Oggi vogliamo partire da una notizia della cronaca perché ci sembra emblematica di una posizione comune, molto diffusa, che genera solo rancore e risentimento senza contribuire in alcun modo né alla verità né alla giustizia. In questi giorni abbiamo assistito a una levata di scudi, con atti formali di protesta anche del nostro governo, dopo la decisione della magistratura elvetica di concedere la libertà su cauzione al titolare del locale di Crans-Montana dove si è verificata la strage di Capodanno nella quale hanno perso la vita 40 persone. Sottolineiamo solo che la libertà su cauzione è un istituto giuridico espressamente previsto dal sistema giudiziario svizzero che è diverso da quello italiano. E non è una sentenza di assoluzione. Se il governo di un altro paese come l’Italia – con un’evidente invasione di campo – decide di puntare il dito contro questa decisione per assecondare il sentimento di rabbia verso i presunti colpevoli, il problema non è più giudiziario ma diventa quindi inevitabilmente politico. Condividiamo in toto quanto scritto nei giorni scorsi da Giuliano Ferrara sul Foglio: «Tanto valeva impiccare i coniugi Moretti al primo albero. Una cosa spiccia ma agile, semplice, corrispondente al sentimento generale verso il capro espiatorio prima e al di là di ogni regola e accertamento di responsabilità. Siamo un paese folle, costruito sulla gogna pubblicaper i presunti colpevoli». «Il dolore per le vittime del fuoco divoratore e dei sopravvissuti – continua Ferrara – non ha niente a che vedere con la soddisfazione invocata: punire in catene due presunti colpevoli, fottersene della divisione dei poteri, dei controlli e delle garanzie di un processo giusto, elevare un patibolo, inventarsi un sistema di complicità ambientale e processarlo per vie brevi, sommariamente, perché si possa sanare l’inquietudine, lenire la rabbia e la sacrosanta volontà di giustizia della comunità offesa, garantendo nel contempo un consenso facile truce immediato a chi la spara più grossa». (Qui trovate il link all’articolo del Foglio)
Siamo invece profondamente persuasi dall’esperienza stessa della vita che il male non si combatte mai con il castigo e tantomeno con la gogna pubblica o mediatica che serve solo da brodo di coltura di un risentimento infelice e meschino. Solo il bene seminato e costruito nelle sue mille forme quotidiane può consentire di contrastare il male e talvolta anche di trasformarlo paradossalmente in un’occasione di riscatto e di crescita umana. Su questo vogliamo proporvi la lettura di un articolo di Gloria Amiconepubblicato sul quotidiano online ilsussidiario.net. La sua è una testimonianza personale, pensando a chi è stato coinvolto nella strage di Crans-Montana. Scrive: «In un mondo dove c’è chi dice che quei ragazzi non avrebbero dovuto essere lì, quando tutti avremmo potuto essere lì; dove c’è chi dice che è stato il caso, o addirittura il fato. Non è stato il caso, non è stato il fato. Qui ci sono stati gravi errori umani. È ingiusto dire questo a chi ha perso un figlio. È ingiusto dirlo ai ragazzi con le ustioni sul corpo. E mi azzarderò a dire di più. È ingiusto dirlo anche a quei gestori, perché è come dire loro che non potevano fare meglio e non possono fare meglio ora. Che è finita. Che in galera marciranno perché lo vuole il fato. E invece no». Un articolo molto vero da leggere dall’inizio alla fine.
Incontro sulla guerra in Ucraina
Giovedì a Brescia si è svolto l’incontro promosso dalla Fondazione San Benedetto sulla guerra in Ucraina. Sono intervenuti la scrittrice e blogger russa Katerina Gordeeva e il giornalista e inviato di guerra Gian Micalessin che hanno accompagnato le loro testimonianze anche con alcuni video. L’intento dell’incontro era cercare di andare al di là delle narrazioni propagandistiche documentando senza censure preventive la tragedia della guerra in tutta la sua disumanità. Insieme è stata anche un’occasione per conoscere meglio il contesto nel quale da ormai quasi quattro anni è in corso il conflitto. Nei prossimi giorni metteremo a disposizione sul nostro sito il video della serata.
