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Alla fine di un mondo

  • Data 20 Aprile 2025

«L’uomo che vuole fare senza Dio, fallisce. Alla fine dei conti, arriva a fare esperienza di vuoto. Di vuoto di senso. Non riesce a costruire prospettive a lungo termine. In questa società post secolare l’uomo è rimasto con la fame dentro. Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Mi viene ora in mente l’Inquisitore dei Fratelli Karamazov, “dategli il pane e staranno bene!”. Diamo il pane, diamo la giustizia umana… tutte cose che abbiamo già visto. Poi l’uomo si accorge che resta affamato, alla ricerca di qualcosa che gli riempia la vita e il cuore. Lì la Chiesa deve intervenire con la sua proposta». A parlare così è il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, in un’intervista davvero interessante pubblicata dal Foglio, che vi vogliamo proporre come lettura in occasione di questa Pasqua 2025. Un testo da leggere con grande attenzione che contiene passaggi illuminanti che vanno al cuore dei problemi di oggi.

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme

Nell’intervista Pizzaballa si sofferma sull’attuale situazione in Terra Santa, dove «niente tornerà più come prima», per passare poi alla crisi della Chiesa e al tema della fede. «Non dobbiamo temere i cambiamenti – sottolinea il patriarca -, non dobbiamo vivere di paura. Sta finendo un modello di Chiesa. Credo che Benedetto XVI l’abbia detto bene: sappiamo che sta finendo qualcosa ma non sappiamo come sarà dopo. Si definirà col tempo. Anche questa crisi, dunque, produrrà qualcosa. Le nostre valutazioni sono sempre molto umane, c’è la tentazione del potere, dei numeri, della visibilità. Ci sta anche, eh. Dobbiamo essere visibili. Ma non dobbiamo temere più di tanto questo, perché c’è anche Dio, c’è anche lo Spirito Santo. C’è la Chiesa che, attraverso la testimonianza di tante realtà, crea ancora qualcosa di buono. Non avrei troppa paura. Bisogna preoccuparsi, e lo ripeto, di essere autentici, genuini. La Chiesa non deve fare marketing: la Chiesa deve dire che non c’è niente di meglio nella vita che incontrare Gesù Cristo». Quello di Pizzaballa è anche un forte invito a riscoprire la differenza che il cristianesimo introduce nella vita dell’uomo e della società: «Il rischio – spiega – c’è sempre, sia nella Chiesa sia fuori dalla Chiesa, quello di non complicarsi la vita, di stare nell’ordinario, fatto di orizzonti normali, che stanno dentro una comprensione solo umana. Mentre invece l’incontro con Dio rompe sempre gli schemi e su questo il cristianesimo deve fare la differenza. Se non la fa, puoi avere anche tante chiese e belle basiliche, ma diventi irrilevante perché non hai niente di importante da dire».

Buona lettura e buona Pasqua!

Mese Letterario, avanti con le iscrizioni

In molti si sono già iscritti alla quindicesima edizione del Mese Letterario che ha come titolo una frase di Woody Allen: «Leggo per legittima difesa». Una frase che dice molto sul valore della lettura come atto di libertà in un mondo in cui si legge sempre meno. Quest’anno il Mese Letterario propone tre serate in programma a maggio a Brescia, nell’auditorium Capretti degli Artigianelli.

Il primo incontro, l’8 maggio, con Valerio Capasa sarà dedicato a Luigi Pirandello nel centenario della pubblicazione di «Uno, nessuno e centomila». Il secondo appuntamento, il 15 maggio, con Edoardo Rialti avrà come protagonisti i tragici greci Eschilo, Sofocle ed Euripide. L’ultimo incontro, il 22 maggio, con Stas’ Gawronski sarà sullo scrittore americano, scomparso nel 2023, Cormac McCarthy, autore di opere memorabili come «La strada», «Non è un paese per vecchi», «Il passeggero». Per partecipare occorre iscriversi sul sito dell’Associazione Mese Letterario – utilizzare questo link – che organizza la rassegna in collaborazione con la Fondazione San Benedetto.


