«L’uomo che vuole fare senza Dio, fallisce. Alla fine dei conti, arriva a fare esperienza di vuoto. Di vuoto di senso. Non riesce a costruire prospettive a lungo termine. In questa società post secolare l’uomo è rimasto con la fame dentro. Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Mi viene ora in mente l’Inquisitore dei Fratelli Karamazov, “dategli il pane e staranno bene!”. Diamo il pane, diamo la giustizia umana… tutte cose che abbiamo già visto. Poi l’uomo si accorge che resta affamato, alla ricerca di qualcosa che gli riempia la vita e il cuore. Lì la Chiesa deve intervenire con la sua proposta». A parlare così è il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, in un’intervista davvero interessante pubblicata dal Foglio, che vi vogliamo proporre come lettura in occasione di questa Pasqua 2025. Un testo da leggere con grande attenzione che contiene passaggi illuminanti che vanno al cuore dei problemi di oggi.
Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme
Nell’intervista Pizzaballa si sofferma sull’attuale situazione in Terra Santa, dove «niente tornerà più come prima», per passare poi alla crisi della Chiesa e al tema della fede. «Non dobbiamo temere i cambiamenti – sottolinea il patriarca -, non dobbiamo vivere di paura. Sta finendo un modello di Chiesa. Credo che Benedetto XVI l’abbia detto bene: sappiamo che sta finendo qualcosa ma non sappiamo come sarà dopo. Si definirà col tempo. Anche questa crisi, dunque, produrrà qualcosa. Le nostre valutazioni sono sempre molto umane, c’è la tentazione del potere, dei numeri, della visibilità. Ci sta anche, eh. Dobbiamo essere visibili. Ma non dobbiamo temere più di tanto questo, perché c’è anche Dio, c’è anche lo Spirito Santo. C’è la Chiesa che, attraverso la testimonianza di tante realtà, crea ancora qualcosa di buono. Non avrei troppa paura. Bisogna preoccuparsi, e lo ripeto, di essere autentici, genuini. La Chiesa non deve fare marketing: la Chiesa deve dire che non c’è niente di meglio nella vita che incontrare Gesù Cristo». Quello di Pizzaballa è anche un forte invito a riscoprire la differenza che il cristianesimo introduce nella vita dell’uomo e della società: «Il rischio – spiega – c’è sempre, sia nella Chiesa sia fuori dalla Chiesa, quello di non complicarsi la vita, di stare nell’ordinario, fatto di orizzonti normali, che stanno dentro una comprensione solo umana. Mentre invece l’incontro con Dio rompe sempre gli schemie su questo il cristianesimo deve fare la differenza. Se non la fa, puoi avere anche tante chiese e belle basiliche, ma diventi irrilevante perché non hai niente di importante da dire».
Buona lettura e buona Pasqua!
Mese Letterario, avanti con le iscrizioni
In molti si sono già iscrittialla quindicesima edizione del Mese Letterarioche ha come titolo una frase di Woody Allen: «Leggo per legittima difesa». Una frase che dice molto sul valore della lettura come atto di libertà in un mondo in cui si legge sempre meno. Quest’anno il Mese Letterario propone tre serate in programma a maggio a Brescia, nell’auditorium Capretti degli Artigianelli.
Il primo incontro, l’8 maggio, conValerio Capasa sarà dedicato aLuigi Pirandello nel centenario della pubblicazione di «Uno, nessuno e centomila». Il secondo appuntamento, il 15 maggio, con Edoardo Rialti avrà come protagonisti i tragici greci Eschilo, Sofocle ed Euripide. L’ultimo incontro, il 22 maggio, con Stas’ Gawronskisarà sullo scrittore americano, scomparso nel 2023, Cormac McCarthy, autore di opere memorabili come «La strada», «Non è un paese per vecchi», «Il passeggero». Per partecipare occorre iscriversi sul sito dell’Associazione Mese Letterario – utilizzare questo link– che organizza la rassegna in collaborazione con la Fondazione San Benedetto.