Un momento dell’incontro (Ph Fotolive)
Katerina Gordeeva
Gian Micalessin
Luciana, il Papa, la lezione del Crocefisso ai sopravvissuti: niente paura, non tutto è finito
Durante le vacanze di Natale ho passatoqualche giorno a Loreto Aprutino, nella casa dei miei nonni. Un paesino presepiale che pare intagliato nella roccia e spazia tra colline e ulivi. Da una parte poi c’è il Gran Sasso, Fonte Elvetica, la Maiella, dall’altra il mare di Pescara. Insomma, è un paesino circondato da immensa bellezza. E poi c’è nell’aria quella gentilezza abruzzese. Quella degli autisti dei pullman che si fermano in mezzo alla strada e ti portano alla stazione giusta. Quella di Massimiliano, che da un tabaccaio ti sente chiedere come arrivare al Santuario del Volto Santo di Manoppello e mentre sei lì fuori a fare l’autostop esce e ti porta lui. O quella di Maria che dopo la messa non sapendo come tornare, ti riporta a casa dicendoti: “Queste non sono coincidenze ma Dio-incidenze”. È a Loreto Aprutino che ho fatto anche un insolito ultimo dell’anno.
Una cena tranquilla e poi fuori su un terrazzino meraviglioso a vedere prima i fuochi d’artificio e poi le stelle. Si vedevano benissimo. E mi sono detta: “Cavolo se non ci fosse la luna le vedrei ancora meglio”. E poi verso le sette l’alba, una bellissima alba. Quell’alba che mi ricorda gli inizi e i riinizi.
Ma ecco, dopo una giornata a vivere di altra bellezza, ho letto la notizia sulla tragedia a Crans-Montana e mi è caduto il mondo addosso. Il locale si chiama Le Constellation. E queste sarebbero Dio-incidenze? Perché io ho visto le stelle e loro le fiamme? Perché io ho visto l’alba e loro il tramonto? Perché loro e non io? E un senso di colpa mi ha pervaso. Tornata a Roma il giorno seguente me ne sono uscita di casa senza dire niente. Ho girovagato tutto il giorno. Sono una che viene pervasa da domande e dubbi. Una scritta che c’è da mesi mi ha fatto fermare e tornare.
La scritta sulla strada dice: “È davvero finita così?”. È davvero finita così per quei giovanissimi ragazzi? È davvero finita così per quei genitori, parenti, amici? È davvero finita così per chi ora si porta le ustioni sulla pelle? È davvero finita così anche per quei gestori che hanno fatto gravi errori? Finisce tutto così?
La sera mi è stato detto questo: “Gloria le tue domande non sono inutili. Il tuo senso di colpa non è inutile. Ma in fondo non puoi trovarci il male. Cerca”. E poi: “Gloria, giustizia sarà fatta. Ma sappiamo che non basta. Ora ti è chiesto di fare meglio quella scala. Di farla più larga. Ti è chiesto di farne altre. Ti è chiesto di fare meglio il soffitto. Cioè, ti è chiesto di fare meglio quello che hai da fare”.
Non nego che siano state settimane difficilissime. Ancora piene di dolore e fatica anche per tante cose successe e dove non ho fatto meglio le cose che avevo da fare. Oggi 18 gennaio a messa dopo la comunione ho pensato a uno degli ultimi più begli incontri che ho fatto. Ero a fare la spesa con suor Raffaella. Al banco del pesce abbiamo incontrato Luciana. Raffaella le ha ricordato una suora che aveva incontrato cinque anni prima, che si era accorta che stava soffrendo perché sua sorella Rosalba stava per morire per una malattia terminale.
Le lasciò un rosario da darle, ma non fece in tempo perché morì il giorno dopo. Luciana è atea, ma da quel giorno tiene il rosario nel portafoglio. Ci ha detto che non riesce a toglierlo. Allora suor Raffaella le ha detto che forse la Madonna le sta dicendo qualcosa. Poi ce ne siamo andate. Solo che girando per i corridoi del supermercato ho pensato che volevo sapere il suo nome e quello di sua sorella.