Dialogo con il cardinale Pizzaballa, tra amaro realismo e speranza cristiana

di Matteo Matzuzzi – da Il Foglio – 14 aprile 2025

La guerra in Terra Santa, dove nulla tornerà più come un tempo e prima lo si capisce e meglio sarà, per tutti. La Chiesa davanti alle sfide del presente più che del futuro, le crisi che aprono nuove possibilità e la necessità di essere testimoni credibili. Alla fine dello scorso febbraio, a Nola, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, ha dialogato con l’autore di questo articolo in occasione del primo incontro dei “Dialoghi in cattedrale a 1700 anni dal primo Concilio di Nicea”. L’intervista è la trascrizione di un dialogo pubblico, il cui testo non è stato rivisto dal cardinale ma pubblicato con il suo accordo.

Eminenza, quanto accade in Terra Santa è ogni giorno sui nostri schermi televisivi. Prevale una lettura politica di quanto sta accadendo, mentre sappiamo meno dell’impatto che questa guerra ha sulle persone, sulla società.

“Non è la prima volta che abbiamo un conflitto in Terra Santa. Ma questo conflitto ha avuto un impatto come nessun altro. C’è un prima e un dopo il 7 ottobre 2023, anche se facciamo fatica a definire, a capire come sia questo dopo. L’impatto emotivo, economico, psicologico, umano è stato enorme su entrambe le popolazioni, israeliana e palestinese. Per la popolazione israeliana è stato uno choc enorme. Israele è nato come la casa dove gli ebrei sono al sicuro e improvvisamente è emerso che ciò non è più vero. La questione degli ostaggi è il punto dirimente, per Israele. Vediamo manifestazioni di piazza che continuano in tutto il paese. Gli israeliani sono divisi su molto, ma su una cosa vanno d’accordo: la questione degli ostaggi. È tema enorme. Anche per i palestinesi  ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre, a Gaza ma anche in Cisgiordania, è stato uno choc incredibile. Direi per la popolazione araba in generale. Abbiamo a che fare con paura e sentimenti di odio e rancore che, in queste proporzioni, non si erano mai visti. C’è anche da considerare l’impatto economico che la guerra ha sulla vita sociale: parte della popolazione palestinese è rimasta senza lavoro, ma anche in Israele la situazione non è semplice, basti pensare che di fatto non ci sono più pellegrinaggi. Le persone che lavoravano sono state richiamate alle armi. Si vive molto male. C’è un profondo senso di sfiducia che penetra la vita sociale a tutti i livelli. Sarà molto difficile ricostruire la fiducia dopo tutto questo, anche perché non si riesce a vedere cosa ci sarà dopo, quando tutto finirà”.

E sul piano religioso?

“È difficile distinguere tra aspetto sociale e aspetto religioso. La religione ha un ruolo pubblico a 360 gradi per tutta la popolazione. Ci sono anche interpretazioni diverse sul significato di guerra. Per i palestinesi quanto è accaduto il 7 ottobre è l’inizio di una nuova fase, di una guerra però, iniziata ottant’anni fa. Per gli israeliani è invece qualcosa di decisamente nuovo e inaspettato. Sono prospettive completamente diverse. Prima di questa guerra, a livello religioso avevamo un’interazione tra varie autorità religiose. Oggi questo non si vede. È molto difficile incontrarsi, soprattutto in momenti pubblici. Tutto è fermo. Ciascuno è chiuso dentro la propria narrativa religiosa”.
Millesettecento anni dal Concilio di Nicea. Tra le decisioni adottate, vi fu la condanna dell’arianesimo. A noi può sembrare pura archeologia. Eppure, meno di vent’anni fa, il Papa condannava il “moderno arianesimo”. Disse Benedetto XVI che “la negazione della vera divinità di Gesù è ancora oggi una tentazione per i cristiani”, al punto da rendere necessaria una “catechesi integrale”. Effettivamente, quante volte sentiamo parlare di Gesù come un uomo innamorato di Dio e suo emissario che ha fatto tante cose buone, ma che difficilmente può essere considerato l’unigenito figlio di Dio? Si avverte ancora quel pericolo denunciato da Papa Ratzinger?