Dialogo con il cardinale Pizzaballa, tra amaro realismo e speranza cristiana
di Matteo Matzuzzi – da Il Foglio – 14 aprile 2025
La guerra in Terra Santa, dove nulla tornerà più come un tempo e prima lo si capisce e meglio sarà, per tutti. La Chiesa davanti alle sfide del presente più che del futuro, le crisi che aprono nuove possibilità e la necessità di essere testimoni credibili. Alla fine dello scorso febbraio, a Nola, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, ha dialogato con l’autore di questo articolo in occasione del primo incontro dei “Dialoghi in cattedrale a 1700 anni dal primo Concilio di Nicea”. L’intervista è la trascrizione di un dialogo pubblico, il cui testo non è stato rivisto dal cardinale ma pubblicato con il suo accordo.
Eminenza, quanto accade in Terra Santa è ogni giorno sui nostri schermi televisivi. Prevale una lettura politica di quanto sta accadendo, mentre sappiamo meno dell’impatto che questa guerra ha sulle persone, sulla società.
“Non è la prima volta che abbiamo un conflitto in Terra Santa. Ma questo conflitto ha avuto un impatto come nessun altro. C’è un prima e un dopo il 7 ottobre 2023, anche se facciamo fatica a definire, a capire come sia questo dopo. L’impatto emotivo, economico, psicologico, umano è stato enorme su entrambe le popolazioni, israeliana e palestinese. Per la popolazione israeliana è stato uno choc enorme. Israele è nato come la casa dove gli ebrei sono al sicuro e improvvisamente è emerso che ciò non è più vero. La questione degli ostaggi è il punto dirimente, per Israele. Vediamo manifestazioni di piazza che continuano in tutto il paese. Gli israeliani sono divisi su molto, ma su una cosa vanno d’accordo: la questione degli ostaggi. È tema enorme. Anche per i palestinesi ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre, a Gaza ma anche in Cisgiordania, è stato uno choc incredibile. Direi per la popolazione araba in generale. Abbiamo a che fare con paura e sentimenti di odio e rancore che, in queste proporzioni, non si erano mai visti. C’è anche da considerare l’impatto economico che la guerra ha sulla vita sociale: parte della popolazione palestinese è rimasta senza lavoro, ma anche in Israele la situazione non è semplice, basti pensare che di fatto non ci sono più pellegrinaggi. Le persone che lavoravano sono state richiamate alle armi. Si vive molto male. C’è un profondo senso di sfiducia che penetra la vita sociale a tutti i livelli. Sarà molto difficile ricostruire la fiducia dopo tutto questo, anche perché non si riesce a vedere cosa ci sarà dopo, quando tutto finirà”.
E sul piano religioso?
“È difficile distinguere tra aspetto sociale e aspetto religioso. La religione ha un ruolo pubblico a 360 gradi per tutta la popolazione. Ci sono anche interpretazioni diverse sul significato di guerra. Per i palestinesi quanto è accaduto il 7 ottobre è l’inizio di una nuova fase, di una guerra però, iniziata ottant’anni fa. Per gli israeliani è invece qualcosa di decisamente nuovo e inaspettato. Sono prospettive completamente diverse. Prima di questa guerra, a livello religioso avevamo un’interazione tra varie autorità religiose. Oggi questo non si vede. È molto difficile incontrarsi, soprattutto in momenti pubblici. Tutto è fermo. Ciascuno è chiuso dentro la propria narrativa religiosa”.
Millesettecento anni dal Concilio di Nicea. Tra le decisioni adottate, vi fu la condanna dell’arianesimo. A noi può sembrare pura archeologia. Eppure, meno di vent’anni fa, il Papa condannava il “moderno arianesimo”. Disse Benedetto XVI che “la negazione della vera divinità di Gesù è ancora oggi una tentazione per i cristiani”, al punto da rendere necessaria una “catechesi integrale”. Effettivamente, quante volte sentiamo parlare di Gesù come un uomo innamorato di Dio e suo emissario che ha fatto tante cose buone, ma che difficilmente può essere considerato l’unigenito figlio di Dio? Si avverte ancora quel pericolo denunciato da Papa Ratzinger?