Allora sono tornata e me li ha detti.E mi ha aggiunto: “Sai sono arrabbiata, ma non dimenticherò mai quando mia mamma mi portò in una chiesa. Quando vidi il Crocifisso mi inginocchiai e piansi. Non dimenticherò mai quel momento. Ci penso sempre soprattutto quando faccio male a qualcuno”.
Ecco oggi per la prima volta dopo tanto tempoho guardato veramente quel Crocifisso. E per la prima volta mi sono accorta che sotto, sul tabernacolo dorato, c’è inciso un Pellicano che abbevera i suoi tre piccoli con gocce di sangue e una scritta: “Ego sum, noli temere”. E inginocchiandomi ho pianto. Luciana, una donna atea, e quello che ha detto il Papa qualche giorno fa alle famiglie delle vittime, mi hanno ricordato tutto quello di cui ho bisogno ora.
“Ego sum, noli timere”. Io sono, non temere.Quei ragazzi sono, non temere. Rosalba è, non temere. Io sono per quei ragazzi con le ustioni sulla pelle, non temere. Io sono per quei genitori, amici, fratelli, non temere. Io sono per quei gestori, non temere.
E allora ho pensato aquelle stelleche ho visto quella notte. E ho pensato che no, la luna doveva proprio esserci. Doveva essere proprio lì nel cielo. Quelle stelle splendenti erano quei ragazzi faccia a faccia con quel Dio che fa tutti e tutte le cose. “Ego sum, noli timere”. Cristo è morto sì, ma è anche risorto.
In un mondo dove siamo un po’ più Renzo (io per prima) che dice: “Ho imparato, ho imparato…”; dove c’è chi dice che quei ragazzi non avrebbero dovuto essere lì, quando tutti avremmo potuto essere lì; dove c’è chi dice che è stato il caso, o addirittura il fato. Non è stato il caso, non è stato il fato. Qui ci sono stati gravi errori umani. È ingiusto dire questo a chi ha perso un figlio. È ingiusto dirlo ai ragazzi con le ustioni sul corpo. E mi azzarderò a dire di più. È ingiusto dirlo anche a quei gestori, perché è come dire loro che non potevano fare meglio e non possono fare meglio ora. Che è finita. Che in galera marciranno perché lo vuole il fato. E invece no. Perché esistono le Luciane che ricordano che anche per loro c’è qualcuno che può dire: “Ego sum, noli timere”.
Io non lo so perché sono morti quei ragazzi e non io.Non lo so. Ma sono certa che mi abbiano chiesto di vivere e non temere. Ci abbiano chiesto di vivere e non temere. Abbiate cura di splendere nell’Eterno ragazzi. Per i vostri genitori, parenti, amici. Per i ragazzi con le ustioni sulla pelle. Per tutti noi.