“Ho studiato qualche anno in un’università ebraica, a Gerusalemme. I miei compagni erano tutti ebrei, io ero l’unico cristiano. Hanno iniziato a chiedermi della fede, di Gesù, del Vangelo. Risposi: è inutile che io vi spieghi chi era Gesù, c’è il Vangelo, è tutto scritto lì. Leggiamo, mi fate le domande e rispondo. Fui ingenuo e non mi rendevo conto di quello che proponevo loro, perché io, nato nella bassa bergamasca, dove si era cattolici prima ancora di nascere, ero abituato al catechismo classico, tradizionale. Le mie domande e le mie risposte su Gesù erano quelle del catechismo, non le mie.  Per questo mi sono accorto che quando loro cominciavano a chiedermi di Gesù, non sapevo rispondere adeguatamente. Il catechismo non serviva molto in quella circostanza. Volevano capire da me il significato di quelle pagine, ma riuscivo solo a balbettare frasi fatte. A un certo punto, una ragazza mi disse: non posso più venire a questi incontri perché devo lavorare, ho un figlio piccolo, e poi questa lettura mi disturba un po’. Poi aggiunge: Gesù è un personaggio che a me piace, non è come mi avevano detto e il Vangelo è un libro bellissimo. C’è una cosa, però, che mi devi spiegare: la resurrezione. Perché deve risorgere? Perché lo fate risorgere? Anche senza resurrezione, Gesù è affascinante. Anche in quel caso, risposi come risponde il catechismo e mi resi conto dal suo volto che non aveva capito niente. Non fui capace di farmi capire. Ci volle del tempo perché capissi che la resurrezione non si spiega. Nei Vangeli non viene spiegata. Ci sono solo incontri con il Risorto. Per rispondere, allora, alla sua domanda: è vero, è molto facile, in ogni tempo, ridurre Gesù a un personaggio che possiamo racchiudere nella nostra comprensione umana. È la tentazione di sempre: quel Gesù è facile. Non è segno di contraddizione. Il compito della Chiesa, però, è saper testimoniare che Gesù è il figlio di Dio, come diceva il Concilio di Nicea. Deve trovare il modo di dirlo. La catechesi, la formazione, la liturgia sono imprescindibili. Però senza esperienza di fede, senza l’incontro con il Risorto, diventano solo qualcosa in più da studiare, da imparare o da fare, che non danno vita. Il compito che abbiamo come Chiesa è di essere capaci di dire che Gesù è Kyrios, è il Signore. Di dirlo essendo convincenti, dirlo perché ci crediamo avendone fatto esperienza. È quello che forse ci manca oggi. Dobbiamo trovare il modo nel linguaggio odierno di dire la stessa cosa di 1.700 anni fa. La Verità è la stessa, bisogna trovare il modo di esprimerla in maniera convincente. Sarà compresa se chi lo dice ci crede anche, nel senso che ne ha fatto esperienza. Che non si limita a dire le cose del catechismo e basta, come feci io con quella ragazza”.