“Ho studiato qualche anno in un’università ebraica, a Gerusalemme. I miei compagni erano tutti ebrei, io ero l’unico cristiano. Hanno iniziato a chiedermi della fede, di Gesù, del Vangelo. Risposi: è inutile che io vi spieghi chi era Gesù, c’è il Vangelo, è tutto scritto lì. Leggiamo, mi fate le domande e rispondo. Fui ingenuo e non mi rendevo conto di quello che proponevo loro, perché io, nato nella bassa bergamasca, dove si era cattolici prima ancora di nascere, ero abituato al catechismo classico, tradizionale. Le mie domande e le mie risposte su Gesù erano quelle del catechismo, non le mie. Per questo mi sono accorto che quando loro cominciavano a chiedermi di Gesù, non sapevo rispondere adeguatamente. Il catechismo non serviva molto in quella circostanza. Volevano capire da me il significato di quelle pagine, ma riuscivo solo a balbettare frasi fatte. A un certo punto, una ragazza mi disse: non posso più venire a questi incontri perché devo lavorare, ho un figlio piccolo, e poi questa lettura mi disturba un po’. Poi aggiunge: Gesù è un personaggio che a me piace, non è come mi avevano detto e il Vangelo è un libro bellissimo. C’è una cosa, però, che mi devi spiegare: la resurrezione. Perché deve risorgere? Perché lo fate risorgere? Anche senza resurrezione, Gesù è affascinante. Anche in quel caso, risposi come risponde il catechismo e mi resi conto dal suo volto che non aveva capito niente. Non fui capace di farmi capire. Ci volle del tempo perché capissi che la resurrezione non si spiega. Nei Vangeli non viene spiegata. Ci sono solo incontri con il Risorto.Per rispondere, allora, alla sua domanda: è vero, è molto facile, in ogni tempo, ridurre Gesù a un personaggio che possiamo racchiudere nella nostra comprensione umana. È la tentazione di sempre: quel Gesù è facile. Non è segno di contraddizione. Il compito della Chiesa, però, è saper testimoniare che Gesù è il figlio di Dio, come diceva il Concilio di Nicea. Deve trovare il modo di dirlo. La catechesi, la formazione, la liturgia sono imprescindibili. Però senza esperienza di fede, senza l’incontro con il Risorto, diventano solo qualcosa in più da studiare, da imparare o da fare, che non danno vita. Il compito che abbiamo come Chiesa è di essere capaci di dire che Gesù è Kyrios, è il Signore. Di dirlo essendo convincenti, dirlo perché ci crediamo avendone fatto esperienza. È quello che forse ci manca oggi. Dobbiamo trovare il modo nel linguaggio odierno di dire la stessa cosa di 1.700 anni fa.La Verità è la stessa, bisogna trovare il modo di esprimerla in maniera convincente. Sarà compresa se chi lo dice ci crede anche, nel senso che ne ha fatto esperienza. Che non si limita a dire le cose del catechismo e basta, come feci io con quella ragazza”.