Una democrazia può reggersi solo su un insieme di procedure o di norme costituzionali o c’è qualcosa di più? È ancora possibile ricercare un bene condiviso anche partendo da punti vista diversi o siamo destinati a logorarci in una polarizzazione continua? L’esperienza religiosa che contributo può dare alla vita pubblica? È utile solo per fornire un supporto etico o può dare una prospettiva diversa, più allargata, alla nostra ragione laica attorno a cui si sono formate le nostre società occidentali? Una ragione che oggi appare sempre più smarrita e afona davanti alle nuove sfide a cominciare da quelle portate dall’avvento dell’intelligenza artificiale. A ben vedere sono tutte questioni molto legate anche alle cronache quotidiane di questi tempi. Proprio su questi temi si era molto interrogato Jürgen Habermas, uno dei maggiori filosofi contemporanei, allievo di Adorno e Horkheimer, e ultimo rappresentante della Scuola di Francoforte, morto due settimane fa. Nel 2004 a Monaco fu protagonista di un dialogo con l’allora cardinale Joseph Ratzinger. Il testo è stato pubblicato anche in italiano dall’editrice bresciana Morcelliana. Pur provenendo da una formazione laica e non credente Habermas ha dedicato molta attenzione al rapporto tra fede e ragione. Il suo dialogo con Ratzinger ruotava attorno a una domanda chiave: la democrazia moderna può prescindere completamente dalla religione o ha bisogno delle sue risorse morali? Una domanda ancor più attuale oggi in un’epoca in cui, anche in Italia, il modello democratico attraversa una crisi profonda. Su quel dialogo fra Habermas e Ratzinger vogliamo proporvi la lettura di un articolo di Fernando De Haro, pubblicato dal quotidiano online ilsussidiario.net. Dal dialogo emergevano alcuni punti comuni. Entrambi rifiutavano il relativismo morale assoluto così come il fondamentalismo religioso. Sottolineavano inoltre la necessità di una «reciproca purificazione»: la fede deve accettare la critica razionale per evitare derive ideologiche, mentre la ragione deve riconoscere che non tutto è riducibile alla tecnica o alla logica strumentale. La religione può quindi avere un ruolo pubblico, purché sappia tradurre i propri contenuti in un linguaggio comprensibile a tutti i cittadini. La fede, sottolinea De Haro, non è «un razzo» che «sale in cielo privandosi dei pezzi inferiori che hanno reso possibile il lancio – la ragione e l’umanità – e si eleva senza fardelli». È un fatto di «laicità e umanità». «Il miglior tributo che possiamo rendere al compianto Habermas – conclude l’articolo – è quello di riscoprire la sua intuizione secondo cui la fede non è fine a se stessa. La fede è utile per liberare la ragione dal suo vicolo cieco. E questo non si conquista unicamente, né fondamentalmente, attraverso un esercizio filosofico: è una conquista che riguarda soprattutto la vita quotidiana».
Leggere per vivere. È il suggerimento che vogliamo rilanciare questa settimana e che ci arriva dalle pagine di un libro di Giuseppe Montesano, scrittore e insegnante napoletano. Sul nostro sito ne riprendiamo alcuni brevi passaggi perché li sentiamo molto corrispondenti alle ragioni per cui, dal 2010 a oggi, ogni anno proponiamo il Mese letterario. Nel prossimo mese di aprile si svolgerà a Brescia la sedicesima edizione che ha come titolo «Esplorare l’esplorabile, venerare l’inesplorabile». Ricordiamo che per partecipare è richiesta l’iscrizione che si può già fare gratuitamente sul sito dell’Associazione Mese letterario. Consigliamo di iscriversi al più presto perché i posti disponibili sono in via di esaurimento. In tutti questi anni il Mese letterario, oltre alla bellezza di incontri carichi di fascino che risvegliano l’attenzione e l’intelligenza, è stato anche un grande invito a scoprire o riscoprire l’esperienza della lettura. Questa non è un esercizio fine a sé stesso o un vezzo «culturale». «Non si tratta più di passare il tempo o di ingannare la noia – scrive Montesano -, non si tratta di accrescere la propria cultura quantitativa e non si tratta di apprendere cose specialistiche: quando si legge per vivere, ciò che va in pezzi è la prigione in cui ognuno è chiuso, e quando la propria gabbia si è rotta, l’esperienza della libertà è così esaltante che cominciamo a vedere con dolore anche le gabbie altrui: e non ci basta essere liberi da soli in un mondo di prigionieri». Soprattutto, continua Montesano, «quando cominciamo a leggere per vivere la lettura diventa una continua scoperta, e ci accorgiamo che le parole che interpretiamo sono diverse dagli specchi che ci rassicurano facendoci vedere sempre uguali a noi stessi».
In sintesi ecco il programma, con autori, date e relatori del Mese letterario 2026. Rispetto alle precedenti edizioni quest’anno gli incontri, che si svolgeranno sempre alle 20.30 nell’auditorium degli Artigianelli, sono stati accorpati in quattro date ravvicinate. Si inizierà giovedì 9 aprile con una serata dedicata al poeta inglese Samuel Taylor Coleridge, del quale parlerà Edoardo Rialti, scrittore e traduttore, ma soprattutto grande amico del Mese letterario di cui è stato ospite fisso e sempre molto apprezzato sin dalla primissime edizioni.