CLICCA QUI PER CONTINUARE A LEGGERE L’INTERVISTA SUL FOGLIO.IT

Tag:Chiesa, cristianesimo, fede, Pizzaballa, Terra Santa

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L’Italia è un paese che sembra diventato incapace di pensare al proprio futuro. Un paese fermo che «si pasce di godere – per quel che può, fintanto che può – il patrimonio ereditato». Questa settimana vogliamo raccogliere alcuni spunti offerti da un editoriale del mensile Tempi che aggiunge: «Chi non pensa al domani muore già un po’ oggi, verrebbe da dire. Ed è così che si spiegano i tanti sì e i tanti no sulle scelte che, politicamente, questa società senza coscienza del futuro è stata chiamata a esprimere: no alle grandi opere, alle gallerie, alle autostrade, ai ponti sullo Stretto, in fondo, che ce ne facciamo? Rovinano solo la nostra tranquillità e il paesaggio. No ai treni ad alta velocità che passano per il nostro giardino, al rifacimento urbanistico delle nostre città che sconvolgono i nostri giretti in bicicletta. No al nucleare perché fa paura, e pazienza se siamo un paese tra i più poveri al mondo dal punto di vista energetico. No al Tap, no alle trivelle. No alla riforma delle pensioni. No a una effettiva parità scolastica. No a tutto. Sì, invece, a tutto ciò che garantisce una rendita comoda. Sì agli 80 euro, sì al reddito di cittadinanza, sì al bonus 110; e fa niente se siamo uno dei paesi col più alto debito pubblico al mondo. Lo Stato Pantalone dia oggi a noi, poi a pagare saranno i nostri figli (già, quali figli?). Sì anche a tutto ciò che ci levi d’impiccio da qualsiasi responsabilità verso gli altri e che ci costringa a fare i conti con qualcosa di più ampio del nostro ombelico e dei nostri desideri immediati. Così, coi nostri sì e i nostri no, stiamo seduti sul ciglio del burrone, sperando che non soffi troppo forte un vento che ci faccia precipitare. Si contano i giorni e nessuno pare saper indicare un centro di gravità permanente, che orienti i nostri giudizi e le nostre decisioni». E allora da dove può venire una scossa? Aspettarsi che sia compito della politica tirarci fuori da questa situazione è quanto di più vano ci possa essere. Sicuramente perché da almeno tre decenni non c’è più alcuna formazione e selezione della classe dirigente e gli effetti sono evidenti. Se anche però così non fosse, la politica da sola non sarebbe in grado di innescare un cambiamento che chiama in causa la società nel suo insieme arrivando fino a interpellare ciascuno di noi nella sua singolarità. Un’inversione di rotta può venire solo dal fiorire di luoghi di amicizia dove nascono e si sviluppano relazioni e dove si afferma un approccio positivo alla realtà della vita anche dentro le sue mille contraddizioni. Un approccio che taglia di netto le radici del risentimento e del rancore oggi molto diffusi. Nel suo viaggio in Africa Papa Leone, incontrando l’Università Cattolica del Camerun, ha osservato che oggi molti «vivono imprigionati nell’individualismo, nell’apparenza e nell’ipocrisia». L’alternativa a tale condizione è «un luogo di amicizia, di cooperazione e insieme di interiorità e di riflessione». La Fondazione San Benedetto nel suo piccolo è uno di questi luoghi. È nata ed esiste per questo. Quanto facciamo e proponiamo è unicamente espressione di questo tentativo aperto a tutti, senz’altro imperfetto ma mai ripiegato su se stesso. Il nostro desiderio è che questi luoghi di amicizia possano moltiplicarsi come spazi da cui continuamente ripartire. 

Martedì con l’incontro dedicato a Giuseppe Ungaretti presentato da Valerio Capasa si è chiusa a Brescia la sedicesima edizione del Mese letterario. L’auditorium degli Artigianelli era sold out come potete vedere dalle foto. 

Tutti gli incontri di questa edizione possono essere rivisti sul canale YouTube @ilsussidiario.tv dove hanno già registrato diverse migliaia di visualizzazioni. 

All’inizio della serata di martedì è stata annunciata anche la Summer School sulla narrazione promossa da Associazione il Rischio educativo in collaborazione con Fondazione San Benedetto e Mese letterario, che si svolgerà a Brescia dal 7 al 9 luglio. A questo link trovate tutte le informazioni per partecipare. 

Sono stati inoltre premiati tre giovani – Maria Teresa Villani, Marco Frosio e Benedetto Bontempi – che hanno partecipato al concorso di idee per il prossimo Mese letterario del 2027. 