Oggi nella nostra newsletter ci occupiamo di un tema di cui normalmente non si parla mai: la risurrezione dei morti. È un tema confinato alla recita delle formule del Credo durante la messa. Eppure la risurrezione di Gesù e, di conseguenza, degli esseri umani, è uno dei contenuti portanti e fondamentali delle fede cristiana. Al tempo stesso però è una questione che interpella tutti, credenti e non, fin da quando san Paolo fece il suo discorso all’Areopago di Atene deriso da quasi tutti. Lo scrittore spagnolo Javier Cercas, non credente, nel suo libro «Il folle di Dio alla fine del mondo» ha scritto: «E se la resurrezione della carne e la vita eterna fossero la massima forma di insurrezione alla portata degli uomini, la ribellione superlativa? E se in questo consistesse la vittoria suprema di Cristo, nell’aver postulato che non siamo qui per accettare la morte ma per sollevarci contro la morte? E se l’impossibile fosse realtà?». Attorno a questo tema martedì scorso a Brescia si è sviluppato l’incontro, molto partecipato, promosso da Morcelliana, Fondazione San Benedetto e Libreria Paoline, in occasione dell’uscita del libro di monsignor Giacomo Canobbio «Sulla risurrezione, un mistero teologico e scientifico» (ed. Morcelliana). Invitandovi a leggere il libro, già di per sé coraggioso nell’affrontare una questione decisiva come la risurrezione, di questo incontro vogliamo riproporvi sul nostro sito alcuni passaggi salienti degli interventi dei tre relatori. Oltre a monsignor Canobbio c’erano il presidente emerito di Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli e il vescovo di Brescia Pierantonio Tremolada. Quella che arriva dal libro è anche una provocazione che la teologia pone alla scienza, sollecitandola in un dialogo serrato a uscire da uno schematismo che la riduce solo a ciò che può essere constatato empiricamente. Se si osserva invece il procedere della scienza, questa è spinta ad andare sempre oltre lo stretto perimetro di ciò che è immediatamente constatabile. Abituati a non riflettere sulla morte, come se questa riguardasse soltanto gli altri, diventando quindi oggetto di una grande rimozione, troviamo irrealistico porre il tema della risurrezione. E se questo fosse invece l’atto più realistico che possiamo fare? Su questo tema della risurrezione torneremo comunque presto. Vi anticipiamo infatti che venerdì 27 novembre alle 18 la Fondazione San Benedetto presenterà a Brescia il libro del filosofo Massimo Borghesi «Esiste un pensiero cattolico?» dedicato in ampia parte proprio alla questione della risurrezione. Quindi intanto Save the Date, seguiranno dettagli.
Al termine del viaggio di Papa Leone in Francia, Matteo Matzuzzi nei giorni scorsi ha scritto sul Foglio: «“Cercano qualcosa”. Di tutte le risposte date dal Papa ai giornalisti che l’hanno seguito nel viaggio di quattro giorni in Francia, questa frase è stata la meno ripresa. Si riferiva al popolo di Francia che ha affollato strade, piazze, santuari e cattedrali in quattro giorni che hanno segnato la storia del pur giovane pontificato leonino. Ampio spazio hanno avuto sui media, come è comprensibile, le riflessioni sulla guerra che è sempre una inutile strage, sulle fake news al tempo dell’intelligenza artificiale, sull’estremismo di destra che condiziona il voto e il vivere quotidiano degli europei (e non solo). Ma è in quel “cercano qualcosa” che si può capire, forse, il messaggio più potente di quanto vissuto tra Parigi, Lourdes e Metz. Leone XIV si riferiva in particolare agli ottantamila ragazzi che venerdì sera, allo stadio di Saint-Denis, hanno cantato a cappella il Salve Regina».
Nella nostra newsletter oggi partiamo da qui perché, che si sia credenti o non credenti, senz’altro interroga vedere la risposta impressionante che ha avuto la visita del Papa in Francia, in un paese in cui più intenso e radicato è stato il processo di secolarizzazione. In particolare di questo viaggio vogliamo riproporre il discorso, che forse molti avranno già letto ma che merita di essere ripreso, fatto lunedì da Leone XIV a Metz ricordando Robert Schuman, uno dei padri fondatori dell’Europa. Un discorso nel quale ha parlato anche di San Benedetto sottolineando come senza la sua «coltivazione» «la civiltà europea così come la conosciamo non esisterebbe».