Martedì 14 aprile il secondo incontro sarà con il cantautore e scrittore Massimo Bubola che dialogherà con il giornalista Enrico Mirani sull’«Odissea» del poeta greco Nikos Kazantzakis nella rilettura che ne ha fatto Giacomo Scanzi nel romanzo pubblicato nei mesi scorsi da Marcianum Press.
«Esplorare l’esplorabile, venerare l’inesplorabile». È il titolo della sedicesima edizione del Mese letterario, iniziativa storica della Fondazione San Benedetto, in programma a Brescia nel prossimo mese di aprile. Le iscrizioni per partecipare sono già aperte a questo link sul sito dell’Associazione Mese letterario. Rispetto alle precedenti edizioni quest’anno gli incontri, che si svolgeranno sempre alle 20.30 nell’auditorium degli Artigianelli, sono stati accorpati in quattro date ravvicinate. Si comincerà giovedì 9 aprile con una serata dedicata al poeta inglese Samuel Taylor Coleridge, del quale parlerà Edoardo Rialti, scrittore e traduttore (è sua la nuova traduzione appena pubblicata da Adelphi del saggio di C.S. Lewis «L’abolizione dell’uomo»), ma soprattutto grande amico del Mese letterario di cui è stato ospite fisso e sempre molto apprezzato sin dalle primissime edizioni.
Martedì 14 aprile il secondo incontro sarà con il cantautore e scrittore Massimo Bubola che dialogherà con il giornalista Enrico Mirani sull’«Odissea» del poeta greco Nikos Kazantzakis nella rilettura che ne ha fatto Giacomo Scanzi nel romanzo pubblicato nei mesi scorsi da Marcianum Press.
Giovedì 16 aprile sarà la volta del poeta latino Ovidio. A parlarne sarà Carlo Maria Simone, 32 anni, insegnante di lettere, scrittore e ricercatore, che ha da poco pubblicato anche il suo primo romanzo «Voluti al mondo» (Cantagalli). Martedì 20 aprile l’incontro conclusivo su Giuseppe Ungaretti con l’intervento di Valerio Capasa, altro grande amico del Mese letterario, anche lui ospite fisso e sempre molto seguito di tante edizioni della rassegna.
Come si può vedere dal programma si tratta di autori che hanno attraversato epoche ed esperienze molto diverse, alcune anche molto lontane nel tempo. Il tentativo del Mese letterario è sempre stato quello di rendere contemporanei scrittori e poeti, di farli diventare compagni di strada nel cammino della vita di ciascuno. La grande letteratura è il luogo dove decantano e vengono salvaguardate le testimonianze relative ad alcuni aspetti essenziali dell’esperienza umana. Di per sé non serve a niente. Come l’arte, la letteratura infatti si alimenta di pura gratuità, è al servizio della sola bellezza. Quella bellezza che è però indispensabile per vivere veramente e per rendere umana la vita. Oggi, in tempi di guerra nei quali dilaga il linguaggio della forza, riscoprire questa dimensione, tornare a essa «è più che mai necessario», perché, come osservava il grande critico George Steiner già quasi settanta anni fa, «tutto intorno a noi fiorisce un nuovo analfabetismo, l’analfabetismo di chi sa leggere singole parole, o parole di odio e di clamore, e non sa afferrare il significato della lingua quando si manifesta in tutta la sua bellezza o in tutta la sua verità». Dal 2010 a oggi il Mese letterario è stato soprattutto questa esperienza straordinaria di «alfabetizzazione» della bellezza attraverso l’incontro con le pagine di grandi autori di tutti i tempi e la riscoperta del valore della lettura. Altra novità, l’edizione di quest’anno si svolgerà in collaborazione con ilsussidiario. Vi aspettiamo!
La partecipazione al Mese letterario è gratuita ma chi lo desidera può contribuire con un’offerta libera all’atto dell’iscrizione sul sito www.meseletterario.it.
Studenti e insegnanti possono richiedere l’attestato di partecipazione.
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