brescia quando, da semplice cronista, aveva scritto con grande attenzione e proprietà di contenuti (cosa del tutto inusuale) di alcune nostre iniziative. Un’attenzione che è poi proseguita in modo più intenso quando ha assunto la guida del quotidiano. Ricordiamo in particolare i diversi incontri promossi dalla nostra fondazione nei quali era intervenuto come relatore. Tra questi soprattutto quello in occasione della beatificazione di Paolo VI nel 2014, insieme all’ex direttore del Foglio Giuliano Ferrara, nell’aula magna dell’Università Cattolica. Un rapporto che non è mai venuto meno anche una volta lasciata l’attività giornalistica. In anni più recenti dalla comune passione per la letteratura era nata la collaborazione con il Mese letterario. Nell’ultima edizione, la primavera scorsa, si era così deciso insieme di dedicare una serata alla presentazione della sua rilettura dell’Odissea di Nikos Kazantzakis, lo scrittore e poeta greco da lui molto amato. Una rilettura alla quale aveva lavorato senza sosta per molti mesi nel suo eremitaggio in Val Camonica. È un libro che vi invitiamo a leggere, è stato pubblicato da Marcianum Press. Purtroppo l’aggravarsi della malattia non aveva consentito a Scanzi di essere presente alla serata del Mese letterario. Aveva però voluto che fosse letto un suo messaggio che oggi suona ancora più vero: “Il viaggio dell’Ulisse di Kazantzakis – scriveva – è il viaggio del ritorno, non a Itaca, ma alla terra o, se si preferisce, al Cielo. È un inno alla morte, lo sbocco di ogni desiderio, la misura di ogni presunzione. E la più terribile delle presunzioni umane, è ritenersi Dio. Evviva la morte dunque, che salva l’uomo dall’illusione di essere Dio. Quando ho iniziato questo lavoro ho immaginato un testo per una lettura collettiva, quasi teatrale. Questo mi piacerebbe fosse questa serata. Una grande lettura di popolo”. A Giacomo va dunque tutta la nostra gratitudine, e ai suoi familiari, alla moglie e ai figli, la nostra vicinanza in questo momento di profondo dolore.
La narrazione come desiderio e capacità di raccontare storie è uno dei caratteri singolari che identificano la nostra umanità. Una peculiarità che non potrà mai essere sostituita o rimpiazzata da un flusso di dati o di informazioni, che sarà sempre più generato dall’intelligenza artificiale. Un flusso da cui già oggi siamo continuamente subissati e che spesso appare più simile a una grande operazione di distrazione di massa che ci impedisce di cogliere i veri connotati della realtà. Proprio al tema della narrazione è stata dedicata la Summer School promossa dall’associazione «Il Rischio educativo» in collaborazione con la Fondazione San Benedetto e il Mese letterario, che si è svolta a Brescia dal 7 al 9 luglio. Sono state tre giornate molto intense per il centinaio di partecipanti, in larga parte insegnanti, provenienti da varie città. Ci si è soffermati sulle diverse tipologie di narrazione, da quella storica a quella scientifica, da quella letteraria o artistica a quella biblica. Nelle varie declinazioni ritornava però sempre come nota di sottofondo la dimensione narrativa non come una tecnica, ma come la forma attraverso la quale la vita può esprimersi nella sua pienezza ed essere condivisa e tramandata. Questo è stato possibile grazie all’aiuto di relatori che si sono coinvolti nel lavoro con passione e intelligenza facendo toccare con mano l’esperienza della narrazione: il filosofo Sergio Belardinelli, Stas’ Gawronski, gli storici Mariapina Dragonetti e Andrea Caspani, l’astrofisico Marco Bersanelli, Giulio Maspero (sacerdote con un passato da fisico che oggi insegna alla Pontificia Università Santa Croce), Giuseppe Frangi che ha guidato la visita alla Collezione di arte contemporanea Paolo VI a Concesio.
Con la newsletter di oggi vogliamo anzitutto rendervi partecipi di quanto è avvenuto a Brescia la scorsa settimana nell’ambito della festa di San Pietro promossa in Castello dai padri Carmelitani Scalzi. Siamo grati al priore padre Roberto Magni per aver voluto alcune iniziative, alle quali volentieri abbiamo offerto la nostra collaborazione come fondazione. Iniziative che hanno sorpreso le numerose persone presenti per la verità e la bellezza che hanno trasmesso. Ci riferiamo in particolare ai due incontri di sabato e domenica scorsi con don Pigi Banna e con il professor Rocco Buttiglione (due testimonianze in dialogo con alcuni giovani costellate di racconti e di esempi) e allo spettacolo teatrale ispirato alla vicenda dell’Innominato dai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni e messo in scena in modo magistrale da un gruppo di giovani di Desenzano riuniti attorno a don Gabriele Vrech nella compagnia teatrale «Profumo di Cielo». Al termine dello spettacolo don Gabriele ha invitato sul palco Buttiglione che aveva assistito alla rappresentazione tra il pubblico. Un momento commovente in cui un uomo di grande cultura ha reso omaggio al lavoro dei ragazzi valorizzando soprattutto la serietà con cui si sono messi in gioco di fronte alle pagine del Manzoni lasciandosi provocare da esse. Un esempio concreto di come la letteratura può diventare occasione di incontri veri che aprono a un’esperienza umana piena di fascino e di senso, come è accaduto tante volte anche al Mese letterario. Alla fine in tanti, fra cui diversi giovani, si sono fermati a parlare con Buttiglione colpiti da quanto aveva detto o semplicemente per stringergli la mano o chiedergli un autografo. Cosa ci dice tutto questo? Soltanto di quanta fame ci sia di incontri veri con persone, con testimoni che con la loro vita diventano maestri e compagni di strada come è avvenuto in questo caso con don Pigi, col professor Buttiglione e con don Gabriele. E di questo si può solo essere grati.
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