Le parole del Papa non sono un ricordo dell’Europa che fu, ma entrano direttamente nel merito delle sfide di oggi con un forte messaggio ai giovani a non avere paura del futuro. Sono un invito a non abbandonare la costruzione dell’Europa anche quando alcuni risultati sembrano deludere le aspettative. «La pretesa moderna di “avere tutto, subito” – ha detto Leone – non corrisponde alla storia e alla cultura europee che, al contrario, insegnano il valore del tempo e della pazienza».
Insieme al discorso del Papa, per approfondire il tema dell’Europa vi invitiamo a leggere l’intervista al filosofo Rocco Buttiglione pubblicata da Avvenire. In un tempo in cui tutto viene dimenticato o rapidamente rimosso ripercorrere da quale storia sia nato il processo di costruzione europea è fondamentale per guardare con consapevolezza al presente senza lasciarsi trascinare dalle correnti delle ideologie o della propaganda.
«Incontrarsi per crescere». È questo il titolo di una serie di appuntamenti che la Fondazione San Benedetto intende promuovere nei prossimi mesi. Oltre agli incontri pubblici su temi al centro del dibattito contemporaneo o a iniziative consolidate come il Mese letterario, vogliamo favorire occasioni di incontro con persone interessanti che ci portino anzitutto la loro storia, la testimonianza di una vita, prima di venirci a spiegare come va il mondo o la loro analisi dei problemi (cose senz’altro utili ma secondarie). Siamo infatti profondamente persuasi che la crescita umana avviene sempre attraverso l’incontro con l’altro che in qualche modo sollecita, attrae, mette in moto le persone. Qualche giorno fa Papa Leone ha detto che occorre «fare in modo che i rapporti sociali abbiano spessore reale e profondità personale». Un compito che facciamo nostro in un momento in cui – ha precisato il Papa – «da una parte lo sviluppo tecnologico, la diffusione dei mass media e dei social media, il sempre crescente ricorso all’intelligenza artificiale aprono nuove possibilità, abbattendo barriere e distanze; dall’altra, le relazioni tendono a diventare sempre meno personali, più virtuali, e si rischia di abituarsi a delegare agli algoritmi decisioni che spettano solo alla coscienza umana».
«Incontrarsi per crescere» non è solo il titolo di un ciclo di incontri (di cui prossimamente vi daremo date e luoghi), ma descrive anche il nostro modo di essere attraverso tutte le iniziative che proponiamo. Una di queste è la Scuola di comunità che da tre anni si svolge nella nostra sede. Da lunedì 28 settembre dalle 18.30 alle 19.30 riprendono gli incontri quindicinali. Leggeremo insieme il libro di don Luigi Giussani «All’origine della pretesa cristiana» mettendolo a confronto con la nostra esperienza nelle diverse circostanze in cui ci troviamo a vivere. Gli incontri sono aperti a tutti, si richiede solo la costanza nella partecipazione. L’appuntamento è nella sede della San Benedetto a Brescia, Borgo Wührer 119 (secondo piano).
«Incontrarsi per crescere» vuol dire anche ritrovarsi per vedere insieme un film. La scorsa primavera è successo con «Andrej Rublëv», il capolavoro del regista russo Andrej Tarkovskij. A sessant’anni dalla sua uscita oggi vi proponiamo la lettura di un articolo di Jean-Pierre Sonnet pubblicato sull’Osservatore Romano (in fondo trovate il link per leggerlo) e dedicato a questa straordinaria opera cinematografica. Basti pensare che Christopher Nolan nella preparazione della sua «Odissea» ha organizzato una proiezione speciale di «Andrej Rublëv» per il cast e la troupe del suo film proprio per far comprendere cosa sia la creazione artistica. Nei prossimi mesi proporremo altri film da vedere insieme, che possano essere significativi per il percorso che stiamo facendo. Un’altra occasione per incontrarsi, vedere qualcosa di bello e interessante, e condividere spunti e riflessioni.
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