Autoironia cercasi
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Un’alta capacità di autoironia come antidoto alle tentazioni del potere. A suggerirla caldamente è il presidente della Repubblica Mattarella. Questa settimana vi proponiamo alcuni passaggi di un suo discorso fatto nei giorni scorsi a un gruppo di giovani giornalisti. Già Giorgio Gaber consigliava l’autoironia come esercizio per  «guardare se stessi da un’altra angolazione, cercando di capire qualcosa in più di ciò che siamo. L’ironia ci deve coinvolgere, altrimenti si trasforma in sarcasmo, che è un modo ingeneroso di avvicinarsi agli altri». Crediamo sia un punto di vista interessante per leggere anche le cronache dell’ultima settimana (comprese anche quelle relative agli attacchi di Trump al Papa e alla Meloni). Mattarella ha rivolto il suo suggerimento all’autoironia consigliando di leggere il messaggio che Papa Leone ha inviato all’Accademia di Scienze sociali della Santa Sede. Un messaggio nel quale si mette in guardia dal potere come «eccessiva esaltazione di sé» e si sottolinea che la democrazia senza «una vera visione della persona umana rischia di diventare o una tirannia maggioritaria o una maschera per il dominio delle élites economiche e tecnologiche». Insieme l’autoironia è un antidoto efficace anche al moralismo, molto diffuso, sempre pronto a impartire lezioni su come gli altri e il mondo dovrebbero cambiare. 

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Della settimana appena trascorsa ci restano due immagini. La prima è quella, del tutto inedita, della terra fotografata dal lato nascosto della luna durante la missione Artemis II che ha toccato il punto più lontano mai raggiunto in un viaggio umano nello spazio. Un’immagine che lascia stupefatti e porta a interrogarsi sulla nostra posizione nel cosmo, nel macrocosmo dello spazio e nel microcosmo delle nostre esistenze. Nello stesso tempo fa anche pensare a quanto notava Hannah Arendt dopo il lancio nello spazio nel 1957 del primo satellite da parte dell’Unione Sovietica. Allora si salutò la cosa con una reazione di sollievo per «il primo passo verso la liberazione degli uomini dalla prigione terrestre». Portò a galla «un desiderio di sfuggire alla condizione umana» che si nasconde, per esempio, anche «nella speranza», oggi da più parti perseguita, «di protrarre la durata della vita umana al di là del limite dei cento anni». «Quest’uomo del futuro – scriveva la Arendt -, che gli scienziati pensano di produrre nel giro di un secolo, sembra posseduto da una sorta di ribellione contro l’esistenza umana come gli è stata data, un dono gratuito proveniente da non so dove, che desidera scambiare, se possibile, con qualcosa che lui stesso abbia fatto». 

La seconda immagine è quella della guerra che sta infiammando il Medio Oriente (senza dimenticare i tanti altri conflitti in corso) e che in questi giorni ha visto dilagare senza freni la logica delle minacce e della violenza contro ogni razionalità. Una situazione che ora pare temporaneamente congelata nella speranza che possa evolversi davvero in un percorso di pace come ha ripetutamente chiesto papa Leone, pressoché unica voce nel silenzio di tutti i leader dei paesi non coinvolti nel conflitto. In questo scenario ci ha colpito la lettura dell’intervista che ha rilasciato al quotidiano La Stampa il vescovo norvegese Erik Varden. «Abbiamo perso di vista che cosa sia l’essere umano», dice. Su quest’intervista vi invitiamo a leggere il commento di Renato Farina pubblicato sul quotidiano online ilsussidiario.net. Scrive: «Varden non nega il male. Sa che “il diritto del più forte è sempre esistito e resterà la norma”. Non fa sconti: il mondo è ferito, la storia è una contesa. Ma rifiuta la resa: “Non dobbiamo rassegnarci alla Terza guerra mondiale”. E soprattutto sposta lo sguardo. Non l’ossessione per la notte, ma la fedeltà alla luce.“L’uomo è fatto per la libertà. La libertà conduce alla fioritura”. Non è una frase da convegno: è una constatazione. E aggiunge, con una precisione quasi brutale: “Per essere liberi, c’è bisogno di persone che mostrino cosa sia la libertà”. Non manuali, ma testimoni. Non programmi, ma vite».

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